Iapige, il fantomatico progenitore di noi Salentini

di Armando Polito

L’attributo che accompagna nel titolo progenitore  è giustificato dal fatto che non molte sono le fonti che ci hanno tramandato l’onomastico Iapige.  La prima, greca, ricorre in un frammento del poeta comico Antifane (IV secolo a. C.) giuntoci per tradizione indiretta, cioè grazie alla citazione di un altro autore, che nel nostro caso è Ateneo di Naucrati (II secolo d. C.), il quale nei sui Deipnosofisti (x, 423) così scrive: Ἀντιφάνης  … ἐν δὲ Λάμπωνι: ὁ δεῖν᾽ Ἰᾶπυξ, κέρασον εὐζωρέστερον (Antifane nel Lampone (Antifane ne Il lampone [dice]:   – Abile Iapige,  mesci vino più schietto! – ).

Non appare identificabile questo cameriere ante litteram con il personaggio del titolo, non per stupidi motivi di prestigio (chiunque, teoricamente, può assurgere ad un ruolo diverso da quello abituale) ma proprio per la sua natura fittizia.

La seconda testimonianza è ancora greca ed è contenuta in un frammento del secondo libro delle Metamorfosi di Nicandro di Colofone (II secolo a. C.), giuntoci anche questo per tradizione indiretta grazie ad Antonino Liberale nel libro XXXI della sua opera intitolata anch’essa Metamorfosi  così riporta alla voce relativa ai Messapi: Λικάονος τοῦ αὐτόχθονος ἐγένοντο παῖδες Ἰᾶπυξ καὶ Δαύνιος καὶ Πευκέτιος (Dall’autoctono Licaone nacquero i figli Iapige, Daunio e Peucezio)1.

Da Plinio poi apprendiamo che Iapige, figlio di Dedalo, avrebbe dato il nome ad un fiume2  ed al promontorio che oggi ha il nome di Capo di Santa Maria di Leuca nonché, superfluo dirlo, al popolo degli Iapigi; insomma, un eponimo. Non è una novità nel mondo antico e basta fare l’esempio, per restare nel Salento, del re Taras che avrebbe dato il nome al fiume ed a Taranto.

L’illustre discendenza di Iapige dal celebre costruttore del labirinto già rivendicata da Plinio  viene ripresa da Solino (III secolo d. C.), Collectanea rerum memorabilium, 2, 7: Iapygas ab Iapyge Daedali filio (Gli Iapigi [così chiamati] da iapige figlio di Dedalo). Due secoli dopo Solino Marziano Capella, De nuptiis philologiae et Mercurii (VI, 642): Iapygas Iapyx, Daedali filius, condidit (Iapige, figlio di Dedalo, dette origine agli Iapigi).-

Le scarne indicazioni di Plinio non soddisfano la curiosità di noi moderni, che, magari, vorremmo sapere qualcosa in più sulle caratteristiche fisiche di questo re e i Salentini, in particolare, forse gradirebbero pure qualche notizia sulle sue doti amatorie …

Questo desiderio può essere, parzialmente ma a caro prezzo …, soddisfatto da Virgilio (I secolo a. C.) che nell’Eneide (XII, 391-406) così scrive: Iamque aderat Phoebo ante alios dilectus Iapyx/Iasides , acri quondam cui captus amore/ipse suas artes, sua munera laetus Apollo/augurium citharamque dabat celeresque sagittas. /Ille ut depositi proferret fata parentis,/scire potestatem herbarum usumque medendi/maluit et mutas agitare inglorius artes./Stabat acerba fremens ingentem nixus in hastam/Aeneas magno iuvenum et maerentis Iuli/concursu, lacrimis immobilis. IIle retorto/Paeonium in morem senior succinctus amictu/multa manu medica Phoebique potentibus herbis/nequiquam trepidat, nequiquam spicula dextra/sollicitat prensatque tenaci forcipe ferrum./Nulla viam Fortuna regit, nihil auctor Apollo/subvenit … (E già si era fatto avanti Iapige, figlio di Iaso, prediletto più di ogni altro da Febo; a lui lo stesso Apollo,  preso da vivo amore, dava in dono le sue arti:  la capacità profetica, la cetra e le rapide frecce. Iapige per continuare la carriera del padre morto preferì conoscere le proprietà medicinali delle erbe ed il loro uso ed esrcitare senza gloria quest’umile arte.  Enea se ne stava appoggiato  ad una lunga lancia tutto fremente con attorno un gran numero di giovani ed il figlio Iulo, imperturbabile davanti alle sue lacrime. Il vecchio Iapige indossando secondo il costume dei medici una veste stretta e girata dietro invano s’affanna con la sua mano di medico e con le potenti erbe di Febo,invano cerca di smuovere  con al mano destra la punta [della freccia che ha ferito Enea] e di estrarre il ferro con la morsa di un forcipe. La fortuna non l’assiste, per nulla il maestro Apollo viene in soccorso … ).

