Cavallo in cucina ovvero la preistoria a tavola

di Massimo Vaglio

G.D. Ferretti (1692-1766), Arlecchino cuoco, olio su tela, Sarasota (Florida), The John & Mable Ringling Museum

E’ notorio come le carni equine non siano apprezzate univocamente in tutta la penisola italiana, bensì, come il loro uso, sia circoscritto a piccole aree sparse a macchia di leopardo, tanto a Nord, quanto nel Centro-Sud.

Una delle più estese, è senza dubbio il Salento, ove il consumo di carni equine o ferrate, come vengono localmente denominate, è quantitativamente paragonabile a quello delle carni bovine e suine.

Nessuno azzarda a ipotizzare una continuità storica, ma è un dato scientificamente comprovato, che le carni di un piccolo equide: l’Asino Idruntino (Equus asinus hydruntinus), fossero qui, già cospicuamente consumate, sin dal Paleolitico Medio e Superiore, come una grande mole di reperti, ritrovati in molte grotte del Salento testimoniano. Forse, ma è sempre un’ipotesi, l’estinzione di questo simpatico asinello dalla testa di mulo, sopravvissuto persino alla terribile glaciazione wurmiana,

Ricordo di Carlo Barbieri

di Domenica Specchia

Tra i nomi degli artisti italiani della prima metà del Novecento, si può annoverare quello di Carlo Barbieri (San Cesario di Lecce, 1910 – Roma, 1938) ricordato, in queste brevi note, per un vivacizzarsi di quella fiamma che, mai spenta, si rianima quasi all’improvviso, al leggero soffio di un anelito di speranza finalizzato – sic et simpliciter – a ridar la giusta considerazione e la meritata valenza a tanta riconosciuta maestria artistica.

Artista polivalente, Barbieri, nel suo breve, ma intenso itinerario di vita, iniziò a percorrere le strade della poesia e della decorazione per giungere poi all’ambito traguardo di un’arte originale, sintesi di scelte grafico – pittoriche oculate, partorite da una mente, dalle singolari capacità di trasformazione, ed impresse sul foglio da una mano tanto abile da lasciare traccia indelebile di un artista di grande personalità, caratterialmente libero di vivere la propria vita, scevro da condizionamenti di sorta, creativo, appassionato. Durante i ventisette anni della sua breve, ma intensa esistenza – peraltro, conclusasi banalmente, in quella tragica notte dell’11 giugno 1938, con l’annegamento nella piscina allo stadio di Roma – l’allora stadio Mussolini -, Barbieri profuse tutto il suo amore e la sua passione per l’arte. Dal suo paese natale, dove egli aprì gli occhi alla luce il 23 ottobre da Luigi, intagliatore di pietra, e da Giuseppa Paternello; Carlo, insieme ai fratelli Francesco, scultore, e Ugo, musicista, trascorse la sua fanciullezza a Lecce, città dove la famiglia si trasferì quando il padre fu assunto come impiegato al dazio. In questa urbs, di secolare tradizione culturale ed artistica, egli, insofferente ai condizionamenti scolastici, si recò a bottega e, intraprendente qual’era, apprese l’arte del modellare la pietra e del plasmare la cartapesta educando anche, da autodidatta, la sua mano al segno grafico.

Ricco di tali sofferte ed indimenticabili esperienze, ancora adolescente, incoraggiato dal maestro Geremia Re (1894 – 1950), e desideroso di migliorare la propria preparazione culturale ed artistica, si trasferì a Roma, a vivere con la zia, Irene Paternello, illo tempore, governante in casa del poeta Francesco Negro. In questa dimora, Barbieri domiciliò per ben quattro anni e furono questi, come scrisse Francesco Negro “di formazione, di fermenti, di sviluppi eccezionali, man mano che il ragazzo si addomesticava, toccava un libro, assisteva a qualche mia lezione, si commentava un poeta  […]  Al tu per tu poi veniva fuori con un’immagine inaspettata, un paragone, un giudizio, che nell’empiricità e involutezza si faceva apprezzare per qualcosa di acuto e di originale, di penetrante ed inventivo, soprattutto di fantastico”.

A diciannove anni, dopo essersi allontanato da casa Negro, Barbieri cercò in tutti i modi, tra difficoltà e sacrifici, di trovarsi una sistemazione, ma la miseria fu la compagna della sua vita poiché la fortuna – come egli stesso, sovente, ripeteva – non gli arrise mai. Con animo combattivo egli però ironizzava e rideva sulla malasorte come se fosse un meccanismo di autodifesa per allontanarla da sé. Pertanto, ironia, sarcasmo, purezza, dolcezza, sentimento sono gli ingredienti che qualificano le sue composizioni grafiche e pittoriche, tutte così diverse le une dalle altre nello stile, ma altrettanto anticonvenzionali e stravaganti nelle loro peculiari dissonanze. In questo periodo, durante gli anni venti e trenta del Novecento, Barbieri, “fulmineo psicologo e narratore istintivo” – come scrisse di lui, nel 1951, Vittorio Bodini (1914 – 1970), suo parente – si trovò a vivere in un ambiente ricco di fermenti culturali, in cui giunse l’eco della corrente espressionista della Neue Sechlichkeit (Nuova oggettività) di M. Beckmann (1884 – 1950), di O. Dix (1891 – 1968), di G. Grosz (1893 – 1959), artisti impegnati socialmente a decantare, rispettivamente, la caduta apocalittica dell’umanità, la stupidità della guerra, la cupa libidine della violenza e del potere.

I suoi interessi artistici furono vivificati però anche dalla metafisica di G. De Chirico ( 1898 –  1967), artefice di un’arte nuova, intesa come realtà diversa da quella che comunemente si conosce; dal movimento “Valori Plastici” di F. Casorati (1886 – 1963) e di G. Morandi ( 1890  – 1964) i quali, uno con la forma plastico – volumetrica e l’altro, con l’intimismo, vollero ricondurre il linguaggio figurativo moderno alla vera tradizione italiana di Giotto e di Masaccio; dalla poetica di  P. Picasso (1881- 1973)  che non esitò a schierarsi con la democrazia contro ogni forma di dittatura. Ma, in un clima, così dinamico a livello culturale, nella Capitale nacque e si sviluppò anche la Scuola Romana di Scipione (1904 – 1933), di M. Mafai (1902 – 1965), di A. Raphael (1990 – 1975), di M. Mazzacurati (1908 – 1969)  che manifestarono, alla maniera degli esponenti dell’Ecole de Paris, la loro libertà di pensiero e di espressione e l’indipendenza della loro cultura artistica dal potere. Proprio per queste motivazioni Barbieri si può ascrivere in quest’ultimo novero di bohémiens, tutti votati a realizzare un’arte moderna, senza un programma ben definito e ben lontani dal coniugare, a livello artistico, i canoni della tradizione accademica.

Il linguaggio figurativo di Barbieri, agli inizi incerto, si affinò – medio tempore – poiché egli si appropriò di accenti diversi che lo proiettarono in una dimensione in cui aspetti, dell’arte di tutti questi esponenti della cultura artistica della prima metà del Novecento, rimasero da lui comparati e selezionati in uno stile sobrio, tipico di un artista sensibile come fu lui, con l’orecchio e l’occhio sempre tesi a cogliere le novità per rielaborarle poi, in composizioni oscillanti tra influssi della Scuola Romana ed altri provenienti dagli artisti espressionisti, ma con accenti talvolta fantastici, addirittura fiabeschi, resi attraverso un uso del colore peculiare fino a conferire, comunque, al suo lunatico dipingere un carattere originale. Le opere: Incontro di Dante con Beatrice (cm. 16×20, pastello, 1932), Contadine (cm. 18×20, pastello, 1932), Poeta morente (cm. 58×81, pastello, 1935), Satiri  (cm. 48×68, pastello, 1935), denotano un lirismo coloristico che degnamente rende esplicito il sentimento dell’artista palesato, soprattutto, nei volti dei diversi personaggi rappresentati, sospesi tra realtà ed astrazione. Osservando attentamente queste opere è possibile riscontrare che, la sua azione pittorica non fu casuale, ma al servizio dei suoi impulsi interiori: dalle velature espanse e trasparenti che, talora, conferiscono alla composizione il senso di una profondità il più delle volte stratificata, a macchie dense di colore le quali sembrano quasi galleggiare sulla superficie di uno spazio fluido. Tinte calde e fredde che si sommano o si contrastano a seconda degli impulsi profondi dell’autore, artifex di sensazioni tattili in immagini visibili, verseggiate talvolta, qua e là, su fogli ingialliti, inchiostrati di parole, con frammentarietà nella forma e nel contenuto. All’esiguità del materiale poetico – attestante la sua vena letteraria – corrisponde l’altrettanta poca disponibilità nell’applicazione alle “arti decorative” che egli, comunque, praticò, ma si presume per puro guadagno e per soddisfare le esigenze ed i bisogni della committenza del tempo, determinata ad imporre il proprio gusto.

Sicuramente il disegno rimane l’espressione grafica più confacente al carattere schivo e solitario  di questo artista  che riuscì a fissare sul foglio tutte le impressioni del mondo circostante come soldati, saltimbanchi, circensi, nomadi, diseredati, ritratti, nudi, nature morte, paesaggi, soggetti che più lo attraevano, probabilmente perché in essi vedeva riflessa la propria esperienza di vita. Sono disegni che comunicano le sue diverse emozioni rese attraverso un segno talvolta marcato ed incisivo, talaltra leggero o veloce, ma pur sempre sintetico ed espressivo dei suoi stati d’animo e del suo ingegno indiscusso. Lo confermano i ritratti di Francesco Negro, Ritratto di Francesco Negro (cm. 16×21, matita, 1937), in cui egli pose in risalto il poeta,  fotografato, attraverso i tratti inquieti della matita, nella sua assorta pensosità, e quelli del fratello Ugo,  Ritratto del fratello Ugo (cm. 23×31, carboncino, 1931), Il fratello Ugo al pianoforte (cm. 50×75, carboncino, 1936) –  peraltro, venuto a mancare in giovane età – qualificati da una carica di espressività che rimane speculare del suo sentimento angosciato e sofferto.

Le indubbie qualità grafico – pittoriche esaltano l’arte di Barbieri che, a cento anni dalla nascita, rimane una meteora dell’arte salentina, da  riscoprire e riportare in auge per le future generazioni, inconsapevoli, probabilmente, della valenza di uno dei maggiori esponenti dell’arte italiana meridionale, poiché – per dirla alla maniera di J. Winckelmann – “l’umiltà e la semplicità furono le vere sorgenti della sua bellezza” di uomo del Sud e di artista del Novecento.

 

 

Un ringraziamento è rivolto all’amico pittore Lionello Mandorino per le notizie cortesemente fornitemi

La suppènna e la ‘mbracchiàta, antenate del porticato e del gazebo.

di Armando Polito

Vista esterna delle suppenne della Masseria Donna Menga (foto di Maria Grazia Presicce)
Vista esterna delle suppenne della Masseria Donna Menga (foto di Maria Grazia Presicce)

 

Oggi un’abitazione di prestigio di nuova costruzione, specialmente se insediata all’interno di un grande spazio anche cittadino, non può non essere dotata di un portico magari corredato di un sistema di chiusura per renderlo abitabile in qualsiasi stagione e condizione climatica. In passato non c’era masseria del Salento che non avesse il suo bravo portico, anche se spesso questo, essendo adibito a stalla o a spazio da utilizzare per determinati lavori, come la infilzatura delle foglie di tabacco da collocare sui tilarètti1 per l’essiccazione, poteva pure essere separato dalla fabbrica principale. Questo portico nella forma architettonicamente più pregevole era formato da un numero variabile di ambienti coperti da volte (a stella nella fabbrica delle foto), senza la presenza di muri divisori, eccetto quello che lo collegava alla fabbrica principale.

Vista interna delle stesse suppenne (foto di Maria Grazia Presicce)
Vista interna delle stesse suppenne (foto di Maria Grazia Presicce)

 

Tuttavia è legittimo supporre, come emergerà dalla testimonianza medioevale che fra poco citerò, che all’inizio questa struttura avesse in muratura solo le colonne portanti e che la copertura fosse di travi lignee, tavole e tegole. Era questa la suppènna, voce che per il Rohlfs2  è “da un latino volgare *subpinna=vano sotto il pinnacolo, cioè sommità del tetto”. L’unica proposta etimologica precedente a quella del Rohlfs è negli Atti del I congresso di etnografia italiana, Roma, 19-24 ottobre 1911, Unione tipografica cooperativa, Roma, 1912, pag. 223, in cui suppìnna è fatto derivare  dal latino casa supina. Non riesco a comprendere il nesso tra la dislocazione di questo particolare architettonico con il concetto di “disteso sulla schiena” ma posso tentare di ricostruire il percorso fatto fino al passaggio finale per me incongruente. Negli statuti della città di Barletta risalenti al XV secolo (dunque di più di tre secoli anteriori rispetto a quello, di cui si dirà più avanti, in cui è attestata la variante suppìgno) s’incontra un suppìna3, per cui, secondo me, si è pensato che esso corrispondesse a supina con geminazione espressiva di –p-: la proposta non regge, come già rilevato, sul piano semantico, ma anche foneticamente si mostra più debole e meno lineare rispetto a quella che avrebbe fatto poi il Rohlfs in cui –pp– è frutto di assimilazione e al gruppo –nn– corrisponde meglio il –gn– di suppìgno4 che non il –n– di supìna.

C’è da sottolineare inoltre che il suppina di cui stiamo parlando è inequivocabilmente accusativo neutro plurale (retto da extra come il successivo tecta) di suppìnum che, anche se non registrato dal Du Cange, è molto frequente in documenti medioevali a partire dagli inizi del XII secolo5.

Faccio inoltre presente che in architettura si chiama pennacchio (dal latino pinnàculum, diminutivo di pinna) la superficie di raccordo tra la struttura portante di un edificio a pianta poligonale e la calotta di una cupola che lo sovrasta. Il nome, oltretutto, è, dunque, connesso con la struttura della fabbrica, non con la sua destinazione d’uso, tant’è che, se a Nardò suppènna indica la descritta  fabbrica rurale, le sue varianti  suppìnna (a Castro e a Lecce) e suppìgne a Massafra sono sinonimi di soffitta, soppalco, 6, come suppìgnu nel dialetto calabrese.

Lo conferma anche la voce aggettivale sostantivata del latino medioevale suppennata non registrata, al pari di suppènna,  nel Du Cange7 né in altri ma attestata in una pergamena risalente al 9 gennaio 12808 e riferentesi ad un fortilizio di Lucera: … item suppennatam unam in ingressu magne porte ipsius fortellicie pro statu servientum deputatorum ad custodiam dicte fortellicie, trabeatam marramatam9 et imbricibus cohopertam; sub qua suppennata facta sunt sedilia de tufis … (parimenti una suppennata nell’ingresso della grande porta dello stesso fortilizio per lo stazionamento dei servi deputati alla difesa di detto fortilizio, trabeata e  intavolata e coperta di tegole: sotto questa suppennata sono stati realizzati sedili di tufi …).

