La menza e Giove Menzana, altre perle dalla rete.

di Armando Polito

 

La tecnologia ha reso obsoleti parecchi utensili trasformandoli, anche per le loro dimensioni variabili, da strumenti di lavoro in oggetti da museo, di antiquariato, da collezione e, in alcuni casi, di arredamento, sia per interni che per esterni. Di quest’ultimo destino hanno goduto in modo particolare oggetti prima destinati a contenere o a travasare solidi e liquidi; tra questi ultimi recita la parte della star indiscussa la capasa1 , ormai immancabile, anche in esemplari di moderna produzione, in qualsiasi agriturismo che si rispetti, soprattutto dalle nostre parti.

Diversa sorte è toccata alla menza, contenitore di circa 10 litri, usato, fra l’altro, per il trasporto del prodotto finale negli stabilimenti vinicoli e oleari fino agli anni sessanta-settanta del secolo scorso. All’origine era in terracotta ed aveva forme più aggraziate (quasi da anfora). Come qualsiasi oggetto in questo materiale era, però, sensibile agli urti e il tempo sempre più tiranno e la necessità, dunque, di non perderne in accortezza nel maneggiarla, la costrinse ad assumere una veste di lamiera che nulla conservava dell’antica linea, essendo formata in pratica, partendo dal basso,  da un tronco di cono capovolto chiuso alla base, da un secondo tronco di cono, appena più alto della metà del primo, dal quale partiva un collo un po’ più corto dell’altezza della prima sezione; il tocco finale era costituito da due manici ognuno dei quali (almeno in questo c’era coerenza stilistica) formato da quattro sezioni cilindriche opportunamente posizionate e saldate. L’invenzione della plastica segnò la terza sua mutazione e la malleabilità del nuovo materiale le consentì, comunque, di conservare abbastanza fedelmente l’aspetto dell’antenata di lamiera.

L’avvento impetuoso della tecnologia, con macchinari rivoluzionari rispetto al passato, segnò la sua fine senza appello ed ora è possibile vederne qualche raro esemplare solo in qualche museo della civiltà contadina.

Menza è la deformazione dell’italiano mezza. Premesso che il sistema di pesi e misure in passato non era uniforme ma variava in rapporto al territorio (anche tra luoghi distanti pochissimo tra loro), non c’è ombra di dubbio che menza tra il nome dal fatto che essa come capacità corrispondeva a metà barile, che la precedeva nella scala gerarchica. E siccome il barile dalle nostre parti corrispondeva, più o meno, a 18 litri, la menza aveva una capacità di circa 9-10 litri. Menza, dunque, sarebbe forma sostantivata dell’aggettivo menza, femminile di mienzu, da cui deriva minzanu (corrispondente all’italiano mezzano), che con valore sostantivato indica il piano ammezzato e l’intermediatore (quest’ultimo altrimenti detto zzinzale, corrispondente all’italiano sensale), nonché minzettu che a Nardò  indica la mezza suola e a Gallipoli la metà di un tomolo. Al precedente maschile minzanu corrisponde ad Oria per il Brindisino ed a Grottaglie per il Tarantino il femminile minzana (recipiente per il trasporto dell’acqua, della capacità di circa 20 litri). Per completare il quadro vanno ricordate altre voci per le quali per brevità riporto quanto presente nel vocabolario Treccani on line:

meżżina s. f. [der. di mezzo1; cfr. mezzetta]. – Recipiente di terracotta invetriata, della capacità di circa mezzo boccale, usato in passato generalmente per contenere vino. In Toscana, la brocca di rame per attingere l’acqua alla fonte o per tenere l’acqua in casa. Dim. meżżinina, recipiente rotondo, panciuto, a bocca stretta, destinato a contenere vino o acqua, fornito di piede e dotato di un beccuccio alla bocca o alla pancia e di un manico all’altezza della pancia oppure, nei tipi per attingere acqua, al di sopra della bocca.

meżżétta s. f. [der. di mezzo1, perché equivalente, come misura per liquidi, a mezzo boccale]. – Antica unità di misura di capacità, usata in alcune regioni d’Italia prima dell’adozione del sistema metrico decimale, di valore diverso a seconda dei luoghi.

Il lettore non dimentico del titolo a questo punto si sarà chiesto più volte se io non sia stato colto da un attacco di schizofrenia, visto che di Giove non si è visto ancora nemmeno l’ombra.

È tempo di scoprire le carte dicendo preliminarmente che questo post mi è stato ispirato da ciò che occasionalmente ho letto in http://itcmesagne.altervista.org/letimologia_di_mesagne.html e che, per comodità del lettore, riproduco di seguito integralmente e fedelmente (tanto per intenderci con un copia-incolla che più passivo non si può …).

L’etimologia di Mesagne

Una interessante ricerca etimologica è stata condotta dagli studenti dell’Istituto tecnico commerciale di Mesagne che attraverso uno studio storico hanno avanzato una suggestiva, quanto credibile, ipotesi di lavoro circa l’origine lessicale di Mesagne che deriverebbe da “Menzana” antica divinità messapica. Gli studenti, guidati dal loro docente di storia, francesco Campana, hanno partecipato al convegno sui Messapi che si è svolto a Mesagne e al termine hanno ufficializzato la loro tesi. Nuova asserzione storica che è illustrata dal professore Francesco Campana. Giove Menzana – dice – dovrebbe essere l’antica divinità femminile dei cavalli e proprio a Menzana Pluvio i Messapi, nel mese di ottobre, bruciavano un cavallo vivo nel fuoco. Questi indomabili domatori di cavalli che nessuno, né col ferro né col fuoco, riuscì ad abbattere, hanno sempre avuto grandi problemi nell’approvvigionamento dell’acqua. Evidenzia come a Pilo, nel periodo miceneo, è presente una divinità simile a Menzana che si chiama Hippios. Questo dio, che donava la vita – continua il docente – era il nome tutelare delle sorgenti e delle acque sotterranee e, per fecondare, si accoppiava con una dea con la testa di cavallo. Infine, sia il dialetto che la tradizione orale parlano ancora di Menzana, tanto che i nostri anziani chiamano tutt’oggi il recipiente di “creta” che contiene la preziosa acqua: la “menza” o la “minzana”. Non è tutto, poiché gli studenti spiegano che in una radura al centro di un bosco sacro (locus), vicino ad una sorgente d’acqua, gli antenati officiavano i loro riti per propiziarsi la divinità. Altrove si preoccupavano di mantenere acceso il fuoco sacro pubblico, come nella leggenda del trono di Rustem di Shahariyar.