Per farla breve: questa scena  che, se non appartenesse ad un poema epico potrebbe sembrare tragicomica …, verrà interrotta dal pronto intervento della madre stessa dell’infortunato Enea, cioè Venere, che in men che non si dica (grazie, è una dea …) rimetterà in sesto l’eroe.

Ora ditemi voi se a noi Salentini non convenga più stare con Plinio che con Virgilio, ammesso che lo Iapige di quest’ultimo per via della controversa paternità (ma anche questo nella mitografia è un fenomeno abbastanza ricorrente) sia lo stesso del primo.

Comunque siano andate effettivamente le cose, è certo solo un fatto: che la poesia (Virgilio e il suo Iapige figlio di Iaso) ha finito per prevalere sulla scienza (Plinio e il suo Iapige figlio di Dedalo; stesso destino per Nicandro e il suo Iapige figlio di Licaone). Così, per quanto riguarda l’iconografia, non possiamo neppure avere la soddisfazione di rivendicare con certezza la conoscenza delle fattezze, anche se artisticamente più o meno trasfigurate, del nostro progenitore, attraverso le foto ante litteram, le uniche da me conosciute, giunte fino a noi.

L’affresco pompeiano proveniente dalla casa di Sirico (VII 1. 25. 47) e custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli è la rappresentazione pittorica dei versi virgiliani che prima ho riportato.

Molto più recente, invece, una delle tavole a corredo di Jean-Jacques Boissard, Deorum fatidicorum synopsis historica, Wächtler Franckfurtt, 1654.3

:

Titolo: Iapyx Iasii filius (Iapige figlio di Iaso); la didascalia è costituita da un distico elegiaco che sintetizza le note biografiche virgiliane: Venturos casus praescire et dicere causas/auguria et lauros noscere Apollo dedit (Apollo gli donò [la facoltà di] prevedere il futuro e dirne le cause, di conoscere i responsi e l’onore della corona d’alloro).

Lo stesso rame, per quanto riguarda la figura di Iapige (i caratteri della didascalia, invece, sono diversi),  fu utilizzato in seguito, come risulta dall’immagine che segue, pure da Pierre Mussard, Historia deorum fatidicorum, vatum Sybillarum, Phoebadum apud priscos illustrium, cum eorum iconibus, Chovet, Colonia, 1675.

Però nella seconda edizione di questo testo  del Mussard uscita per i tipi di Bourgeat a Francoforte nel 1680 la tavola, per non farla proprio sporca …, risulta invertita specularmente.

___________

1 Sul rapporto tra Messapi e Iapigi vedi Marcello Gaballo e Armando Polito, L’obelisco di Porta Napoli a Lecce, in Il delfino e la mezzaluna, Edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, anno III, n. 1, ottobre 2014, pp. 171-189, con buona pace del signor Niceta Maggi, autore nel foglio Il Bardo, XXIV, 1, marzo 2015 di una recensione tanto velenosa quanto stupida e pure sgrammaticata.

Naturalis historia, III, 11: … amnes Iapyx aDaedali filio rege, a quo et Iapygia acra. Per completezza va detto che Iapige è anche il nome di un vento che le fonti antiche, che qui per brevità non riporto, rivelano segato legato senza alcun dubbio alla nostra terra:

Pseudo Aristotele, De mundo, 394b (l’opera sarebbe stata composta tra il I secolo a. C. e il I d. C.): Καὶ τῶν ἐναντίων ζεφύρων Ἀργέστης μὲν ὀ ἀπὸ τῆς θερινῆς δύσεως, ὄν τινες καλοῡσιν Ὀλυμπίον, οἱ δὲ Ἰάπυγα   (E tra gli zefiri che spirano in direzione opposta Argeste è quello che soffia dal punto in cui il sole tramonta in estate, e alcuni lo chiamano Olimpio, altri Iapige).

