L’Ultrarealismo, la nuova frontiera dall’arte: intervista a Rocco Normanno

 Intervista

di Gianluca Fedele

 

L’artista che incontriamo oggi è uno di quelli che si stagliano nell’Olimpo della pittura figurativa contemporanea. Non si resta indifferenti incrociando le opere di Rocco Normanno; rappresentazioni chiare dai messaggi inequivocabili che fotografano il nostro tempo utilizzando, con dovizia di particolari, i canoni pittorici del ‘600.

Ho conosciuto Normanno nel modo più semplice che ci possa essere oggi: Facebook. Un amico comune aveva condiviso il link riportante una notizia che lo riguardava e cioè che il dipinto “Testa di bue” gli fosse valso la vittoria del Premio Alferano di Castellabate (SA).

Appassionatomi immediatamente all’arte di questo giovane pittore salentino mi sono sentito autorizzato a mettermi in contatto con lui. Quando mi ha spiegato che vive e lavora in Toscana ho perduto le speranze di poterlo incontrare, almeno in tempi brevi, ma poi mi ha gentilmente rassicurato dicendo che ci saremmo potuti vedere nei primi di settembre, poiché sarebbe sceso in Puglia per alcune settimane di vacanza.

Lo raggiungo a Taurisano (LE) nell’abitazione della sua famiglia. È lì che si appoggia quando torna nella terra di origine. Ovviamente non ha nessun quadro con sé ma in casa trovo il ritratto di suo padre, realizzato in periodo accademico, dove già si esprimono la fedeltà della raffigurazione e lo studio minuzioso della luce.

Ceramiche - 2006 - cm 80 x 100, olio su tela -
Ceramiche – 2006 – cm 80 x 100, olio su tela

 

D.:

Intanto volevo ringraziarti per il tempo che stai dedicando a me e alla Fondazione Terra d’Otranto per la realizzazione di questa intervista, sottraendolo evidentemente al riposo della villeggiatura.

Classe 1974 e “amante delle atmosfere caravaggesche”, come si legge in un articolo che ti riguarda; raccontami la tua storia: com’è entrata a far parte della tua vita, l’arte?

 

R.:

L’arte, a dire il vero, è stata una presenza costante nella mia vita.

Sin da piccolo si manifestava come una sorta di spinta irrazionale. Non era per nulla peregrino il mio attaccamento alla luce del fuoco la sera, il piacere provocato dal barlume della fiamma di una candela nella stanza. Solo molto più avanti capii che quell’impulso interiore era destinato a diventare qualcosa di importante, di irrinunciabile.

I miei studi iniziali, infatti, furono ben diversi da quanto ci si aspetti conoscendomi oggi: qui a Lecce frequentai l’Istituto Professionale per il Commercio (ragioneria) e quando nel ‘93 mi iscrissi all’università scelsi di trasferirmi a Firenze per studiare lì Giurisprudenza.

Nel capoluogo toscano studiavo sì Legge ma, capirai, i miei occhi erano distratti da altro. Durante le ore libere dalle lezioni in facoltà e dallo studio, giravo per i musei, visitavo le mostre e più immergevo i sensi nella bellezza più in me cresceva l’insofferenza nei confronti dell’indirizzo universitario intrapreso; tutto questo fino a quando, un bel giorno, decisi drasticamente di interrompere gli studi.

A quel punto ero comprensibilmente confuso poiché il futuro mi appariva come mai incerto. Per mia grande fortuna all’epoca avevo da poco stretto amicizia con Gianfranco Bonelli, grafico e insegnante di Storia dell’Arte, al quale avevo mostrato alcuni disegni e che subito mi aveva suggerito di fare un test d’ammissione per entrare nell’Accademia di Belle Arti. Non gli nascosi lo scetticismo per la proposta che mi parve azzardata, se non altro perché non avevo le basi scolastiche giuste e credevo fosse, quella dell’arte, una realtà dalla quale sarei rimasto sempre tagliato fuori. Invece, grazie soprattutto alla preparazione che mi ha dato in soli quattro mesi, superai l’esame ed entrai in Accademia. Da quel momento mi si è aperto un mondo! Oggi sento di aver sprecato degli anni, di aver iniziato tardi a dipingere ma mi consolo con le storie di altri amici artisti che, come me, sono “inciampati” nell’arte solo dopo un percorso di studi – o addirittura professionale – che potremmo definire anomalo.

Come suol dirsi: meglio tardi che mai!

Compianto sul Cristo morto - 2004  -cm  325 x 220, tempera su tavola
Compianto sul Cristo morto – 2004 -cm 325 x 220, tempera su tavola

D.:

Quali sono gli artisti ai quali ti rifai nella personale ricerca stilistica?