Veneravano le forze della natura come l’acqua e il fuoco – continua il professore Campana – e cercavano i luoghi sacri presenti sul territorio: le sorgenti e le grotte “bucate” e “a cupola” dove il fuoco miracoloso poteva bruciare quasi senza essere alimentato. Sicuramente individuarono le grotte ma anche le fonti migliori presenti sul nostro territorio e vicino costruirono i loro Temenè. Ma i romani, dopo le guerre sannitiche, li assoggettarono e i loro luoghi sacri probabilmente divennero “castella acquarum” cioè i serbatoi sotterranei dell’acqua, dell’articolato e complesso sistema di alimentazione e fruizione idrica della città di Brundisium e delle sue campagne, grazie alla concretezza romana e alla loro consapevolezza dell’importanza politica della cultura dell’acqua. Sito che probabilmente oggi si potrebbe riconoscere nella zona agricola di “Castello Acquario” nelle cui vicinanze c’è un lussureggiante bosco. Per dare certezza a tale ipotesi di lavoro mancano solo degli scavi archeologici ricognitivi.

«Probabilmente lo stesso Federico II – conclude Campana – quando nel 1220 promulgava “le Costituzioni di Capua” con una famosa bolla parlava di non abbattere “castrum mezzaneum” riferendosi proprio a “castella Menzanae” cioè ai serbatoi dell’acqua presenti nel suburbio di Mesagne, pertanto parlava, probabilmente, della necessità di sistemare i serbatoi sotterranei dell’Acquaro così utili non solo alla sussistenza umana, ma anche prezioso elemento di celebrazione del potere imperiale».

Riporto, come è mia abitudine, le fonti (almeno quelle che conosco io e della cui attenta lettura da parte degli autori dell’ipotesi ho più di un motivo per dubitare profondamente) perché il lettore si renda conto da solo fino a che punto ne è legittima la libera interpretazione e quando, invece, in virtù di un’ipotesi troppo cara, si aggiunge qualcosa, nell’intento riprovevole, perché in un certo senso truffaldino, di corroborarla. Non è questo, comunque, il caso del prof. Campana che usa ripetutamente l’avverbio a me più caro: probabilmente. Esclusa, perciò, la malafede, tenterò ora di spiegare perché, secondo me, l’ipotesi non sarebbe praticabile. Tutte le traduzioni sono mie.

1) FESTO (II secolo d. C.); scrisse il De verborum significatione, opera andata in gran parte perduta, ma di cui ci resta l’epitome che ne fece Paolo Diacono nel secolo VIII  d. C., oltre a frammenti contenuti in diversi manoscritti. Cito i due brani originali (le traduzioni sono mie) che ci interessano da Sexti Pompei Festi De verborum significatu quae superstunt cum Pauli epitome, a cura di Emilio Thewrewk De Ponor, Accademia delle Lettere Ungherese, Budapest, 1889, parte I, pagg. 194-196.

October equus appellatur qui in campo Martio mense Octobri Marti immolabatur. De cuius capite magna erat contentio inter Suburranenses et Saeravienses, ut hi in regiae pariete, illi ad turrem Mamiliam id figerent. Cuius cauda, ut ex ea sanguis in focum destillaret, magna celeritate perferebatur in regiam (Si chiama cavallo di ottobre quello che viene sacrificato a Marte nel Campo Marzio nel mese di ottobre. La sua testa era oggetto di una grande contesa tra gli abitanti della Suburra e quelli della Via Sacra, perché l’affiggessero  questi sul muro della reggia, quelli sulla torre Mamilia; e la sua coda a gran velocità veniva portata nella reggia).

October equus appellatur, qui in campo Martio mense Octobri immolatur quod annis2 Marti, bigarum victrigum3 dexterior, de cuius capite non levis contentio solebat esse inter Suburanenses et Sacravienses, ut hi in regiae pariete, illi ad turrim Mamiliam id figerint4; eiusdemque quod5 atanta6 celeritate perfertur in regiam, ut ex ea sanguis destillet in focum, participandae rei divinae gratia; quem hostiae loco quidam Marti bellico deo sacrari dicunt, non, ut vulgus putat, quia velut supplicium de eo sumatur, quod Romani Ilio sunt orundi7, et Troiani ita effigie mequi8 sint capti. Multis autem gentilibus equum hostiarum numero haberi testimonio sunt Lacedaemoni, qui in monte Taygeto equum ventis immolant, ibidemque adolent, ut eorum flatu cinis eius per finis quam latissime differatur. Multis autem gentibus equum hostiarum numero haberi testimonio sunt Lacedaemoni, qui in monte Taygeto equum ventis immolant, ibidemque adolent, ut eorum flatu cinis eius per finis quam latissime differatur. Et Sallentini, aput9 quos Menzanae Iovi dicatus vivus conlicitur10 in ignem et trodi11, qui quod annis2 quadrigas soli consecratas in mare iaciunt, quod is12 tali curriculo fertur circumvehi mundum (Si chiama cavallo di ottobre quello che viene sacrificato ogni anno a Marte nel Campo Marzio nel mese di ottobre, quello destro delle bighe vincitrici; la sua testa soleva essere oggetto di una contesa non di poco conto tra gli abitanti della Suburra e quelli della Via Sacra, perché l’affiggessero questi sul muro della reggia, quelli sulla torre Mamilia; e la sua coda viene portata nella reggia con tale velocità in modo che il sangue goccioli nel fuoco al fine di godere del favore divino; alcuni dicono che il cavallo viene consacrato come vittima a Marte dio della guerra non, come il popolo crede, perché da esso si compia il sacrificio, ma poiché i Romani sono oriundi di Ilio e i Troiani sarebbero stati presi dall’immagine di un cavallo.  Che poi il cavallo presso molte genti sia tenuto nel novero delle vittime sacrificali lo testimoniano gli Spartani che sul monte Taigeto immolano un cavallo ai venti e lì lo bruciano in modo che col loro soffio la sua cenere si sparga quanto più ampiamente è possibile per i territori. E i Salentini, presso i quali un cavallo consacrato a Giove Menzana viene gettato vivo nel fuoco e gli abitanti di Rodi che ogni anno gettano in mare le quadrighe consacrate al sole perché si dice che da queste il mondo è portato in giro con tale corsa).