Suppennàta suppone suppennàre e questo suppènna, che non è altro che il *subpinna ipotizzato dal Rohlfs dopo l’assimilazione e il passaggio –e->-i-, tutti fenomeni fonetici scontatissimi. Se poi lasciamo da parte quest’ultimo passaggio abbiamo una forma intermedia suppìnna, la quale compare in un provvedimento emanato nel 1434 dall’Università di Monopoli: Et etiam nullus civis vel exterus audeat nec presumat tenere banca ad vendendum caseum, recottam, oleum vel pisces aut alias res extra dicta suppinna seu tecta, excepto in loco, eis forte designato per ipsam universitatem, sub pena preditta applicanda ut supra10(E pure nessun cittadino o forestiero osi né pretenda di tenere banchi per vendere cacio, ricotta, olio o pesci o altro fuori dalla detta suppenna o tetti, a meno che non si tratti di un luogo allo scopo designato dalla stessa Università, sotto la pena predetta da applicare come sopra).

Faccio notare che in questo documento la locuzione extra dicta suppinna seu tecta è parallela all’extra suppina et tecta del coevo documento riportato in nota 3 e che aveva propiziato per suppenna l’interpretazione di casa supina. Supìna s’incontra una sola volta, suppìnna una caterva di volte: lascio al lettore giudicare se suppìnna può essere considerato deformazione di supìna o viceversa.

Ritornando un attimo al suppìgne di Massafra e al suppìgnu calabrese va ricordato, ad ulteriore conferma dell’ipotesi del Rohlfs e di quanto fin qui ho asserito, che suppìgnum è già attestato nel latino medioevale; in una pergamena custodita nell’Archivio capitolare di Barletta recante un atto stilato a Canne il 13 gennaio 1198 si legge: Ut numquam nos vel nostri heredes appellemus partem eiusdem monasterii de quodam suppigno qui est in civitate Barolo eidem monasterio pertinente nec questionem vel controversiam adversus partem predicti monasterii inde moveamus nec moveri faciamus11  (Affinché mai noi o i nostri eredi citiamo in giudizio la parte di detto monastero per quanto concerne una certa suppenna che si trova nella città di Barletta pertinente allo stesso monastero e per questo non promuoviamo o facciamo che sia promossa questione o controversia a carico della parte di detto monastero).

Non guasta aggiungere che a distanza di secoli suppìgno, nel significato di soffitta, è attestato nel napoletano Niccolò Capasso (XVII-XVIII secolo), De la guerra de Troia, II, 81, 3-4  : Ca si se trova ncopp’a lo suppigno/na gatta …; ancora, nel significato intuitivo di tettoia, in una relazione del 3 agosto 1757: … s’ave incontrato una muraglia benché ancora s’ave da incontrare alcuna abitazione; e detta muraglia siegue con il suppigno sopra, atteso abbiamo ritrovato molti tegoli sani e rotti …12;  s’incontra, poi, suppènna anche in testi non letterari dialettali: tormentato e spaventato per le tante cannonate che hanno tirato in questa città, delle quali ne avemo ricevute cinque in convento, una delle quali con una palla di trenta rotola diede allo travo maggiore dell’architravo della corsea dell’ospedale, e ne buttò quasi mezza la suppenna, in tempo che sotto di essa eramo tutti noi, e stavamo medicando un ferito … (da una lettera del 14 agosto 1648 in Angelo Granito, Diario di Francesco Capecelatro, Nobile, Napoli, 1854, v. III, pag. 440); … per dare un aspetto ancor più largo alla piazza, il Principe ordinò ai padroni delle botteghe di alzare il muro allora basso ed umido a un’altezza uniforme; e avvenne che quelli che avevano innanzi la suppenna, per la quale pagavano un canone di grana diciannove dovettero lasciarla e mettersi in linea  (in Pietro Palumbo, Storia di Francavilla città in Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1869, pag. 277).

Se la suppenna può essere considerata come la madre del portico, il gazebo in legno può trovare la sua genitrice  nella ‘mbracchiata, tettoia di frasche usata come schermo contro il sole o come riparo per le bestie. Il primo significato è quello più direttamente collegato all’etimo: ‘mbracchiata è da un latino *umbraculàta, participio passato di *umbraculàre, che è dal classico umbràculum=luogo ombroso, pergolato, riparo; umbràculum, infine, è da umbra=ombra, come tabernàculum=tenda  è da tabèrna=capanna. La sua semplicità costruttiva unitamente all’umiltà dei materiali ha da sempre conferito alla voce una sfumatura spregiativa che ancora oggi sopravvive nell’espressione ulìa cu ssàcciu ci ha proggettatu ddha ‘mbracchiata! che commenta la poco gratificante visione di certe espressioni dell’architettura (?) moderna per la quale, a suo tempo, l’illuminato critico di turno avrà, non necessariamente prezzolato,  usato parole altisonanti, mentre è incapace, magari anche prezzolato, di apprezzare l’armonia compositiva, e non solo quella, che ancora emerge dalle rovine immortalate nelle foto che corredano questo post …

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1 Diminutivo di tilàru=telaio.

2 Ogni volta che il suo nome sarà citato il riferimento è al suo Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.

3 In Francesco Carabellese, La Puglia nel secolo XV, da fonti inedite, Vecchi, Trani, 1901, pagg. 286, 287 e 288: non audeant nec possint banca seu plantas aut bancas aliquas exire, ponere aut tenere in dictas stratas puplicas, tam tempore nundinarum, quam aliis temporibus ultra vel extra suppina et tecta ipsorum suppinorum, set dictas plateas relaxare ac dimictere liberas et vacuas sine aliquo obstaculo seu impedimento(… non osino né possano esporre, porre o tenere panche e tavoli nelle dette strade pubbliche, tanto nel tempo delle nundine quanto in altri tempi, oltre o al di fuori dei suppini e dei tetti degli stessi suppini, ma lasciare e restituire le dette piazze libere e vuote senza alcun ostacolo o impedimento); … tecta cum suppina devastentur et demoliantur et ad pristinum statum reducantur, omni excusatione cessante (… le case con suppina siano abbattute e demolite e si riportino allo stato originario, con la cessazione di ogni giustificazione); … non audeant tenere aut ponere seu teneri aut poni facere ante eorum domos apothecas aut magazena extra suppina seu tecto frumentum vel ordeum ad vendendum (non osino tenere o porre o fare in modo che sia tenuto o posto davanti alle loro case, botteghe o magazini al di fuori della suppina o tetto frumento o orzo da vendere …).

4 Potrebbe pure, a complicare le cose, far pensare ad un *subpìneum da sub=sotto+pìnea=pigna, sulla scorta di copertura a suppigno, che nel gergo tecnico implica la realizzazione di un vano coibente con tettoia coperta da tegole o pignatte. Pignatta comunemente vien fatta derivare da pigna per somiglianza di forma delle antiche pignatte con una pigna; io invece non escluderei la somiglianza tra la copertura a pignatte e la disposizione delle brattee della pigna.

5 Diploma dell’anno 1107 in Regii Neapolitani archivii monumenta, Tipografia Regia, Napoli, 1857, pag. 307; documenti posteriori nel Codice diplomatico pugliese, passim.

6 Significati registrati dal Rohlfs, op. cit.; sarò grato a chiunque mi fornirà conferma o rettifica.

7 Glossarium mediae atque infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883.

8 In Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten Kaiser Friedrichs II und Carls I von Anjou bearbeitet von Eduar Sthamer , Band I, Capitinata (Capitanata), Verlag von Karl W. Hiesermann, Leipzig, 1912, pag. 104.

9 Nel Du Cange è registrata la variante marrimàre con questa definizione:  Ligna sedibus aedificandis aut reparandis apta parare, elaborare (Preparare, lavorare legname atto alla costruzione o alla riparazione di una fabbrica).

10 F. Muciaccia, Il libro rosso della città di Monopoli, Vecchi e C., Trani, 1906, pag. 137.

11 F. Nitti De Vito, Le Pergamene di Barletta. Archivio capitolare (897-1285), Codice Diplomatico Barese, Bari, 1914, vol. 8, doc. n. 178.

12 Michele Ruggiero, Degli scavi di Stabia dal 1749 al 1782, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, Napoli, 1881, pag. 61.

Il nuovo Consiglio della Fondazione

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Sono tutte neretine e provenienti dal mondo della Scuola  le nuove componenti del  consiglio di amministrazione della la Fondazione “Terra d’Otranto” rinnovato nei giorni scorsi. Sostenuto dalla convinzione che la promozione culturale del territorio non possa fare a meno innanzi tutto della formazione  dei giovani, il  presidente Marcello Gaballo ha nominato vicepresidente Carmen Tarantino,   docente di Italiano e Latino presso il Liceo Classico “Galilei” di Nardò e ha assegnato  le cariche di Segretario ad Annamaria Falconieri, docente di Matematica e Fisica presso il locale Liceo Artistico, di Tesoriere a Monica Marzano, docente di Laboratorio di Informatica nell’Istituto Tecnico “Vanoni” di Nardò,  di Consigliere a Miriam Giannone, insegnante nelle scuole primarie.

 

Il finocchio marino noto come erva ti mare

di Massimo Vaglio

Il Finocchio Marino (Crithmum maritimum) è una pianta della famiglia delle Ombrellifere, dalle foglie carnose, specie alofila, ossia amante dei luoghi salsi, cresce spontanea lungo i litorali rocciosi spesso a pochissima distanza dalla battigia.

Nel Salento, in particolare nei paesi dove è utilizzato, assume diverse denominazioni: Erva ti Mare, Salissia, Crìtimu, Trìtimu. Questa graziosa pianticella, dallo spiccato aroma di finocchio, accentuato dal salino della sua linfa, per poter resistere nel suo habitat estremo, esposta perennemente agli spruzzi di acqua marina, senza disidratarsi per scambio osmotico, come avverrebbe alla quasi totalità delle piante, possiede nella linfa una concentrazione salina molto simile a quella dell’acqua di mare.

Proprio le sue spiccate caratteristiche aromatiche e di sapidità non l’ hanno fatta sfuggire a un popolo come quello Salentino che possiede nel suo corredo cromosomico la mirabile attitudine a valorizzare le cose più povere, con le quali nei secoli ha saputo creare una grande cucina, i suoi rametti, conservati sott’aceto, sono tradizionalmente utilizzati alla stregua della giardiniera, in insalate, per arricchire il condimento delle friselle e per contorno al lesso.

Non sono molte le località italiane ove si utilizza questa pianta a scopo gastronomico, e anche nel Salento, terra come più volte ribadito, detiene il primato nell’utilizzo di essenze spontanee, il suo uso non è universale, bensì limitato ad alcuni paesi.

Saltando il Salento bisogna però arrivare sul Mare del Nord e in particolare sulle coste dell’Inghilterra e dell’ Irlanda per trovarlo di nuovo sulle tavole.

 

Finocchio marino sott’aceto

I rametti teneri del Finocchio Marino, vengono raccolti recidendoli manualmente dalle piante che crescono spontanee lungo i litorali rocciosi, quindi pressoché esclusivamente in aree demaniali marittime. Questi, vengono mondati dalla parte dura e fibrosa, nonché dalle foglie ingiallite e maltrattate quindi risciacquati e lasciati su di un piano ad appassire leggermente , condizione che normalmente si verifica già dopo una mezza giornata.

A questo punto i rametti vengono semplicemente posti in vasetti di vetro, ricoperti d’ottimo aceto bianco di vino, chiusi ermeticamente a mezzo delle apposite capsule e lasciati stagionare qualche mese prima di avviarli al consumo.

Dato l’alto potere antisettico dell’aceto e l’alta concentrazione salina naturalmente presente nella linfa del finocchio marino, nella preparazione casalinga non si procede a sterilizzare il prodotto, che pronto all’uso entro un mese dall’invasettamento, si conserva in perfetto stato per oltre un anno.

Castro. Un’atipica scena d’espressiva sensibilità

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di Rocco Boccadamo

Mite e soleggiato pomeriggio di febbraio, passeggio lungo la litoranea da Castro verso l’insenatura Acquaviva, odo appena lo sciacquio leggero e delicato delle onde cristalline a poche braccia di distanza, un senso d’autentico balsamo m’invade dentro, sia nelle membra, che nello spirito.Ho sempre provato ammirazione per la giovane coppia la quale, non disponendo subito di un tetto nel paese natio a pochi chilometri di distanza nell’immediato entroterra, una decina d’anni addietro è venuta a formare famiglia stabilendosi in una villetta, della madre di lui, costruita meramente per le vacanze estive, giusto in quel tratto di strada alle porte della Perla del Salento.Da un lato, in materiale isolamento e massima solitudine, dall’altro in compagnia delle incomparabili bellezze della costiera del Tacco d’Italia e della voce, quando in sordina quando vivace, dei flutti marini, il nucleo si è andato allargando: oggi, accanto a moglie e marito, ci sono due vispi e carinissimi ragazzini, già in età scolare.Durante questo dopopranzo di piacevole camminare, passando innanzi alla villetta, noto la presenza dei giovani genitori: lui intento a scaricare della roba dall’autovettura, lei, invece, sul ciglio opposto della strada, china sul tappeto erboso ai piedi di un annoso carrubo.Incuriosito dalla giovane figura femminile in tale posa, mi viene spontaneo di accostarmi: in un baleno, m’accorgo che non è lì prona per caso, sotto le sue mani, sfiorato da innumerevoli carezze, giace un piccolo cagnolino, un cucciolo aggraziato, disteso quasi che volesse assaporare con gusto il contatto di quei palmi familiari.

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Invece, appena pochi attimi prima, varcato il cancello di legno della villetta sotto lo stimolo di un’ingenua euforia, la bestiola ha attraversato la strada per l’ultima volta, un veicolo in corsa l’ha sospinta con violenza e, ora, è esanime su foglie verdi che profumano di promesse di primavera, gli occhi completamente aperti, segno che l’impatto non è stato intravisto neppure minimamente.La giovane donna e mamma, va rimbrottando il batuffolo, ma dolcemente, gli domanda perché mai si sia avventurato a superare il cancello. Si capisce che prova sincera sofferenza, ma esteriormente non lo dà a vedere per niente, risoluta ad evitare d’intristire i suoi due figli.

L’issopo. Da coltivarsi nel Salento?

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di Antonio Bruno

 

L’issopo officinale (Hyssopus officinalis L.) è una pianta aromatica della famiglia delle Lamiaceae.

È una pianta erbacea molto antica coltivata per le sue proprietà terapeutiche (espettoranti, digestive) e per gli usi in cucina. In questa nota viene presa in considerazione l’opportunità della sua coltivazione nei territori del Salento leccese

 

issopo2

 

Dal Salmo 51

7 Purificami con issopo, e sarò puro;

lavami, e sarò più bianco della neve.

