Ultimissime dalla “Pastorizza” di Marittima (Lecce)

cortile

di Rocco Boccadamo

 

 

Fra incontri, caldo afoso e un temporale, da ieri a oggi, è successo quasi tutto.

Da notare che qui, almeno sino ad adesso, questo luglio si va comportando alla grande in fatto di temperatura e di condizioni del mare, insomma è un bel cuore d’estate.

Ieri pomeriggio, a ridosso del tramonto, ho dedicato un paio d’ore a somministrare un po’ d’acqua ai giovani ulivi della “Marina ‘u tinente”, che m’erano sembrati in leggera sofferenza; un’operazione, che sono solito ripetere tre/quattro volte nell’arco della stagione estiva, sperando, in tal modo, sia di apportare un piccolo contributo al naturale sviluppo delle piante, sia di agevolare il mantenimento, sui rami, dei minuscoli frutti già formatisi e ottenerne lo sviluppo nel periodo canonico, ossia fra settembre e ottobre, in vista e a vantaggio della successiva raccolta.

Mentre l’acqua si andava depositando ai piedi delle piante, spettacolo nello spettacolo, ho scorto, in diversi posti e a più riprese, il timido affacciarsi e avvicinarsi, al liquido, da parte di minuscole lucertole, evidentemente assetate. Una scena tenera il vederle intingere il musetto nell’acqua a terra sotto gli ulivi e, in pari tempo, la soddisfazione interiore di arrecare un’utilità anche ad animaletti che popolano le nostre campagne.

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Sulla via del ritorno, mi sono fermato davanti all’uscio di Gina, mia coetanea classe 1941 e perciò antica compagna di scuola.

Non è sposata, la predetta amica, e, dopo decenni trascorsi nella sua casa natia, prodigandosi, specialmente da ultimo, nell’assistenza ai genitori, adesso vive da sola fra quelle pareti, mentre una sorella e un fratello hanno le rispettive famiglie.

Trovasi intenta a ricamare su una stoffetta, Gina, al che mi viene spontaneo di chiederle a chi mai fosse destinato quel prezioso manufatto, tovaglia o asciugamani o non so che altro. Forse a una giovane nipote?

Mi stupisce, invece, la donna, con questa frase: “Vedi, Rocco, ora che finisco di ricamare questa roba, mi devo sposare”.

Un’affermazione, espressa con naturalezza pari ad altrettanta sicurezza, al punto da far esplodere una spontanea, sonora risata, sia da parte sua, che da parte mia.

Il padre di Gina si chiamava Fiore, l’unico, in paese, con quel nome, di mestiere faceva, insieme, il contadino e il pescatore.

La sua figura si affacciava spesso, specialmente in primavera, la domenica mattina nella piazza della chiesa, dove egli esponeva una grossa “panara” piena di ricci di mare, unitamente  a una cassetta di compensato ricolma di polpi ancora vivi e che, con i loro tentacoli, andavano oltre le pareti del contenitore, sfiorando il pavimento stradale.

I compaesani, o prima o dopo la Messa, si avvicinavano a Fiore, acquistando qualcosa da utilizzarsi come arricchimento del pasto festivo e l’uomo, a sua volta, racimolava poveri spiccioli a integrazione del bilancio familiare.

Soprattutto, anche a distanza di più di un cinquantennio, sono sempre rimasto in qualche modo legato a Gina, per il ricordo di un doloroso evento verificatosi in seno alla sua famiglia nei primi anni ‘60 del secolo scorso, ossia a dire la scomparsa, per una grave malattia, di un suo fratello, di pochi anni più grande rispetto a noi, e quindi andatosene giovanissimo. Durante le ultime due sue estati, ricordo che gli fui materialmente vicino nella sofferenza: e dire che Mario, forte, sveglio e vivace, aveva per tanto tempo aiutato il genitore sulla barca, anche lui pescando polpi e ricci di mare.

Ciao, Mario!

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Nel sud, perciò anche nel Salento, perciò pure a Marittima, essere compare di qualcuno non è una condizione qualsiasi, bensì un legale importante, stretto e solido, quasi alla stregua di una parentela o di un vincolo familiare. Tenendo a battesimo un pargolo o facendo da padrino alla cresima di un ragazzo, si conquista il ruolo di compare, non solamente nei confronti del piccolo o del ragazzino, non unicamente nei confronti dei suoi genitori e nonni, ma anche riguardo a tutta la parentela allargata, ovvero fratelli, cognati, cugini;  inoltre, la condizione di compare si mantiene anche di là delle generazioni, insomma a vita.

Chi scrive, fra battezzandi e cresimandi, ha eseguito il compito di compare una quindicina di volte; non so se, sempre, meritatamente, sta di fatto che numerose famiglie del paese mi sceglievano, forse sarà stato a motivo che ero svelto, andavo bene a scuola, ho trovato un impiego a soli diciannove anni, oppure la gente mi chiamava per rispetto e omaggio nei confronti dei miei genitori, invero ben voluti da tutta la comunità.

A comprova del segno e del significato che si porta con sé nel tempo il ruolo di compare, mi piace dar conto di un minuscolo quanto indicativo episodio appena occorso nella natia Marittima.

La mia figliola, che vive abitualmente in Germania, portatasi nel bar del paese insieme con la sua piccoletta per acquistare un ghiacciolo richiesto dalla bimba, si è subito accorta che un anziano signore la osservava, insieme con la sua bambina, discretamente ma intensamente. Non conosceva per nulla l’uomo, mia figlia, mentre l’altro, evidentemente si era reso conto, che lei era mia figlia, la figlia di compare Rocco, memore che quest’ultimo, a suo tempo, circa cinquantacinque anni addietro, era stato il  padrino di battesimo di uno dei propri figli.

Sta di fatto che compare Vitale ‘u cuzzune, questo il nome dell’uomo, si è avvicinato a mia figlia, dichiarandole che era suo vivo desiderio, in certo qual modo un bisogno irrinunciabile, far dono di qualcosa alla bionda frugoletta, nipotina del compare Rocco: un gelato, una caramella, una brioche, purché fosse qualcosa e così dalle parole è passato ai fatti.

Una bella scena al bar del paesello, riferitami, con piacere frammisto a stupore, la sera, a cena, da mia figlia.

Ieri, intorno al crepuscolo, sovrastava, in alto, un cielo d’incanto, punteggiato, per di più, dalla falce sottile della luna al suo primo affaccio, l’immagine del satellite che più amo e mi fa pensare. Mi sono soffermato per un bel pezzo ad ammirare e a godermi tanta meraviglia.

Oggi, gran caldo, a mezzogiorno si sfioravano i trentatré – trentaquattro gradi, sennonché, in breve volgere di tempo, nella prima parte del pomeriggio, la scena è uscita completamente sconvolta, le nubi, in un baleno, hanno annerito il cielo, si sono scatenati lampi e tuoni ed è venuto giù un violento acquazzone. L’insieme si è protratto per un ora abbondante, con conseguente forzato riposo  a beneficio del computer, dello smart phone e di ogni altro apparato elettronico.

Poi, improvvisamente, grazie alle bizzarrie o risorse della natura, il cielo si è nuovamente rischiarato, il sole è ritornato a splendere, l’esercito delle cicale ha ripreso a frinire sui rami.

Suggestiva l’immagine dei tronchi e delle grandi chiome dei pini attornianti la mia villetta al mare, contemporaneamente gocciolanti pioggia e accarezzati dal sole.

 

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