I proverbi popolari

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di Maria Grazia Presicce

 

Il proverbio risulta essere l’allegoria più antica usata dall’uomo per trasmettere e diffondere un insegnamento. Facendo riferimento alla sua longevità, mi piace citare un brano di Padre Carl’Ambrogio Cattaneo[2]:

 

[…] Il proverbio è un detto breve, arguto, popolare e antico, che dice poco, e spiega affai; overo accenna una cofa e di rifleffo, ne intende un’altra! […] Con la sua brevità fi accompagna l’arguzia; perché d’ordinarioil proverbio, è vibrato con qualche bella figura o metafora. Per cagion d’esempio, Prendere l’occasione a tempo; dice il proverbio Prendere la palla al balzo.[…] Il proverbio è un detto popolare e antico; cioè a dire che va da gran tempo per le bocche del popolo, e fi ufa ne’ disforfi familiari, ne’ conviti, ne’ congreffi, nelle lettere; e quanto più è ufato, è anche più autorevole, è […][3]

 

Nei proverbi sono racchiuse gocce di saggezza sintetizzate che fanno parte della tradizione di ogni popolo ed il loro contenuto è quasi sempre sintesi di un’esperienza vissuta, di fatti realmente accaduti di cui l’uomo ne faceva tesoro trasformandoli in proverbi, a cui ricorreva ogni qualvolta lo stesso avvenimento, in positivo o in negativo, si presentava. Il suo concetto racchiude l’essenza di un discorso e, questa sua brevità, fa sì che lo si ricordi con facilità e al momento opportuno lo si utilizzi.

Nel proverbio, in genere, c’è un monito a migliorarsi ed a migliorare la comunità di cui si fa parte, ed incita a far tesoro degli insegnamenti del passato per migliorare il presente ed il futuro.

L’articolo del Dottor Cosimo De Giorgi[4], recuperato da “ Il cittadino Leccese”, tratta proprio di questo argomento riferito alle abitudini dell’ alimentarsi in modo corretto. L’autore affronta l’argomento ricorrendo al proverbio, per far sì che il lettore, incuriosito, legga l’articolo e qualcosa gli rimanga come lezione, memorizzando, appunto, il proverbio!

 

 

 IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n.46, Lecce 28 Giugno 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 I nostri proverbi

 I

Una gita in ferrovia – Il popolo maestro – Due proverbi igienici sul mangiare – Il panorama della Cupa – Sancesario – Due nostri proverbi popolari.

 

E l’altro giorno m’incontrai con un tale, una vecchia conoscenza che movea alla volta di Maglie sdraiato sul divano d’un vagone, e uggito del luogo aspettare in quell’ardente fornace ch’è un treno da ferrovia esposto ai raggi solari, soprattutto in questa stagione, in questi paesi e nelle ore del pomeriggio. Era lì che leggiucchiava di mala voglia un giornalaccio politico che mi parve gli producesse l’effetto d’una ricca decozione di papavero o di camomilla. Vecchie novità le cento volte ripetute e rimesse a nuovo, come un pezzo di abete tinto a noce e ritinto a mogano; vero camaleonte sotto la penna del sciente periodicista. Eppoi, articoloni poggiati sul si dice; color equivoco né rosso, né giallo, né nero: certe corrispondenze effimere sul tipo di quelle larve d’insetti nate al mattino e il vespero già vecchie; invidiuzze reciproche, ira di campanile; una colonna per la revalente[5] miracolosa, un’altra pel mirabile Elisire; poi inserzioni, Rob[6], paste angeliche….e mille altre corbellerie di questo conio: la forma, come in genere quella degli altri suoi confratelli, molto negletta, tirata alla purchessia, ma sempre poco italiana. E la mia vecchia conoscenza se lo digeriva di mal genio pur di ammazzare quei pochi minuti prima della partenza del convoglio. Al vedermi trasalì d’un tratto, e dopo un buffo d’impazienza pel calore che lo aveva arrostito per un bel pezzo, mi venne incontro e mi disse:” oh, sei tu qui? E per dove?” – Per Corigliano, gli soggiunsi io –“ Bravo, bravo, ed io per Maglie; faremo un tratto insieme” e poi data un’occhiata all’oriuolo, un’altra al giornale che avea fra mano ed associante nel suo cervello chi sa quali idee, proseguì con queste precise parole – “ Dimmi un po’, Dottore, ci regalerai qualche altro articolo igienico, nel numero venturo del Cittadino?” – “ Oh, sì; tutt’altro che regali gli aggiunsi io, fo a fidanza con chi legge le mie povere cose, e se dovessi dar retta a quel che dicono oh, t’assicuro che la sarebbe ita a monte da un pezzo in qua – “ Senti dunque, proseguì l’interlocutore atteggiandosi a far or da Mentore; fin qui conversando igienicamente hai parlato tu solo; ma se tu ti poni ad illustrare qualcuno dei nostri proverbi popolari farai un viaggio e due servizii; vedrai come i principii d’igiene son radicati in quei detti che altri chiamano la sapienza del popolo; ed altri la più utile cosa dopo il Libro dei Libri[7]; e fornirai un alimento tanto più nutritivo quanto più assimilabile ed omogeneo alla nostra natura”