L’Issopo (Hyssopus officinalis L. ) originario di alcune regioni del nord Africa, dell’Asia occidentale, della Siberia e dell’Europa si è diffuso naturalizzandosi un po’ ovunque, comprese le regioni nord americane. Cresce allo stato spontaneo negli incolti assolati.

Dal latino hyssopu(m), greco hyssopos, di origine semitica. Alcuni autori fanno risalire l’origine del nome all’antico ebraico esob o ezob, con il significato di “erba santa”.

Il Salmo 51 della Bibbia cita l’Issopo che è una pianta che nel libro è citata per undici volte. Gli ebrei la utilizzavano per la purificazione, e questa stessa pianta nella tradizione dei primi cristiani era il simbolo del Battesimo ovvero della purezza.

Plinio cita l’Issopo come rimedio efficace contro i pidocchi ed il prurito della testa; decotto d’Issopo con sterco di gallina, purché bianco, contro il veleno dei funghi; Issopo con sale contro il morso dei serpenti; Issopo con granchi per provocare le mestruazioni

I fiori dell’Issopo sono blu, stesso colore del lapislazzolo. L’uso dei rami di Issopo nelle cerimonie di purificazione è attestato da molti altri richiami del Vecchio Testamento: nelle prescrizioni riguardanti la Pasqua, (Esodo 12, 22); nella purificazione del lebbroso (Levitino 14, 4 ecc.); nell’uso dell’acqua lustrale (Numeri 19, 18 ecc.). Anche nel Vangelo secondo Giovanni (19, 29) nella tragica sequenza finale della crocifissione e morte di Gesù, viene citato l’Issopo: “E i soldati inzuppata una spugna nell’aceto, la posero in cima ad una canna d’issopo, e gliel’accostarono alla bocca.”

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Dioscoride, Galeno e Ippocrate utilizzavano l’Issopo che è considerato un buon succedaneo del the. Questa pianta viene citata sempre nella Bibbia come rimedio contro la lebbra; i lebbrosi infatti la sfregavano sulla pelle per liberarsi da questo male. E´ considerata una pianta con proprietà antibiotiche ma soprattutto antiasmatica. L´Issopo è sconsigliato alle donne incinte.

Per distillazione dell’Issopo si ricava un’essenza, il cui effetto sui centri nervosi, studiato da Cadéac e Meunier nel 1891 e da Caujolle nel 1945, può trasformarsi in vere crisi epilettiche.

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La semina dell’Issopo va fatta con l’ultimo quarto di luna di marzo e trapiantato dopo un mese ad aprile, sempre nello stesso periodo lunare ma sarebbe meglio trapiantare le giovani piante nella primavera dell’anno seguente. Ancora più facile è provvedere a piantare le barbatelle o schegge di radice in primavera o in autunno, che mettono rapidamente radici.

Nel Salento leccese l’issopo è una pianta che si adatta bene nella terra calcarea, ricca di humus e ben drenata. È una pianta ideale da far crescere tra i gruppi di rocce decorative dei giardini. E’ singolare il fatto che se l’Issopo coltivato diviene molto vigoroso, cambia il colore dei fiori! Spesso in questo caso i suoi fiori azzurri sono sostituiti da corolle bianche o rosee, che comunque conservano la loro attrazione per le api.

I fiori e le foglie secche vengono vendute su internet in buste da 100 grammi al prezzo di 39 euro al chilo! Sarebbe opportuno prendere in considerazione la coltivazione dell’Issopo per venderlo!

La coltivazione rimane sul terreno per cinque anni. Al primo anno di coltivazione l’unico sfalcio permetterà la raccolta di circa 20-30 q/ha di prodotto verde. L’issopo entra in piena produzione dal secondo anno. Le produzioni di massa verde variano fra i 100 e i 150 q/ha a seconda delle tecniche di coltivazione adottate. Il calo verde-secco è di 4 a 1 mentre il calo da pianta fresca a foglie e fiori mondi è di 5-6 a 1. Nella peggiore delle ipotesi si ricavano 35 quintali per ettaro di foglie e fiori secchi che venduti al prezzo di 390 euro al quintale potrebbero garantire un reddito di oltre 10 mila euro per ettaro l’anno.

Ha un sapore di menta un po’ amaro e può essere aggiunto alle minestre, alle insalate o alle carni, anche se dovrebbe essere usato con parsimonia poiché il sapore è molto forte. L’issopo entra nella composizione del liquore Chartreuse ed è un ingrediente dell’acqua di Colonia.

Anatole France scrive: «Anacoreti e cenobiti vivevano nell’astinenza, prendendo qualche cibo non prima che il sole fosse tramontato, e tutti i loro pasti si riducevano a puro pane con un po’ di sale e d’issopo. Alcuni inoltrandosi nel deserto, cercavano asilo in una caverna o in una tomba e conducevano una vita ancor più singolare».

Anacoreti e cenobiti facevano una vita sana e naturale e in questo contesto l’unico aroma consentito era l’issopo, per questo motivo sarebbe interessante riprendere in considerazione il suo consumo e la sua coltivazione nel nostro territorio.

 

L’EMIGRAZIONE DEI MERIDIONALI

Un incontrollato e inarrestabile fenomeno esploso subito dopo l’Unità d’Italia

L’EMIGRAZIONE DEI MERIDIONALI

Il Meridione, violentato e sfruttato in ogni sua parte vitale, reagì alla difficile situazione economica con un esodo di massa in Europa, nelle Americhe e in Australia

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di Rino Duma

Premessa

Quello dell’emigrazione è stato un disastroso e sconvolgente fenomeno che ha interessato l’Italia subito dopo la sua unificazione. Una crisi economica devastante e incontrollabile mise in ginocchio intere popolazioni, a partire da quelle meridionali dell’ex Regno delle due Sicilie, in particolar modo la Campania, l’Abruzzo, la Basilicata e la Calabria, sino a travolgere anche quelle del basso Veneto e del Friuli.

Stranamente il fenomeno risparmiò le zone centro-settentrionali del paese, che furono appena appena sfiorate dall’ondata di carestia, sofferenze, malattie e morte.

Il governo non seppe fronteggiare con opportune e tempestive politiche la preoccupante situazione; tentò di arginarla, ma furono solo interventi di facciata e poco efficaci. D’altra parte cosa poteva mai importare al governo centrale se nel Meridione d’Italia intere popolazioni erano state ‘indotte’ a vivere alla stessa stregua degli animali? o se non trascorreva anno senza che si presentasse a Palermo, a Messina, a Napoli o a Bari il colera, il tifo petecchiale, il morbillo, la scarlattina e quant’altro di peggio? Eppure, durante la presenza borbonica, il Meridione, pur vivendo in condizioni precarie, non aveva mai toccato condizioni di vita così tanto estreme!

La verità – nota solo a pochissimi e che la storia non ci ha mai trasmesso – è che le ricchezze dei Borbone e di altre popolazioni servirono a colmare (solo in parte) l’enormità del debito pubblico piemontese (forse superiore a quello attuale italiano), che di fatto fu poi riversato nel bilancio del nuovo stato unitario ed assunto da tutti gli italiani (ancor oggi stiamo pagando interessi su quel debito sabaudo!). Questo è uno dei principali motivi (se non l’unico) per cui fu fortemente voluta l’Unità d’Italia!

L’inarrestabile emorragia dell’emigrazione

Stante una situazione del genere, l’unico rimedio per le genti disilluse, affamate e sfinite fu quello di abbandonare la propria terra e di migrare in uno stato europeo più ricco o in uno extraeuropeo in via di sviluppo. Inizialmente furono scelte la Francia, la Svizzera, la Germania e l’Austria-Ungheria, mentre in seguito furono preferite le Americhe e l’Australia.

Fu un vero calvario verso cui andarono incontro milioni di contadini di mezz’Italia1, per i quali nulla fu fatto di concreto per scongiurare la tendenza all’espatrio. C’è chi ipotizza che il movimento migratorio fu visto come una panacea dalle autorità politiche dell’epoca e che addirittura fu incentivato. I lorsignori governanti, invece, avrebbero dovuto adoperarsi nelle aree interessate con un’efficace e massiccia politica di rinascita e di sviluppo, in modo da attenuare il divario economico tra le due parti d’Italia. Non lo fecero perché l’unificazione dell’Italia non aveva mai trovato posto nella loro mente, se non per realizzare forti e turpi interessi di parte. Anzi il divario andò via via acuendosi senza alcun controllo.

Perciò si decise di partire “per terre assaje luntane”, dove poter ricostruire pian piano una condizione di vita decente e dignitosa.

Spinti dalla miseria e dalla speranza di un futuro migliore, ma vittime della propria ignoranza ed analfabetismo, molti emigranti (veneti e meridionali) furono facili prede di sfruttatori, la cui propaganda fu spietata e scandalosa, tanto da promettere “ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigevano in America, dove le strade erano coperte d’oro e si mangiava a sazietà”.

Il lavoro degli agenti d’emigrazione fu impietoso, asfissiante ma anche molto redditizio. Questi uomini, senza cuore e con l’unico intento di ingrossare il portafoglio, arrivarono ad offrire anche il biglietto d’imbarco a quei poveri disgraziati, che furono costretti ad abbandonare la propria terra e gli affetti familiari più cari solo per estrema necessità di vita. Furono perfino consigliati a vendere la casa, le masserizie e il piccolo podere, per procurarsi il denaro per il viaggio e per il primo periodo di soggiorno. L’agenzia di emigrazione era solitamente un’impresa privata che aveva la sede principale nelle città costiere, come Palermo, Napoli e Genova. Gli agenti erano avventurieri che si recavano personalmente nelle zone in cui il tasso di espatrio era consistente per reclutare migranti e indirizzarli verso le compagnie di navigazione, disposte ad offrire provvigioni molto alte per ogni migrante arruolato.

Con la legge del 31 gennaio 1901 la figura dell’agente fu finalmente abolita. Prima di tale legge gli agenti privati dell’emigrazione erano ben 13.000! Il compito di arruolare i migranti fu perciò assegnato a una ventina di compagnie di navigazione, previa autorizzazione ministeriale. Naturalmente, per svolgere il loro lavoro, le compagnie avevano bisogno di subagenti e, soprattutto, di gente molto esperta. Ovviamente fu assunta buona parte di coloro che un tempo esercitavano in proprio la professione di agente. In pratica fu soltanto rivoltato il calzino, ma non sostituito.

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La partenza

I due maggiori porti italiani, Napoli e Genova, si divisero tacitamente i porti di destinazione. Il porto di Genova s’interessava del traffico migratorio verso il Sud America (Brasile, Uruguay, Argentina, Paraguay e Cile). Il porto di Napoli, invece, organizzava i viaggi della speranza verso il Nord America e, successivamente, quelli in Australia.

I primi migranti furono inizialmente rappresentati da persone singole e soltanto verso la fine dell’800 furono raggiunti dai loro familiari.

Le tribolazioni per i migranti iniziavano ancor prima della partenza. Infatti, a differenza dei grandi porti europei dotati di “Ricoveri per emigranti”, quelli di Genova e Napoli non erano adeguati a gestire la grande massa di gente in attesa di imbarco. Infatti, «nelle stazioni marittime gli emigranti sono sottoposti a visita medica e i loro bagagli bonificati. Una volta espletate queste operazioni […] gli emigranti restano sulla banchina in attesa di partire». L’attesa era di non meno di dieci giorni e a volte superava anche il mese.

Con l’entrata in vigore della legge del 1901, le spese ‘in attesa dell’imbarco’ furono a totale carico delle Compagnie di navigazione. Ma anche in questo caso gli agenti, pur disponendo di locande autorizzate al ricovero, preferirono tenerle chiuse ed utilizzare case situate nei quartieri più sudici, ospitando i poveri migranti in ambienti con poca aria e luce, senza acqua, con pochissimi servizi igienici e con la gente che dormiva per terra o su appestati e nauseabondi giacigli. La presenza dello Stato era totalmente assente. Solo nel 1911, dopo il colera di Napoli, fu istituito il ‘ricovero obbligatorio di stato’ presso locande autorizzate, continuamente ispezionate e igienizzate.

Il grande traffico migratorio fu gestito soprattutto dalle compagnie di navigazione straniere, più organizzate e tecnologicamente avanzate, le quali già disponevano di confortanti piroscafi, mentre quelle italiane sfruttavano ancora bastimenti a vela obsoleti e poco idonei alle grandi traversate.

Si trattava di imbarcazioni prossime al disarmo, di vere e proprie carrette del mare. Questi “vascelli della morte” non potevano contenere più di 6-700 persone, ma ne caricavano più di 1.000 e partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. Furono in molti a perire in quei tragici viaggi verso la speranza: 576 emigranti, quasi tutti meridionali, nel naufragio dell’’Utopia’, avvenuto nel marzo 1891 davanti al porto di Gibilterra; 549 emigranti, di cui numerosi italiani, nel naufragio del ‘Bourgogne’, avvenuto al largo della Nuova Scozia nel luglio del 1898; 1.198 emigranti, di cui numerosi italiani, nel naufragio dei due ’Lusitania’, avvenuti il primo nelle acque di Terranova nel 1901 e il secondo affondato da un sottomarino tedesco nel 1915; 550 vittime del naufragio del ‘Sirio’, avvenuto nel 1906 sugli scogli della costa spagnola di Cartagena. Ci sono innumerevoli altri casi, ma omettiamo di riportarli per questione di spazio.

In genere i migranti erano stivati in terza classe, in condizioni pietose e con scarsa igiene. In fondo non si trattava che di alcune “tonnellate umane” (così veniva chiamato il carico umano dei migranti) che “accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi”.

Per dormire, «l’emigrante si sdraiava vestito e calzato sul letto, ne faceva deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciavano orine e feci; i più vi vomitavano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’avevano ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, ciò che accadeva spesso, era lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente».

In tali condizioni, contrarre una malattia era molto frequente ed era inevitabile che alla fine di ogni viaggio si contassero diversi decessi.

Si pensi che molti furono i piroscafi a giungere a destinazione con delle perdite umane considerevoli. Il ‘Remo’, partito nel 1893 con 1.500 emigranti, registrò 96 morti per colera e difterite e fu respinto dal Brasile; l’’Andrea Doria’ nel viaggio del 1894 contò addirittura 159 morti su 1.317 emigranti (oltre il 12%); sul ‘Vincenzo Florio’ nello stesso anno i morti furono 120 su 1.321 passeggeri; nel 1894 sul ‘Carlo Riggio’ alla fine del viaggio si contarono ben 206 morti di cui 141 per colera e morbillo.

Oltre alle pessime condizioni igieniche e alimentari dei migranti, va osservato che, durante le avventurose migrazioni, su ogni nave vi era un solo medico, il quale disponeva di pochi medicinali e, paradossalmente, non vi erano né infermieri, né ambulatorio, né farmacia.