 

R.:

A me emoziona tutta la pittura del ‘600, questo credo sia abbastanza evidente. Come base per il disegno ci metto dentro Leonardo e Raffaello, e ovviamente la cultura greca. Da qui parte una lista di grandi maestri che comprende Caravaggio, Guido Reni, Gherardo delle Notti, José de Ribera; un nucleo di artisti fondamentali, accomunati da una spasmodica ricerca della luce che talvolta, erroneamente, vediamo tutti indicati con l’appellativo di “caravaggeschi” pur non avendo, alcuni, avuto mai un contatto diretto con Michelangelo Merisi.

 

D.:

Il realismo delle tue opere è lampante; quanto conta per te aver raggiunto questo grado di perfezione figurativa?

 

R.:

Per me la tecnica è fondamentale. Rimango convinto che un bravo artista sia un ottimo artigiano con qualcosa da dire. L’opera finita è un prodotto che innanzitutto è stato costruito seguendo rigorosi criteri tecnici, tenendo conto dei giusti materiali, degli strumenti, delle varie fasi e tutto il resto. Secondo me è molto più complicato essere un artista senza avere una tecnica di base. Partendo da questo presupposto prendiamo ad esempio i cantanti di lirica, possono avere la voce ma se non hanno preparazione non entreranno mai nei grandi teatri; lo stesso vale per gli scrittori, possono avere un grande romanzo nella testa ma devono anche e soprattutto saperlo raccontare per sperare di appassionare i loro lettori. Ecco, credo che la regola appena espressa valga a maggior ragione nel mondo della pittura, dove la forma è più che mai fondamentale. È il raggiungimento di una determinata precisione della forma, quindi, a donare alla pittura – o alla scultura – quel valore indefinibile e alto.

Ricordo che in accademia c’era un professore il quale non amava particolarmente il mio stile e non perdeva occasione per spronarmi a “uscire” da quella rappresentazione che giudicava troppo classica. Io invece mi ripresentavo da lui sempre, convintamente coi miei lavori, pur nella consapevolezza che mi sarebbero potuti costare qualche voto in meno. Con la perseveranza ho avuto la mia piccola rivincita. Quello che penso è che gli artisti non dovrebbero mai violare il proprio istinto inseguendo le mode del momento, o le richieste che talvolta vengono da certi “salotti”, perché poi col tempo si finisce per firmare i lavori realizzati da altri. E non c’è nessun merito in questo.

Eva (Fiona May) - 2009 - 110 x 80cm, Olio su tela
Eva (Fiona May) – 2009 – 110 x 80cm, Olio su tela

 

D.:

Molte delle tue opere esprimono concetti di estrema attualità adoperando iconografia sacra e mitologia. Dove va rintracciata la relazione tra questi aspetti, modernità e mito, apparentemente incompatibili e distanti?

 

R.:

Va precisato che non vi è mai una spinta religiosa dietro la realizzazione delle mie opere. Non mi importa affatto se il fruitore dell’immagine che ho dipinto sia credente oppure agnostico, non mi pongo assolutamente il problema. Viceversa trovo affascinanti le storie che dalla Bibbia e dal Vangelo vengono riportate, lo stesso nei racconti della mitologia. Mi concentro su tutti quei fattori ai quali reagiscono gli impulsi umani e che, dopo tutto, non sono mutati in millenni di storia dell’uomo. Se ci facciamo caso le necessità e le pulsioni sono sempre le stesse: il bene e il male come l’amarsi e l’odiarsi restano aspetti assoggettati ai medesimi meccanismi. Da sempre.

Il riadattamento alla nostra contemporaneità viene da sé. Voglio dire che sarebbe anacronistico se mi mettessi a dipingere personaggi che non appartengono al tempo in cui vivo. Per ciò che concerne le tematiche, invece, io credo siano sempre valide, soprattutto quelle trattate nei testi sacri e mitologici.

 

Giuditta e Oloferne - 2006 - cm 110 x 140, olio su tela
Giuditta e Oloferne – 2006 – cm 110 x 140, olio su tela

D.:

Dopo decenni di pittura informale noto con piacere un ritorno al figurativo; c’è, secondo te, una connessione tra questa urgenza artistica e la società odierna?

 

R.:

Io credo che il mondo dell’arte sia assoggettato a un andamento ciclico, per certi versi ondulatorio. Oltretutto, se escludiamo le ultime tendenze più innovative (mi riferisco alle opere in digitale la cui realizzazione è inevitabilmente connessa all’impiego del computer) oramai in nome dell’arte è stato fatto di tutto e di più. Se partiamo osservando l’arte bizantina – che in qualche modo è astratta –, proseguendo nel tempo potremo constatare un graduale mutamento delle forme e delle fisionomie nella rappresentazione pittorica, che diverrà coi secoli sempre più fedele e conforme al reale. Dalla seconda metà dell’ottocento fino a oggi gli artisti hanno largamente sperimentato ogni forma astratta fino all’informale. Oggi, proprio per l’andamento ciclico di cui parlavo, c’è un interessante ritorno verso l’arte figurativa.

