Le origini antiche di una poesia popolare gallipolina

di Armando Polito

Lo spunto per questa ricerca mi è stato dato da un post apparso qualche giorno fa (https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/12/la-sua-falce-non-risparmia-proprio-nessuno/), in cui l’autrice riproduceva il testo della poesia riportata da Ettore Vernole nel suo La morte nelle tradizioni popolari salentine, piccolo saggio apparso  in Rinascenza salentina, anno V (1937) n. 1, pp. 65-75 (http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS37_tradizioni_popolari_salentine.pdf). Non sarei sincero se dicessi che, dato il mio interesse per l’etimologia, la parola scardallàsciu che vi compare è stato l’elemento unico e determinante che mi ha spinto a scrivere queste righe; quello iniziale, però, sì. Così mi son ritrovato, dopo la lettura integrale al link appena segnalato del lavoro del Vernole, a pormi altre domande, perché soprattutto alla mensa della conoscenza la fame è sempre in agguato e l’appetito vien mangiando, anche quando, a differenza, forse, della mensa normale, il cibo è indigesto. ..

Comincio, però, proprio da scardallàsciu riproducendolo nel suo contesto. Come, infatti, in archeologia per interpretare un reperto è indispensabile lo studio dell’ambiente circostante in cui è stato trovato, in filologia è altrettanto importante in fase preliminare comprendere anzitutto  il significato, particolare o generico, della voce oggetto di studio.

………….

Addai nc’era na Rigina ‘ncurunata

tra musiche, trionfi e scardallasciu

………….

Risulta evidente che scardallàsciu, strettamente unito com’è a musiche e trionfi, esprime una situazione di allegra celebrazione. Sul piano semantico, dunque, nessun dubbio. E nessun dubbio mostra di avere il Vernole anche su quello etimologico quando nel presentare la poesia scrive a p. 71 parola strambottesca “Scardallàsciu” (la quale allude allo “scardare” delle dita sulle corde della chitarra, ed allo “sciare” dei piedi nella danza, per cui vuol significare musiche e balli).

Mi ha meravigliato come un ricercatore della levatura del Vernole (basta dare una rapida scorsa alla sua bibliografia, senza tener conto degli innumerevoli scritti apparsi in varie riviste1) non solo non abbia usato avverbi come probabilmente o forse, ma abbia utilizzato anche l’aggettivo strambottesca. Tale parola è equivoca, cioè può assumere più di un significato: tipica dello strambotto (poesia popolare di contenuto per lo più amoroso), oppure, collegandosi all’antico significato di strafalcione che strambotto poteva avere, può significare nata da deformazione dovuta all’ignoranza del popolo.

Ora nella poesia in questione non è l’amore, come vedremo, l’elemento dominante e, secondo il Vernole scardallàsciu non sarebbe neppure una deformazione di parola già esistente ma formazione, sia pur popolare, di una parola composta. E per le due presunte componenti vengono formulate due proposte certamente suggestive ma che mi convincono poco per il collante che le lega (lla) e perché il musiche della definizione (musiche e balli) sarebbe una ripetizione di quello iniziale del verso. Io credo che musiche, trionfi e scadallàsciu rappresentino, invece, un climax, cioè una serie di concetti posti in ordine crescente d’intensità, in cui trionfi ha il significato pagano di canto bacchico ma si collega in qualche modo a quello di carro allegorico rappresentante divinità o personificazioni di virtù, in uso nel carnevale fiorentino specialmente nei secoli XV  e XVI. E scardallàsciu? Potrebbe essere, sottolineo potrebbe, deformazione di carnasciale o carnesciale, voce obsoleta dal latino carnem laxare=togliere la carne, sostituita, come si sa, da carnevale (da carnem levare).

Comunque stiano le cose con scardallàsciu2, debbo dire, però, che la maggior meraviglia mi ha destato il fatto che ad uno studioso del folclore quale è stato l’illustre gallipolino sia sfuggito un nesso che avrebbe dovuto trovare, secondo me, individuazione più puntuale che non nelle affermazioni che si leggono nelle pp. 73-74, sulla cui genericità lascio al lettore giudicare.

Per sintetizzare al massimo: io vedo nella poesia il ricordo preciso della cosiddetta danza macabra, tema moraleggiante caro al tardo medioevo e che trova la sua rappresentazione iconografica in una danza che vede protagonisti uomini appartenenti alle varie categorie sociali ed altrettanti scheletri rappresentanti la morte livellatrice. Lo stesso tema, insomma, cantato sublimemente dall’immenso Totò in ‘A livella; per chi non la conoscesse e per i più giovani ne segnalo la lettura, insuperabile, fatta dallo stesso autore, in https://www.youtube.com/watch?v=AZ8mrzSKzQs).