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Finalmente l’arrivo!

Una volta giunti a destinazione, i migranti venivano sottoposti a rigorose visite mediche. Quelle effettuate dal personale sanitario statunitense erano accuratissime e prevedevano, inoltre, un periodo di “osservazione” per coloro che non superavano la prima visita medica. La località che ospitava i migranti “rivedibili” era l’isola di Ellis Island, nel golfo di New York. Al termine della “quarantena”, i migranti venivano sottoposti ad ulteriore visita medica e soltanto dopo ricevevano il nulla osta per entrare negli Stati Uniti. Erano in tanti i migranti che non superavano l’ultima visita, per cui erano costretti a tornare in patria. Le donne sole, anche se fidanzate, non potevano essere ammesse e dovevano celebrare il matrimonio con il proprio compagno, con un parente o un conoscente. I minorenni senza genitori dovevano trovare dei garanti e gli orfani dovevano essere adottati, altrimenti erano respinti.

Questo accadeva negli Usa, ma negli altri porti le visite mediche erano fatte con troppa approssimazione, per cui molti migranti portavano con sé a terra malattie gravi che, a volte, creavano veri focolai di epidemie tra le popolazioni locali.

da "Come eravamo"
da “Come eravamo”

In cerca di lavoro

Non appena i migranti toccavano terra, istintivamente erano portati a genuflettersi e ringraziare il buon Dio per averli fatti giungere a destinazione. Anche se affaticati, sporchi e laceri, quei poveri Cristo formavano compatti una sorta di associazione, che, meglio dei singoli, poteva curare i loro interessi e nel contempo difenderli da spregiudicati avventurieri locali. Insieme chiedevano lavoro, insieme si davano da fare per trovare casa e sistemarsi in quartieri dove già era presente una consistente comunità italiana, insieme facevano istanza alle autorità per essere garantiti nei loro principali diritti. Questo tipo di organizzazione diede il più delle volte ottimi risultati. Ed ecco che nelle grandi città americane si formarono spontaneamente le “Little Italy”, come a New York, Chicago, Montevideo, Buenos Aires, Sao Paolo, Sidney, Toronto.

Con pochissimi soldi in tasca ma con la grande voglia di lavorare, gli emigranti italiani non tardarono a trovare impiego. A loro furono riservate le fatiche più pesanti (rifiutate dai residenti), come le grandi opere stradali o ferroviarie, la costruzione di ponti e canali, la perforazione di gallerie, l’abbattimento di intere aree boschive, attività capaci di garantire un guadagno immediato da spedire alle famiglie rimaste in Italia. In questo modo, secondo il Commissariato dell’Emigrazione, negli anni precedenti la Grande Guerra le rimesse degli emigrati, frutto di risparmi, superarono i 500 milioni di lire l’anno (un’immensa fortuna, soprattutto per le banche italiane!).

I primi anni di lavoro furono durissimi, non tanto per il salario inadeguato al lavoro svolto, ma quanto per le assurde spese per acquistare medicinali, per usufruire del servizio medico-sanitario, per procurarsi un adeguato abbigliamento o per riparare la propria casa.

Molti non ce la fecero e s’indebitarono al punto da essere indotti a passare tra le fila dei malavitosi, ai quali si erano rivolti in precedenza per alcuni prestiti. I più continuarono tra mille stenti a portare avanti il lavoro massacrante e a tentare di trovarne un altro meno faticoso. Pochi furono baciati dalla fortuna, forse perché più intraprendenti e più votati al rischio.

Nell’Ovest americano e in Canada l’emigrazione italiana ebbe risvolti positivi in diversi ambiti: dal lavoro nei campi, alla coltivazione della vite e di altra frutta, alla pesca, al piccolo commercio. Nel 1910 le aziende agricole, di proprietà di italiani, erano già 2.500; in California, nel 1908, c’erano già cinque banche italiane, di cui la più famosa era la ‘Bank of America and Italy’.

Anche in Brasile alcuni migranti, dopo un periodo di sacrifici e stenti, riuscirono a costituirsi in cooperativa e ad acquistare la fazenda presso cui avevano lavorato. In pochi anni trasformarono quelle “colonie per dannati” in piccoli paradisi, dotati di ogni comfort, tra cui una chiesa, un piccolo ospedale, una scuola, una piazza in cui ritrovarsi la domenica, un teatro e, in seguito, un cinematografo.

Vi sono anche brutte storie legate ai migranti che racconterò solo superficialmente per non intristire ancor di più il lettore. Voglio soltanto ricordare che il 6 dicembre 1907, nelle gallerie della miniera di carbone di Monongah, cittadina del West Virginia, ebbe luogo il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti d’America. Vi perirono ben 425 minatori, di cui 171 italiani. Ben più grave di quella di Marcinelle in Belgio (agosto 1956), in cui persero la vita 262 minatori, 136 dei quali italiani (alcuni erano originari di Casarano).

Conclusioni

Mi preme concludere la breve trattazione ricordando che questi “eroi della vita” hanno rappresentato, almeno per chi scrive, la parte migliore degli italiani; è stata gente autentica, fiera, forte, mai rassegnata a subire le sorti della vita, gente che ha osato sfidare “i tempi, il mare, l’uomo con i suoi innumerevoli tentacoli esiziali, un futuro con poche speranze”. Vanno tutti ricordati con grande rispetto e deferenza.

Coloro che rimasero in Italia e nulla fecero per trattenerli sul suolo patrio e farli vivere con dignità vanno messi all’indice, esposti al pubblico ludibrio della storia e… maledetti per sempre!

1 Precisazione – Dal 1870 sino alla Prima Guerra mondiale i migranti italiani furono ben 14 milioni!

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

 

Funnucrudeu

 

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testo e foto di Giorgio Cretì

Funnucrudeu era una proprietà coltivata da quattro mezzadri, cioè da quattro famiglie, ed era suddivisa più o meno equamente in quattro partite ognuna costituita da una buona parte di bassura arativa e da un’area più piccola di cuti1). Tutte le bassure erano coltivate, i cuti solo in piccola parte, con le zappe naturalmente. Il resto era lasciato alla flora spontanea: al timo, ai fùmuli(2) e alle fracilische(3) che una volta secchi venivano raccolti per il forno. Spontanei crescevano anche i lampascioni(4).

Le colture più praticate erano costituite da orzo, grano e piselli, a seconda delle rotazioni. Non si coltivavano ortaggi perchè il fondo era lontano dal paese e c’era soltanto un piccolo ricovero semi diroccato, segno di un’epoca in cui c’era stata la vigna distrutta poi dall’attacco della fillossera alla fine dell’Ottocento. C’era anche una cisterna, ma non mateneva più l’acqua perchè era stata a lungo trascurata ed ora dentro c’erano delle grosse pietre buttatevi chissà da quali mani vandaliche. Per bere bisognava approvvigionarsi alla cisterna di un fondo vicino tenuta sempre in ordine. D’inverno, però, c’era acqua pulita sui cuti di Funnucrudeu, in certe conche naturali impermeabili a forma di cono rovesciato, che venivano tenute regolarmente pulite dalla terra e dalle erbe.

fracilisca (Ferula communis)

Funnucrudeu era ripartito tra Raffaele della Luna, Rafeli, Angelo Cisterna, Ancilu, suo fratello Rocco e la famiglia di una loro sorellla che si chiamava Gesira. Quell’anno Peppino aveva imposto di seminare avena, un cereale che a lui serviva ma non ai mezzadri che avevano dovuto subire il sopruso. A loro servivano il grano, l’orzo ed i piselli. Anche se questi ultimi, coltivati lì, non erano molto apprezzati, però, perchè la terra scarseggiava di certe sostanze minerali e non era adatta per i legumi: non cuocevano mai.

La terra rossa veniva lavorata al secco nei mesi estivi dalle zappe di due chili e mezzo che rivoltavano ernormi zolle puntando nelle spaccature del terreno. Raffaele, con il gomito sinistro poggiato sull’anca, piano piano e da solo zappava al secco tutta la sua partita.

La terra poi veniva era arata da Peppino D’Aprile, il padrone, in autunno dopo le prime piogge che ammorbidivano le grosse zolle rimaste al sole tutta l’estate. Peppino aveva un solo cavallo bianco, paziente come un asino, che assolveva il suo compito come poteva. L’aratro era quello di legno con il timone a forca e il vomere a punta triangolare. I coloni, mezzadri, arrivavano a piedi la mattina presto e risalivano al paese la sera tardi.

Erano sopravvissuti i fichi piantati ai margini della proprietà lungo i confini e addossati ai muri a secco ancora ben tenuti. I frutti prodotti dalle vecchie piante andavano tutti a Raffaele che se li faceva stimare, circa due tomoli(5), e li consumava tutti per mirenna(6) quando zappava. I figli giovani degli altri mezzadri, però, quando arrivavano prima di lui gli rubavano i più belli e li mangiavano loro, a volte glieli portavano via soltanto per fargli dispetto. Questo a lui dava molto fastidio perché era geloso delle sue cose e il giorno che se ne accorse, arrivò prestissimo e raccolse tutti i fichi, maturi e acerbi. Scavò una specie di cassettone in mezzo alle zolle assolate, vi sistemò tutti i fruttti e li coprì di fùmuli e zolle di terra. I ragazzi non tardarono ad accorgersi dell’operazione e stettero all’erta. Non tardarono a scoprire che durante le soste per la mirenna, quando si riunivano tutti assieme all’ombra, Raffaele lasciava gli altri e con una scusa qualsiai andava in un punto della terra zappata e fingeva di muovere qualcosa con la zappa. Poi infilava le mani sotto le zolle e al tatto sceglieva i frutti più buoni da mangiare.

ficus carica

E consumava la bellezza di circa due tomoli di fichi verdi a mirenna. I ragazzi che avevano scoperto il suo segreto e volevano portargli via il tesoro, furono fermati da Angelo che fece la voce grossa, usando anche qualche bestemmia.

Poi arrivò l’autunno con le piogge. Peppino faceva i solchi ed i mezzadri con grande perizia spargevano dentro i semi man mano.

Passò anche l’inverno e dopo la sarchiatura arrivò anche il tempo delle messi. Era abitudine recarsi a mietere tutti assieme.

Ficus sicomorus

Decisero quell’anno di mietere la mattina della festa di Sant’Antonio, anche se Raffaele aveva aderito soltanto pensando di tornare a casa ad una certa ora per andare a messa. Lui andava sempre a messa. E la Nena, sua moglie, lo sapeva bene. Giunse il momento in cui secondo Raffaele bisognava smettere e tornare in paese e cominciò ad agitarsi. Nona diede una voce a Gesira che era più vicina.

“Gesira?”, disse.

“Che cosa c’è, Nona?”, disse Gesira.

“Voi non andate a messa?”.

“No”, intevenne Angelo secco, “No. Visto che ci troviamo finiamo di mietere, poi la festa a Sant’Antonio la facciamo stasera”.

“Nona ce n’andiamo? Andiamo a messa”, tagliò corto Michele alla moglie.

“Stai zitto”, rispose lei, se no loro finiscono di mietere prima di noi”.

“Sangue così”, insistette Raffaele, “che noi non abbiamo neanche portato il pane per la mirenna”.

“Ancilu”, chiese lei, “non avete qualche frisella in più che noi non abbiamo portato pane?”.

“Sì, Nona, ce l’abbiamo”, rispose Angelo e fece cenno a Gesira di darle il pane.

“Ecco Raffaele”, disse Nona, “tieni il pane”.

Fu un attimo, Raffaele prese una frisella e gliela fiondò sulla schiena come una sassata.

“Se vuoi lavorare lavora, io me ne vado”.

E scaraventò in terra anche l’altra frisella assieme alla falce dentata.

Muscari comosum

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(1) Cuti. Rocce superficiali, affioranti.

(2) Fumuli. Iperico (Hyperiicum perforatum).

(3) Fracilisca. Specie di Ferula nana (Ferula communis L.).

(4) Lampascioni. Gigliacea spontanea (Muscari comosum) con poche foglie lineari erette e fiori violetti a ciuffo molto belli a vedersi. Se ne consumano i piccoli bulbi globosi di color rosso-vinoso chiaro, soprattutto nell’Italia meridionale. A seguito delle grandi migrazioni verso il nord il consumo si è esteso a tutto il territorio nazionale ed il nome toscano è stato sostituito con quello pugliese di lampascione. I bulbi si utilizzano di solito in insalata, previa cottura in acqua bollente, conditi con olio, sale, pepe e aceto; si consumano anche in altri modi: alla genovese, fritti, dorati, etc.

(5) Tomolo. Equivalente a 2 mezzetti, a 4 quarte, a 24 misure e a55,545113 litri (legge 6 aprile 1840 di Ferdinando II).

(6) Mirenna. Colazione mattutina dei contadini.

Le varie fasi della lavorazione del tabacco

Na chiantazione te tabaccu già fiurutu. Se ccuìja prima lu frunzone (le fòie cchiù basce) e, a manu manu, la quarta, la terza, la seconda, la prima e la primiceddha, ca era la cchiù china te crassu e perciò la mèju ccodda: ca pisava te cchiùi e tenìa cchiù valore.

di Irene Mancini

Didascalie in vernacolo salentino di Alfredo Romano

Le fasi della lavorazione del tabacco richiedono cure scrupolose, abilità ed esperienza non indifferenti, oltre che una gran fatica. I lavori preparatori del terreno, detti comunemente coltivi[1], sono di tre tipi. Il primo viene eseguito subito dopo la prima pioggia autunnale e prima della caduta delle grandi piogge: pressappoco tra la seconda quindicina di ottobre e la prima di novembre. Le radici del perustitza arrivano ordinariamente alla profondità di 25 cm e quindi è sufficiente una profondità lavorativa di 30-35 cm.

La terra viene rivoltata con l’aratro, allo scopo di farla ‘maturare’ sotto l’azione degli agenti atmosferici. Con l’aratura si riesce a sterilizzare il terreno mettendo allo scoperto molte larve, uova di insetti, germi di piante parassitarie e semi di erbacce che vengono distrutti dal freddo e dal gelo. Inoltre molte piante spontanee vengono divelte e muoiono.

Il secondo coltivo viene eseguito sul finire dell’inverno, non più con l’aratro, ma con l’impiego della fresatrice, alla profondità di 20-22 cm, a seconda della natura del terreno: più superficiale per i terreni un po’ sciolti, più profondo per quelli compatti. In questo modo si ottiene il completo spappolamento delle particelle terrose.