Questi due ultimi epiteti sonori, pieni di concetti, magniloquenti mi lasciarono pensoso per un momento…ma il fischio stridente della locomotiva venne in tempo a farmi riprendere il giro delle idee –

“ Sì, sì, mio buon amico, gli soggiunsi io, lo farò”

E rimasi contentone come colui che scoperchiando una tomba dell’antica Rugge[8], trova accanto a quei lunghi stinchi una bell’anfora riccamente istoriata, della quale a prima giunta non apprezza né il merito, né il valore. E andai ruminando fra me e me sulla scelta di fare fra i tanti che ne avevo sentiti nella città e nei vicini paesi.

“ I nostri vecchi, gli soggiunsi poi, che osservavano pur molto, e forse più di certi scrittori moderni, avean riconosciuto che gran parte delle malattie e proviene dall’abuso dei cibi per qualità e quantità; e che il tenere a moderata dieta lo stomaco e le intestina è una gran salvaguardia contro di esse. E con una frase enfatica dissero forse per celia – Omne malum ab Aquilone – tuttochè è di male in noi vien di tramontana. Ma essi accennavan ad un altro soffio di Borea ch’è più potente a darci addosso a farci andar giù; a quello che un grande americano traducea col dire: Ne ammazza più la gola che il cannone. E mi pare che sia un’idea così vasta ed universale, che la trovi nelle tradizioniproverbiali di tutti i popoli, con poche varianti da quelli Anglosassoni che sono i più concettosi, agli aforismi suonanti della scuola salernitana. I moderni ànno fatto un passo innanzi, e prendendo la cosa dal suo vero scopo ci hanno lasciato due precetti, che da soli valgono un intero volume d’Igiene – Si deve mangiar per vivere dice il primo, e non vivere per mangiare – ed il secondo soggiunge quasi ad esplicarne il concetto – si vive di quel che si digerisce non di quel che si mangia

Per me sta che questi due detti dovrebbero essere impressi su tutte le porte delle nostre cucine e dei nostri salottini da pranzo; e son diretti più che altro a coloro che danno tutto alle blandizie del gusto senza capire quel che avviene automaticamente nello stomaco, e sia buono e sia cattivo quel che s’ingerisce – E il breve gusto d’un momento si sconta a furia di coliche, di dolori, di evacuanti…. Eppoi ci si viene a cantar su tutti i versi quell’adagio: chi ai medici si dà a se si toglie.Ed il seguace di Ippocrate risponde alla sua volta che: di rado il Medico prende medicina…….

E proseguiva su questo tono mentre il vago panorama dei nostri paeselli della Cupa[9]

piccola conca che declina a valle della duna che la circonda mi si dispiegava dinnanzi fra il denso degli ulivi e i verdi cepparelli delle viti. E quella vista mi sorprese e mi distrasse, come sempre la vista degli oggetti naturali o artistici vagamente aggruppati hanno fatto sull’animo mio; e mi sentì ricreato in quel ridente declivio dei nostri piccoli colli rivestiti di vegetazione rigogliosa e di ville e di cascine, contornati verso l’estremo orizzonte dà vaghi paeselli disposti a mò di grande anfiteatro. E l’amico guardava pure, ma con occhio melanconico, il tristo spettacolo degli ulivi mezzo bruciacchiati dalle nevi del Gennajo, sterili senza frutto, con poche foglie anch’esse stecchite e ripiegate – “San Cesario!” gridò il conduttore del treno già fermo alla prima stazione; e due altre voci ripeterono nello stesso modo: nessuno si mosse; echeggiò la prima squilla, indi le trombe, il sibilo importuno, e via!