Negli esempi pittorici, essendo maggiore lo spazio a disposizione,  vi è una pluralità di personaggi e di scheletri. Nell’immagine che segue un frammento (l’opera all’origine era lunga trenta metri circa) del pittore tedesco  Bernt Notke (1435 circa- 1509) presente nella basilica di S. Nicolò a Tallin (Estonia). Una visione più dettagliata è possibile al link http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Bernt_Notke_Danse_Macabre.jpg

Per i più pigri:

 

La pubblicizzazione dell’intento moraleggiante raggiungeva il massimo nelle opere pittoriche che, collocate nelle chiese, erano visibili da tutti; ma esso trovò espressione, come ho accennato, anche nella scrittura, pur partendo sfavorito dalla visibilità privata di questo supporto e, soprattutto,  dalla modestissima circolazione delle prime opere a stampa. Probabilmente, però, la ridotta superficie a disposizione, obbligando a rappresentare su ogni facciata  solo una coppia uomo/Morte, favoriva da un lato una maggiore riflessione sul destino del singolo (tanto più di quello che si vedeva in qualche modo rappresentato), dall’altro lì per lì precludeva quella sul destino comune, o, quanto meno, la rinviava a lettura conclusa.

Le due immagini che seguono, che non ho scelto a caso perché riguardano i due protagonisti della poesia (rispettivamente  la Morte/il Papa e la Morte/la Regina), sono tratte da un codice miniato del XV secolo custodito (manoscritti francesi n. 995) nella Biblioteca Nazionale di Francia, integralmente leggibile all’indirizzo  http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9059983v/f3.image.r=LA%20DANSE%20DES%20MORTS.langEN.

La fortuna di questo tema continuò nelle opere a  stampa e la struttura della pagina è conforme a quella della rappresentazione pittorica già vista. Le tre immagini che seguono sono tratte da un incunabolo di anonimo pubblicato da Guy Marchand a Parigi nel 1486, custodito nella stessa biblioteca e integralmente leggibile all’indirizzo http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b2200008n.r=dance+macabre.langEN.

La prima contiene un riferimento al contesto ambientale della nostra poesia, cioè danza, canto e ballo (ma qui gli orchestrali sono degli scheletri).

La seconda presenta le coppie Morte/Papa e Morte/Imperatore.

Nella terza vediamo le coppie Morte/Cardinale e Morte/Re.

Il Re sarà sostituito dalla Regina (la par condicio non è un’invenzione di oggi …) in una pubblicazione, sempre di autore anonimo, dello stesso Marchand del 1491 (anch’essa integralmente leggibile in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b2200006t.r=dance+macabre.langEN) nella tavola che rappresenta, la coppia Morte/Regina insieme con quella Morte/Duchessa.

In questa pubblicazione sono assenti pure le coppie Morte/Papa, Morte/Imperatore e Morte/Cardinale e, comparendo personaggi minori e in prevalenza femminili, si ha il sospetto che la par condicio di prima sia andata a farsi fottere …

La fortuna di questo tema continuò nel secolo successivo e anche lo scopiazzamento, a parte trascurabili dettagli, come mostra l’edizione uscita a Parigi nel 1531 per i tipi di Troyes Nicolas Le Rouge (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b2200042p/f97.planchecontact.r=dance%20macabre%201531.langEN), da cui riproduco la tavola che segue.

Seppur con frequenza minore il tema continuò ad essere trattato anche nei secoli successivi. Le tavole che seguono (rispettivamente: Morte/Papa e Morte/Regina), tratte da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/?refphot=CISA0383, sono incisioni di Jacques Antony Chovin (1720-1776).

