Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (2)

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Le iscrizioni

 

Fra le decorazioni policrome delle incavallature si sono trovate, nel restauro di fine Ottocento, alcune iscrizioni a grandi lettere gotiche, dipinte sulle facce laterali delle travi formanti le capriate. Esse rappresentano un notevole reperto epigrafico che aiuta sulla datazione, mentre non si è trovata alcuna indicazione per poter risalire agli autori. Sulla prima trave, a caratteri neri, si leggeva:

 

….TERTA SOLO TE(m)PLUM FUIT HOC RE(stitutum).

 

Sulla seconda, pure a caratteri neri, rimaneva la parte inferiore di poche lettere:

 

(p)ASTORIS BARTHULOM(ei)….SE(dentis?).

 

Sulla terza, a caratteri rossi, si leggeva:

):DOMINC….SEPTIV(?): REGALE:TENE(n)TI:PRINCIPAT(tu)

ROBERTO:NOSTRO:DOMINANTE:TARENTI:A(nno)M… [1]

 

I dati cronologici dell’iscrizione rimandano quindi ad un’epoca compresa tra il 1332, anno in cui Roberto d’Angiò successe al padre Filippo I d’Angiò nel principato di Taranto[2], del quale faceva parte anche Nardò, e il 1351, anno della morte dell’abate benedettino Bartolomeo (1324-11 aprile 1351), menzionato nell’iscrizione come vivente e che ha consentito l’esecuzione dell’opera[3]. Se si tiene conto degli eventi accaduti nel regno ed in città si potrebbe limitare il periodo fra 1350 e 1351.

Purtroppo non possediamo una letteratura adeguata che aiuti ad identificare meglio l’abate ed illustrarne la personalità, nè ci è dato di conoscere se possa essere stato egli stesso culturalmente in grado di sviluppare il programma iconologico di cui tratteremo o perlomeno sia stato capace di influenzarne la scelta. Di lui Giovan Bernardino Tafuri scrive che dal 1326 fu confessore del principe di Taranto Filippo e l’anno dopo partecipò al parlamento napoletano contro Ludovico il Bavaro. Da Filippo ottenne nel 1330 di far abitare il casale di San Nicola d’Arneo e nel 1349, dalla regina Giovanna, quello di Lucugnano, pure nell’Arneo. Di sicuro Bartolomeo fu  predecessore dell’abate Azzolino De Nestore, il cui nome, accanto alla data 1353, esistette sulla facciata della Cattedrale sino al 1652, con l’iscrizione: Abbas Azzolinus De Nestore A. D. Mcccliii. Certo è che se intervenne in modo così importante nell’abbazia di cui era reggente, preoccupandosi perfino di animare con vivaci dipinti le lunghe e piatte travi del soffitto, fu spinto o dall’intensificarsi dei pellegrinaggi o per la grande disponibilità dei benefattori, come testimoniano le memorie araldiche di cui si dirà più avanti, di sicuro per una cospicua presenza di monaci o anche solo di fedeli. Di certo conformemente alla Regola benedettina, che incoraggiava l’arte, strumento di vita monastica, in chiese e conventi.

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Primo Panciroli e Pier Olinto Armanini

 

L’arte decorativa medievale dei soffitti dipinti è un aspetto poco noto e non esiste ampia bibliografia sull’argomento. Ancor più scarsa la documentazione se ci si limita alla Puglia, per la quale resta fondamentale lo studio di Clara Gelao[4], che per prima ha documentato l’esistenza di parte delle antiche travature della nostra Cattedrale, da tutti gli altri Autori date per distrutte.

La lettura delle figurazioni delle travi offre interessanti considerazioni e nuove prospettive di studio che ci sforzeremo di indicare in questo lavoro.

Le decorazioni furono in parte riprodotte da Primo Panciroli, nato a Roma il 2 giugno 1875 e morto ad Acireale il 13 settembre 1946[5]. Il giovane riproduttore giunse in Nardò nel 1896, in occasione dei restauri della Cattedrale. Egli si limitò a raccogliere sistematicamente quanto era rimasto sulle travi superstiti, senza entrare nel merito dei temi, della cronologia e dei maestri esecutori, salvandolo così dall’oblio. Le tavole furono rilegate nel 1904 dallo stesso Panciroli in un album, oggi conservato nella Biblioteca dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte di Roma[6]. Il volumetto, con 11 tavole acquerellate di cm. 40 x 50, è  titolato: Raccolta dei motivi decorativi appartenenti alla distrutta travatura della Cattedrale di Nardò[7], ed era stato realizzato «per poter riprodurre quanto sarà possibile questa mirabile ornamentazione che ha delle caratteristiche veramente geniali»[8].