Dopo la lettura, almeno credo, di questi due brani (il secondo, presente in un manoscritto delle Biblioteca Farnesiana, probabilmente è il brano festiano originale sintetizzato nel precedente da Paolo Diacono) cosa fa il professore Campana? Giove Menzana – dice – dovrebbe essere l’antica divinità femminile dei cavalli e proprio a Menzana Pluvio i Messapi, nel mese di ottobre, bruciavano un cavallo vivo nel fuoco.

Saldando malamente quanto arbitrariamente le due testimonianze, il sacrificio ottobrino del cavallo a Marte viene attribuito a Giove Menzana che, non si sa in base a che cosa, viene assimilato a Giove Pluvio e diventa, così, Menzana Pluvio, divinità indispensabile per completare l’ipotesi che a questo punto chiama in causa la seconda fonte13. Prima di passarvi, però, debbo far notare  Hippios presentato come una misteriosa divinità micenea dalle abitudini sessuali particolari (finché non viene citata la fonte non ci credo, anche se questi dei erano capaci di tutto; d’altra parte, che dei sarebbero stati?). Hippios è semplicemente l’epiteto di diverse divinità, tra cui spicca Poseidone (ma non Zeus/Giove), che notoriamente ha a che fare con l’acqua e con il cavallo …

2) Pausania (II secolo d. C.), Graeciae descriptio, VIII, 10, 2: Παρὰ δὲ τοῦ ὄρους τὰ ἔσχατα τοῦ Ποσειδῶνός ἐστι τοῦ Ἱππίου τὸ ἱερόν, οὐ πρόσω σταδίου Μαντινείας (Ai piedi dei monti vi è il tempio di Poseidone Hippio, non lontano dallo stadio di Mantinea); VIII, 14, 5: Καὶ Ποσειδῶν χαλκοῦς ἕστηκεν ἐπωνυμίαν Ἵππιος, ἀναθεῖναι δὲ τὸ ἄγαλμα τοῦ Ποσειδῶνος Ὀδυσσέα ἔφασαν· ἀπολέσθαι γὰρ ἵππους τῷ Ὀδυσσεῖ, καὶ αὐτὸν γῆν τὴν Ἑλλάδα κατὰ ζήτησιν ἐπιόντα τῶν ἵππων ἱδρύσασθαι μὲν ἱερὸν ἐνταῦθα Ἀρτέμιδος καὶ Εὑρίππαν ὀνομάσαι τὴν θεόν, ἔνθα τῆς Φενεατικῆς χώρας εὗρε τὰς ἵππους, ἀναθεῖναι δὲ καὶ τοῦ Ποσειδῶνος τὸ ἄγαλμα τοῦ Ἱππίου (Dicono che Ulisse pose la statua di Poseidone, che cavalli erano stati perduti da Ulisse e che egli, dopo aver percorso tutta la Grecia alla ricerca dei cavalli, innalzò un tempio di Artemide, e chiamò la dea Eurippa, in quella parte della regione feneatica in cui aveva trovato i cavalli e che innalzò anche una statua di Poseidone Hippio); VIII, 25, 7: Τὴν δὲ Δήμητρα τεκεῖν φασιν ἐκ τοῦ Ποσειδῶνος θυγατέρα, ἧς τὸ ὄνομα ἐς ἀτελέστους λέγειν οὐ νομίζουσι, καὶ ἵππον τὸν Ἀρείονα· ἐπὶ τούτῳ δὲ παρὰ σφίσιν Ἀρκάδων πρώτοις Ἵππιον Ποσειδῶνα ὀνομασθῆναι (Dicono che Demetra generò da Poseidone una figlia il cui nome ritengono da non dirsi in presenza di non iniziati, e il cavallo Arione; e che per questo Poseidone fu chiamato Hippio da loro per primi tra gli Arcadi);    VIII, 25, 5: Πλανωμένῃ γὰρ τῇ Δήμητρι, ἡνίκα τὴν παῖδα ἐζήτει, λέγουσιν ἕπεσθαί οἱ τὸν Ποσειδῶνα ἐπιθυμοῦντα αὐτῇ μιχθῆναι, καὶ τὴν μὲν ἐς ἵππον μεταβαλοῦσαν ὁμοῦ ταῖς ἵπποις νέμεσθαι ταῖς Ὀγκίου, Ποσειδῶν δὲ συνίησεν ἀπατώμενος καὶ συγγίνεται τῇ Δήμητρι ἄρσενι ἵππῳ καὶ αὐτὸς εἰκασθείς (Dicono che Poseidone inseguiva Demetra, che vagava in cerca della figlia, desiderando accoppiarsi con lei e che essa trasformatasi in cavalla si nascose tra i cavalli di Onchio;  Poseidone però si accorse di essere stato ingannato e si accoppiò con Demetra dopo aver assunto le sembianze di un cavallo); VIII, 42, 1-5: Ὅσα μὲν δὴ οἱ ἐν Θελπούσῃ λέγουσιν ἐς μῖξιν τὴν Ποσειδῶνός τε καὶ Δήμητρος, κατὰ ταὐτά σφισιν οἱ Φιγαλεῖς νομίζουσι, τεχθῆναι δὲ ὑπὸ τῆς Δήμητρος οἱ Φιγαλεῖς φασιν οὐχ ἵππον ἀλλὰ τὴν Δέσποιναν ἐπονομαζομένην ὑπὸ Ἀρκάδων· τὸ δὲ ἀπὸ τούτου λέγουσι θυμῷ τε ἅμα ἐς τὸν Ποσειδῶνα αὐτὴν καὶ ἐπὶ τῆς Περσεφόνης τῇ ἁρπαγῇ πένθει χρωμένην μέλαιναν ἐσθῆτα ἐνδῦναι καὶ ἐς τὸ σπήλαιον τοῦτο ἐλθοῦσαν ἐπὶ χρόνον ἀπεῖναι πολύν. Ὡς δὲ ἐφθείρετο μὲν πάντα ὅσα ἡ γῆ τρέφει, τὸ δὲ ἀνθρώπων γένος καὶ ἐς πλέον ἀπώλλυτο ὑπὸ τοῦ λιμοῦ, θεῶν μὲν ἄλλων ἠπίστατο ἄρα οὐδεὶς