Il terzo coltivo, molto superficiale, consiste nel pianeggiare la superficie del terreno alla distanza di 7-8 giorni dal trapianto delle piantine estirpate dai semenzai. Insieme con la fresa, viene impiegato anche l’erpice; nel caso di piccole superfici, invece, è più indicata la zappa. Con quest’ultimo lavoro si ripulisce il terreno dalle erbacce, andando a costituire uno strato superficiale polverulento che va a proteggere gli strati inferiori, impedendo l’evaporazione dell’acqua. Il perustitza entra nelle normali rotazioni agrarie, ma non può aprire il ciclo perché le abbondanti concimazioni che di norma vengono date al terreno che dovrà ospitare la pianta che apre la rotazione, nuocerebbero alla bontà del prodotto. È bene evitare che il perustitza segua una coltura miglioratrice perché troverebbe il terreno eccessivamente ricco di principi azotati; da qui l’utilità di far seguire alla coltura di rinnovo una pianta depauperante, come il grano, capace di utilizzare la fertilità eccessiva lasciata dalla pianta miglioratrice. Quindi: coltura da rinnovo – pianta depauperante (grano) – perustitza.

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La prima volta che si coltiva il perustitza in un terreno, non si ha un buon rendimento: lo si ottiene man mano negli anni successivi. In alcune aziende, perciò, la coltivazione del perustitza viene ripetuta sul medesimo terreno per più anni consecutivi. Naturalmente si deve cercare di non incorrere nella stanchezza del terreno a tutto scapito della qualità.

Per quel che riguarda la concimazione, gli elementi minerali su cui si deve orientare la scelta per ottenere buoni risultati sono il fosforo e il potassio, escludendo l’azoto, di cui è sufficiente la quantità presente nel terreno.

tabacco3La stabulatura è la migliore concimazione conosciuta per il perustitza. Essa consiste nel fare stazionare le pecore sul terreno da investire a tabacco durante i mesi invernali e per un breve periodo di tempo. In media è necessaria la permanenza per circa 24 ore (almeno due notti di seguito) di una pecora per metro quadrato.

L’epoca della semina è strettamente legata all’andamento stagionale ed all’epoca del trapianto. Il periodo è quello di febbraio-marzo, per poter eseguire il trapianto a maggio. Si tenga presente che occorrono 12/15 giorni per la germinazione (comparsa delle prime due foglioline), altri 8/10 giorni per la fase di crocetta (prime quattro foglioline), ed ulteriori 30/35 giorni per ottenere le piantine pronte per il trapianto.

Il semenzaio deve trovarsi al riparo dai venti freddi, quindi va formato in vicinanza di muri, abitazioni coloniche, siepi, ecc. In mancanza di queste protezioni si creano ripari artificiali. L’esposizione soleggiata al riparo dai venti freddi è condizione indispensabile per la buona riuscita del semenzaio, in quanto per la germinazione del seme è necessaria una temperatura di almeno 6/8 C° e durante tale periodo non devono verificarsi sbalzi di temperatura molto accentuati. Nella scelta dell’ubicazione del semenzaio è necessario tener presente la disponibilità di acqua occorrente per le annaffiature.

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Le aiuole sono larghe 1 m. e lunghe 20/25 m., separate da sentieri di 50/60 cm. Il terreno al quale si affida il seme deve essere sciolto e soffice, fertile, ricco di materiale organico e che assolutamente non faccia crosta quando s’innaffia. Il terreno che forma il letto di semina deve essere immune da insetti e da germi di parassiti. È utile disinfestarlo 15 giorni prima della semina. È inoltre necessario che la superficie delle aiuole sia assolutamente orizzontale, per evitare che il seme con gli innaffiamenti se ne discenda verso la parte più bassa.

Il semenzaio deve essere coperto per favorire la germinazione, proteggere le piantine dal freddo, dalle gelate e dall’azione battente della pioggia. La migliore copertura, adoperata dai coltivatori della zona, è la garza, che meglio di ogni altra copertura assolve al compito di creare le condizioni ottimali di illuminazione, areazione ed umidità.

tabacco-al-sole

Il seme del perustitza è di dimensione minuta; per avere le piantine sane e robuste è necessario che in un metro quadrato di semenzaio ve ne siano qualche migliaio. Per poter distribuire  uniformemente il seme, è bene mescolarlo con cenere ed eseguire la semina a spaglio oppure con un setaccio. La semina si esegue in giornate calme, senza vento e soleggiate, altrimenti cenere e semi facilmente vengono trasportati dal vento, e si ha così una semina disforme. Dopo aver seminato si comprime leggermente la superficie del semenzaio in modo da far aderire il seme al terriccio; questa operazione viene eseguita delicatamente con il dorso della zappa. Dopo la semina il semenzaio viene leggermente innaffiato.

Il semenzaio deve essere oggetto di cure assidue, continue ed incessanti. Fino a che non si è avuta la completa germinazione del seme, il semenzaio viene coperto e mantenuto costantemente umido, affinché ai semi in germinazione non manchi l’acqua che è l’elemento più importante di questa delicata fase. All’inizio si praticano ogni giorno delle innaffiate con acqua non fredda, a meno che il tempo non sia piovoso o umido. Si ridurranno man mano che le piantine crescono. Lo stesso verrà fatto per la copertura, iniziando a sollevare la garza sul tardi nei giorni soleggiati, aumentando la durata fino ad abituare le piantine allo scoperto, anche di notte. È necessario tenere il semenzaio pulito da qualunque erba spontanea che tenda ad usurpare alle piantine di tabacco spazio, luce, calore e nutrimento.

Purtroppo i semenzai vanno quasi sempre soggetti ad attacchi di taluni insetti (le chiocciole o lumache, il grillotalpa, le formiche, i colomboli, detti comunemente pulci di terra) e malattie di natura batterica (la ‘lupa’ o ‘bruciatura dei semenzai’, il ‘marciume radicale’, e la ‘peronospora’).

Li tiraletti misi a llu sole cu ssìcca lu tabaccu.

La grandine, tra le meteore, è quella che maggiormente pregiudica il risultato finale della coltivazione del tabacco. I danni che essa produce non sono costanti, ma variano a seconda dell’intensità di caduta dei chicchi, della loro grandezza e se cadono da soli o frammisti a pioggia. Tutto ciò incide notevolmente sulla gravità del danno, che in alcuni casi può perfino portare alla distruzione completa della coltivazione se la stagione risulta molto avanzata..

L’epoca del trapianto è in relazione all’andamento stagionale (a Civita si effettuava generalmente entro il mese di maggio). Il tempo necessario per il trapianto deve essere di 10/12 giorni. Il terreno viene preventivamente squadrato: si traccia un primo allineamento di base parallelo a una strada poderale o ad altra linea regolare, tenendo sempre conto dell’orientamento che si vuole dare ai solchi (da Ovest verso Est per consentire alle piantine di autombreggiarsi durante la caldissima estate). E poi si scavano i solchetti larghi 15 cm e profondi 10 cm. La distanza di trapianto, 20 cm tra una piantina e l’altra, va scrupolosamente rispettata[2] (in ogni caso, i coltivatori salentini avevano l’abitudine di mantenere le distanze quanto più possibile ravvicinate, perché sapevano, per esperienza, che in tal modo si ottenevano prodotti con foglie di modeste dimensioni, più fini e con contenuto di nicotina più basso). Le piantine si ritengono adatte ad essere trapiantate quando hanno emesso circa 6-8 foglioline ed hanno raggiunto un’altezza di 8-10 centimetri.

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Bisogna avere l’accortezza di scartare le piantine sfilate, deboli o malate, e servirsi soltanto di quelle robuste di colore verde cupo. Appena estirpate, le piantine vanno collocate in ceste o cassette a gabbia, bene accostate le une alle altre, tutte dallo stesso verso, senza comprimerle e si ricoprono con un panno di tela umido. Le piantine vanno estirpate nel numero sufficiente per il trapianto che si effettua nella giornata, tenendo presente che, se rimane qualche piantina inutilizzata, non può essere utilizzata per il giorno successivo. L’operazione vera e propria di messa a dimora manuale delle piantine (oggi si adopera la trapiantatrice) si praticava adoperando l’antico e noioso cavicchio, che obbligava i coltivatori a lavorare continuamente con la schiena piegata. Con il cavicchio si praticavano dei fori equidistanti entro cui si infilavano le piantine. Contemporaneamente, con lo stesso cavicchio, si procedeva ad una leggera compressione del terreno. L’ora più adatta per il trapianto (ieri e oggi) è il tardo pomeriggio, per consentire alle piantine, nel loro primo giorno di vita extra-semenzale, di beneficiare della fresca rugiada della notte.

Pe ogni tiralettu te tabaccu siccu se facìanu do chiuppi te dece nserte l’unu. Li chiuppi poi sse ppendìanu susu la volta te lu macazzinu. A ottobre se scindìanu li chiuppi e se ccunsàvanu intra le casce spettandu lu Monupoliu ca ll’ìa rritirare e valutare.

Le cure colturali sono: i rimpiazzi, ossia la sostituzione delle piantine che non hanno attecchito; la sarchiatura, per mantenere smosso e polverulento il terreno, per impedire il disperdimento dell’acqua per evaporazione e per distruggere le erbe infestanti; lo sfrondamento, ossia l’eliminazione delle foglie basilari, per favorire lo sviluppo vegetativo della pianta.

La cimatura, come l’irrigazione, sono vietate, perché si otterrebbe una foglia meno grassa, e perciò, una volta secca, meno consistente, priva delle sue qualità organolettiche e, ai fini del peso, non conveniente neanche per la vendita.

Per la fase di lavoro dei semenzai non erano necessarie molte braccia. Nel caso di famiglie stagionali era il capofamiglia che migrava per primo, nel mese di febbraio, dalla sua terra d’origine a Civita Castellana. Ma in primavera, generalmente a maggio, per la fase del trapianto, sopraggiungeva l’intera famiglia, dal momento che mettere a dimora 100 mila piante per ettaro non era uno scherzo, così come l’irrigazione per ogni singola pianta e la continua sarchiatura.

Le cristiane stìanu ssettate ore su ore cu nfìlanu tabaccu cu la cuceddha e lle mane chine te crassu ca… mancu li cani!

La raccolta inizia quando la foglia ha raggiunto il suo massimo sviluppo e la maggiore ricchezza di sostanze elaborate. Essa va effettuata al giusto grado di maturazione. Questa avviene uniformemente per corone dal basso verso l’alto ed a intervalli di circa 8-10 giorni (prima maturano le foglie basali, poi le mediane ed infine quelle apicali). Di conseguenza anche la raccolta segue questo ordine. Va effettuata, inoltre, sempre a foglia asciutta, quindi possibilmente nelle prime ore del mattino, quando la rugiada si è prosciugata: ne deriverebbe altrimenti un danno per il tabacco nella fase di essiccamento. Nella zona di Civita Castellana la fase di raccolta aveva inizio verso la fine del mese di giugno e si protraeva fino alla prima quindicina di settembre. Allorché cade la pioggia, viene sospesa per due-tre giorni, per dar modo alle piante di asciugarsi completamente. Il perustitza, inoltre, non va raccolto durante le ore di sole, quando le foglie s’ammosciano sulla pianta e non si presterebbero per l’infilzamento, né per una proficua essiccazione. Le foglie appena raccolte vengono sistemate una accanto all’altra con la pagina superiore rivolta sempre da un lato, in ceste o cassette, e trasportate nei locali di cura, dove vengono scaricate e sistemate, ad un solo strato, su teli.

Se prèscianu ‘ste cristiane. E nfilàvanu tabaccu sempre le fèmmane e puru li vagnuni, ca li masculi tenìanu addhu te fare.

L’infilzamento viene effettuato usando aghi schiacciati di acciaio della lunghezza di 20-25 cm. Le foglie vengono infilzate una ad una alla base della costola e tutte nello stesso senso. Si tiene l’ago con la mano sinistra e con l’altra si fanno scorrere le foglie. Quando l’ago è pieno di foglie, queste si fanno scorrere sullo spago. Le filze pronte si sistemano sugli appositi telai, che possono essere orizzontali oppure obliqui. Quelli in uso nel Viterbese erano orizzontali ed erano composti da quattro longheroni formanti un rettangolo di metri 2×1, tenuto sospeso da terra da quattro piedi alti 50 cm. Sui due longheroni lunghi venivano applicati dei chiodini a testa piatta che servivano per attaccare le filze all’estremità. Per ogni telaio venivano applicati quaranta chiodini, venti per lato, per cui ogni telaio conteneva 20 filze. Il numero delle persone occorrenti per l’infilzamento era direttamente proporzionale alla quantità di tabacco raccolto; in ogni caso è necessario tener presente che le foglie venivano infilzate fresche, appena colte, quindi la raccolta veniva regolata in modo tale che alla fine della giornata lavorativa non restasse tabacco da infilzare.

E quandu se ttaccàvanu vinti corde te tabaccu pe’ ogni tiralettu, tuccàa llu cacci a llu sole. Matonna mia quantu pisava lu tabaccu ncora verde! Ca te spezzai le razze e puru le spaddhe.

Il processo di cura, per il perustitza, comprende tre fasi: l’ingiallimento e la fissazione del colore; l’essiccazione dei lembi fogliari; l’essiccazione della costola. L’ingiallimento si ottiene tenendo le foglie lontane dal sole e talvolta, in locali all’oscuro. Durante la seconda e terza fase, i telai vengono esposti all’aria e al sole, riparati dai venti dominanti, sistemati su superfici dure, lastricati di cemento, di pietra o terreni battuti, perché si è constatato che le superfici imbiancate accelerano il disseccamento per il calore riflesso nella parte inferiore delle filze. I telai vengono ritirati nei locali di cura durante la notte, perché siano protetti dalle piogge, nebbie e dalle frequenti rugiade che danneggerebbero il prodotto, macchiandolo, e con marcescenza delle costole e delle nervature. La durata media della cura, con andamento stagionale normale, è di 15/20 giorni. Dopodiché, di primo mattino, si staccano delicatamente le filze dai telai, si riuniscono dall’estremità degli spaghi formando dei cumuli di 20 filze, chiamati, in gergo salentino chiuppi. Questi, appena formati, si sistemano nei locali di custodia appendendoli con degli uncini ai fili di ferro preventivamente tesi.

tabacchine1

Nell’appendere i chiuppi bisogna attenersi rigorosamente all’ordine di raccolta. La foglia di tabacco, dopo la cura, tende ad assorbire una certa quantità di umidità dall’ambiente. Pertanto per la buona conservazione del tabacco curato è necessario che esso venga custodito in locali che rispondano ai principali requisiti tecnici per poter conservare il prodotto all’asciutto e possibilmente alla penombra. Nell’adoperare locali già esistenti, è necessario che il coltivatore eviti di adibire contemporaneamente il locale a diversi usi, perché il tabacco ha la proprietà di assorbire facilmente gli odori, pertanto le foglie possono essere facilmente deprezzate perché puzzolenti di stalla o di altri odori poco gradevoli.

Per tutti i mesi estivi l’intera famiglia, composta in media da cinque persone, era tutti i giorni sui campi dall’alba al tramonto. Si lavorava spesso 16 ore al giorno e per le donne ancora di più, dal momento che la sera per loro iniziava il lavoro di casalinghe.