Mi torna in mente il concetto fisico secondo il quale «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

 

D.:

Ci sono i colleghi contemporanei ai quali ti senti artisticamente vicino?

 

R.:

Sono certamente in buona compagnia e i nomi che mi vengono in mente sono diversi: dal tarantino Roberto Ferri a Gianluca Corona di Milano, l’arte figurativa va prendendo piede sempre più. Di recente ho anche fatto la conoscenza di un giovane pittore napoletano con un nome strepitoso: Michelangelo Della Morte.

È un bel movimento quello che sta germinando e lo percepisco come l’entusiasmante ritorno alla figurazione classica.

 

D.:

Possiamo dare un nome a questo fermento culturale, che ha tutta l’aria di essere una vera e propria corrente artistica?

 

R.:

L’amico Francesco Libè, tempo fa, per connotare questo fenomeno quale conseguente e fisiologica successione del Realismo prima e del Neorealismo poi, mi parlava di “Ultrarealismo”. Che non va però confuso con l’Iperrealismo, differente nella tecnica e soprattutto nei presupposti.

 Montaggio Tela

D.:

Quando sei partito per la prima volta cosa ti sei portato con te dal Salento?

 

R.:

Il sangue, me stesso, la cultura, le tradizioni e i valori! Ma soprattutto la luce.

La luce dei miei quadri, in realtà, è la luce di qui. Se ti fermi a osservare il chiarore che si genera in certe ore non puoi sbagliare: quella è la luce del Caravaggio.

Tornando alla domanda, la semplicità di alcune composizioni che a me piacciono molto viene dalla essenzialità di certi nostri oggetti di uso quotidiano, come ad esempio la “pignata” (contenitore per cucinare i legumi al fuoco) o “lu mmile” (orciolo in terracotta per mantenere fresca l’acqua), protagonisti tra l’altro delle mie prime raffigurazioni di natura morta. Tutti questi elementi e molto altro sono parte integrante della mia formazione e quindi della mia essenza.

 

D.:

Hai in programma di tornare? Se si, con quali aspettative?

 

R.:

In effetti sto attraversando un momento nel quale mi piacerebbe molto tornare a dipingere nel Salento, ma senza alcuna aspettativa utilitaristica se non quella di cercare modelli per i miei dipinti. Sono interessato a dipingere certe anatomie particolari che ritrovo solo qui. E vorrei farlo prima che l’omologazione estingua queste figure arcaiche, già rare.

Ho anche in mente di approfondire la figurazione di genere, scene prese da quel quotidiano che va velocemente scomparendo. A questo proposito ho già iniziato un progetto che vede come protagoniste due donne anziane – tra le quali mia madre – che tessono al telaio come si faceva un tempo, quando si usava realizzare il corredo per le figlie.

Infine ho bisogno di rivivere il Sud con leggerezza, senza quell’angoscia adolescenziale che ti fa star male e ti spinge ad andare via.

 

Ritratti dei modelli  per Fuga dall'Egitto
Ritratti dei modelli per Fuga dall’Egitto

D.:

Tornando nel Salento e pensando a una mostra personale dove ti piacerebbe esporre?

 

R.:

Da Lecce in giù, praticamente ovunque.

D.:

Hai qualche galleria che ti segue?

 

R.:

Attualmente non vi è alcuna galleria a curare la mia immagine e le mie opere. Aggiungerò che la sola persona che in questo senso devo ringraziare è Vittorio Sgarbi che mi ha aiutato disinteressatamente offrendomi delle occasioni professionali di buon livello.

Tutto il resto è frutto di costanza, perseveranza e tanto lavoro.

 

D.:

Ci sono altre persone che hanno contribuito al tuo successo?

 

R.:

L’elenco sarebbe veramente troppo lungo, partendo dai tanti amici e sostenitori tra cui un restauratore a cui devo molto, e infine i modelli che tante volte si sono prestati pazientemente per le ore di posa. Infine i collezionisti che acquistando un mio quadro mi hanno permesso di continuare a dipingere.

 

Studio per un Cireneo - 2006 - cm 50 x 70,  carboncino e biacca su carta azzurra
Studio per un Cireneo – 2006 – cm 50 x 70, carboncino e biacca su carta azzurra

D.:

Ho una domanda proprio a proposito dei modelli; so, infatti, che hai il vezzo di scegliere individui non solo esteticamente adeguati ai personaggi da raffigurare ma persino con una storia personale simile ai soggetti che incarnano. È esatto?