ἔνθα ἀπεκέκρυπτο ἡ Δημήτηρ, τὸν δὲ Πᾶνα ἐπιέναι μὲν τὴν Ἀρκαδίαν καὶ ἄλλοτε αὐτὸν ἐν ἄλλῳ θηρεύειν τῶν ὀρῶν, ἀφικόμενον δὲ καὶ πρὸς τὸ Ἐλάιον κατοπτεῦσαι τὴν Δήμητρα σχήματός τε ὡς εἶχε καὶ ἐσθῆτα ἐνεδέδυτο ποίαν· πυθέσθαι δὴ τὸν Δία ταῦτα παρὰ τοῦ Πανὸς καὶ οὕτως ὑπ᾽ αὐτοῦ πεμφθῆναι τὰς Μοίρας παρὰ τὴν Δήμητρα, τὴν δὲ πεισθῆναί τε ταῖς Μοίραις καὶ ἀποθέσθαι μὲν τὴν ὀργήν, ὑφεῖναι δὲ καὶ τῆς λύπης. Σφᾶς δὲ ἀντὶ τούτων φασὶν οἱ Φιγαλεῖς τό τε σπήλαιον νομίσαι τοῦτο ἱερὸν Δήμητρος καὶ ἐς αὐτὸ ἄγαλμα ἀναθεῖναι ξύλου. Πεποιῆσθαι δὲ οὕτω σφίσι τὸ ἄγαλμα καθέζεσθαι μὲν ἐπὶ πέτρᾳ, γυναικὶ δὲ ἐοικέναι τἄλλα πλὴν κεφαλήν· κεφαλὴν δὲ καὶ κόμην εἶχεν ἵππου, καὶ δρακόντων τε καὶ ἄλλων θηρίων εἰκόνες προσεπεφύκεσαν τῇ κεφαλῇ· χιτῶνα δὲ ἐνεδέδυτο καὶ ἐς ἄκρους τοὺς πόδας· δελφὶς δὲ ἐπὶ τῆς χειρὸς ἦν αὐτῇ, περιστερὰ δὲ ἡ ὄρνις ἐπὶ τῇ ἑτέρᾳ. Ἐφ᾽ ὅτῳ μὲν δὴ τὸ ξόανον ἐποιήσαντο οὕτως, ἀνδρὶ οὐκ ἀσυνέτῳ γνώμην ἀγαθῷ δὲ καὶ τὰ ἐς μνήμην δῆλά ἐστι· Μέλαιναν δὲ ἐπονομάσαι φασὶν αὐτήν, ὅτι καὶ ἡ θεὸς μέλαιναν τὴν ἐσθῆτα εἶχε Τοῦτο μὲν δὴ τὸ ξόανον οὔτε ὅτου ποίημα ἦν οὔτε ἡ φλὸξ τρόπον ὅντινα ἐπέλαβεν αὐτό, μνημονεύουσιν· ἀφανισθέντος δὲ τοῦ ἀρχαίου Φιγαλεῖς οὔτε ἄγαλμα ἄλλο ἀπεδίδοσαν τῇ θεῷ καὶ ὁπόσα ἐς ἑορτὰς καὶ θυσίας τὰ πολλὰ δὴ παρῶπτό σφισιν, ἐς ὃ ἡ ἀκαρπία ἐπιλαμβάνει τὴν γῆν· καὶ ἱκετεύσασιν αὐτοῖς χρᾷ τάδε ἡ Πυθία· “Ἀρκάδες Ἀζᾶνες βαλανηφάγοι, οἳ Φιγάλειαν/νάσσασθ᾽, ἱππολεχοῦς Δῃοῦς κρυπτήριον ἄντρον,/ἥκετε πευσόμενοι λιμοῦ λύσιν ἀλγινόεντος,/μοῦνοι δὶς νομάδες, μοῦνοι πάλιν ἀγριοδαῖται./Δῃὼ μέν σε ἔπαυσε νομῆς, Δῃὼ …(Tutto quello che dicono gli abitanti di Thelpusa circa l’unione di Poseidone e Demetra lo ritengono accettabile gli abitanti di Figalea, ma questi ultimo dicono che da Demetra fu generato non un cavallo ma la dea chiamata Padrona dagli abitanti dell’Arcadia; dopo questo dicono che, presa dall’ira contro Poseidone e dal dolore in seguito al rapimento di Persefone, indossò una veste nera e ritiratasi in questa spelonca fu assente dal cielo per lungo tempo. Così tutto ciò che la terra produce deperiva e pure il genere umano in gran parte moriva per la fame senza che nessuno degli altri dei sapesse dove Demetra si nascondeva; ma che Pan venne in Arcadia e, lì cacciando ora su un monte ora su un altro, giunto vicino all’Elaio riconobbe Demetra sotto l’aspetto e il vestito che aveva indossato, che Giove seppe ciò da Pan e così da lui furono inviate le Moire e queste placarono lira e allontanarono il dolore. Per questo gli abitanti di Figalea dicono di considerare sacro quest’antro di Demetra e di avervi posto una statua di legno. Dicono che da loro era stata raffigurata seduta su una pietra e che somigliava in tutto ad una donna eccetto la testa; che aveva la testa e la chioma di una cavalla e che immagini di serpenti e di altri animali feroci le uscivano dalla testa, che indossava una tunica che le arrivava ai piedi. Aveva un delfino su una mano, una colomba sull’altra. È chiaro a qualsiasi uomo che abbia un minimo d’intelligenza e di memoria perché la statua era stata fatta così: dicono di averla chiamata Nera poiché anche la dea aveva un vestito nero. Non ricordano di chi fosse opera né come il fuoco la distrusse. Distrutta l’antica statua, gli abitanti di Figalea non ne dedicarono un’altra alla dea e venne trascurato da loro  quanto riguardava le feste e i sacrifici, per cui l’infertilità assalì la terra; e ad essi che avevano consultato l’oracolo questa fu la risposta della Pizia: “Abitanti Arcadi di Azania mangiatori di ghiande, che abitate Filagea, antro nascosto della divinità mutata in cavalla, venite a domandare la fine della fame che vi tormenta, solo due volte nomadi, solo per la seconda volta ridotti a nutrirvi di frutti selvatici. Demetra ti ha tolto il pascolo, Demetra …).

