Dall’Ariacorte, all’agorà politica d’oggi

salento terrazza 

di Rocco Boccadamo

 

Cici e Ucciu (all’anagrafe, Luigi e Antonio), per via della nascita in una stradina, nel loro specifico caso un vicolo, dello stesso rione dell’Ariacorte, in Marittima, dell’attiguità delle rispettive abitazioni e della crescita, si può ben dire, insieme, si ponevano, e in certo qual modo lo sono tuttora, a distanza di sessant’anni e oltre, fra i miei più stretti amici dell’infanzia e dell’adolescenza.

Compiti scolastici spesso gomito a gomito, lunghe maratone serali e notturne, durante la bella stagione, a rincorrersi e a nascondersi, salti “a cavaliere”. Poi, gare d’abilità di fronte a filari di noci, oppure nel gioco delle “fuceddre” (quadrato di cinque piccole buche sul pavimento stradale, a ridosso di un muro, dove indirizzare una minuscola pallina di vetro lanciata dal lato di fronte della via), oppure a “stacce”, in  forma di un tronchetto di pale di fichidindia sovrapposto a qualche povera moneta e da far cadere e scoperchiare mediante una sezione circolare delle medesime pale (giustappunto, staccia), scagliata da una certa distanza.

Insomma, frequentazione a tempo pieno, ci separavano appena le ore di sonno.

Talvolta, nei pomeriggi primaverili ed estivi, i suddetti m’invitavano ad aggregarmi a loro nella capatina a un vicino piccolo fondo agricolo, denominato “Pustizze”, dove, su istruzioni dei genitori, innaffiare piante e ortaggi e dar da mangiare ai conigli.

A “Pustizze”, a onor del vero, ci s’intratteneva ben oltre il tempo richiesto dalle incombenze da compiere, s’intrecciavano conversazioni e pensieri di fantasia o intorno a figure e vicende reali. In particolare, soffermando lo sguardo sul mucchio di piccole pietre (specchia), presente, forse da secoli, in un angolo del terreno, si configurava l’esistenza, lì sotto, di qualche “acchiatura”, grossi tesori in monete d’oro, mai fatti propri da alcuno, in quanto sorvegliati da un terribile serpente o da un diavolo in carne ed ossa.

Quest’ultima immaginifica scena si poneva proprio agli antipodi rispetto alla quieta, paciosa e silenziosa immagine delle mitissime creature domestiche, facenti capolino, con il muso, dalla rete metallica della conigliera.

Intorno all’intenso sodalizio fra lo scrivente e i fratelli C. e U., viene in mente un ricordo particolare, avente per protagonista in prima linea la mamma dei due, C.

Anche a quei tempi, fra ragazzi e adolescenti, potevano verificarsi beghe, contrasti, scontri, spintoni, litigi e, in certi momenti o scatti, arrivavano a volare epiteti insultanti e ingiuriosi. Frequente, fra le litanie delle intemperanze verbali, l’invettiva “Disgraziato!”, accezione con la quale, chi la pronunciava, intendeva addebitare, al destinatario, un comportamento irresponsabile e/o dannoso per sé e per gli altri.

Al contrario, se mamma C. si trovava ad udire tale termine, rivolto ad uno dei suoi ragazzi, lo interpretava nel significato di sventurato, fisicamente o psicologicamente non normale, sfortunato, poveretto, tanto che ella interveniva con vigore, riprendendo chi aveva pronunciato la “terribile” parola e controbattendo che suo figlio non era né scemo, né storpio, né cieco, né sordo.

C. e U., avevano una sorella, appena più grande d’età, D., la quale c’è ancora, al paesello, e mi capita d’incontrarla, seduta a fianco del marito C. nella cabina del loro motociclo “Ape” o fuori dall’uscio di casa; nel ricordo della mia antica frequentazione della sua dimora giovanile, D., in tutte le occasioni, mi accenna un saluto insieme con un sorriso.

Quanto al papà degli amici in discorso, P., egli non era originario di Marittima, bensì di un paesino sul versante dello Ionio.

Gran lavoratore, P., ma, in pari tempo, persona gradevole e scherzosa e, a modo suo, un mattacchione. Da dipendente comunale, si occupava della pulizia delle strade, dell’affissione dei manifesti e delle attività cimiteriali.

In linea con il carattere anzi descritto, in taluni momenti, si rendeva autore di autentiche stravaganze.

Ad esempio, una volta ebbe l’idea d’infittire la visiera della sua coppola mediante numerose puntine a spillo rovesciate, ossia con la testina affiorante verso l’esterno e, così armato, prese ad attraversare e a sfiorare le baracche ambulanti della festa dei “Santi nosci” di Diso, comprese quelle recanti grappoli di palloncini colorati appesi ad un filo.

Ovviamente, il semplice contatto delle punte acuminate ben celate nella coppola si traduceva in una serie di scoppi. E, da lì, via ad una selva d’imprecazioni, da parte dei poveri venditori, che assistevano allibiti al misterioso vanificarsi della loro mercanzia.

Arrivò un momento in cui, forse per motivi d’interesse, divisioni patrimoniali o robe similari, fra P. e suo suocero, avente lo stesso nome di battesimo, sorsero forti dissapori, sentimenti di astio, contrapposizioni e reciproco disprezzo.

Dopo una serie di scontri verbali, che non potevano sfuggire al vicinato e ai compaesani ingenerando perciò brutte figure, P. pensò di passare a un comportamento meno sonoro e tuttavia, a suo giudizio, non meno palese e pungente.

Lavorando a mano un blocco di pietra di cava, realizzò una sorta di testa d’uomo, con, alla sommità, due chiare e inconfondibili protuberanze, verniciate, onde renderle maggiormente visibili, con tinta di color rosso acceso. Quindi, collocò il manufatto sulla terrazza della sua abitazione, fissandolo saldamente al muro esterno, col “volto” in direzione della vicina casa del familiare.

L’amorevole segnale resto in bella mostra per decenni, non solo agli occhi del suocero – destinatario, ma anche a beneficio di tutti i compaesani, i quali, percorrendo la confinante strada che da Marittima porta verso l’insenatura Acquaviva, non mancavano di cogliere con lo sguardo quel particolare simulacro. In genere, la trovata, in fondo innocente, di P., finiva con dare luogo ad allegre risate.

*  *   *

Così si manifestava uno stato o clima di acceso contrasto, un po’ di decenni addietro, nel rione Ariacorte di Marittima (Lecce).

Si pensi, invece, in che modo si manifestano, oggi, nella patria Italia, i contrasti, le contraddizioni, le diatribe e le lotte, fra i vari partiti e schieramenti politici.

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