La stagione lavorativa si concludeva a fine settembre circa, quando le famiglie stagionali potevano tornare nel Salento; restavano soltanto i capifamiglia, fino a ottobre-novembre, per presenziare alla fase di vendita del tabacco. Nella prima decade di ottobre, e, in ogni caso, dopo le prime piogge autunnali, si provvedeva a rimuovere i chiuppi appesi per sistemarli in apposite casse, foderate di carta all’interno, che poi venivano consegnate, per la vendita, ai Magazzini Generali di lavorazione della foglia secca. Nella provincia viterbese c’erano sono tre diversi tipi di consegna: a ballotti provvisori, a casse o gabbie, e a chiuppi, cioè al vero stato sciolto.

Sempre li tiraletti a llu sole, ca eranu cuai ci li pijàva l’acqua te lu cielu. Ca ci se bagnava lu tabaccu, venìa tuttu farfaratu e nnu mbalìa gnenzi.

All’epoca opportuna, che normalmente si aggirava dall’inizio di ottobre alla fine di dicembre, il prodotto allo stato secco veniva venduto alla ditta concessionaria per conto della quale il coltivatore aveva effettuato la coltivazione. Solo allora avrebbe percepito i soldi che gli spettavano e avrebbe potuto stabilire i termini del contratto per l’anno successivo. La determinazione del valore del tabacco veniva concordata tra il coltivatore e l’acquirente, i quali si facevano rappresentare dai periti di loro fiducia. Si trattava di una comune contrattazione tra privati, che aveva come base per l’apprezzamento un prezzo preventivamente stabilito dalle tariffe del Monopolio riferite a delle precise caratteristiche merceologiche. Il valore che veniva determinato in perizia era variabilissimo, strettamente legato alle qualità intrinseche (combustibilità, sapore, forza e aroma) ed estrinseche (colore, ampiezza della foglia, attenuazione delle nervature e integrità) che il prodotto presentava all’atto della vendita.

Con il guadagno dell’annata, il capofamiglia stagionale, prima di raggiungere la sua famiglia nel Salento, avrebbe intanto provveduto a saldare tutti i debiti che aveva accumulato presso i bottegai civitonici e anche presso il padrone della terra.

Tratto da: Irene Mancini, I Leccesi a Civita Castellana: storie di emigrazione e di tabacco. Civita Castellana, Edizioni Biblioteca Comunale, 2008.

Bibliografia.
– Giancane F., La coltivazione del tabacco Perustitza nella Provincia di Viterbo. Viterbo, Quatrini, 1969.
– Barletta R., Tabacco tabbaccari e tabacchine nel Salento. Fasano, Schiena, 1994.

_______________

[1] Coltivo: lett. terreno coltivato.

[2] Era rispettata soprattutto al tempo in cui si produceva tabacco a Civita, per non incorrere nelle penalità amministrative previste dal regolamento sulle coltivazioni del Monopolio di Stato.

N.B. Le immagini delle varietà di tabacco Perustitsa, Ezegovina e Xanthi JaKa erano le più diffuse nel Salento.

La fiètta, la ‘nserta e la prèndula

di Armando Polito

Fietta nel dialetto neretino e in quello di altre zone è sinonimo di treccia, in altre ancora di resta, cioè una filza  di agli o cipolle ottenuta  intrecciandone i fusti; sinonimo di resta nel dialetto neretino è ‘nserta1 (di fichi secchi, di tabacco, di mitili o di pesci una volta uniti da un giunco) in cui i componenti della filza sono tenuti insieme da un filo che li attraversa; non bisogna confondere poi la ‘nserta con la prèndula2 (di pomodori raccolti staccando più frutti insieme dal gambo principale in modo che i piccioli restino uniti  e sistemandoli a pila attorno ad un filo o ad un fil di ferro sottile, per sospendere infine il tutto ad un sostegno).

la fiètta
la fiètta

 

li 'serte ti tabàccu       la 'nserta ti cipoddhe
li ‘nserte ti tabàccu                                                                        la ‘nserta ti cipoddhe
la 'serta ti cozze   la prèndula
la ‘nserta ti cozze                                                                                                                              la prèndula

Per il Rohlfs3 fiètta è da un “latino *flecta”, da una voce, cioè ricostruita. In realtà un flecta è attestato nel latino medioevale dal Du Cange4 e la lettura del lemma mi consente di affinarne l’etimologia:

3 b

 

Traduzione:

FLECTA Glossario di Elfrico: graticcio, cioè flecta, Hyrdel Grimlaico in Regola dei Solitari cap. 35: Vide che lo stesso sedeva e confezionava una flecta di palme. Lo stesso che Plecta, [intreccio di verghette, di palme, etc. Nel libro IV de Le cose siciliane di n. 6 di Salla Malaspina nella Miscellanea di Baluzio tomo VI pag. 294: E volendo mostrare l’abbondanza delle loro cose preziose, da una casa a quella posta di fronte gettate a mo’ di arco o di ponte corde e funi velarono lo spazio sovrastante la via non di alloro o di rami di altro albero ma di vesti pregiate e varie pelli, dopo aver sospeso alla corda cinture, flecte, braccialetti, anelli da caviglia, arbitri5 gramate6 etc. Vedi Plecta.

* Ornamento muliebre negli Statuti di Gubbio presso Cl. V Garamp. Nelle note alle leggi della Beata Chiara pag. 53 col. 2: Che nessuna donna … porti qualche cintura, schiagiale7 o flecta nei quali ci sia oro o argento etc.).

 

E al lemma PLECTA:

4

 

Traduzione

Dal greco πλεκτός. Glossario Latino Manoscritto Regio cod. 1197: parma, plecta, clipeo, scudo, riparo. Uguccione: plecta, intrecciata con  verghette. Giovanni di Genova: plecta, qualsiasi intreccio fatto di verghette o di papiro o di carice con cui fabbricavano cestini, da cui questa plectula. Giuseppe lib. 8 C’erano anche coppe fatte da plectule arriciate. Plecta si dice pure il calice che ha due anse, lo stesso che caracter8 secondo Uguccione. Dei re 3 cap. 7, 29: E tra piccole corone e plecte, leoni e buoi e un cherubino. In un’edizione greca: E sui loro bordi in rilievo leoni e buoi e un cherubino. In quel punto una glossa: Erano tavole quadrate su basi, nelle quali c’erano delle formelle rotonde che sono chiamate coroncine o plecte, erano una specie di cerchi. Storia varia lib. 16 pag. 471: Sulla testa poi un panno con gemme avente quattro plecte da entrambi i legacci. Dove Teofane pag. 207 ha quattro  corde. Pelagio nel quinto libriccino sulle vite dei Padri § 5: Faceva pure una plecta dalle stesse palme e lavorava fino a mezzogiorno. Trovi plecta pure nella Vita di Macario egiziano cap. 11, nella Vita di S.Postumio cap. 2 ed altrove non una sola volta.  San Girolamo nell’epistola 4 ordinando un monaco: o intreccia una fiscella di giunco o intreccia un canestro di flessibili vimini. Vedi epistola 114 Iacopo De Cessoli sul Gioco degli scacchi presso Spelmann: ebbe sul corpo una lorica, plecte di ferro sul petto, gambiere sugli stinchi, etc.).

 

Le attestazioni riportate mi consentono di trarre con sicurezza più che sufficiente le seguenti conclusioni:

Fiètta deriva dal latino medioevale flecta ed è una variante di plecta. Entrambe indicano un intreccio e sono (la seconda direi è una trascrizione) dal greco πλεκτή, femminile dell’aggettivo πλεκτός/ πλεκτή/ πλεκτόν=intrecciato, attorcigliato, a sua volta da πλέκω=intrecciare, attorcigliare. La radice, però, è presente già nel latino classico nel vebo plèctere=intrecciare, dal cui participio passato (plexus/plexa/plexum) è derivato l’italiano plesso. Dalla stessa radice del verbo greco (πλεκ-), poi, è derivato il latino classico plicàre, da cui l’italiano piegare e, attraverso il latino medioevale plica, plica e piega. Molti i composti di plicàre: adplicàre (da cui l’italiano applicare), duplicàre (da cui la voce italiana), complicàre (da cui la voce italiana), explicàre (da cui gli italiani esplicare e spiegare), implicàre (da cui la voce italiana), multiplicàre (da cui l’italiano moltiplicare), replicàre (da cui la voce italiana) supplicàre (da cui la voce italiana: chi supplica si piega sotto, cioè si sottomette).

 

Una nota non allegra introduce il dialettale pricàre=seppellire, lemma che il Rholfs nella parte etimologica sviluppa così:  “cfr. il garganico dupricà, foggiano dubbrecà e rubbrecà, irpino roprecà=seppellire (duplicare, nel significato di piegare?), siciliano cruvicari, vurvicari, urricari, calabrese corvicare, orbicari, durvicare, porvicare, rubicare, tutti nel significato di seppellire, deformazioni forse di un *copricare=coprire”.

 

Connesso con flecta è per il Rohlfs gnittàre registrato per Nardò (a me risulta nghittàre) come sinonimo di pettinare. Per lo studioso tedesco è da *flectàre. Preciso che ‘nghittàre molto probabilmente è derivato da ‘nghiettàre che il Rohlfs registra per Aradeo. Dico questo altrimenti non si spiega l’evoluzione fonetica che invece così è parallela a quella che si osserva in nghièta >*bleta>*bètula>beta=bietola; per completare il quadro, infine, va detto che p, b e f sono tutte consonanti labiali e che quindi la loro interscambiabilità è naturale. Se il Rohlfs (anche dopo la mia modestissima integrazione) ha ragione, non è difficile cogliere come l’atto del pettinare fosse connesso con quella che probabilmente fu la prima acconciatura, degna di questo nome, nella storia dell’Umanità: la treccia, appunto.

E con l’immagine di una fietta (nel significato che ha a Nardò), così come l’avevo aperto, chiudo questo post. Vuoi mettere una bella ragazza con una collana di aglio? Contro quest’ultimo, comunque, non ho nulla e, se Dio vorrà, non gli mancherà l’occasione di essere protagonista. E se le ragazze sono tre (la bionda, la rossa e la bruna) è solo per il rispetto della par condicio … E poi, se avessi dovuto tener conto dei tanti colori di capelli strani, variegati e innaturali che oggi è dato di incontrare, unitamente alle acconciature, e non solo nel gentil sesso …, starei ancora alle prese col copia-incolla di immagini.

5_________

1 Dal latino insèrta, participio passato femminile in uso sostantivato da insèrere=intrecciare.

2 Le varianti pèndula e pènnula (la seconda per assimilazione dalla prima) mostrano chiaramente (la prima più della seconda) che si tratta di un uso sostantivato del femminile dell’aggettivo pèndulo (da pendere). La –r-di prèndula può essere dovuta a motivi espressivi o, più probabilmente, ad incrocio con l’italiano prendere.

3 Per tutte le etimologie delle voci dialettali, sia o non sia citato il nome del suo autore, il testo di riferimento è, quando non diversamente indicato:  Gerard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.

4 Ogni volta che il suo nome sarà citato il riferimento è al suo Glossarium mediae atque infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883.

5 Al lemma arbitrum in questo stesso glossario è scritto solo muliebre ornamentum (ornamento muliebre) ed è riportato lo stesso passo.

6 Al lemma GRAMASIA/GRAMATA in questo stesso glossario è riportato, oltre a questo, un altro  passo di un testo risalente al 1591: Nec in circumferentia manicarum vel Gramasiarum, et aliarum vestium portent (Canonici) circumferentias pellium additarum (E i canonici non portino nella circonferenza delle maniche o gramasie e di altre vesti orli di pelli aggiunte).

7 In questo stesso glossario è definito genericamente come cintura. Corrisponde all’italiano scheggiale che nel Medioevo e nel Rinascimento era una cintura di cuoio o di tessuto pregiato chiusa sul davanti da una fibbia ornata di smalti e gioielli, a cui si appendevano la spada, la borsa o altri oggetti personali.

8 Errore (di stampa?) per crater=cratere

 

 

 

 

 

 

 

Marzo è alle porte, ma senza “primavera” dentro

fondazione terradotranto

 

di Rocco Boccadamo

 

Attraverso il compimento di un piccolo gesto d’altri tempi cui sono tuttora affezionato, far scorrere sotto i polpastrelli i foglietti sottili del calendario a blocchetto, si sono affacciate allo sguardo le cinque lettere del mese che sta per sopraggiungere: marzo. Un arrivo che, a livello del personale sentire profondo, ho sempre avvertito come segnale di preavviso della stagione dolce, con ciò sottolineando che tale rimane, secondo me, l’aggettivo proprio della primavera, giustappunto dolce, sebbene oggi si parli, continuamente, d’impazzimento del clima e d’irriconoscibilità dei tradizionali periodi dell’anno. Ad ogni modo, a me, l’impatto con la parola marzo ha sistematicamente conferito una ventata d’energia, l’esortazione a scaricarmi, d’addosso, le incrostazioni d’acquiescenza, d’apatia mentale e d’immobilismo sonnacchioso, caratteristiche del fenomeno che, riferito a taluni animali, si definisce letargo: fare, scattare, dire, prendere iniziative.

Purtroppo, anche se rimangono immutati certi impulsi interiori, adesso lo scenario che ci circonda non è più quello di prima, si presenta, anzi, con contorni e confini radicalmente stravolti. Il mondo non appare più, neppure in prossimità della primavera, sormontato da nubi leggere in vivace corsa alla stregua di pensieri semplici e corretti, bensì schiacciato, contro natura, da nuvoloni gravidi di scontri, lotte, guerre, accuse incrociate, morti per mancanza d’acqua o di cibo o a causa di malattie inguaribili ed endemiche, viepiù degradato da molteplici, quotidiani episodi d’oltraggio all’esistenza, finanche ai teneri steli dei bambini.

Il processo d’imbarbarimento, in sostanza, non concerne solamente le stagioni e gli elementi naturali – il loro deterioramento è, in ogni caso, da ricollegare ai comportamenti umani – ma si è avviluppato anche e soprattutto ai nostri cervelli.  Sembra, quasi, che sia stato del tutto abbattuto e sotterrato il primario presupposto del rispetto della stessa vita.

Il pittore ruffanese Saverio Lillo (1734-1796) a Galatina

di Giovanni Vincenti

Non è stato ancora raggiunto il momento di sintesi storica relativa alla intensa attività artistica del pittore ruffanese Francesco Saverio Lillo1, fissabile tra il 1765 che è la data delle sue prime opere documentate2 ed il 1796 anno della sua morte, né altresì delineato con compiutezza il suo ruolo nell’ambito della pittura sacra salentina della seconda metà del Settecento.