“Oh tornando a noi, soggiunse l’amico che fin qui era stato zitto come olio, ce n’è uno fra i nostri proverbi gastronomici, che sarebbe men bello se non potesse applicarsi nel senso opposto a quello d’uso volgare. Si suol dire fra noi MARA ADDHA ENTRE CI AE TRISTU PATRUNU ( Guai a quel ventre che ha un padrone che non sa tenerlo a modo).

Qui, è vero, lo intendeva per coloro che o per mal volontà o per necessità soglion tenere a stecchetto il loro stomaco, né sanno porgerli un alimento più succoso e più gradito: io invece lo tradurrei col dire: guai a chi non sa tenerlo a bada, ed ora allenta la briglia  e la salute la va giù a scavezzacollo, ora la tira e la tira la corda finchè si strappa.” –

“ Tra le due, gli soggiunsi io, la prima è la più frequente, e l’esser cattivo padrone produce dei cattivi servi e dei pessimi servizii. Di qui l’adagio d’uso toscano: poco vive chi troppo sparecchia! Ed ero per seguire su quel verso ma: il treno rallentò d’un tratto la sua corsa per la stazione vicina. –

“ Senti, mi disse l’amico, vo’ dirtene ora un altro che forse ti parrà in contraddizione col primo ma racchiude un gran bel consiglio – MANGIA PE’ QUANTU AI E NU DICERE PE’ QUANTU SAI –E come se fosse stato il freno d’una potente locomotiva, mi spezzò la parola in bocca e mi tacqui.

Dottor Cosimo De Giorgi

 

 

IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n. 47, Lecce 5 Luglio 1869

 

 CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

     II

L’altipiano di Galugnano – Il migliore di tutti i cibi – Parallelo coi detti toscani – Sternatia – I maccheroni, le paste e il pane – Sapienza popolare sul vino – Ma dev’esser quello! – Zollino –

 

Dopo pochi minuti il treno riprese il suo monotono tran-tran, e la conversazione si riappiccicò fra me e quella vecchia conoscenza. Eravamo già sull’altipiano, che nella direzione O.N.O. va da San Donato verso Galugnano, per discendere rigirando verso Caprarica e legarsi colle Murgie[10] che corrono fin nei pressi di Martano. Il moto rallentato della locomotiva, e il rumore prodotto dalla risonanza ci fè avvertiti del taglio praticato nel calcare compatto, coperto alla sua volta dagli strati della calcarea leccese e da un filo sottile di terra vegetale. Salutammo da lunge il borgetto di Galugnano colla sua vecchia torre; traversammo un sotto-passaggio metallico della rotabile ( il più gran valore della linea) e quindi girando e rigirando sulle ferree spire, ritornammo daccapo alla solita uggia della via non interrotta che da qualche campicello dalle spighe biondeggianti e dalle verdi canne del granturco.

“Ma poniamo, soggiunse il mio compagno, che al povero ventre tocchi un buon padrone, hai guardato mai come il nostro popolo sa mettere nei suoi proverbi le vere massime d’Igiene quanto alla scelta dei cibi? Sicuro: non tutti possono applicarli al caso proprio, né tutti vogliono darli retta; e specialmente quei tali che aman più di farsela collo speziale e col medico, che col beccaio.

Non dirò già di quei poveracci cui stringono i panni addosso, e che debbon consolarsi col dire – MEGGHIU FUMU DE CUCINA CA IENTU DE MARINA –Meglio fumo di cucina che vento di marina – e sia pure fumo senza arrosto; purchè qualcosa bolla nella pentola, purchè ci sia di che sfamarsi, non si curano d’altro. Misera gente che vive dell’oggi, incerta del domani, talfiata infingarda, il più spesso speranzosa d’un avvenire che non vien mai!

