La rete, i social e il tempo perso dietro gli idioti

da ilfattovesuviano.it
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di Leonardo Gatto

 

Le parole di Umberto Eco su rete e idiozia hanno aperto un’interessante discussione sui media alla quale per ultima si è aggiunta la lettura sociale di Stefano Rodotà. Il giurista ha aggiunto importanti spunti di riflessione che mettono in evidenza un aspetto considerato secondario dai più, che si rivela fondamentale per la comprensione di fenomeni quali la connessione planetaria, vera misura di quella che comunemente chiamiamo globalizzazione.

La riflessione di Rodotà fa emergere una contraddizione di fondo,  pensare alla rete come ad un qualsiasi strumento (media) atto a comunicare. A differenza di tutti gli altri strumenti tecnici, più o meno complessi, che quotidianamente utilizziamo per comunicare e scambiare informazioni, la rete non deve essere confusa col mezzo attraverso il quale si comunica, ma è l’ambiente mediale nel quale si riproducono digitalmente tutti gli strumenti che hanno fatto la storia della comunicazione, e dunque dell’umanità. Le discussioni informali al bar,  la parola stampata su carta, il paesaggio dipinto su tela, la musica prodotta manualmente ed incisa sul disco in vinile, il film che scorre sulla nostra televisione o al cinema in passato non avevano alcun supporto fisico o tecnologico in comune. Per crearli e riprodurli venivano infatti utilizzati strumenti e tecnologie tra loro incompatibili. I supporti materiali della comunicazione erano differenti e identificavano mondi sensoriali, universi percettivi e modalità di fruizione, ricezione e consumo separate. Tutti gli attori impegnati nella comunicazione, a qualsiasi livello, operavano con codici diversi, difficilmente integrabili gli uni agli altri e che in molti casi presupponevano un elevata professionalità e conoscenza degli strumenti e delle tecniche di produzione del messaggio.

L’arrivo sulla scena dei media digitali, creando un’unica codifica per tutte le produzioni culturali, ha definitivamente inglobato in sè i diversi codici e  dato vita ad un unico ambiente cognitivo a dimensioni multiple nel quale il fruitore non è più il passivo lettore del libro, piuttosto che l’attento uditore di un’opera lirica, ma un nuovo soggetto che, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, accedendo con la sua identità virtuale in questo mondo informativo che è la rete, ha la possibilità di fruire di tutti i contenuti che semplicemente gli interessano, modificandone il contenuto o adattandolo alle proprie esigenze personali.

Questo aspetto partecipativo muta sostanzialmente l’atto comunicativo in sè, come qualcosa che si esprime insieme in forma sonora, verbale, iconica. Un nuovo modo  di mixare informazioni in un’unica opera digitale diffusa tra i nodi della rete, un ambiente mediale che permette di accumulare e trasmettere saperi come mai prima nella storia dell’umanità e che coinvolge l’individuo nella quasi totalità delle percezioni sensoriali. La modalità ipertesto (o ipermedia) è infatti un corpo unico che include suoni, parole, immagini statiche e in movimento, permettendo una risposta immediata agli stimoli ricevuti.

La nuova convergenza digitale muta e aumenta le possibilità creative, operative e divulgative degli attori comunicativi che non si identificano più unicamente nell’èlite di produttori di contenuti che nell’epoca della carta stampata e delle produzioni culturali altamente specializzate potevano accedere al mondo degli autori, in quanto proprio la produzione di contenuti in formato digitale non presuppone quell’alta specializzazione richiesta dai codici di produzione materiale. Ciò non vuol dire che tutto sia degno di nota o che tutte le produzioni si possano definire “artistiche”. In rete il metro di valutazione è quel feedback che solo se positivo eleva la produzione allo stato di opera rappresentativa di senso condiviso.

Oggi proliferano musicisti che non sanno suonare, dj che non sanno girare i dischi e opere d’arte generate digitalmente e stampate in 3D. Per non parlare dei libri di Fabio Volo. Il progresso tecnologico ha portato nelle mani di ognuno di noi gli strumenti del comunicare e del creare contenuti, il tutto connettendoci in tempo reale attraverso una rete grande quanto il pianeta. Il senso di quel Villaggio Globale, che a partire dalla fine degli anni Sessanta ha caratterizzato la discussione sulle ripercussioni sociali dei media, trova perfetta sintesi nell’esperienza comunitaria riprodotta nel mondo della rete. Il senso di appartenenza oggi non si identifica più esclusivamente con la presenza fisica in un dato luogo, ma è il frutto delle esperienze cognitive che ognuno sceglie di avere anche e soprattutto connettendosi al sistema rete. Per questo capita sempre più spesso di sentirsi coinvolti emotivamente da esperienze  lontane da noi fisicamente, ma che giudichiamo inevitabilmente condivisibili. Sappiamo bene che la terra è grande esattamente quanto lo era 200 anni fa, ma la nuova proporzione sociale introdotta dalla rete ci rende partecipi di comunità che percepiamo vicine come un tempo succedeva abitando un villaggio.