Seneca (I secolo d. C.), Naturales quaestiones, V, 17, 5: Quidam sunt quorundam locorum proprii, qui non transmittunt sed in proximum ferunt; non est illis a latere universi mundi impetus: Atabulus Apuliam infestat, Calabriam Iapyx … (Alcuni [venti] sono propri di certi luoghi e non li oltrepassano ma soffiano nelle vicinanze; la loro forza non nasce dai confini di tutto il mondo. L’Atabulo tormenta l’Apulia, Iapige la Calabria …).

Luciano (II secolo d. C.), Dialogi mortuorum, 21,2: … διαπλέοντες γὰρ ἀπὸ Σικυῶνος εἰς Κίρραν κατὰ μέσον τὸν πόρον πλαγίῳ περιπεσόντες τῷ Ἰάπυγι ἀνετράπεσαν (… infatti mentre navigavano da Sicione verso Cirra a metà del viaggio si capovolsero colpiti con una folata da Iapige).

E, per finire, Iapige è anche il nome di un cavallo : Virgilio, Eneide, XI, 677-678: … Procul ornitus armis/ignotis, et equo venator Iapyge fertur (Lontano il cacciatore Ornito con un’armatura mai vista è portato dal cavallo Iapige …). L’ablativo in –e (Iapyge) obbliga ad intenderlo come nome proprio e non come aggettivo (l’ablativo sarebbe stato Iapygi), ma come non cogliere un ambiguo riferimento alla razza del cavallo data la notoria abilità dei Messapi a domare quest’animale?

3 L’osservazione contenuta nel commento di Ferruccio D’Angelo  mi consente di affermare in questa nota, aggiunta al post originale, che l’immagine del nostro Iapige va retrodata al 1643, data a cui risale la prima edizione uscita, sempre a Francoforte, per i tipi di Schleich. Da questa (http://reader.digitale-sammlungen.de/de/fs1/object/display/bsb11298441_00055.html) riproduco  le due tavole  che seguono, in modo che al lettore sia facilitato il compito comparativo. Nel ringraziare il sig. Ferruccio esprimo l’auspicio che anche la signora citata nella nota 1 si faccia viva …

 

11 Commenti a Iapige, il fantomatico progenitore di noi Salentini

    • La conferma del carattere convenzionale, direi virtuale, dei dettagli somatici del nostro Iapige è nel fatto che non solo esso presenta i tratti del volto assolutamente identici a quelli di Hermes Trismegistus, ma ciò si ripete puntualmente in tutte le tavole a corredo del volume, laddove esse si riferiscono a personaggi di una certa età. Tale stereotipicità nel nostro caso è in parte dovuta al fatto che probabilmente l’incisore di tutte le tavole fu unico, ma soprattutto al principio generale della dipendenza da modelli precostituiti. La ringrazio, perciò, della sua osservazione (quel dettaglio l’avevo notato, anche perché non era la prima volta, pure io, ma per motivi di spazio non ne ho fattocenno nel post) e nel contempo la prego, se ci sarà altra occasione, di inserire il suo commento nel blog originale della fondazione (e non solo sul suo profilo in Facebook), dove potrà avere, glielo garantisco, un riscontro, se non numericamente più elevato, certamente più qualificato.

    • Altrettanto a lei. Ho pensato bene di inserire a tal proposito una nota introduttiva nel post originale. Grazie ancora.

  1. Riporto, a beneficio di chi ci segue, la mia risposta inviata sul profilo Facebook della fondazione al suo messaggio, che ora leggo anche sul blog della fondazione stessa. Mi scuso per il contrattempo e, soprattutto. per l’invito finale che, comunque, resta valido per gli altri lettori. Ancora grazie!

    “La conferma del carattere convenzionale, direi virtuale, dei dettagli somatici del nostro Iapige è nel fatto che non solo esso presenta i tratti del volto assolutamente identici a quelli di Hermes Trismegistus, ma ciò si ripete puntualmente in tutte le tavole a corredo del volume, laddove esse si riferiscono a personaggi di una certa età. Tale stereotipicità nel nostro caso è in parte dovuta al fatto che probabilmente l’incisore di tutte le tavole fu unico, ma soprattutto al principio generale della dipendenza da modelli precostituiti. La ringrazio, perciò, della sua osservazione (quel dettaglio l’avevo notato, anche perché non era la prima volta, pure io, ma per motivi di spazio non ne ho fatto cenno nel post) e nel contempo la prego, se ci sarà altra occasione, di inserire il suo commento nel blog originale della fondazione (e non solo sul suo profilo in Facebook), dove potrà avere, glielo garantisco, un riscontro, se non numericamente più elevato, certamente più qualificato.”