Gli altri poi ti dicono a chiare note, che la carne è il cibo più sano e più omogeneo all’organismo nostro, il quale infine dei conti è della stirpe di quelli di che ci nutriamo. E ti dicono con un modo proverbiale – LA SCIUEDIA CRASSEDDWA CI NU AE CARNE SE’ MPIGNA LA UNNEDDWA – Nel dì del Berlingaggio chi non ha carne impegna la gonnella -, che corrisponderebbe all’altro toscano: chi non carneggia non festeggia!

Oh sai, gli aggiunsi io, perché in Toscana dicono così?Perché trovano l’appicco ad altri molti proverbi sanitari, che vanno su questo tipo, e dei quali ora non rammento che qualcuno- Una carne fa l’altra e il vino fa la forza – e lo altro più concettoso: Carne tirante fa buon fante -; chè ti par proprio di veder la carne poco cotta e muscolare senza grasso e senza cartilagini come la sola che puor far dei bravi soldati e degli intrepidi camminatori. Uova, formaggi, latte, legumi,paste, son tutti cibi buoni, sani, vivificatori, ma non sono la carne; e lo stomaco san ben dirti nelle ore della sera il risultato dei suoi lavori, specialmente se il bilancio delle uscite non armonizza con quello delle entrate. Io a dirla schietta, non andrei tant’oltre col Mantegazza[11] a stabilir certe differenze sociali un po’ elevata dal solo uso della carne: anzi ritengo, come tipo, per noi meridionali l’alimentazione mista; mi va per altro che se il nostro operajo qualche soldo, che spende in più nelle sere del sabato per quel nero liquore, vergogna dei nostri pampini verdeggianti, o nei spiriti, o nel fumo lo convertisse in carne farebbe opera buona per se e pei suoi: almeno nei soli giorni festivi! Ma è tutto fiato perduto; ed io temo non sia una gran verità quella che il Lessona[12] accennava in certi suoi discorsi scientifici, che i predicatori per la salute del corpo son così poco ascoltati, quanto quelli per la salute dell’anima!”

Questo arguto detto d’un lepido scrittore e naturalista mosse l’ilarità nel mio compagno, che affacciato allo sportello del vagone dava di quando in quando delle boccate di fumo; e tenea fisso lo sguardo sulla chiesa e sul barocco campanile di Sternatia, che s’andava ingrandendo a norma che ci accostavamo. Dal lato destro della Murgia stava a ridosso del paese, brulla, pietrosa, spoglia di vegetazione: e la ferrovia nel mezzo.

“ Ma i più tra noi, mio caro Dottore, festeggiano non tanto colla carne quanto colla pasta, e specialmente con quella che altrove è detto cibo da poltroni ma che troppo ho veduto in ogni paese, siccome a Napoli, essere un cibo degli Dei. Una cosa sola c’è; che ad esser buona fa mestieri, che la sia rimestata di recente, e poi bea cotta e ben condita. E vedi su tal proposito che noi dician proverbialmente –JATA A QUIDDWWA PASTA CI DE ERNETIA SE’ MPASTA – Buona quella pasta che si impasta nel venerdì – perché così prosciugata, ma non secca né ammuffita può servir benissimo per la domenica. E le paste, come sai, son soggette a subir col tempo e coll’umidità una certa alterazione, che sta lì ad un passo dalle fermentazioni. E quel ch’è delle paste, s’ha a dir del pane; e allora vedrai come calza con cotesto proverbio, quello toscano – Ove d’un ora, pane d’un giorno, vino d’un anno – e l’altro – Pan che canti, vin che salti, e formaggio che pianga –; e il pane canterino è il migliorefra tutti, perché il più soffice – Cacio serrato e pan bucherellato! Ti rammenti?”