La rete dunque non è un semplice medium che veicola informazioni, ma quello che è stato definito “un ponte da abitare”, ossia una connessione tra luoghi culturali che diventa essa stessa “luogo”. Il modo in cui le informazioni vengono prodotte, scambiate e accumulate da nuova forma alla società che trova il suo doppio virtuale in rete, nasce in rete e si incontra in questo che qualcuno ha definito il moderno mediterraneo. Il fatto stesso che si tratti di un doppio virtuale del mondo reale deve farci riflettere sulle ripercussioni che questo nuovo ambiente provoca  sul suo originale reale, quello che comunemente abitiamo con la nostra vera identità, e che ogni giorno di più riflette i cambiamenti imposti dalle nuove proporzioni sociali derivanti dall’incredibile combinato tecnico-biologico di natura virtuale.

In questo nuovo universo cognitivo il fenomeno dei social network è entrato di prepotenza, con algoritmi che ne fanno una vetrina virtuale pensata per esasperare il desiderio intimo di apparire, negando contemporaneamente ad ognuno la possibilità di essere. Questo in virtù del fatto che i contenuti sui social vivono della condivisione istantanea di significanti più che di significati, lasciando poco o nessuno spazio spazio alla riflessione e all’interiorizzazione del contenuto. Come tutti gli ambienti aperti al pubblico l’accesso non viene negato a nessuno, compresi quelli che del mezzo fanno un uso poco rispettoso dell’identità altrui. L’idiota sui social rispecchia perfettamente l’idiota del bar, ne è perfetto duplicato con la sola differenza che la rete lascia inevitabilmente traccia della propria mediocrità, che sommandosi alla massa di suoi simili di giorno in giorno da la cifra dell’evoluzione dell’uomo. Ma questo con la rete centra poco.

Assodato che le comunità virtuali hanno le loro regole e determinano le leggi con le quali si viene riconosciuti facenti parte della comunità stessa, parlare di idioti che hanno il diritto di parola in comunità delle quali non si ritiene di far parte lascia il tempo che trova, specie se si ha facoltà di evitare determinate frequentazioni scegliendo di volta in volta l’ambiente mediale col quale confrontarsi piuttosto che i contenuti che si preferisce fruire. Siamo noi che scegliamo quale ambiente mediale frequentare, possiamo scegliere se ricercare il like a tutti i costi condividendo gli istinti del momento o approfondire un argomento o una personale propensione in comunità di discussione meno frequentate dei social che vanno tanto di moda oggi. Passare del tempo in rete vuol dire scegliere di leggere se e-book, approfondire su wikipedia o perdere tempo dietro l’idiozia disordinata che impera su facebook.  C’è infatti un aspetto della vita di ognuno di noi che resta immutato nonostante la rete, la capacità di scegliere a chi e a cosa dare importanza o evitare. Al bar come nel più innovativo dei social network.

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Un commento a La rete, i social e il tempo perso dietro gli idioti

  1. La conclusione è sempre quella: qualsiasi nuovo strumento è paragonabile ad uno vecchio, per esempio, ad un coltello; esso può servire per tagliare la corda con cui uno stava tentando di impiccarsi, per difendersi dall’attacco di uno squalo, per tagliare una fetta da un pezzo di pane particolarmente duro, ma anche per minacciare, per legittima difesa o non, qualcuno o, addirittura, ammazzarlo.

    La rete di innovativo presenta, come s’è detto, la visibilità immediata, che funge da catalizzatore perché ognuno di noi esibisca il meglio o il peggio di sé. Sta al senso critico individuale discernere l’oro dalla melma e, sotto questo punto di vista, la vedo molto dura perché l’istituzione deputata a coltivare quel senso, la scuola, ha, e da tempo, abdicato al suo ruolo, non certo per colpa degli insegnanti …

    Poi c’è chi denunzia i presunti misfatti della rete per evidente incapacità di usarla sia pure brutalmente, figuriamoci con spirito critico …

    Per esempio, di recente mi è capitato di imbattermi in una recensione (?) ad un saggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista di questa fondazione, al quale ho collaborato anch’io. Nella recensione, a firma di Nicetta Maggi, apparsa sul n. XXV, 2 (maggio 2015) de Il bardo, fogli di culture, dopo una riflessione, secondo l’autrice integrativa, tanto ovvia e banale che non vale nemmeno la pena citarla (ma che, secondo lei, costituisce l’humus principale), si legge l’orgogliosa affermazione: “Questa è storia, storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet” e, alla fine, dopo non aver speso nemmeno una parola per l’humus latino e greco, ben più importante del suo, da me messo in risalto, con piglio da maestrina: “E quindi, ogni tanto, bisogna studiare lontano dalla comoda, prigra e sviante postazione del proprio computer”, come se il saggio in questione fosse il frutto di un copia-incolla (resto sempre in attesa che qualcuno ne fornisca, per questo o per altri lavori, le prove …).

    Se attribuisco il mancato riferimento alla cultura classica ad ignoranza della stessa e del latino e del greco, sorvolando su “prigra” che sarà sicuramente errore di stampa, debbo attribuire “belleffatta” ad ignoranza della lingua italiana.

    E, se la pigrizia impedisce di prendere in mano un qualsiasi vocabolario, anche il più scalcinato correttore automatico installato sul più scalcinato dei pc le avrebbe consentito di non fare, al di là dei contenuti della recensione, questo figurone. Per non dire che sarebbe stato sufficiente un rapido controllo, da una postazione comoda e pigra, ma tutt’altro che sviante …, sulla tanto vituperata rete.

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