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Alcuni disegni furono pure eseguiti dall’architetto Pier Olinto Armanini, prematuramente scomparso all’età di ventisei anni il 10 maggio 1896, allievo dell’Accademia di Belle Arti di Milano, nonché discepolo di Camillo Boito ed amico del vescovo di Nardò Giuseppe Ricciardi. In occasione dei suoi studi romani sul Pantheon conobbe l’ispettore dell’Ufficio Centrale delle Belle Arti Giacomo Boni (1859-1925) e grazie a quest’altra conoscenza, ma anche per le sue indubbie capacità artistiche, ottenne il Pensionato Artistico Nazionale che durò dal 1892 al 1896. Il giovane architetto, anch’egli giunto nel gran fervore di intenti che animava la città di Nardò per il restauro della sua chiesa maggiore, quale saggio dei suoi studi realizzò nel 1894 una trentina di fregi ripresi  dalle nostre travi. I disegni furono pubblicati postumi nel volume La Cattedrale di Nardò-La cascina Pozzobello, che riguardo l’architetto riporta: «Innamorato delle svariate pitture decorative delle capriate, che, al dire del Maccari, forse in nessun altro monumento si presentano così copiose, svariate, ed in alcune travi-catene capricciose, l’Armanini si proponeva di tornare in Nardò per continuare nei rilievi; ma sventuratamente Nardò che tanto aveva amato ed ammirato l’aveva, e che di lui serberà imperitura memoria, più non lo rivide! Una infermità, che colpisce talora gl’ingegni più eletti non contenuti ne’ loro slanci da forza superiore, sventuratamente lo tolse agli studi. Quale vantaggio avrebbe arrecato all’arte il suo criterio esatto nell’esame dei monumenti!» [9].

Il tentativo fatto anche da questi lascia presupporre che già da allora più di qualcuno avesse intuito di trovarsi di fronte  ad un eccezionale documento di arte, di cultura e di fede, degno di essere trasmesso ai posteri.

Il Boni è stata senz’altro una figura importante per ciò che accadeva in Nardò in quegli anni. Tra gli architetti propugnatori dello stile neogotico che facevano capo a William Morris, era socio della “Society for the Protection of Ancient Building”. Per dieci anni svolse la sua attività nel Sud d’Italia e particolarmente in Puglia, dove tenace fu la sua opposizione a quanti pensavano di demolire la cattedrale di Nardò per scarso valore artistico: «se accadesse dovrei lacerare il diploma conferitomi per acclamazione dall’Istituto di Architettura di Londra, dovrei vendere al salumaio gli altri diplomi degli istituti congeneri degli Stati Uniti e dell’Accademia delle Scienze di New York». Infatti egli aveva individuato la chiesa normanna dell’XI secolo e tanta fu la sua soddisfazione d’essere riuscito a salvarla che ne curò personalmente il programma di recupero, preoccupandosi di studiare tutte le iscrizioni scolpite, dipinte e graffite, comprese le figure delle nostre travi.

Moltissimi elementi decorativi realizzati dal Panciroli servirono allo stesso Cesare Maccari (1840-1919) nell’affrescare il coro e alcune delle cappelle laterali dell’edificio, conformemente con quanto in quel periodo si studiava e dibatteva riguardo al Medioevo ed al passato più in generale[10].

 

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[1] C. Boito-G. Ricciardi-G. Moretti, La Cattedrale di Nardò-La cascina Pozzobello in Milano. Rilievi e studi eseguiti dall’ Architetto Pier Olinto Armanini durante gli anni del suo pensionato artistico in Roma, tipografia Umberto Allegretti, Milano 1898, 11. Le iscrizioni, rilevate dall’ architetto Giacomo Boni sulle travi della cattedrale, furono riportate nel Bollettino Ufficiale dell’Istruzione Pubblica, anno 1895, 2068.

[2] Roberto era anche signore di Puglia, avutala dalla regina Giovanna I, sua cognata per aver sposato il fratello Ludovico. Roberto nei documenti si firmava anche Romaniae Despotus, et Achajae, lasciategli da suo zio Giovanni di Sicilia, duca di Durazzo, Tarenti Princeps, Justiciarius, et Vicarius Principatus Tarenti…, oltre che Imperator Costantinopolitanus, dopo la morte della madre Caterina di Valois (Napoli, 1342), imperatrice di Costantinopoli, figlia di Carlo di Francia, conte di Valois, e Caterina di Courtenay, sua seconda moglie. Fratelli di Roberto, oltre il menzionato ed improle Ludovico, sposo di Giovanna I, furono Filippo II, che gli successe; Margherita, in prime nozze sposa di Edoardo re d’ Ecosse, ed in seconde di Francesco del Balzo, duca di Andria e conte di Avellino; Maria, nubile, e Giovanna, in prime nozze sposa di Leone I d’Armenia, della casa di Lezignen; in seconde di Leone II, zio e successore del regno di Armenia, col quale generò Leone III. Cf in merito anche S. Arcuti, I principi angioini di Taranto e la chiesa in Puglia, in Note di civiltà medievale. Numero speciale per l’ inaugurazione del nuovo edificio universitario “Oronzo Parlangeli”, Bari 1979, I, 209). Roberto, morto il 10 settembre 1364 e sepolto nella chiesa di san Giorgio il Grande in Napoli, sposò Maria di Bourbon, vedova di Guy de Lezignen.