“ stai a vedere, gli soggiunsi io, che tu oggi sei proprio in vena di proverbi – “Ma dov’è poi, continuò l’amico, che abbonda l’Igiene dei detti popolari, è appunto nel fermentato e proteiforme liquor della vite. Da Anacreonte[13] al Redi[14], e dal Redi a noi ven’è stata sempre e in tutti i popoli una miniera inesauribile: chi in lode, chi in biasimo, e qualcuno si è tenuto per la via di mezzo. Gli intrugli che comunemente si fanno: le varietà di vino senza vino prodotte artificialmente; le specie che si rivelano coll’odore, col sapore, col colore, col nitore (Scuola Salernitana); le quantità diverse dei principii in essi contenute, e i vini diversamente attivi a norma del predominio dell’uno sull’altro: la facilità colla quale un lieto calice ne chiama un altro e s’alza il gomito e nella gioja si fa velo all’intelletto; eppoi gli eccessi e la mania… le son tutte cose che danno ragione a un mondo di proverbi contraddittori. V’è chi lo dice: – LU SANGU DE LI ECCHI – Il sangue dei vecchi – e il toscano aggiunge: – Buon vino fa buon sangue – Ma s’affretta a dirti che dev’esser di quelloche vien da avara mano; perché il – Vin battezzato non vale un fiato[15]E quel buono bisogna berne a misura, perché – Vino dentro porta senno fuora; – e sono i casi più frequenti, soprattutto fra noi, e coi nostri vini del capo.

“ E noi difatti, gli soggiunsi io, diciamo italianamente che nel desinare – Tavola e bicchiere inganna in più maniere; ma più che altro è sul dolce, che un buon bicchiere di moscadello, e di zagarese è una vera tentazione – CI OLE BISCIA LU MBRIACU VERU; SUSU LU DUCE CU ABI LU MIERU – Chi vuol vedere un vero brillo, sul dolce li faccia bere del vino –

E qui si ferma d’un picchio, perché il mio interlocutore frugando e rifrugando nella sua sacca da viaggio, avea tratto fuori un vecchio zibaldone dove cen’eran di molti e molte belle, raccolti qua e là fra le nostre genti. Ma in quel mentre il treno s’arrestò; ed una voce chioccia e tagliata a picco, come una gola di montagna, aperse lo sportello, e con accento stentoreo urlò: – Zollino! –

Dottor Cosimo De Giorgi

 

IL CITTADINO LECCESE  Anno VIII, N.49, Lecce 19 Luglio 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

  III

Zollino e la specola di Parigi – Proverbi igienici sul vestire – E da pertutto gli è ad un modo? – La torre dei diavoli – Le mietitrici e il ballo della tarantola – Corigliano.

 

Noi cercavamo coll’occhio di qua e di là nel vasto orizzonte e livellato, quel paese che trasse il nome dalle zolle; e fermo com’era il treno un’afa soffocante ci struggea tutti in sudore. Il termometro in quel giorno oscillava tra i 29° e i 30° del Centigrado; ma non vera un’aurea di vento a scemare l’ardore di quella stufa, nella quale eravamo già da un pezzo, per un guasto occorso alla locomotiva.

– “ Se si va avanti con questo caldo, soggiunse il mio interlocutore, tu vedrai nell’agosto le combustioni spontanee; e se è vero quel che si dice la specola di Parigi[16] (che ormai si nomina sempre a caso, come un tempo si facea del Barbanera[17], e del Fagioli[18]) che il termometro salirà a 37° Cent. Nel colmo dell’estate, cisarà di che arrostirsi ben bene, e tornare a casa come negri della Barberia[19]. Io già fin dai primi del maggio mi svestii dei panni invernali, e prevenni il calendario astronomico d’un buon pajo di mesi; ma l’altra sera con quel freschetto piacevole passeggiando in su e in giù per la città – come qui è costume e meriterebbe una di quelle conversazioni igieniche! – m’imbeccai una tale infreddatura, che mi ci volle del bello e del buono a tormela di dosso, anzi, anzi…”

Il treno finalmente si mosse e con una corsa più celere; dei getti d’aria calda, di fumo, e di vapore, vennero a ricrearsi un poco fra le tendine degli sportelli infuocati.

