Gli Emblèmata di Gregorio Messere (1636-1708) di Torre S. Susanna (1/3)

di Armando Polito

Di questo letterato salentino mi sono già occupato indirettamente di recente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/21/il-ritratto-ritrovato-del-monaco-antonio-sanfelice/

Due motivi, uno sentimentale, l’altro, in un certo senso, di giustizia (per quanto io non mi senta affatto deputato ad emettere sentenze, specialmente definitive …), mi spingono oggi a riparlare di lui. Il sentimentale è costituito dal fatto che mio padre era nato nello stesso centro del Brindisino; tuttavia, siccome le  motivazioni personali, specialmente le mie,  saranno irrilevanti per tutti o quasi, passo a quelle  … giudiziarie. Si tratta, però, come si sarà intuito, di una giustizia tutta letteraria da rendere al salentino che, a differenza di altri, pubblicò pochissimo rispetto a quello che avrebbe potuto e senza dubbio meritato il suo ingegno. Dico solo che egli godette della stima  profonda di molti intellettuali del suo tempo e non è da escludere che per volere di uno o più di loro venne sepolto nella cappella della famiglia Pontano, che si trova accanto alla chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via dei Tribunali a Napoli, vicino al poeta Giovanni che l’aveva preceduto nell’ultimo viaggio due secoli prima1; l’architetto Ferdinando Sanfelice gli dedicò la doppia iscrizione di cui ho parlato nel post precedente e Giambattista Vico, poi, così  ne pianse la morte in un madrigale (cito da Opere di Giambattista Vico, v. II, Napoli, Tipografia della Sibille,  1834, p. 432 ( integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=nq1PAAAAcAAJ&pg=PA432&lpg=PA432&dq=cui+fu+dal+ciel+concesso&source=bl&ots=k-0DKuwwp4&sig=eQ3Qo8ZegKWj0UYLBS53GoSipnY&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwAWoVChMIhbPe5YLOyAIVTFgaCh1uNgF6#v=onepage&q=cui%20fu%20dal%20ciel%20concesso&f=false).

Ho preferito porre in calce al testo, tratto in formato immagine dal link appena segnalato, le mie note di commento relative alle parole che ho sottolineato in rosso, e non nello spazio di coda riservato alle altre per non costringere il benevolo lettore a comprarsi un altro mouse …

ARGEO P(ASTORE) A(RCADE) In seno all’accademia dell’Arcadia i soci erano detti pastori ed ognuno di loro all’atto dell’associazione assumeva uno pseudonimo (formato da uno o due parti), spesso evocante il mondo pastorale, tratto dal latino, ma con ascendenze greche, se non direttamente greco. Lo pseudonimo completo di Gregorio sarebbe stato (si capirà dopo l’uso del condizionale riferito alla seconda parte)  Argeo CaraconasioArgeo è piuttosto ambiguo (e tale ambiguità, forse, anche in questo caso fu assunta ad arte) perché può derivare direttamente dal latino Argeus=argivo (Argo era considerata dai Greci come la loro città più antica), ma Argo era anche il nome del mostro della mitologia greca, fornito di molti occhi (e in senso  figurato può valere come persona alla quale nulla sfugge). Come non pensare, però, al greco ἀργός  che significa splendente, luminoso e al suo omofono che significa pigro? Tutto ciò, secondo me,  è perfettamente in linea col Gregorio ironico ed autoironico tramandatoci dalle biografie, il suo spirito direi socratico, consapevole dei suoi mezzi ma anche dei loro, e suoi, limiti. E questo, sempre secondo me, spiega abbondantemente il fatto che di lui non ci sia rimasta nessuna opera organica, ma solo componimenti occasionali e due lezioni sull’origine e natura della poesia, tenute quando era socio dell’accademia napoletana di Medinaceli , contenute in un manoscritto custodito nella Biblioteca nazionale di Spagna  (n. d’inventario 9222, v. II, leggibile e scaricabile in http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000096094&page=1), pubblicate in  Lezioni dell’Accademia di Palazzo del duca di Medinaceli, Istituto per gli Studi Filosofici, Napoli, 2005.