 

Se nella pittura e nella letteratura le coppie, pur con i limiti rappresentativi imposti, come s’è detto, dal supporto, sono plurime, nella nostra poesia popolare compare prima la coppia Morte/Papa e subito dopo quella Morte/Regina, con la stessa connotazione cristiana ma con un qualcosa in più che non esiterei a definire di natura politica. La Morte che fa fuori i due sommi poteri (almeno allora …), quello religioso e quello politico, quello spirituale (anche allora non sempre …) e quello materiale è un’immagine, non so quanto inconsciamente, di rivincita per chi in un modo o nell’altro a quei poteri è stato soggetto, magari con esiti non propriamente felici …

La danza macabra medioevale, tuttavia, costituisce il punto di arrivo di un lungo processo. Per ora affronto il punto di arrivo che è nello stesso tempo un dato etimologico e storico. Nel Glossarium mediae et infimae Latinitatis del Du Cange (riporto il dettaglio in formato immagine tratto dall’edizione per i tipi di Favre uscita a Niort nel 1883; la traduzione a fronte e le note in calce sono mie) si legge:

Se il manoscritto di Besançon ci dà notizia che il murale del Cimitero degli Innocenti venne realizzato nel 1424 significa solo che questa è la rappresentazione pittorica più antica che conosciamo della danza, la cui “istituzione” avvenne probabilmente in epoca precedente.

Me lo fanno supporre alcuni indizi che qui riassumo andando a ritroso nel tempo.

Guglielmo Durando (fine del XIII secolo): In quibusdam quoque locis hac die, in aliis in Natali, prelati cum suis clericis ludunt, vel in claustris, vel in domibus episcopalibus, ita ut etiam descendant ad ludum pilae, vel atiam ad choreas et cantus, quod vocatur libertas dicembrica, quia antiquitus consuetudo fuit apud Gentiles quod hoc mense servi, pastores et ancillae quadam libertate fruerentur, et cum dominis suis dominarentur, et cum eis facerent festa et convivia, post collectas messes; laudabilius tamen est a talibus abstinere.3 (Pure in certi luoghi in questo giorno [Pasqua], in altri a Natale i prelati con i loro chierici scherzano o nei conventi o nelle dimore vescovili, tanto da abbassarsi anche al gioco della palla o anche a danze e a canti, il che è chiamato libertà di dicembre, poiché anticamente fu consuetudine presso i pagani che in questo mese i servi, i pastori e le ancelle godessero di una certa libertà e comandassero insieme coni loro padroni e con loro facessero feste e banchetti, dopo il raccolto delle messi; tuttavia è più lodevole astenersi da tali comportamenti).

Un decreto emesso dal concilio romano sotto il papa Eugenio II (824-827) dà la seguente disposizione … sacerdotes admoneant viros et mulieres, qui festis diebus ad acclesiam occurrunt, ne ballando et turpia verba decantando choros teneant, ac ducant, similitudinem Paganorum peragendo4 (… i sacerdoti ammoniscano uomini e donne che nei giorni di festa accorrono in chiesa, a non partecipare a cori e condurli ballando e cantando turpi parole ad imitazione dei Pagani).

In un sermone attribuito a Sant’Agostino (354-430): Isti enim infelices et miseri homines, qui lalationes et saltationes ante ipsas basilicas sanctorum exercere nec metuunt nec erubescunt, etsi christiani ad ecclesiam venerint, pagani de ecclesia revertuntur; quia ista consuetudo balandi de Paganorum observatione remansit5 (Infatti questi infelici e miseri uomini che non temono né si vergognano di abbandonarsi alle cantilene e ai balli davanti alle stesse basiliche dei santi, sebbene siano venuti in chiesa come cristiani, dalla chiesa se ne tornano come pagani; poiché questa consuetudine di ballare è rimasta dall’osservazione dei pagani).

Basta ed avanza per considerare la danza macabra come la discendente cristiana di quella pagana, nella quale, però, ogni debolezza umana (anche il diritto alla gioia …) vive all’ombra incombente della Morte. E così la poesia gallipolina non è altro che la versione popolare di questo genere letterario che fu particolarmente in voga, come abbiamo visto,  nei secoli XV e XVI; e la parte dialogata ricalca il commento testuale corredante il codice miniato e le opere a stampa prima presentati.

Le fa degna  compagnia un canto popolare di Maglie registrato da Saverio La Sorsa in Tradizioni popolari pugliesi, v. II, Casini, Bari-Roma, 19346, sempre in forma dialogata, con la Morte (M.) interlocutrice fissa, mentre il secondo interlocutore è un cavaliere (C.) nella prima parte e una vecchierella (V.) nella seconda. Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di aggiungere di mio a fronte la traduzione e in calce qualche nota.