  2. TROVO assolutamente brillante l’articolo e la sua “fantastica” connessione per “immagine” con la figura di “Ermete Trismegisto”. La cosa mi è stata segnalata proprio da Ferruccio D’Angelo (mio cugino), che era rimasto sorpreso e contento di fronte all’accostamento della figura di Japige dell’affresco pompeiano e dalle tavole a corredo del lavoro di Jean-Jacques Boissard (Deorum fatidicorum synopsis historica, Wächtler Franckfurtt, 1654) e di Pierre Mussard (Historia deorum fatidicorum, vatum Sybillarum, Phoebadum apud priscos illustrium, cum eorumiconibus, Chovet, Colonia, 1675).

    Avendolo variamente e a lungo già informato sulle figure delle SIBILLE (nel nostro paese, Contursi Terme, in provincia di Salerno, in una Chiesa dedicata alla “Madonna del Carmine” nel 1613, ce ne sono affrescate 12) e sulla grande narrazione elaborata in epoca umanistico-rinascimentale (sul tutto, e su un mio lavoro, alcuni materila: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3005), per lui è stato facile orientarsi e trovare il filo che lega Ermete Trismegisto non solo a Mosè, ma anche a Japige! Da parte mia, un “grazie” a Ferruccio D’Angelo, e, un vivissimo “complimenti!” per il coraggioso e brillante articolo! Federico La Sala

    • La ringrazio dei complimenti augurandomi che siano veramente meritati . Per me, però quel che più vale è la comunanza di interessi, che potrei sintetizzare nel detto “il mondo è piccolo”, aggiungendo subito dopo “ma ci si conosce poco” e, infine, parafrasando un inno (tragico o comico, faccia lei …) dei nostri tempi, “meno male che la rete c’è” …
      Archiviando per ora Iapige e Trismegisto è sulle Sibille che mi voglio soffermare ed esprimere anzitutto il mio rammarico per non aver potuto citare il ciclo di Contursi, ed un eventuale suo lavoro sull’argomento, in un saggio di imminente pubblicazione relativo al ciclo di queste profetesse nella chiesa di Santa Maria di Casole a Copertino (LE). Il rammarico è ancora più grande per quel che poteva nascere sfruttando proficuamente la negatività di un gemellaggio (purtroppo di gemellaggi di questo tipo nel nostro paese se ne potrebbero celebrare centinaia ogni giorno) che può riassumersi nella locuzione “compagni di sventura”. dove “sventura” vale “ignoranza”, “insensibilità (a fatica me l’immagino disgiunta dall’ignoranza)”, “degrado” , “noncuranza”, in più di un caso pure “vandalismo”. Apprendo, infatti, dal link segnalato il serio pericolo che correvano (ma stento a credere che quest’imperfetto non valga anche come presente) le Sibille di Contursi, proprio come quelle di Casole. L’esilarante riflessione (?) , poi, del cardinale (!) Ravasi, se non è frutto dell’ignoranza della storia, è particolarmente pericolosa in quanto espressione di cieco e rozzo fanatismo religioso. Se mai diventasse papa, credo che potrebbe giungere ad ordinare l’immediata asportazione (e distruzione, per stare più tranquilli …) di tutte le Sibille non solo dalla Cappella Sistina ma, laddove ci sono , visibili o criminalmente nascoste, da tutte le chiese.; ma, paradossalmente, l’assenza di una catalogazione completa (non solo delle Sibille …) probabilmente rappresenterebbe la salvezza per molte, forse anche per quelle di Contursi e di Casole. E, se così non fosse, io e lei ci sentiremmo responsabili della loro (senza parlare di quella delle delle rispettive fabbriche …) perdita irreversibile, rei di aver propiziato (ma, forse, sto sognando …) col nostro gemellaggio-denunzia la loro registrazione in un catalogo generale …

  3. INNANZITUTTO IL MIO PLAUSO E UN GRANDE AUGURIO AL SUO LAVORO!!! PER IL RESTO, SORVOLANDO CON LE SIBILLE sull’IMPERFETTO-PRESENTE, mi scriva e mi invii un suo recapito postale, gli invierò quanto prima il mio lavoro stampato nel 1996 e ristampato (e presentato a Contursi, proprio nella Chiesa della Madonna del carmine, dove si trovano le Sibille : http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5701) nel 2013. Federico La Sala

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