– “ Quanto a me, soggiunsi io, ho trovato esattamente igienico un nostro proverbio popolare, che ci avverte nel maggio di non aver fretta a vestirsi leggiero e nel giugno soltanto andare scemando i panni via via: – A MAGGIO ANE ADAGIU; A MMIESSI DE LI PANNI NDIESSI – Vai adagio( a spogliarti) nel maggio: e nel giugno svestiti pur dei tuoi panni –

E in questo proverbio tu ci ritrovi quella esperienza, fondata sfortunatamente sui termometri e sui barometri dei nostri vecchi; e che spesso t’occorrerà nei proverbi tipici d’un popolo. Esso ci dice come sian frequenti fra noi – immersi fra due mari e ricongiunti al solo settentrione colla terra ferma – quei sbilanci atmosferici, che si fan poi cagione di quelle scalmare, di quelle infreddature e di quelle angine, di che quest’anno si è avuta una quotidiana tragedia. In Toscana soglion dire: – a viri  Galilei (Ascenzione) mi spoglio i panni miei – che è come vedi un proverbio meno sicuro, e meno igienico del nostro, potendo cotesta festività, a quel che ne dicono, cader nei primi del maggio, come nel giugno. E’ vero che un proverbio comune ai nostri come hai toscani ci dice non esser tanto corrivi a mutar panni col mutar di stagione; perché – CAUDU DE PANNU NU FACE DANNU – Caldo  panno non fa  danno – che risponde all’altro – Caldo di panno non fè mai danno Ma quei cari montanini del Senese ne hanno degli altri più espressivi, e che ti danno ragione, fino ad un certo punto di questi precetti. Così soglion dire là sui colli della Staggia[20]: – Meglio sudare che tremare -; e Beppe Giusti[21] commentandolo ne accenna il perché – Si nasce caldi e si muore freddi

Questo bisogno di tenersi coperti e così generalmente avvertito negli adagii di tutti i popoli, che il Rabener[22] argutamente diceva nella sua lingua – Kleider machen leute

( Il vestito fa l’uomo) –

Un mio vecchietto di casa, che potea ben dirlo perché coll’Igiene accurata – e colla sola Igiene veh! – era pervenuto ad una età decrepita, senza salassi, e senza beveroni, solea dirmi spesso – “ Per istar bene bisogna calzar zoccoli, coprir coccoli ( la testa) e mangiar broccoli ( varietà di cavoli) e i nostri leccesi con attico lepore[23]  ti dicon lo stesso pensiero in due parole – COCCALU, BROCCULU,ZOCCULU – Nei proverbi toscani questa idea si svolge ancor più – Asciutto il piede e calda la testa, e nel resto vivi da bestia – ovvero meno pulitamente – Piedi, stomaco e testa, tieni il resto come una bestia – Non è già che io approvi con questo le coperture calde sul capo, che son l’origine delle calvizie precoci; io credo nell’acqua, e nell’acqua fredda e poco o punto nelle Pomate e negli Unguenti; essa può soltanto invigorire le papille e i bulbi piliferi, e rendere più folti e più duraturi i capelli!“

M’avvidi che il consiglio avea fatto brutta ciera nel mio compagno di viaggio, nel quale non ostante l’età fresca e la bellezza delle forme un calvario spuntava già sul suo cranio, per certe battaglie che so io; e mi affrettai a distrarlo coll’accennargli di lontano il campanile di Soleto – messo su dai diavoli in una notte[24]! – secondo la legenda; e più giù ancora, in una conca, la bella città di Galatina; e la vegetazione sempre crescente delle collinette sulle quali poggia Corigliano. E il treno via, nella sua corsa veloce! – A dritta e a manca il tardo crisantemo e le ultime calendule smaltavano di giallo la strada interrotta da siepi di rovi, e di fichi d’India dalle punte irte e minacciose. La calcarea leccese era scomparsa, e i sabbioni pliocenici tornavano daccapo a fior di terra duri e compatti da servir bene qual pietra di costruzione. I falciatori abbronzati dal solleone lasciavano il loro lavoro attratti dalla magica vista della sbuffante locomotiva: le mietitrici men curanti, recavano i covoni nelle bighe, coi loro abiti succinti, e i grembiuli azzurri di fustagno, e i piedi affatto nudi, come qui usa fra le contadine-

– “ Guarda mò, soggiunse il mio compagno quelle donnine: seguissero quel consiglio proverbiale di non andar mai scalze, non risparmierebbero i loro piedi alla puntura delle tarantole, e quindi ai balli, e a farsi prendere per grulle? V’è chi ci trova gusto a quei versacci, lo so; a me fa una pena che non so reggere a quei strani convellimenti[25] delle membra, a quello stralunar d’occhi, a quella ridda tempestosa, a quel cader giù a piombo che poi fanno per quindi ridestarsi di nuovo ai nuovi suoni e dar novello spettacolo ai curiosi che non mancano mai” – “ Oh, dì un po’: ci credi tu al tarantismo[26]? Gli dissi io. E il mio compagno facendo due occhietti maliziosi, con un sorriso scettico sulle labbra, dopo un po’ mi rispose: – Basta te ne parlerò un’altra volta, o te ne scriverò a lungo se avrò tempo.”