Come andò a finire? Naturalmente, ripristinato il culto per Demetra, la carestia cessò.

Ho detto che l’attributo Ippios ricorre per molte divinità e in modo particolare per Poseidone. Ad onor del vero ci sarebbe pure un Giove Ippio (Ζεῦϛ Ἵππιος), dubbio per due motivi, in Esichio di Mileto (V-VI secolo d. C.), autore di una Storia universale. Il primo dubbio è legato al modo in cui ci è giunto il testo di Esichio che appare come una sua elaborazione fatta da Giorgio Codino, scrittore bizantino del XV secolo col titolo Πάτρια Κωνσταντινουπόλεως κατὰ Ἡσύχιον Ἲλλούστριον (Costumi di Costantinopoli secondo Esichio l’Illustre). Cito il testo originale da Corpus historiae Byzantinae a cura di G. B. Niebhur, Weber, Bonn, 1843, p. 12:  Παυσαμένης δὲ τῆς ὀργῆς τοῦ Σεβήρου αὖθις τοῦτον ἔσχον εἰς βασιλέα, ὅς καὶ εἰς μείζονα καὶ περιφανῆ κόσμον ἐπανήγαγε τὸ Βυζάντιον. Λουτρὸν μὲν μέγιστον κατὰ τὸν τοῦ ἱππίου Διὸς βωμόν, ἤτοι τὸ Ἡρακλέους καλούμενον ἄλςος, ἀνήγειρεν, ἔνθα δὴ καὶ τὰς Διομήδους δαμάσαντες ἵππους Ζεύξιππον τὸν τόπον ὠνόμασαν (Ebbero questo a vantaggio del regno una volta  cessata l’ira di Severo, il quale pure elevò Bisanzio ad un decoro più grande e visibile da ogni parte. Realizzò infatti un grandissimo bagno presso l’altare di Zeus Ippio e quello chiamato bosco sacro di Eracle, dove pure quelli che avevano domato i cavalli di Diomede chiamarono il luogo Zeuxippo).

Il secondo dubbio è di natura più strettamente filologica ed è legato al toponimo Ζεύξιππον (leggi Zèuxippon) attestato nell’Antologia Palatina (compilazione bizantina risalente alla metà del X secolo) e in particolare inserito nel titolo (Ἔκφρασις τῶν ἀγαλμάτων τῶν εἰς τὸ δημόσιον γυμνάσιον το ἐπικαλουμένον τοῦ Ζευξίππου=descrizione delle statue che ci sono nei pressi del ginnasio pubblico detto di Zeuxippo) di un componimento in esametri di Cristodoro Tebano (sec. V d. C.). In esso nessuna statua di uno Zeus Hippios è registrata presente nel ginnasio e tantomeno descritta; si può immaginare, se veramente Zeuxippo fosse composto da Zeus e hippos che mancasse proprio quella che aveva dato il nome allo stesso ginnasio, mentre sono presenti, tra le divinità, Poseidone, Eracle, Ermes, Artemide, Apollo ed Afrodite (questi ultimi due addirittura con tre statue ciascuno)? E perché Ζεύξιππον e non Ζεύσιππον (leggi Zèusippon)?

Secondo me tutto sta proprio in –ξ– invece di –σ e, siccome tale passaggio non sarebbe giustificato da nessuna regola fonetica, credo che il primo componente non sia Ζεῦϛ ma la radice [ζευγ– (leggi zeug-)] del verbo ζεύγνυμι (leggi zèugniumi)=aggiogare. Ciò è in linea non solo con l’azione operata sui cavalli di Diomede da Eracle ed Abdero ma anche, foneticamente parlando, con formazioni analoghe [ζευξίγαμος (leggi zeuxìgamos)=che unisce in matrimonio; ζευξίλεως (leggi zeuxìleos)=soggiogatore del popolo]. Lo confermano gli onomastici (non teonimi) Ζεύξιππος (leggi Zèuxippos)=Zeusippo e Ζευξίππη (leggi Zeuxìppe)=Zeusippa, attestati, il primo, fra gli altri, in Platone (Protagora, 318 b) e il secondo in Alcmane, 71 ed in Apollodoro, III, 14, 8. Non c’è ombra di dubbio, pure qui, che il primo componente non è certamente Zeus.

Un’altra spia è data dall’assenza di –ι– in Ζεύξιππος e la sua presenza, invece, (mi riferisco alla seconda) in Ἵππιος, che come aggettivo comune deriva dal sostantivo ἵπποϛ (=cavallo) e significa, perciò, equino. Si ripete, cioè, la tecnica di formazione (radice verbale+sostantivo) presente, guarda caso, nell’Εὑρίππα  che poco fa ho citato da Pausania e che è formato da εὑρ– (radice del verbo εὑρίσκω=trovare)+ἵπποϛ (adattato al femminile). Insomma: Εὑρίππα si chiama così con riferimento al ritrovamento dei cavalli, il luogo Ζεύξιππον con riferimento al loro aggiogamento. 

Tenendo conto della cronologia degli autori per questa questione citati non è azzardato supporre che il Codino per salvare capra e cavoli abbia mixato la corretta etimologia esichiana con una paretimologia di epoca posteriore. Credo che questo, unito al riferimento del bagno e del bosco sacro, abbia autorizzato il professor Campana (a meno che non abbia ripreso una tesi altrui) a conferire a Zeus caratteristiche idriche sovrapponendole alle originarie equine.