Mi piace ancora ricordare che il tentativo di corrompere la Morte operato nel componimento gallipolino dal Papa [Lu Papa me ‘mprumise grandi cose/lu lassu n’addu picca a quistu mundu (Il Papa mi promise grandi cose purché lo lasciassi un altro poco a questo mondo)] e dalla Regina del Portogallo7 [Sùbitu me tirau na seggia ‘ndurata:/ –Sèttate, cuntamu, lu tiempu passa …/Tegnu na quantitate de danaru/ci gnòrima8l’ha ‘cquistatu cu’ suduri:/o Morte te lu ‘oju regalare/cu te faci camise e muccaturi9! (Subito mi accostò una sedia dorata: /- Siediti, parliamo , il tempo passa …/Ho una quantità di denaro/che mio padre ha messo da parte coi sudori:/o Morte, te lo voglio regalare perché ti compri camicie e fazzoletti!)] e in quello magliese dal cavaliere (ca jeu mille ducati te darìa) è, in un certo senso, un topos perché ricorre in un’altra poesia popolare registrata per Lecce e Cavallino da Antonio Casetti, Canti popolari delle provincie meridionali, v. II, p. 260 (fa parte del volume III di Canti e racconti del popolo italiano, a cura di Domenico Comparetti e Alessandro D’Ancona, Loscher, Roma- Torino-Firenze, 1872). Anche qui ho pensato bene di aggiungere per i non salentini  la mia traduzione a fronte. Originalissima mi è parsa, inoltre, in questa poesia, rispetto al canto gallipolino, l’inversione dei ruoli: il vivo (e non si tratta certamente di un potente ma di una giovane popolana) che, disperato per le condizioni di salute della persona amata, va a cercare la Morte per farla fuori!10

a Da notare nell’originale stile, forma obsoleta per stilo.

b Nell’originale carusieddhu, diminutivo di carusu, per il cui etimo vedi la nota 29 in https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/28/lunes-dla-marenda-e-pascaredda-torino-chiama-nardo-risponde/

c Scenca è, come l’italiano giovenca, dal latino juvenca(m) ma con sincope di –v– e normale esito in sc– di j seguito da vocale; trafila juvenca(m)>juenca>sciuenca>scienca>scenca, come, con sincope di –g-, in jugu(m)>juum>sciùu (=giogo).

d Natale, Carnevale, Pasqua: Natale e Pasqua le abbiamo già incontrate; il Carnevale è del tutto irrilevante quale indizio confirmatorio dell’etimo che ho proposto per scardallàsciu?

Chiudo con il dettaglio dell’affresco di un anonimo del 1485 visibile sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini, a Clusone, in provincia di Bergamo (di seguito nell’immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/24/Triumph_death_clusone.jpg).

La corona che la Morte esibisce in testa, il sarcofago ai suoi piedi con i cadaveri di un papa e di un imperatore,  le armi, un arco e un archibugio, con cui i suoi assistenti colpiscono a destra e a manca potenti e meno che inutilmente offrono tesori, il Gionto la morte piena de equaleza sole voy ve volio e non vostra richeza e digna sonto di portar corona p(er) che signorezi ognia p(er)sona (Io sono la Morte piena di uguaglianza; solamente voi voglio e non la vostra ricchezza e soni degna di portare la corona per signoreggiare ogni persona), due coppie di endecasillabi a rima baciata, che campeggia nel cartiglio che la Morte sventola vittoriosamente con la mano sinistra, sintetizzano, in un modo che non riesco ad immaginare più efficace, il tema fin qui trattato.

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1 Un poema di folclore : la Mammella di Sant’Agata per le feste gallipoline nell’ottavo centenario dell’invenzione, Stefanelli, Gallipoli, 1926

Il paganesimo nel folclore salentino, Tipografia  Classica, Firenze, 1929

Giovanni Andrea Coppola, pittore e dottor fisico gallipolino del Seicento, Stefanelli, Gallipoli, 1930

Gli Ebrei nel Salento, La Modernissima, Lecce, 1933

I marchi di fabbrica nei vasi italioti, La Modernissima, Lecce, 1933

Il castello di Gallipoli : illustrazione storica architettonica, La Modernissima, Lecce, 1933

Il dopolavoro e i cori tradizionali del Salento, La Modernissima, Lecce, 1934

... E torna masciu … : bozzetto drammatico folcloristico, La Modernissima, Lecce, 1937

Tombe preistoriche nel Salento, Tipografia salentina, Lecce, 1938

La Passione di Gesù nelle tradizioni popolari salentine, Prampolini, Catania, 1939