Considerato «un artista sostanzialmente modesto e incapace di cogliere le novità dei modelli cui si rifece, e di adeguarsi al loro livello qualitativo, fornendone una traduzione del tutto lontana dalla loro modernità»3, il Lillo fu comunque, uno degli ultimi esponenti di quella scuola salentina, l’unica vera scuola pugliese, promotrice della diffusione delle tendenze artistiche napoletane che, proprio nel corso dell’ultimo scorcio del ‘700, con la loro ampia e progressiva capacità unificante eliminarono ogni senso al significato distintivo tra «centro» e «periferia».

Nella sua breve, ma intensa permanenza napoletana – è documentato un suo soggiorno a Napoli dal dicembre 1763 al febbraio 1764 – rimase affascinato dalla pittura di Francesco Solimena (1657-1747) alla quale sembra aver guardato in momenti diversi della sua attività, per alcune versioni di suoi dipinti sino a proporre finanche copie, mentre in loco tenne a modello i lavori di Liborio Riccio (1720-1775) da Muro e dei leccesi Serafino Elmo (1696-1777), forse suo maestro di bottega, e Oronzo Tiso (1720-1800), dai quali desunse il gusto tutto metropolitano delle «larghe composizioni»4.

 

La sua modesta produzione bene si prestava comunque, ad accontentare le esigenze di una committenza, sia laica che religiosa, la quale richiedeva opere che, a più basso costo, potessero riecheggiare in periferia i modelli dei più celebri pittori napoletani.

Fig. 1. Galatina. Chiesa S. Maria delle Grazie. S
Galatina. Chiesa S. Maria delle Grazie

 

Di Saverio Lillo, a Galatina, sono documentate due opere. La prima, una Annunciazione (fig. 1) collocata sull’omonimo altare nella chiesa dei domenicani, datata e firmata XAVERIUS LILLO P. 1793. La tela raffigura la Vergine sull’inginocchiatoio, a corpo chino e con le mani al petto in segno di devozione, nell’attimo in cui l’arcangelo Gabriele le annuncia il concepimento verginale e la futura nascita di Gesù, e lei figurativamente risponde “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38). L’arcangelo, adagiato su una nuvola, porge alla Vergine un giglio, simbolo della purezza e con l’altra mano indica una colomba rappresentante lo Spirito Santo, mentre fa vivace corteo un dorato stuolo dei putti angelici che volteggia nel cielo. Lo schema compositivo, il cui tema è ripreso nell’ovale presente nella collegiata di Maglie5, rinvia, senza mai raggiungerne però il livello qualitativo, al modello solimenesco realizzato nella chiesa di Donnalbina a Napoli.

Fig 2
Fig.2

La seconda, un S. Paolo (fig. 2) nell’altare nella chiesa omonima datato e firmato: FRANC. XAV.US LILLO P. 1795, «qui il santo è rappresentato monumentalmente a tutt’altezza, avvolto da un mantello rosso che superiormente scopre la veste verde. Stringe la spada e con la destra indica un putto che innalza un volume aperto sulle cui pagine è scritto: UNICUIQUE/AUTEM NOS/TRUM DATA/EST GRATIA/SECUNDUM/MENSURAM/DONATIONIS/CHRISTI; sulla pagina di fronte: AD EPHES. /CAP. IV./VERS. 7. ROM. XII. 3./I COR. XII. 11./II COR. X. 13. Alle spalle del santo è raffigurato l’episodio di Malta; c’è la nave a vele spiegate in alto mare e poi l’arrivo sulla costa dove si verifica l’episodio miracoloso della vipera raccontato in Atti: 28, 2-6. Sul lato opposto della marina è raffigurata una città con un profilo montuoso: dovrebbe essere Malta, ma è chiaramente un paesaggio di fantasia, tipico comunque della produzione del pittore. […] Alla destra del santo un gruppo di tre persone inscena un dramma racchiuso tutto nella figura dell’uomo languente, col volto cadaverico, sostenuto da una donna che implora il santo mentre l’altra offre all’ammalato un sorso d’acqua – quella del pozzo – da un contenitore metallico per alleviargli la pena. Ai piedi del santo, messi quasi in riga ai suoi ordini ci sono le cause di quel dramma: la tarantola, lo scorpione, il serpente»6. Qui la raffigurazione assume significati ben più pregnanti di quella che lo stesso Lillo realizzò, ossia l’Avvento di S. Paolo, nella chiesa domenicana di Tricase, il 17697, poiché riassume tutta la tradizione galatina in cui, giammai la musica, ha facoltà risolutrice, la gratia di guarir, dal morso velenoso, bensì l’acqua miracolosa del pozzo sito nelle case dette di S. Paolo8.

Fig 3
Fig, 3

A queste opere mi pare ora si possa aggiungere, in questa sede, un dipinto inedito che va ad arricchire il corpus delle opere del Lillo. Trattasi di una tela raffigurante il Trionfo della Fede sull’Eresia (fig. 3), non datata, ma firmata LILLO P., collocata nella cappella dell’Immacolata nella chiesa matrice di Galatina, ma proveniente dalla chiesa dei cappuccini. E’ questo un documento significativo del costante rapporto che il pittore tenne con i modelli solimeneschi napoletani e qui infatti, è evidente il ricorso del Lillo all’affresco del Trionfo della fede sull’eresia ad opera dei domenicani (1701-1707) realizzato sulla volta della sacrestia della chiesa di S. Domenico Maggiore a Napoli. La raffigurazione allegorica della Fede rievoca il modello realizzato dal Lillo, tra il 1765 ed il 1767, nella Una Fides nell’estradosso della cappella di S. Antonio da Padova della parrocchiale di Ruffano, mentre il corpo dell’eretico sconfitto ha sembianze simili a quelle dei corpi ignudi della tela Eliodoro che ruba i tesori del Tempio, del 1765, nel presbiterio sempre nella parrocchiale di Ruffano.

Fig 4
Fig.4


 

Ma al Lillo attribuirei anche altri due inediti dipinti, presenti a Galatina, che rivelano appieno le caratteristiche tipiche del suo stile. Il primo La fuga in Egitto (fig. 4) che, collocato nella chiesa dell’Addolorata, è opera di notevole qualità realizzata dopo il 1780 quando i confratelli del sodalizio dei Sette Dolori ebbero «l’accortezza di farvi lavorare sei medaglioni di figura ovale […]. Nei loro vuoti adunque vi si collocarono quelle sei tele dipinte di ugual grandezza e figura che tutt’ora si osservano. Queste rappresentano vari episodi della vita di Gesù Cristo. Eccoli: la sua Circoncisione, la Fuga in Egitto, la Disputa coi dottori nel tempio, la Gita al Calvario, la Crocefissione e la sua Sepoltura. Sarebbe stato desiderabile che un altro pennello più diligente e finito si fosse adoperato per queste»9. Tra questi lavori, che costituiscono la Via Matris, solo ne La fuga in Egitto si rileva ben altra mano e altro pennello, tanto da poterla accostare alla ottagona tela de La Natività di Maria Vergine che il Lillo realizzò, prima del 1770, sulla volta del transetto nella parrocchiale di Ruffano.

Fig 5
Fig 5

Il secondo, La sacra famiglia con S. Giovannino, S. Anna e S. Gioacchino (fig. 5),  conservato presso il museo civico “P. Cavoti”, è una composizione di buona qualità per la realizzazione della quale il Lillo si ispirò, ancora una volta, alla omonima tela solimenesca. Al centro della scena, come si ricava dalla descrizione tratta dall’Inventario museale (n. 145), «la Vergine vestita di rosso con manto azzurro che regge il Bambino proteso verso S. Anna ammantata e col capo coperto. Sulla destra, appoggiato ad una roccia, S. Giuseppe che guarda il Bambino, mentre porta la mano destra in alto indicando in lontananza, è vestito di azzurro con manto bruno, ha la verga fiorita poggiata sulla spalla sinistra. S. Giovannino inginocchiato tende la destra verso il Bambinello e regge con la sinistra un’asta con un cartiglio dietro di lui: Ecce Agnus Dei. Sulla sinistra S. Gioacchino vestito di bruno con manto rosso, con le mani giunte sul petto, rivolge lo sguardo verso il Bambino».

 

 

NOTE

1 Su di lui cfr. A. DE BERNART, Saverio Lillo pittore ruffanese del Settecento, in A. DE BERNART – M. CAZZATO, Ruffano una chiesa un centro storico, Galatina 1989, pp. 45-48; A. DE BERNART, Saverio Lillo pittore ruffanese nel bicentenario della morte (1796-1996), in “Bollettino Storico di Terra d’Otranto”, 1996, 6, pp. 81-86.

2 Cfr. M. CAZZATO, Barocco in provincia: la ricostruzione (1706-1712) della parrocchiale di Ruffano. Note e documenti, in A. DE BERNART – M. CAZZATO, Ruffano etc., cit., Documento V, pp. 175-177.

3 Pittura in Terra d’Otranto (secc. XVI-XIX), a c. di L. Galante, Galatina 1993, p. 10.

4 Cfr. C. DE GIORGI, La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1882, I, p. 157.

5 Cfr. E. PANARESE – M. CAZZATO, Guida di Maglie. Storia, Arte, Centro Antico, Galatina 2002, p. 120, fig. 262.

6 Questa descrizione è tratta da M. CAZZATO, Da S. Pietro a S. Paolo. La cappella delle “tarantate” a Galatina, Galatina 2007, pp. 64-67.

7 Cfr. S. CASSATI, La chiesa di S. Domenico in Tricase, Galatina 1977, tav. XLVII.

8 Per questo ed altro, cfr. M. CAZZATO, Da S. Pietro a S. Paolo. La cappella delle “tarantate” etc., cit., pp. 41-72;  AA. VV., Sulle tracce di S. Paolo. Verità storiche e invenzioni tarantologiche, Galatina 2001; A. VALLONE, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale, Galatina 2004.

9 Cfr. G. VINCENTI, Galatina tra storia dell’arte e storia delle cose, Galatina 2009, p. 165.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Il periodo quaresimale nella civiltà contadina del Salento

Ripercorriamo il periodo quaresimale della civiltà contadina alla fine dell’Ottocento, attraverso il simbolico fantoccio salentino che Giulietta  ci ripropone antropologicamente nel libro “Tre Santi e una Campagna”.

 

Salento fine Ottocento

La Quaremma (prima parte)     

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Anche alle prime luci del mercoledì delle Ceneri c’era da assistere a uno spettacolo: quello delle quaremme, che i capifamiglia avevano nottetempo issato sui comignoli e che  ora l’incedere dell’alba via via rivelava nel loro orrido quanto caratteristico aspetto: fantocci a grandezza d’uomo, rozzamente approntati con legno, paglia e stracci, riproducenti vecchie megere tetramente vestite con logori indumenti neri, o comunque molto scuri. Sulla fronte, circoscritta da un fazzolettone annodato alla campagnola, una ciocca di lana bianca a simulare capelli, e all’estremità delle braccia – mantenute in posa orizzontale da un manico di scopa – due pale di ficodindia che, a mo’ di mani, reggevano l’una un fuso con alcuni fili di lana  e l’altra  una maràngia (arancia amara) con infilzate sette penne, strappate alla coda di una gallina nera. Tra fuso e arancia, sette fili di lana che, a meglio esprimere la filatura del tempo penitenziale, venivano separatamente annodati alle sette penne, rappresentanti appunto le sette settimane quaresimali.

Rizzare la quarémma sul proprio comignolo o – se questo risultava internato e perciò non visibile dalla strada – sul cornicione della terrazza era testimonianza di religiosità, anzi un porsi nel novero dei cristiani più osservanti, di quelli (quasi tutti), per intenderci, la cui compiacente affermazione “Nui sciàmu all’antica” (“Noi andiamo all’antica”) denunciava fedeltà ai rigorismi medievali.

Il tempo dei pubblici peccatori lasciati in quarantena dietro la porta della chiesa era ormai lontano, ma sia pure in spigolature aneddotiche ne sopravanzava memoria, rinverginando scrupoli – individuali e collettivi – allorché, in vista del rinnovamento pasquale, si entrava nell’apposito clima della contrizione. Una sorta di ricapitolazione delle proprie manchevolezze, peraltro incentivata dai sermoni dei quaresimalisti appositamente fatti inìre ti fore paése (fatti venire da fuori), i quali, calcando sulla necessità dell’espiazione, non di rado arrivavano a

Cognomi e soprannomi salentini di origine greca

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di Piero Vinsper

 

Parlare dell’origine dei cognomi è compito quanto mai arduo e difficile, e comporterebbe un discorso lungo. Molti studiosi hanno affrontato questo problema con zelo, ottenendo degli ottimi risultanti. Dirò solo, e in maniera semplice, che i cognomi derivano da nomi patronimici, matronimici, da qualità e difetti fisici, da animali domestici e selvatici, da insetti, dal nome di giorni e mesi, da numeri, da soprannomi, da sostantivi del sostrato greco, da luoghi, da città e nazioni, da arnesi dell’uso quotidiano, da mestieri e professioni, ecc. Aggiungo anzi che gli studiosi hanno stilato una certa statistica, e non sono le statistiche di stile berlusconiano: quelle sappiamo che vanno sempre nello stesso senso, attratte dall’ago di una politica scialba, vuota, patetica, inconcludente, meschina, retrograda, dannosa e per decoro personale mi fermo qui, basata, beato lui!, su quel vecchio adagio galatinese: “Articulu quintu, ci tene a mmano have vintu!”, strafottendosi delle istituzioni, della nazione e del popolo. Però vorrei ricordare a lui, e lo scrivo con la lettera minuscola, un altro dittèriu nostro: “nu’ bulare throppu ertu mo’ c’hai l’ale, ca sempre si’ suggettu a llu cadire!”.

Dicevo che gli studiosi sono giunti a questa conclusione: i cognomi derivano soprattutto da tre fonti: onomastica, toponomastica, soprannomi. Una piccola percentuale spetta a cognomi di derivazione straniera, un’altra, sparuta, costituisce un nome augurale, che la carità cristiana ha riservato ai trovatelli. Poi il Concilio di Trento del 1564 sancisce l’obbligo per i parroci di aver un registro per i battesimi, sul quale scrivere nome e cognome di una persona, al fine di evitare matrimoni tra consanguinei.

Ebbene, quel che a noi interessa è cercare i cognomi e soprannomi galatinesi che abbiano un sostrato greco. E’ chiaro che prenderemo in considerazione quelli che sono ancora in voga tralasciando, invece, quelli che sono già estinti e quelli che non sono ormai sulla bocca di tutti.

Antonica e Antonaci son formati dall’unione di due sostantivi: anthos + nike e anthos + nake; sicché il primo significa fior di vittoria, il secondo fior di pelle lanosa, di pelliccia. Infatti il termine dialettale naca che deriva da nake o dal neogreco naka non è altro che la culla sospesa, formata di un vello di pecora.