3) Si tratta di un repertorio di Statuta officiorum (statuto dei doveri), in pratica un elenco di toponimi riferentisi a vari centri di ciascun distretto (iustitiariatus) degli undici, previsti dalle Costituzioni di Melfi ed istituiti dopo la loro emanazione (1231), con annotazione dei soggetti aventi l’obbligo o la facoltà di provvedere al restauro o alla manutenzione delle fortezze regie.   Riporto integralmente in formato immagine per fare più presto, sempre con la mia successiva traduzione13, la parte relativa al giustiziariato di Terra d’Otranto citandola da E. Winkelmann Acta imperii inedita sec. XIII, Verlag der Wagner’Schen Universitats Buchhandlung, Innsbruck, 1880, pp. 773-775:

2

Nomi dei centri fortificati e delle case del giustiziariato imperiale di Terra d’Otranto e nomi delle terre del medesimo giustiziariato, che sono deputate al rifacimento dei centri fortificati e delle case imperiali.

In primo luogo il centro fortificato di Otranto può essere rifatto dagli uomini della medesima città, della chiesa otrantina e delle altre chiese della medesima terra che hanno ivi feudi e dai baroni della medesima terra e dagli uomini e chiese aventi feudi con dignità di centro fortificato.

Il centro fortificato di Lecce dagli uomini di Lecce.

Il centro fortificato di Nardò può essere rifatto dagli uomini della medesima terra e di Cesarea.

Il centro fortificato di Gallipoli deve essere rifatto dai baroni di Nardò, dall’abate di Nardò con il feudo di Soleto e di Ugento, e della chiesa di Ugento, che hanno feudi e casali della stessa terra e gli uomini di Gallipoli possono rifare con gli stessi il centro fortificato.

Il centro fortificato di Brindisi deve essere rifatto dagli uomini del casale di San Pietro di Ypsale, del casale di Campi, di San Vito e dagli uomini di Brindisi e delle chiese che hanno feudi in Brindisi e dal feudo di Ruggero di Mayfino e gli uomini di Lecce e delle chiese della medesima terra che hanno feudi in Lecce possono rifare il medesimo centro fortificato insieme con i predetti.

Il centro fortificato di Mesagne può essere rifatto dagli uomini della medesima terra.

Il centro fortificato di Oria deve essere rifatto dai sottoscritti uomini per motivi precisi, cioè il feudo di don Ioto de Divente deve dare per il rifacimento dello stesso centro abitato cento moggi di calce e venti travi, il feudo di donna Claricia cinquanta moggi di calce e trenta travi, l’abate di S. Andrea cento moggi di calce e trenta travi, dal possedimento di Oria il vescovo di Ostuni cinquanta moggi di calce e dieci travi, il vescovo di Lecce venti moggi di calce e cinque travi, il vescovo di Ugento trenta moggi di calce e dieci travi, Roberto di Mostacia cinquanta moggi di calce e trenta travi, l’abate di Vaniolo venti moggi di calce e cinque travi, Ugo di Lucone quaranta moggi di calce e dieci travi, don Ruggero cinquanta moggi di calce e venti travi, Oliviero Grimmamala centocinquanta moggi di calce e cinquanta travi, Stefano Pagano di Benevento cento moggi di calce e cinquanta travi, l’arciprete di Oria duecento moggi di calce e sessanta travi, Leone di Palagana venti moggi di calce e due travi, Adenolfo di Aquino cinquanta moggi di calce e venti travi, donna Dyatimia moglie di Ruggero di Flandines deve dare la calce e le travi per il possedimento di Oria, il priore di Santa Cecilia cinque moggi di calce  e due travi, Ruggero Scannacavallo quaranta moggi di calce e dieci travi, S. Maria di Grana cinque moggi di calce e due travi, Ceglie e Gualda centocinquanta moggi di calce e cento travi, il priore di Casavecchia cento moggi di calce e cinquanta travi, Potente cinquanta moggi di calce e venti travi. E il resto del medesimo centro fortificato possono restaurarlo e rifarlo gli uomini di Oria. Il centro fortificato di Ostuni può essere rifatto dagli uomini di Ostuni, Carovigno e Petrella. Il centro fortificato di Taranto deve essere rifatto dagli uomini sottoscritti per motivi precisi, cioè la sala grande la debbono fare ed allestire gli uomini di Taranto dal demanio del signor imperatore, gli uomini di Castelluccio e di Mottola debbono rifare il giro nel prospetto e coprire sette canne. Nella sala del principe sono necessarie quattro travi, otto capriate e una delle sale dev’essere impalcata e dev’essere impalcato il portico davanti alle medesime sale, cosa che deve fare l’arcivescato. Sul barbacane dalla parte del grande muro un’apertura alla base di cinque canne e sopra un’apertura dall’angolo del muro di cinque canne, il che deve fare il priore di Franganone e il priore di S. Ronzo e deve fare la parte mediana e l’abate di Tripiano deve dargli l’ausilio di undici salme di calce. Le quattro torri, che sono dalla parte della città, sono da lastricare e in esse devono essere fatte scale di legno e la parte esterna del muro dev’essere fatta di pietre e dev’essere cementata, il che debbono fare gli uomini di Taranto. La torre che è sopra la grande porta del castello la deve allestire Guglielmo Maletto, nonché il ponte e il parapetto che è da una parte e dall’altra della stessa torre. La porta di S. Benedetto de Caveis deve farla il priore del casale Ruito, al quale il priore di Asano deve dare l’aiuto di venti salme di calce. La porta di Celo la devono fare gli abati dell’Isola grande e piccola e gli uomini di Murugliano debbono aiutarli e il priore di S. Pietro Imperiale deve fare la metà della stessa porta e deve avere l’aiuto degli affidatari di Lanzano. La torre della torre di Pilato la deve fare Lando di Aquino e deve rifare il muro dritto che è presso la stessa torre. Guglielmo Maletto deve porre in alto nella cappella di Santa Maria cinque travi e sopra le stesse fare il pavimento. E il resto del medesimo centro fortificato lo possono rifare gli uomini di Taranto. Il centro fortificato di Massafra può essere rifatto dagli uomini della medesima terra e dagli uomini che la chiesa di Moculo ha a Massafra e dai baroni di Massafra. Il centro fortificato di Moculo può essere rifatto dagli uomini della medesima terra e dagli uomini che la chiesa di Moculo ha a Moculo e dai baroni di Moculo. La casa del signor imperatore che è a Castelluccio può essere rifatta dagli uomini della medesima terra e dagli uomini del casale di Palagiano. Il centro fortificato di Ienusa può essere approntato dagli uomini della medesima terra e dagli uomini di Laterza. Il centro fortificato di Matera può essere approntato dagli uomini del corpo della città di Matera e di Sasso Barisano della medesima terra. La casa di Girofalco può essere rifatta dagli uomini di Sasso Carioso di Matera e dai Saraceni del casale di San Iacopo.