Tra scogli e riviere: miti e leggende, Editrice salentina, Lecce, 1942

Giuseppe Castiglione e il folclore nei suoi romanzi storici, Editrice salentina, Lecce, 1942

Il mito di Apollo e di Admeto nel folklore salentino, Cressati, Bari, 1944

Ricordi storici ancor vivi nel folclore salentino, Cressati, Bari, 1945

Il porto di Gallipoli, Tipografia Pizzino, Lecce, 1947

Un canto gallipolino su Giuseppe Ribera (Lo Spagnoletto), Laterza, Bari, 1967 [Estratto da Archivio storico pugliese, 19 (1966), nn. 1-4]

Un patriota gallipolino: Francesco Patitari, Cressati, Bari, 1952

2 Qualcosa avrei pure da ridire anche a proposito della serpentana, una medicina dell’antica farmacopea, ricordata ancora da qualche vecchio speziale, a base di erbe, di effetto vermifugo e soporifero, forse l’erba serpentaria (Aristolochia) dal sugo letale pei rettili e salutare contro le morsicature di essi. Anche se il forse che accompagna il tentativo di identificazione non può farmi che piacere, debbo, però far notare che qualcosa non torna. Non so da quale autore il Vernole abbia tratto l’informazione sull’aristolochia letale pei rettili. Lasciando da parte la considerazione che difficili sono negli animali gli avvelenamenti, per giunta mortali, provocati da erbe (in quanto le conoscono molto meglio di noi), debbo dire che non conosco (prudentemente non dico non si conosce; se qualcuno lo trova me lo faccia sapere) autore, antico o moderno, che abbia attribuito all’aristolochia tale potere. Nella Naturalis historia a quest’erba Plinio dedica l’intero capitolo 54 del XXV libro. In esso distingue cinque specie di Aristolochia e all’inizio ne fornisce l’etimo: Inter nobilissimas aristolochiae nomen dedisse gravidae videntur, quoniam esset ἀρίστη λεχούσαις (Tra le [erbe] più nobili sembra che le gravide abbiano dato il nome all’aristolochia, poiché sarebbe ottima per le puerpere). Preciso che aristolochia è trascrizione del greco ἀριστολoχία (o ἀριστολὁχεια), parola composta da ἄριστος=ottimo+λόχια=parto. Subito dopo ne distingue cinque specie dalle generiche proprietà medicinali, ma per tre di loro è più preciso. Così afferma che quella descritta tuberibus radicis rotundis (dalla radice rotonda a forma di tubero) è contra serpentes (contro il morso dei serpenti) e che piscatores Campaniae radicem eam … venenum terrae vocant, coramque nobis contusam mixta calce in mare sparsere. Advolant pisces cupiditate mira statimque exanimati fluitant (i pescatori della Campania chiamano quella radice veleno di terra e in mia presenza dopo averla pestata la sparsero in mare dopo averla mescolata con la calce. Con incredibile avidità i pesci accorsero e subito galleggiarono boccheggianti). La oblonga (dalla radice allungata) in summa tamen gloria est ea, si modo a conceptu admota vulvis in carne bubula mares figurat, ut traditur (tuttavia è la più apprezzata, se, come si dice, accostata dopo il concepimento alla vulva avvolta in carne di bue, fa nascere maschio). Quella che polyrrhizos cognominatur convulsis, contusis, ex alto praecipitatis radice pota ex aqua utilissima esse traditur, semine pleuriticis et nervis, confirmare, excalfacere, eadem satyrion esse (è chiamata polirrizo si dice che è utilissima in caso di strappi, contusioni e cadute dall’alto bevuta con acqua, che il seme giova a chi è affetto da pleurite ed ai nervi e che essa rassoda, riscalda, è afrodisiaca).

Nel capitolo successivo, nel quale parla delle erbe utili contro il morso dei serpenti, si legge questo a proposito anche a proposito del polirrizo, che precedentemente aveva detto esser chiamato da alcuni plistolochia (anche questa, come aristolochia, dal greco πλειστολόχεια, con in comune il secondo componente mentre il primo è πλεῖστος=grandissimo) : Cantabrum, dictamnum, aristolochia: radicis drachma in vini hemina saepius bibenda. Prodest et illita ex aceto; similitere plistolochia. Quin et omnino suspensa supra focum fugat e domibus serpentes (La cantabrica, il dittamo, l’aristolochia: da bersi ripetutamente una dracma di radice in mezzo litro di vino. Giova anche empiastrata con l’aceto; allo stesso modo la plistolochia. Anzi senza dubbio sospesa sopra il camino tiene lontani i serpenti dalle case).

