Le masserie tra vita agreste e vita militare. L’esempio di masseria Cippano

paesaggio
Otranto, strada provinciale 87, Alice Russo, Vista panoramica dalla Masseria Cippano, 2013

di Alice Russo

Il nostro territorio ne è pieno, sono ovunque, nascoste tra le rocce carsiche, tra la vegetazione incolta, in punti strategici con viste mozzafiato sul paesaggio circostante, testimonianza di un passato che lentamente si sbriciola tornando alla terra. Le masserie, emblema di una vita agreste dai ritmi lenti e tranquilli, tuttavia, nella loro austerità e matericità, lasciano intravedere un altro antico ruolo, quello della difesa militare.

Ebbene sì, se si va a curiosare tra alcune cronache storiche, si capirebbe che la vita campestre non era poi così tranquilla, e i nemici non erano solo i turchi, ma anche briganti, ladri, corsari che in poco tempo saccheggiavano, distruggevano, rapivano e uccidevano.

L’importanza di poter difendere sé stessi e soprattutto il cibo diventava fondamentale in queste situazioni. Per questo le masserie spesso avevano la conformazione di piccoli fortini, torri di vedetta progettate secondo regole stabilite e soprattutto strettamente funzionali e prive di decori fini a sé stessi. Queste masserie fortificate, dovevano svolgere una duplice funzione: di residenza con caratteristiche difensive e di centro agricolo produttivo. Si prenda come esempio la masseria Cippano.

Localizzata a sud di Otranto e perfettamente visibile dalla strada provinciale 87 (la litoranea che porta a Santa Maria di Leuca), masseria Cippano rappresenta una sintesi di quasi cinque secoli di storia salentina. Essa infatti racchiude in sé tante stratificazioni e ognuna di esse racconta in termini architettonici le trasformazioni sociali a cui si è dovuta adattare in seguito al succedersi inevitabile degli eventi.

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Otranto, strada provinciale 87, Alice Russo, Fronte principale di Masseria Cippano, 2013

La sua valenza militare è chiaramente leggibile nella torre principale che rappresenta il nucleo attorno al quale si sono addizionati gli altri corpi in epoche successive.

Risalente al Cinquecento, misura circa nove metri su ciascun lato al piano del locale abitabile e in altezza risulta circa di dodici metri dal piano terra fino al piano superiore del parapetto delle caditoie. É a base quadrangolare e, a differenza di altre torri, ha una scarpa di inclinazione minima, cinta solo da un semplice rinforzo che viene messo in risalto da una risega che corre tutto attorno.

I suoi locali interni sono voltati a botte e al suo unico piano superiore si accede mediante scala esterna fissa con ponte levatoio, oggi non più esistente, ma della sua esistenza sono testimonianza i fori presenti sopra la porta di ingresso principale, attraverso i quali un tempo dovevano passare le catene necessarie per il suo sollevamento.

Al di sopra di ogni apertura, fatta eccezione il lato rivolto verso l’entroterra, dovevano essere presenti in tutto quattro caditoie per la difesa piombante sostenute da due beccatelli alle estremità. Queste dovrebbero avere un’inclinazione di otto gradi rispetto alla verticale e il cordolo superiore è curvo in modo da garantire l’allontanamento di eventuali attacchi. Grazie ad esse, si poteva rovesciare l’olio bollente sui i nemici che cercassero di entrare attraverso le porte o finestre, ma nel frattempo difendevano da eventuali dardi e frecce. Oggi sono rimaste parzialmente intatte solo due, delle rimanenti verso il mare si notano solo le tracce dei beccatelli.

Strategica è la posizione delle tre feritoie presenti sul fronte principale: una di esse inquadra l’aia, le altre due invece convergono perfettamente in un punto della scala esterna. Si è potuto verificare durante il sopralluogo che attraverso di esse è possibile vedere alla perfezione la parte superiore del corpo di un uomo, dalla testa fino al torace. Insomma, in quel punto, qualunque nemico non avrebbe avuto scampo, né tanto meno, l’esigua larghezza della scala, di appena novanta centimetri, che allora doveva essere dotata di parapetto, avrebbe agevolato la fuga.

E che dire poi del sistema delle due botole allineate verticalmente. Quella che collega il piano terra con il piano superiore, oggi è chiusa da una lastra della pavimentazione, ma è ancora perfettamente leggibile. Al primo piano, invece, ce ne è un’altra aperta in copertura, e doveva rappresentare l’ultima via di salvezza.

Infatti nel caso in cui, né il sistema di feritoie, né il ponte levatoio fossero serviti a respingere l’attacco nemico, si sarebbe potuto salire in copertura raggiungendo la botola solo attraverso una scala a pioli. Posso garantire che l’altezza è sufficiente in modo da impedire che qualcun’altro possa raggiungerla senza l’ausilio di una scala, né tanto meno ci sarebbe stata la possibilità di arrampicarsi perché i muri sono totalmente privi di appigli per aggrapparsi. Confrontandomi con altri studiosi, c’è chi pensa alla presenza di una terza botola, al piano terra, che portasse ad un cunicolo sotterraneo molto stretto che permettesse la fuga ai residenti della masseria. In effetti oggi è possibile vedere sul pavimento una lastra posta di recente a coprire una botola, ma non mi è stato possibile verificare la sua funzione, non posso escludere che questa altro non sia che l’apertura di una cisterna, anche se di cisterne già ce ne sono tre, due di queste immediatamente all’esterno dell’edificio.

Tuttavia, è evidente che questi sistemi di difesa erano pensati solo per attacchi sporadici da parte di piccoli gruppi di nemici, anche poco attrezzati. Di certo non sarebbero stati sufficienti per resistere a grandi armi da guerra, come le bombarde. Il crollo sarebbe stato inevitabile a causa dell’esiguo spessore delle murature, di un metro appena. Basti pensare che le murature delle vere torri di difesa e dei castelli sono almeno il doppio e anche di più.

Inoltre, giocava un grande vantaggio la localizzazione che non era del tutto scontata. Ritornando alla masseria Cippano, questa sorge su un luogo prevalentemente pianeggiante, privo di ostacoli visivi e salendo sulla torre, si ha la sensazione di dominare visivamente tutto il territorio circostante fino al mare. Di fronte, solo la torre Sant’Emiliano che, dall’alto del suo scoglio, impone la sua presenza e, insieme alla masseria, vuole resistere al passare del tempo.

 

3 Commenti a Le masserie tra vita agreste e vita militare. L’esempio di masseria Cippano

  1. Ti posso assicurare che non è mai menzionata nei protocolli dei notai del capo d’Otranto prima della fine del 700, né per un affitto, né per una cessione né semplicemente come confine di altri fondi. Ho trovato menzionato solo il fondo Giuppano, come confine del terreno ceduto, in un atto del 1604 del notaio Robertino, ma senza nessuna indicazione della masseria. Se fosse esistita all’epoca sarebbe stato lecito attendersi una menzione. I primi atti di affitto sono dei Demarco e risalgono al periodo successivo all’esproprio dei beni dell’abbazia di S.Nicola di Casole. L’anno di fondazione della chiesa rurale risale alla seconda metà del 700

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