Caraconasio è anche, come s’è detto, per chi l’ha letta …) in nota 1, la seconda parte dello pseudonimo di Gaetano Lombardi (traduttore di Cartesio in Trattato dell’anima e del conoscimento de bruti animali, a spese di Gualtiero Fabricio, Colonia, 1676).  Significativo potrebbe essere il fatto che in Vincenzo Lancetti, Pseudonimia ovvero tavole alfabetiche de’ nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de’ veri, Luigi Di Giacomo Pirola, Milano, 1836 (https://books.google.it/books?id=UxVJAAAAcAAJ&pg=PA27&dq=caraconasio&hl=it&sa=X&ved=0CEgQ6AEwCGoVChMIpKC_k5DOyAIVB0oUCh3-iwtW#v=onepage&q=caraconasio&f=false) per il Lombardi compaia solo la prima parte (Emio) e lo stesso è in L’Arcadia del can. Gio. Mario Crescimbeni, Antonio De’ Rossi, Roma, 1708 (https://books.google.it/books?id=ez4dFjf-xsMC&pg=PA323&dq=gaETANO+LOMBARDI&hl=it&sa=X&ved=0CC4Q6AEwBDgUahUKEwjcz76lm87IAhUGuBoKHQwjCS0#v=onepage&q=messere&f=false), dove, peraltro, il nostro Gregorio non è citato; non è da escludere che il Lombardi abbia assunto Caraconasio proprio in omaggio al nostro. E Caraconasio ribadirebbe l’autoironia, di cui ho detto, del Messere, se in esso si nascondesse, deformata, la locuzione greca κάρα καὶ ὅνησις (leggi cara cai ònesis)=testa e utilità (endiadi per testa utile) contaminata con  κάρα καὶ ὄνος (leggi cara cai onos)=testa e asino (endiadi per testa asinina) e magari pure con  κάρα καὶ ὄναρ (leggi cara cai onar)=testa e sogno, endiadi per testa sognatrice). Probabilmente non sapremo mai la verità, per quanto riguarda la presunta autoironia insita in questa seconda parte dello pseudonimo, anche se a breve, come se non bastasse, c’imbatteremo in qualcosa che complica ulteriormente la questione, confermando, pur nel mutamento del dato oggettivo detta autoironia.

prischi latinismo per antichi.

Pane Pan, divinità della mitologia greca, dio delle montagne e della vita agreste.

lungi dietro a te veniva che procedeva a rilento sui tuoi passi; omaggio all’amico ma anche dichiarazione di modestia.

Sebeto fiume che bagnava l’antica Napoli. Da esso la sezione meridionale dei soci dell’Arcadia era detta colonia Sebezia. Su un altro illustre salentino socio della colonia Sebezia vedi Antonio Caraccio, l’arcade di Nardò, in Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, a cura di Marcello Gaballo, edizione fuori commercio pubblicata nelle edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, Tipografia Biesse, Nardò, 2015, pp. 41-66.

merto merito.

Timo colto in Attica Una corona funebre fatta non col timo salentino ma con quello della Grecia, seconda patria, per così dire del Messere. Sul timo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/23/il-timo-pianta-dalle-funzioni-sacrali-mediche-gastronomiche/.

Di seguito, ad integrazione delle immagini presenti nel post segnalato all’inizio, riproduco quella a corredo della citata biografia del Lombardi.

 

La complicazione di cui parlavo prima a proposito della probabile origine di Caraconasio  è procurata proprio dalla didascalia che accompagna l’immagine e dal fatto che la detta biografia in cui è inserita è da considerare un atto ufficiale in quanto reca in calce (p. 58 del testo citato) la dichiarazione di approvazione da parte dell’assemblea dell’Arcadia a firma di Arato Alalcomenio (pseudonimo arcade del leccese Domenico De Angelis).