Concludendo: l’aristolochia potrebbe essere identificata nella serpentana della poesia, ma a condizione che serpentana sia deformazione popolare di serpentaria non perché letale per i rettili ma per la sua proprietà di neutralizzare i morsi dei serpenti e di tenerli lontani dalle case. Tenendo conto della sua ulteriore proprietà di agevolare il parto io non escluderei che la stessa somministrata in anticipo rispetto al lieto evento abbia un effetto abortivo e comunque, assunta anche da una non gravida in dose eccessiva, potrebbe essere causa di gravi disturbi e, in soggetti particolarmente sensibili, anche di morte. Non mi spingo ad invocare probabili collegamenti, per quanto riguarda il primo effetto, con la morte per parto (o aborto procurato in avanzato stadio di gestazione?) della regina Giovanna (vedi nota n. 7). Per chiudere in bellezza, anzi a modo mio, mi pongo solo una domanda e se la serpentana, a differenza della serpentaria, non fosse un’erba (a questo punto mi viene in mente l’aro detto anche pan di serpe; vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/10/gichero-pan-delle-bisce-calla-selvatica-per-i-salentini-recchia-ti-prete-o-ua-ti-scursuni/) ma una pozione a base di veleno di serpente?       

3 Rationale divinorum officiorum; cito dall’edizione Dura, Napoli, 1859, p. 571

4 Barbarorum leges antiquae, III, 84, Coleti e Pitterio, Venezia, 1785

5 Sermones, 265 (a), 4; cito dall’edizione dell’opera omnia a cura dei Benedettini, s. n., Parigi, 1841, colonna 2239

6 Ma era apparsa già in Apulia, Apulia, Martina Franca, v. II, 1911, pp. 110-111. Per una versione in pizzica: https://www.youtube.com/watch?v=y_jqfs7xtaU

7 Le uniche regnanti della storia portoghese furono Maria I (1734-1816) e sua nipote Maria II (1819-1853). Nella prima la morte, data l’età, poteva essere considerato un fenomeno fisiologico e, dunque, non sfruttabile per ammonire sulla caducità della vita e su quella, ad essa connessa, del potere. La seconda, invece, morì di parto a 34 anni; incoronata nel 1826 a soli 7 anni, poco dopo era stata detronizzarta e infine reincoronata nel 1834. Credo, perciò, che non sia neppure lei la Rigina ‘ncurunata della poesia gallipolina. D’altra parte, siccome è ipotizzabile che la composizione sia più antica del XIX secolo, il Portogallo diventa una determinazione fittizia (dello stesso valore del nome di un paese immaginario, tanto per intenderci), senza alcun riferimento storico, come, secondo me, vale pure per il Papa, nonostante la bellicosità faccia venire immediatamente in mente Giulio II, alias il papa guerriero o il papa terribile.

8 Composto da gnore (per aferesi da signore)+l’aggettivo possessivo di prima persona singolare enclitico –ma; quello dell’aggettivo possessivo enclitico è nel dialetto salentino un dettaglio tipico dei rapporti di parentela, per cui vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/wp-admin/post.php?post=24488&action=edit. Quanto al fatto che il padre avrebbe guadagnato il denaro coi sudori, credo che la regina l’abbia detta veramente grossa …

9  Dal latino medioevale mucatorium, da mucare=espellere il muco; di mucare, sempre nel latino medioevale esiste la variante muccare, da muccus, che è dal classico  mucus=muco. Proprio dal participio futuro di muccare (muccaturus) è derivata la voce salentina che, dunque, alla lettera significa destinato ad espellere il muco.

10 In tempi più vicini a noi né alla corruzione né alla violenza, ma ad una partita a scacchi affiderà la sua sfida alla Morte il cavaliere Antonius Block nella piéce teatrale Trämålning (Pittura su legno) scritta nel 1955 da Ingmar Bergman e trasposta l’anno successivo nel film Det sjunde inseglet (Il settimo sigillo) da lui diretto. E un’incisione di Albrecht Dürer (1471-1528), Il piccolo cavallo, del 1513, di seguito riprodotta da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b6951300k.r=Albrecht+D%C3%BCrer+.langEN, campeggia allusivamente sulla scrivania del coraggioso, contro i delinquenti e la malattia, commissario Vice, il  protagonista de Il cavaliere e la morte di Leonardo Sciascia.

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