[3] C. Gelao, Chiesa Cattedrale (già chiesa abbaziale di S. Maria Assunta), in Insediamenti benedettini in Puglia, Congedo, Galatina 1980, 3 voll., 436.

[4] In particolare ci si riferisce al suo saggio Tecta depicta di chiese medievali pugliesi, “I quaderni dell’Amministrazione Prov. di Bari”, Bari s.d. (ma 1981), corredato di numerose illustrazioni e con ampia bibliografia.

[5] Nato da genitori emiliani studiò all’istituto San Michele sotto la guida di Alessandro Ceccarini, diplomandosi nel 1894. Collaborò col Maccari anche a Loreto e al palazzo di Giustizia a Roma e da lui fu avviato alla grande decorazione murale, inserendosi di diritto nella scuola romana dei decoratori. Tra le opere principali gli affreschi al Comando Militare di Trento, sala Dante (1901-05), nell’Albergo “Acqua della Salute” di Livorno (1901-05), nella cattedrale di Acireale (1907-11), nella chiesa del Rosario e cattedrale di Bagnara Calabra (1921-22, 1937-40), nella chiesa dei cristiani copti al Cairo (1924-32), nella chiesa di S. Giovanni Battista a Ragusa (1926). Decorò anche i soffitti del Ministero dell’Agricoltura a Roma (1913) e del palazzo comunale di Acireale (1942). Approfittiamo per ringraziare il personale della Biblioteca Zelantea di Acireale per le notizie fornite sull’artista.

[6] Ancora un doveroso grazie alla Direzione della stessa.

[7] Quasi in tutte sono riportate la firma e l’anno di esecuzione, tra il 1896 ed il 1904. Esse sono state pubblicate monocromaticamente nel citato saggio di B. Vetere, S. Maria di Nardò: un’abbazia benedettina di Terra d’Otranto. Profilo storico-critico, in Insediamenti benedettini in Puglia, 228-240, e in Gelao, Tecta depicta, tavv. 19-26. Sempre qui sono riportate alcune foto di particolari sopravvissuti nelle travature (tavv. 8-18). Parzialmente i disegni del Panciroli sono apparsi nel volume curato da B. Vetere, Città e Monastero. I segni urbani di Nardò’ (secc. XI-XV), Congedo, Galatina 1986, figg. 29-35. Parte di una sola tavola è stata pubblicata nell’introduzione di M. Cazzato al volume di M. Marcucci, I mostri di Pietra guardiani della soglia. Civiltà della pietra leccese tra Medioevo, Barocco e Liberty, a cura di A. Costantini, Congedo, Galatina 1997, 6. Cazzato nel citato saggio accenna al divenire dell’imagerie medievale salentina, che raggiunge «livelli di saturazione visiva incredibili» nei secoli barocchi.

[8] Tafuri, Ripristino e restauro, 68. Un lavoro similare, ma limitato a poche tavole, fu realizzato per la Cattedrale di Bari da Pasquale Fantasia qualche anno prima. Cf C. Gelao, Tecta depicta, 11-12, tavv. 1-4; P. Fantasia, Il Duomo di Bari, in Annuario del R. Istituto Tecnico e Nautico di Bari, a. 1890, Bari 1892, tavv. XIX-XXII.

[9] «…l’Armanini, che aveva la prerogativa di non soffrire per la vista del vuoto, si inerpicò sulle travi catene e da vicino fece diversi rilievi di quelle pitture. Ma poi i rilievi furono completati e fatti con cura da uno dei discepoli del Maccari, Pietro Loli Piccolomini e raccolti in un album» A. Tafuri, Ripristino e restauro,  67-68). I disegni, come già spiegato, furono però eseguiti dal Panciroli e non dal Loli Piccolomini).

[10] In particolare furono soprattutto gli architetti francesi ed inglesi, poi anche italiani, che in quest’epoca si occupavano di studiare le arti applicate in ogni parte d’Europa, rivalutandole dal punto di vista estetico e storico-sociale. Negli anni in cui il Panciroli e l’Armanini lavorano a Nardò Camillo Boito, che era stato loro professore, pubblicava nel 1899, sulla sua rivista “Arte italiana decorativa e industriale”, una serie di pitture del soffitto dello Steri di Palermo realizzate da Giuseppe Alfano.

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