Ma già il treno dopo il solito fischio, rallentando via via, si era già fermato alla stazione; e la solita voce tornava a rintronare nel nostro scompartimento: – Corigliano! –

– “ Senti, senti; mi soggiunse l’amico lasciandomi; se tu scriverai qualche conversazione sui nostri proverbi popolari, ti rammenterai di me n’è vero?” –

“ Anzi tu ci farai la prima figura. Un bacio e addio!”

Dott. Cosimo De Giorgi

 

 


[1] Ph  M.G Presicce

[2] CATTANEO, Carlo Ambrogio. – Nato a Milano il 7 dic. 1645, novizio della Compagnia di Gesù il 1º nov. 1661, all’interno di questa si svolge, per lo più a Milano, il resto della sua esistenza. Insegnante di retorica nell’università gesuitica di Brera, ove pare privilegiasse, dell'”arte oratoria”,il “dir tragico”,resse anche, per qualche tempo, a Lecce il collegio del suo Ordine. http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-ambrogio-cattaneo_%28Dizionario-Biografico%29/

[3] Padre Carl’Ambrogio Cattaneo “Opere del P.Carl’Ambrogio Cattaneo della Compagnia di Gesù divise in tre Tomi. TOMO PRIMO, nel quale fi contendono LE LEZIONI SACRE divise in due parti, in Venezia MDCCXXVIII, Preffo Nicolò Pezzana con Licenza de’ Superiori, e Privilegi, pag.354 . http://books.google.it/books?id=zQnHnnZApsIC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

Cosimo De Giorgi o Arcangelo Cosimo De Giorgi (Lizzanello, 9 febbraio 1842Lecce, 2 dicembre 1922) è stato uno scienziato italiano. [4] Nel corso della sua vita affiancò, alla professione di medico, quella di insegnante presso la Scuola Tecnico-Normale di Lecce (dal 1870) e presso l’Educatorio Femminile (dal 1875). Ma a queste egli aggiunse un’intensa attività di ricerca e di studio che, riflettendo in pieno l’ampiezza dei suoi interessi culturali, abbracciò campi vastissimi ed eterogenei: paleontologia, paletnologia, archeologia, geografia, idrografia, meteorologia, geologia, sismologia, agricoltura, igiene. http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_De_Giorgi

[5] Armando Polito: REVALENTE o REVALENTIA o REVALENTA, preparazione alimentare a base di farine diverse, in particolare di lenticche, mais e piselli. Etimologia: deformazione di Ervum lens, nome scientifico della lenticchia.

http://www.canicatti-centrodoc.it/nuovocentro/miscellanea/varie/RevalentaArabica/La%20Revalenta%20arabica%20e%20al%20cioccolatte.jpg

[6] )  Bollettino officiale delle leggi e atti del governo della repubblica lucchese, Marescandoli, Lucca, 1804,  tomo V, pag. 184

[7] La BIBBIA

[8] Rudiae (in salentino Rusce [‘Ruʃe]) è un’antica città messapica, nell’area di influenza della colonia dorica di Taranto. La città è nota soprattutto per aver dato i natali al poeta latino Quinto Ennio. Viene oggi identificata con i resti archeologici situati nel comune di Lecce, lungo la strada per San Pietro in Lamahttp://it.wikipedia.org/wiki/Rudiae

[9] Porzione della pianura, intorno al capoluogo leccese, caratterizzata da una grande depressione carsica.
Grazie alla particolare bellezza delle campagne e del panorama, fin dal XV secolo l’area fu eletta dall’aristocrazia come luogo ideale per la villeggiatura, costruendo numerosissime ville. http://it.wikipedia.org/wiki/Pianura_Salentina

[10] Il Salento e in particolare la provincia di Lecce è caratterizzata da colline che in alcuni punti superano i 200 metri sul livello del mare. Sono conosciute con il nome di Serre o Murge salentine[…]http://it.wikipedia.org/wiki/Murgia