C(OETUS) U(NIVERSI) C(ONSULTO)

ARGEO CHORAGONASIO EMIUS CHORAGONASIUS

PASTOR ARCAS PRAECEPTORI ET

DECESSORI B(ENE) M(ERITO) P(OSUIT)

OLYMPIAD(E) DCXXI AN(NO) III AB A(RCADIA) I(NSTAURATA)

OLYMPIAD(E)  V AN(NO) II

Per decisione dell’intera assemblea/ad Argeo Coragonasio Emio Coragonasio/pastore arcade al maestro e/predecessore benemerito pose/Olimpiade 621a del terzo anno dall’istituzione dell’Arcadia/Olimpiade sesta anno secondo.

Per quanto riguarda il riferimento alle olimpiadi rinvio a Antonio Caraccio, l’arcade di Nardò, op. cit., p. 58 n. 27. E veniamo allo pseudonimo che qui compare nella forma Choragonasius che si contrappone al Caraconasio presente nella biografia del Lombardi (1710) e nel testo del Lancetti (1836). Che Choragonasio sia la forma esatta invece di Caraconasius me lo fa pensare quanto si legge in Notizia del nuovo teatro degli Arcadi aperto in Roma l’anno MDCCXXVI, Antonio De’ Rossi, Roma, 1727 (https://archive.org/details/notiziadelnuovot00giov), dove, a p. 23, viene riportata tal quale la dedica della nostra immagine e apprendiamo che essa è una delle quaranta epigrafi fino a quella data apposte nella sede romana dell’Arcadia, la prima stabile, il cosiddetto Bosco Parrasio. Di seguito l’immagine tratta dal testo appena citato e quella dell’ingresso attuale tratta da http://boscoparrasio.blogspot.it/search/label/Bosco%20Parrasio.

A questo punto è da concludere che la forma latina corretta è Choragonàsius (cui corrisponderebbe in italiano Choragonàsio o, tutt’al più, Coragonàsio. E questo sarebbe composto dal greco χορός (leggi choròs=danza, danca corale, canto corale) + una forma aggettivale formata sulla radice del verbo ἀγωνίζομαι (leggi agonìzomai=gareggiare, per cui Coragonàsio significherebbe che gareggia nel canto. Anche qui, però, aleggia l’ombra di omofoni in funzione autoironica perché ad ἀγωνίζομαι si potrebbe contrapporre, in un gioco di parole aventi quasi lo stesso valore fonico ma esprimenti concetti opposti, ἀγονέω (leggi agonèo)=essere improduttivo.

Chiarito, almeno spero, perché Caraconasio è errato, non rimane che segnalare al lettore che se si cerca in rete coragonasio non si trova nemmeno una ricorrenza; al contrario, cercando caraconasio ne vengono fuori 60. Pur facendo la tara dei doppioni, ne resta comunque un bel numero, emblema di come l’errore inspiegabilmente prende il sopravvento. Ho detto emblema e questa parola ricorda l’Emblemata del titolo. Quanto a ragione lo dirò nella prossima puntata.

___________

1 Nella sua biografia scritta dall’arcade Emio Caraconasio (pseudonimo arcade di Gaetano Lombardi) inclusa ne Le vite degli Arcadi illustri , Roma, Antonio De Rossi, 1710, p. 56 si legge: … il suo cadavero fu seppellito nella picciola Chiesetta, e nell’avello stesso del famoso Giovanni Gioviano Pontano; siccome ardentemente  avea in vita desiderato. Fedel testimonianza rende di ciò un nostro onorato Cittadino, affermando, che essendo per alcun bisogno di fabbrica aperto l’avello del Pontano, ed avendo avuto entrambi vaghezza di scendervi; sedettesi Gregorio in una delle nicchie, che son d’intorno alle pareti per riporvi i corpi morti, e disse con una quasi involontaria allegrezza: – E chi sa, se questo è il luogo, che dee a me toccare? –.

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/25/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-708-di-torre-s-susanna-23/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/26/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-33/

Un commento a Gli Emblèmata di Gregorio Messere (1636-1708) di Torre S. Susanna (1/3)

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