 

R.:

Si, ci sono state diverse occasioni nelle quali ho voluto fortemente che tra modelli e personaggi vi fosse un qualche legame che mi evocasse delle connessioni. Nella rappresentazione di “Salomè”, ad esempio, la principessa giudaica e il profeta martirizzato altri non sono che due coniugi divorziati ma rimasti in buoni rapporti. Nella scena attualizzata (o forse solo nel mio immaginario) ci sarà quindi una moglie con la testa mozzata dell’ex marito come una sorta di trofeo.

Ancora, nel dipinto “Abele e Caino” i due modelli scelti per l’occasione sono realmente due fratelli, e la storia dell’uomo che interpreta Abele si può dire essere stata più agiata rispetto al vissuto del fratello che interpreta Caino. Una affinità che naturalmente, almeno qui, non si conclude con l’omicidio, per fortuna.

 

D.:

I modelli che scegli si prestano volentieri oppure hai bisogno di persuaderli in qualche modo?

 

R.:

Sino a oggi non mi è capitato di dover convincere nessuno a posare per me. Tutti i modelli coi quali ho condiviso questa esperienza lo hanno fatto in maniera convinta, anche perché si sono sentiti rispettati già attraverso la presa visione delle immagini fotografiche che precedono l’inizio di ogni lavoro. Persino Fiona May, che ha posato mentre era al quarto mese di gravidanza, lo ha fatto con grande spontaneità e disponibilità, interpretando a meraviglia la mia “Eva” di colore. Una scelta audace, quella dell’atleta, di sposare innanzitutto il mio progetto contro il razzismo, impersonando la prima donna biblica che, col suo colore della pelle, contravviene all’immaginario collettivo.

Secondo l’antropologia, infatti, la razza umana ha origini africane.

 

D.:

Quando deciderai di stabilirti nuovamente qui al Sud ci saranno delle espressioni altisonanti con le quali dovrai convivere: profughi, emergenza, clandestini, accoglienza, ecc.. Come credi di affrontare emotivamente questa realtà?

 

R.:

Di recente in Toscana ho incontrato un funzionario consolare italiano in servizio Cambogia sposato con una donna Keniota che ha conosciuto in un viaggio di lavoro. Mi è piaciuta molto la loro storia e presto realizzerò una “Fuga dall’Egitto” per la quale ho fatto posare proprio questi due amici, nei panni di Giuseppe e Maria.

E questo è uno dei modi col quale intendo affrontare una tematica così drammatica e complessa. Non sarebbe da me ritrarre corpi umani arenati sulla spiaggia o altre scene così crude prese dall’attualità. Infatti preferisco realizzare le mie opere attraverso una sorta di ricostruzione teatrale in modo da filtrare la tragedia affinché l’impatto drammatico-emotivo non attenui la presa di coscienza.

 

Studio per una Crocifissione - 2015 - cm 300 x 210, carboncino e biacca su mdf
Studio per una Crocifissione – 2015 – cm 300 x 210, carboncino e biacca su mdf

D.:

In un’epoca presa in ostaggio dai reality televisivi e dominata dalla mediocrità, quali spazi occupa l’arte e che obiettivi si prefigge?

 

R.:

L’arte si deve imporre obiettivi ambiziosi e deve tornare a essere alla portata di tutti, sia dal punto di vista concettuale e sia da quello logistico, riappropriandosi di tutti quei luoghi utili alla fruibilità collettiva.

Infatti l’arte oggi deve riconquistare una “dimensione democratica”, tornando a far parte integrante della cultura di un popolo, suscitando emozioni che inducano alla riflessione e alla comprensione del proprio tempo e della propria storia, senza il bisogno di dover essere un critico d’arte o uno storico per apprezzarla.

 

D.:

In conclusione di questa piacevolissima chiacchierata ti chiedo dov’è che ambisce Rocco Normanno a vedere esposti i suoi dipinti?

 

R.:

In una chiesa!  Come in un qualsiasi altro luogo pubblico.

 

Testa di bue - 2015 - cm 100 x 115, olio su tavola
Testa di bue – 2015 – cm 100 x 115, olio su tavola

Un commento a L’Ultrarealismo, la nuova frontiera dall’arte: intervista a Rocco Normanno

  1. noi- nell’idioma nostro, consideriamo ” fraume “tanta parte di cose che ci circondano ( attribuendole a arte e a poesia ) e mai come oggi – ma le cose buone ci sono : come negli indubitabili segni di Rocco Normanno nell’inseguire quella visione dell’arte eterna al rompicapo e alle implicanze storico letterarie per chiunque si cimenti seriamente-chiarendone il discorso – come intelligentemente fa e a fatto Sgarbi anche oggi in questo momento in televisione in un commento all’immagine e ai significati. cordialità sempre e ringraziamenti a tutti Voi -peppino

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