[13] Poeta greco (570 circa – 485 a. C.). Della sua produzione poetica ci sono giunti solo frammenti,[…] Secondo la tradizione morì a 85 anni soffocato da un acino d’uva. http://www.treccani.it/enciclopedia/anacreonte/

[15] Vino annacquato

[16] L’Osservatorio di Parigi (in francese, Observatoire de Paris o Observatoire de Paris-Meudon) è l’osservatorio astronomico più importante della Francia, https://www.google.it/webhp?hl=it&tab=ww#q=specola+di+Parigi&hl=it&tbo=d&tbs=clir:1,clirtl:en,clirt:en+observatory+of+Paris&sa

[17] Barbanera è il nome di un celebre lunario stampato per la prima volta a Foligno probabilmente nel 1743[2] e tuttora pubblicato. L’esemplare più antico a noi noto è un foglio unico risalente al 1762, conservato presso l’archivio storico della Fondazione Barbanera[3]. http://it.wikipedia.org/wiki/Barbanera_%28almanacco%29

Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 16601742) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Studiò letteratura e divenne uno dei più faceti ed allegri poeti estemporanei della sua epoca. Fu tenuto in un certo riguardo da parte della Corte Medicea e dalle persone più abbienti di Firenze, che lo accolsero volentieri a mensa e a conversazione per deliziarsi delle sue risposte frizzanti. http://it.wikipedia.org/wiki/Giovan_Battista_Fagiuoli

[19] Il termine Nordafrica designa la parte settentrionale dell’Africa, separata dal resto del continente (“Africa subsahariana”) dal deserto del Sahara. […]Si tratta sostanzialmente delle regioni storicamente abitate da popolazioni autoctone, di lingua berbera. La regione infatti era un tempo nota come Barberia . http://it.wikipedia.org/wiki/Nordafrica

[20] Staggia Senese (pronuncia: Stàggia) è una frazione di Poggibonsi, in provincia di Siena. l toponimo Staggia deriverebbe dal personale latino Staius[1], oppure dal germanico stadjan (stabilire, fermare, statuire, e quindi per estensione: luogo in cui ci si è stabiliti)[2]http://it.wikipedia.org/wiki/Staggia_Senese

[21] Giuseppe Giusti (Monsummano Terme, 12 maggio 1809Firenze, 31 marzo 1850) fu un poeta italiano del XIX secolo, vissuto nel periodo risorgimentale. http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Giusti

[22] Rabenerràabënër›, Gottlieb Wilhelm. – Scrittore tedesco (Wachau, Lipsia, 1714 – Dresda 1771).[…]  raggiunse larga popolarità come satirico[…]http://www.treccani.it/enciclopedia/gottlieb-wilhelm-rabener/

[23] lepóre s. m. [dal lat. lepos -oris], letter. – Lepidezza, piacevolezza arguta di stile, di espressione: spontaneo […]http://www.treccani.it/vocabolario/tag/lepore/

[24] La Guglia di Raimondello a Soleto è una torre quadrata molto slanciata (il lato di base misura appena 5,2 metri) e non è rastremata nei cinque ordini (come di solito per altre torri o campanili)[…] Tutte le bifore e gli angoli dei piani superiori sono ricchi di grifoni, leoni e maschere antropomorfi. http://it.wikipedia.org/wiki/Guglia_di_Raimondello

Secondo la leggenda, il campanile fu costruito nel corso di una sola notte di tempesta da megere e demoni[…]http://www.terrarussa.it/24021/guida-salento/folklore-e-tradizioni/una-notte-tra-megere-e-demoni-per-la-costruzione-della-guglia-di-soleto/

[26] Il tarantismo o tarantolismo è considerato un fenomeno isterico convulsivo. In base a credenze ampiamente diffuse in antichità nell’area mediterranea ed in epoca più recente nell’Italia meridionale, sarebbe provocato dal morso di ragni.Tale quadro psico-patologico è caratterizzato da una condizione di malessere generale e da una sintomatologia psichiatrica vagamente assimilabile all’epilessia o all’isteria.  […] http://it.wikipedia.org/wiki/Tarantismo

 

 

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