Punti cardine del testo latino sono quattro verbi, dei quali gli ultimi tre riassumono quella che oggi è chiamata manutenzione ordinaria e straordinaria: facere  (=fare), riservato alla realizzazione di parti prima inesistenti; reparare (=riparare); reficere (=rifare, ripristinare, restaurare); preparare=organizzare l’esecuzione dei lavori. Colpisce anche la descrizione dettagliata di alcuni interventi, di chi deve fornire i materiali (sostanzialmente calce e travi) e in quale quantità. Tutti gli interventi, comunque, riguardano fabbriche dell’imperatore che costituiscono il cuore del castrum, ribadisco castrum e non castellum14. Ecco, allora, la seconda disinvolta forzatura: si passa dal castrum Meyani di questo documento al  castrum mezzaneum (che in realtà compare nel diploma del 1221 di cui parlerò fra pochissimo) perché mezzaneum (dopo un’ulteriore capriola che, con l’assimilazione, arbitraria, di castrum a castellum, ha dato vita a castella Menzanae)  si mostra più adatto per la messa in campo, dopo Giove Menzana,  della menza o minzana.

Su quest’ultima mi riservo di tornare per la botta finale. Intanto sottolineo come nel repertorio appena analizzato alcuni lavori, certamente meno importanti del rifacimento o della non distruzione di un castellum (inteso come serbatoio), sono descritti dettagliatamente per altri castra che non siano Mesagne. Vista l’importanza di immagine (con tutti i connessi aspetti politici, strategici , propagandistici) che una qualsiasi struttura idrica (naturale o artificiale che fosse) poteva avere, come pure, questa volta giustamente, sottolinea il Campana, è mai pensabile che tale dettaglio potesse essere omesso?

In realtà la possibilità di reparatio concessa a castrum Meyani è frutto di un calcolo politico, magari già maturato in occasione della promulgazione delle Costituzioni di Capua e che nella fattispecie trova la sua attuazione appena un anno dopo in diploma emesso a Taranto nell’aprile 1221 (custodito nell’Archivio di Stato di Napoli, del quale riporto i brani che ci interessano da Historia diplomatica Friderici Secundi, a cura di J. L. A. Huillard-Bréholles,Fratelli Plon, Parigi, 1852, tomo II, parte I, pagg. 163-165). Con questo diploma l’imperatore Federico ripristina un privilegio già concesso ai cavalieri Teutonici da suo padre Enrico VI: …  quod predictus dominus pater noster pia liberalitate concesserat et donaverat eidem domui Mezzaneum castrum, videlicet in terra Ydronti, quod est inter Brundisium et Oriam cum omnibus justis tenimentis et pertinentiis suis, et quod priuvilegium imperatoris ejusdem adveniente casu fuerat amissum, tempore videlicet quo Brundusini contra eamdem domum insultum temerarium facientes in ipsam et bona ejus nequiter et rapaciter irruerunt, intuitu retributionis eterne et pro remedio animarum divorum augustorum parentum nostrorum volentes quod idem imperator fecerat de liberalitate munifica innovare, castrum [……] cum omnibus justis tenimentis et pertinentiis suis eidem domui hospitalis et fratribus supradictis donamus, concedimus et in perpetuum confirmamus … (il luogo fortificato di Mesagne che il predetto padre nostro con pia generosità aveva concesso e donato alla medesima casa, cioè in terra d’Otranto, quello che si trova fra Brindisi ed Oria con tutti i suoi possedimenti e le sue pertinenze, privilegio del medesimo imperatore che era stato perduto per sopraggiunte vicende, cioè nel tempo in cui i Brindisini facendo un temerario attacco contro la medesima casa si scagliarono ingiustamente e rapacemente contro di essa ed i suoi beni, con l’intento di eterna ricompensa e a suffragio delle anime dei nostri divini augusti genitori, cosa che lo stesso imperatore aveva fatto istituire con munifica liberalità, doniamo, concediamo e confermiamo in perpetuo alla stessa casa dell’ospedale e ai suddetti frati il luogo fortificato [….] con tutti i suoi giusti possedimenti e pertinenze …).

Appare evidente che solo un pazzo autolesionista e con nessuna vocazione politica avrebbe potuto ordinare la distruzione di un bene che aveva intenzione di donare (non certo o, almeno, non solo per suffragio delle anime di un genitore per quanto augusto …) e che, dunque, la possibile reparatio dell’atto precedente riguarda senza dubbio alcuno il castrum Meyani (qui castrum Mezzaneum) e non i fantomatici castella Mezzanae.

Non commento la banalità di Non è tutto, poiché gli studenti spiegano che in una radura al centro di un bosco sacro (locus), vicino ad una sorgente d’acqua, gli antenati officiavano i loro riti per propiziarsi la divinità e voglio attribuirla al maldestro intervistatore, come attribuisco pure a lui Temené per Temène (per chi non conosce il greco: significa recinti sacri).   

Tornando agli autori dell’ipotesi (e continuo a limitarmi al solo recipiente perché mi occuperò dell’etimo di Mesagne solo se questo post susciterà qualche interesse o, meglio, qualche rabbiosa reazione …) : pretendere, poi, che Menzana abbia dato origine a minza e minzana sarebbe come dire, per restare in loco, che castello deriva da castellana e non viceversa.

Sarebbe bastata questa considerazione [al di là delle incongruenze di carattere metodologico che ho appena finito di provare e pure al di là del fatto, anch’esso di natura linguistica, che concordemente si considera menzana forma aggettivale dell’illirico *menza/mandia (cfr. albanese mes/mezi=muletto, mezat=torello, mezore=vitella; la continuazione nel latino mannus15 (da *mandus)=puledro e nel diminutivo mànnulus16] a distogliere dal formulare l’ipotesi di lavoro e, addirittura, ufficializzarla in un convegno. Non so quali siano state le reazioni di altri addetti ai lavori o presunti tali. So solo che quest’ipotesi non poteva non trovare accoglimento, dopo aver subito un’ulteriore mutazione in dato certo, da parte di una persona di mia conoscenza adusa alla latitanza delle fonti ed a collage di ogni tipo, in un improbabile quanto confuso e ricorrente (per usare due eufemismi …) sincretismo di forze naturali e non;  ma,  perché egli ne abbia contezza, propongo per brevità al lettore interessato ad un controllo, nel mentre mi scuso con gli altri per aver fatto, probabilmente, già perdere loro troppo tempo, il link http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=24755.

Vi troverà il povero Iuppiter Menzana (per quanto s’è detto Giove signore del cavallo) diventato nel Campana Menzana Pluvius (signore del cavallo propiziatore della pioggia), che ha subito un imprevisto cambiamento di sesso, cui allude il nuovo nome Menzana pluvium (Pluvius è di genere maschile, pluvium di genere neutro e neppure sotto tortura potrebbe accordarsi con Menzana che neutro non è, nonostante i variabili gusti sessuali degli dei pagani …); siccome, poi, le varianti, soprattutto quelle inventate, fanno comodo, ecco comparire Minzana pluvium in http://mobile.virgilio.it/micro/canali/search/dettaglio.jsp?nsid=41029690&ncid=00&qrs=magia+rituale&ofsp_back=0&eng_back=3&fromhp=yes

Infine, per chi, non pago, non volesse farsi mancare proprio nulla (tra l’altro il carattere prezioso di tutti i contributi segnalati in questo gran finale è dimostrato dal fatto che essi appaiono, postati da chi? …,  in un numero considerevole di altri links): http://www.frequency.com/video/campane-salentine-minzana-pluvium-giove/23070372.

__________

1 Per la capasa ed altri contenitori in terracotta vedi: http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/03/capasone-e-il-capofamiglia-capasa-la-mamma-capasieddhu-il-figlio/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/12/a-proposito-di-cumitati-ecco-le-terracotte-salentine/

2 Quod annis per quotannis.

3 Per victricium.

4 Per figerent.

5 Per cauda.

6 Per tanta.

7 Per oriundi.

8 Per equi.

9 Per apud.

10 Per conicitur.

11 Per Rhodii

12 Per his.

13 Finché non sarò smentito riterrò il periodo conclusivo attribuito al professor Campana Probabilmente lo stesso Federico II quando nel 1220 promulgava “le Costituzioni di Capua” con una famosa bolla parlava di non abbattere “castrum mezzaneum” riferendosi proprio a “castella Menzanae” cioè ai serbatoi dell’acqua presenti nel suburbio di Mesagne, pertanto parlava, probabilmente, della necessità di sistemare i serbatoi sotterranei dell’Acquaro così utili non solo alla sussistenza umana, ma anche prezioso elemento di celebrazione del potere imperiale una trascrizione passiva e strumentale di quanto si legge in Domenico Urgesi, Il castello di Mesagne nelle fonti storiche e documentarie, Mesagne, Flash, 1998: … il castrum (o la rocca) di Mesagne viene menzionato in un documento federiciano del 1220 [non so in base a che viene recuperata questa data, visto il range temporale ascritto al repertorio] sul quale non pesa alcun’ombra di dubbio; in esso si dice che: Castrum Mejanii [ovvero Meyani] reparari potest per homines eiusdem terre. Nel momento in cui Federico II emanava le Costituzioni di Capua (tese a recuperare al sovrano il suo demanio) e, con esse, ordinava la demolizione di numerosi castelli costruiti durante la sua minore età, quello di Mesagne veniva invece preservato: il castello [la rocca o il semplice luogo fortificato) può essere riparato dagli uomini della sua Terra (e quindi non va distrutto]. Si noti che il termine “castrum” viene utilizzato nei documenti svevi ed angioini, per indicare fortificazioni in cui si insediava solo una guarnigione militare.

Anche qui la definizione di castrum [per la quale l’autore cita in nota E. Sthamer, L’amministrazione dei castelli nel regno di Sicilia sotto Federico II e Carlo I d’Angiò, Adda, Bari, 1995; molto più illuminante, invece, mi pare Jean- Marie Martin, I castelli federiciani nelle città del Mezzogiorno d’Italia, in Castelli e fortezze nelle città italiane e nei centri minoro italiani (secoli XIII-XV), a cura di Francesco Panero e Giuliano Pinto, Centro Internazionale di Ricerca sui Beni Culturali, Cherasco, 2009, pp. 251-269)] mi pare riduttiva, anche alla luce del ripristino di un privilegio riguardante proprio Mezzaneum castrum cum omnibus justis tenimentis et pertinentiis suis contenuto in un diploma del 1221 del quale parlerò poco più avanti.

14 Già nel latino classico (Virgilio, Georgiche III, 475) indica una borgata posta in altura  e in Vitruvio un serbatoio per l’acqua. Questo secondo significato continuerà nel latino medioevale come voce giuridica: ecco come il lemma è trattato nel Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange: “Receptaculum quod aquam publicam suscipit, quae ducitur ad aliquod praedium irrigandum, in veteri utriusque Juris vocabulario” (Serbatoio che riceve l’acqua pubblica che viene condotta per irrigare un fondo, in un vecchio vocabolario di entrambi i diritti).

15 Lucrezio (I secolo a. C.), De rerum natura, III, 1062: currit agens mannos ad villam praecipitanter (corre spingendo precipitosamente i puledri verso la fattoria).

16 Plinio il giovane,  (I-II secolo d. C.), Epistulae, IV, 2, 3: Habebat puer mannulos multos et iunctos et solutos (Il fanciullo aveva molti puledrini e legati e liberi).

 

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