Sambati e Sabato è la stessa cosa, solo che uno è al plurale, sambata (grico sabati) e l’altro al singolare (neogreco sabbata, sabati). Lo stesso si può dire di Stomaci e Stomeo; Stomaci da stomachi, stomaco, oppure dal diminutivo di stoma, stomaki, piccola bocca. Se invece facciamo riferimento al grico stoma, acciaio, come per Stomeo, allora Stomaci sta per piccola tempra di ferro e Stomeo per acciaio. E ciò che avvalora la seconda ipotesi e che la stirpe degli Stomaci erano abili “ferrari”, cioè ottimi maniscalchi.

Colazzo, Cudazzo, Codazzo, Cutazzo sono tutti uguali cognomi che traggono origine da Colazzo. Molto probabilmente, quando le persone si recavano all’ufficio anagrafe per dichiarare il nascituro, vuoi per la cattiva pronuncia del richiedente, vuoi per l’incompetenza dell’ufficiale dell’anagrafe, si incorreva a questi mutamenti di cognome. D’altra parte erano quelli periodi in cui la gente era in massima parte analfabeta, e perciò non poteva rendersi conto di ciò che c’era scritto sul certificato di nascita. Comunque questi cognomi derivano da colazo, io freno, e indica il freno dei guarnimenti da applicare alla coda degli animali da tiro o da soma.

Colaci è un vezzeggiativo di [Ni]kolakis, Nicolino. Però azzarderei un’altra ipotesi: potrebbe avere a che fare con il diminutivo di cholòs, cholàki, un po’ zoppo, claudicante.

Musarò da musaròs, sudicio, impuro, detestabile; Mauro da mauròs, nero. Nel primo caso si fa riferimento a persona trasandata, alla buona, nel secondo a persone dalla carnagione scura.

Spano da spanòs è un uomo privo di barba, sbarbato; Piscopo da [e]pìscopos significa vescovo; Sanzico da sàmpsicon si riferisce, forse, a persona che coltivava in campagna la maggiorana.

Papadia, derivando da papadìa, sta per moglie del prete; Patera, accostato a patèras, sta per padre, ma se lo facciamo discendere dal grico patèra, è il prete.

Ostace e Campa richiamano due simpatici animaletti: ostacòs è il granchio oppure il gambero, kampe è il bruco.

Onesimo si rifà a onèsimon, che si traduce cosa utile, vantaggiosa, benefica, buona. Il termine onèsimos si riscontra nelle opere di antichi scrittori greci: in Sofocle, Antigone v. 995, in Eschilo, Eumenidi v. 924, negli Inni omerici, Mercurio v. 30, e come nome di uomo nell’Antologia palatina. Prendo, così per caso, il verso 995 della tragedia Antigone di Sofocle. Chi parla è Creonte, rivolto a Tiresia: ècho peponthòs martureìn onèsima [posso riconoscere di aver avuto (da te) del bene].

Izzi è una desinenza di origine greca che ha la funzione di diminutivo. Quindi Stefanizzi viene da Stefanitsis, stèfanos + itsis, piccola corona, ghirlanda, oppure dal verbo stefanizo, incorono. Mutatis mutandi il significato è perlopiù identico.

Castriota, Kastriotis, è il signore del castello; Ciriani, Kyr’Jannis, signor Giovanni; Coroneo, da Koronaios, significa abitante di Corone, città del Peloponneso. Marti, Martios o dal grico Marti, è il mese di marzo.

Il cognome Moscara ha a che fare con moschàrion, vitellino; Calso con Kàltios, calzare; Misciali con Michàlis, Michele; Cretì con krytìs, giudice; Mairo con màgeiros, cuoco.

Nei soprannomi, invece, appare più chiaro il sostrato greco; il dialetto, infatti, conserva  la forma più antica del linguaggio.

Sciòi, da skiòeis (leggi sciòis), vale ombroso; pisino, da pisinòs, equivale a culo.

Scuddhrana, figlia de lu Scuddhru, rimarca skulos, codolo della zappa, della scure. E c’è un modo di dire galatinese, vutàmula de lu scuddhru, giriamola dalla parte del codolo, quando non si riesce a dare una spiegazione a qualcosa, oppure non si trova una via d’uscita a una situazione scabrosa.

Canzeddhra è il soprannome dato a una persona di bassa statura, ma nel nostro dialetto rappresenta il tavolo di lavoro del calzolaio. Infatti, kantòs significa cerchio esterno della ruota; ma potrebbe essere un diminutivo di kàmpsos, curvo. Comunque stiano le cose noi sappiamo che la canzeddhra è una specie di mobile molto basso che poggia su tre o quattro piedi. Il Tavolo di lavoro è a forma circolare, diviso in piccole parti, in cui vengono adagiate le semenzelle, le puntine, la tanaja, i capitieddhri, la tavoletta di pece, la ssùja, pezzi di cuoio, ecc. ecc. Lu scarparu, stando seduto può servirsi in maniera maneggevole e degli arnesi e del materiale per riparare le scarpe.

E a proposito di sutor mi torna in mente l’agnomen calopa. Calopa deriva da kalò + pous, forma per le scarpe, “piede di legno”. Quest’attrezzo usato dal calzolaio ha una forma sgraziata e il soprannome riferito a una donna denota trascuratezza nel vestire, impaccio nel portamento e nel camminare.

Panta da pas, pasa, pan, ogni cosa, tutto, sempre, e parà, preposizione greca, ora, mentre, accanto, presso, contro, sono nomignoli appioppati a due rami di una famiglia il cui cognome è molto diffuso qui da noi.

Cista, kiste, è la cesta, il paniere. Famoso a Galatina era Peppinu ‘u cista, gran venditore di ghiaccio. I lettori devono sapere che, un tempo, non esistevano frigoriferi; solo i nobili avevano in casa la ghiacciaia; la povera gente, nel periodo estivo, per far diventare fresca ‘na vucala d’acqua o ‘nu ‘rsulu di vino, possibilità permettendo, mandavano da Peppinu cista i bambini a comprare cinque o dieci lire di ghiaccio. E lui dall’aspetto portentoso e fiero, ma sempre con il sorriso sulle labbra, lasciava cadere un colpo di mannaia sul blocco di ghiaccio e te ne porgeva un pezzo. Poi con un fare bonario, tipico della gente salentina, raccoglieva i pezzettini di risulta e li aggiungeva al ghiaccio comprato esclamando: “Quistu è de cchiùi!”.

Thraca viene da trachùs, duro, violento; calieddhru da kalòs, bello; capasa da kapasa, grande vaso di creta, idoneo alla conservazione delle friselle; soprannome quest’ultimo dato a persona bassa di statura ma dalla pancia prominente.

Chetta deriva da chaite, criniera, chioma: soprannome dato a persona calva; cerasa da keràsion o dal neogreco keràsi, ciliegia; cuja da guion, membro, borsa dei testicoli; cuvizzi da kuix, bulboso.

Panaca da panàke, panacea, è l’agnomen dato, forse, a qualcuno che empiricamente trovava un rimedio per tutti i mali, così come murecca da murèpsos era l’unguentario.

Piricocu risale a berycoca. Alla lettera si traduce albicocca ma nel nostro dialetto equivale a pesca. ‘U piricocu per eccellenza a Galatina era un certo Alfieri, che con due altri amici, Picinera e Naticeddhru, aveva messo su il Carro di Tespi e insieme con loro andava in giro per le piazze a rappresentare il teatrino dei burattini.

Kalès diakopès e a risentirci a presto!

Il patriota Bonaventura Mazzarella

Con il pensiero rivolto sempre alla libertà, all’unità e alla prosperità della patria

BONAVENTURA  MAZZARELLA

Fervente repubblicano e indomito patriota, dopo la sommossa napoletana del 15 maggio 1848, fonda a Lecce, con il Castromediano, il De Donno e altri rivoluzionari, il Circolo Patriottico Salentino, di cui è presidente. È eletto più volte deputato al Parlamento italiano.

 

di Rino Duma

 

Se non gli storici, pochi uomini sanno di Bonaventura Mazzarella e di molti dei suoi compatrioti. La storia, che da centocinquant’anni ci viene insegnata (forse perché di parte), ha inspiegabilmente sottaciuto le eroiche gesta di questo fiero e valoroso personaggio del Risorgimento meridionale.

Bonaventura nasce a Gallipoli il 6 febbraio 1818 (quattro giorni dopo Antonietta de Pace) da Carlo (1773-1854) e da Caterina Forsenito (1787-1850). Secondo di quattro figli [Rocco (medico), Domenico (notaio) e Annunziata Maria (non si hanno notizie di lei)], riceve dai genitori un’educazione esemplare, improntata sul rispetto, sull’impegno e l’amore nei confronti delle persone, soprattutto verso quelle bisognose e  sofferenti.

Della prima parte della sua vita, si hanno brevi e contraddittorie notizie. È comunque uno studente modello e ha sempre nel cuore le sorti della patria.

Da giovane frequenta assiduamente alcuni gallipolini, come Achille Dell’Antoglietta, Emanuele Barba, Epaminonda Valentino, Nicola Massa, Antonietta de Pace e altri giovani salentini, con i quali stabilisce duraturi ed efficaci rapporti d’amicizia. Spesso si riunisce presso la sua abitazione sita all’isola Briganti e qui si discetta su temi di filosofia, storia ma essenzialmente di politica.

In questo periodo va ricordata la partecipazione alla sfarzosa festa tenuta a palazzo Doxi-Stracca dai de Pace per festeggiare il ventesimo compleanno di Antonietta. Alla cerimonia è presente il fior fiore dei nobili della provincia, tra i quali Sigismondo Castromediano, la cui madre, Teresa Balsamo, è imparentata con i de Pace.

Gli anni giovanili di Bonaventura sono molto inquieti e turbolenti per via dei fermenti popolari che si respirano in tutt’Europa. Infatti, grazie alla costituzione di numerose sezioni della “Giovine Italia”, le idee mazziniane cominciano ad affermarsi e prendono piede in ogni angolo del paese, soprattutto nel meridione d’Italia. Gli ideali repubblicani e libertari svegliano dal torpore intellettuale le classi della borghesia e di certa una nobiltà, facendo breccia nel rattrappito pensiero di molte persone. Le varie monarchie europee e nazionali sono ritenute la causa principale delle disuguaglianze e sofferenze umane, per cui i sovrani tentano di arginare e ammansire il movimento liberale concedendo al popolo la “Costituzione”.

Negli anni ’40, il gallipolino si trova a Napoli per completare gli studi universitari [si laurea in legge (in utroque iure)], e qui frequenta circoli politici e salotti letterari e artistici. Con la mente già predisposta per natura ai principi di libertà e di democrazia, Bonaventura sposa con grande entusiasmo la causa mazziniana, sino a esserne convinto sostenitore e a farsi appassionato divulgatore.

Finalmente il 29 gennaio 1848, re Ferdinando II, anche perché pressato da altri sovrani italici e dallo stesso papa Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione. Per le città del regno è gran baldoria: si respira un’aria nuova e s’inneggia alla ritrovata libertà.

Solo Bonaventura Mazzarella e Antonietta de Pace sono molto diffidenti, memori anche del voltafaccia di Ferdinando I, il quale, nel 1820, prima concesse la carta costituzionale per poi ritirarla. In effetti, i due non si sbagliano. L’identica situazione si ripete a distanza di quasi trent’anni con il nipote Ferdinando II che, dopo appena quattro mesi, la sospende e poi la revoca definitivamente.

I motivi principali, che inducono il sovrano a rimangiarsi ogni cosa, son dovuti ai conflitti insanabili sorti tra i liberali e lo stesso monarca. Un importante scoglio, che viene solo in parte superato, è rappresentato dalla legge elettorale molto restrittiva e di parte (anche allora, come ora). Infatti, per essere eletto alla camera dei deputati, è necessario possedere una rendita annuale di 250 ducati, mentre per essere elettore bisogna avere un reddito di 20 ducati e aver compiuto venticinque anni. Coloro che non hanno tali requisiti vengono automaticamente esclusi dall’elettorato passivo e attivo. Le donne sono escluse dal voto. Le due imposizioni rappresentano delle grandi limitazioni e, soprattutto, determinano uno sbilanciamento della rappresentatività popolare verso i ceti più alti. Infatti, dopo la prima consultazione elettorale, sono per buona parte eletti personaggi appartenenti alle alte sfere nobiliari (più vicine al Borbone che non al popolo). Altra ristrettezza della neo Costituzione è dovuta al fatto che solo il 4-5% dei cittadini è chiamato a votare: un nonnulla! Tutto ciò, unito ad altre gravi carenze costituzionali, determina un aspro conflitto tra il sovrano e i liberali.

Si arriva al famoso 15 maggio 1848, giorno in cui re Ferdinando è chiamato a pronunciarsi sulla proposta di modifica del giuramento presentata dalla camera dei deputati. Il sovrano tentenna, mentre all’esterno del Palazzo Reale la popolazione inizia a rumoreggiare. Le discussioni tra le parti vanno per le lunghe, sicché durante la notte il sovrano, temendo un colpo di mano da parte dei liberali e della Guardia Nazionale, ordina al ministro dell’interno di dispiegare alcuni battaglioni di polizia e di soldati a protezione della casa reale e delle strade adiacenti. I liberali e i repubblicani non se ne stanno con le mani in mano. In breve tempo in Via Toledo e Via Santa Brigida si ergono delle barricate, dalle quali partono, purtroppo, alcuni colpi di moschetto all’indirizzo dei soldati borbonici. È l’inizio di un’insurrezione che durerà alcune ore, al termine della quale si contano 1.500 morti (c’è chi parla addirittura di quattromila!). Scatta immediata la repressione del sovrano, mentre intanto Antonietta de Pace, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Epaminonda Valentino e altri valorosi salentini, che si sono distinti sulle barricate, sono costretti a scappare da Napoli e rientrano nel Salento dopo lunghe traversie.

La notizia giunge a Lecce dopo quattro giorni e suscita nei cittadini sdegno, rabbia ed enorme dolore per i sanguinosi fatti napoletani. I repubblicani e i liberali, capeggiati da Bonaventura, Giuseppe Libertini e Sigismondo Castromediano, si organizzano e in breve tempo destituiscono le autorità borboniche e formano un Governo Provvisorio.

Il Mazzarella, nel frattempo, decide di dimettersi dall’incarico di Giudice Regio a Novoli, indignato e addolorato per quanto accaduto a Napoli. Il 22 maggio scrive al Procuratore del Re, motivando le dimissioni in una lunga e accorata lettera, che termina con la frase “…pertanto, preferisco stare dalla parte del popolo, piuttosto che dalla parte del re traditore”.

A fine giugno si costituisce il Circolo Patriottico Salentino, alla presidenza del quale è chiamato Bonaventura, mentre a vice-presidenti il martinese Michele Santoro (allora come ora un Santoro non guasta mai!) e Camillo Tafuri di Nardò, a segretari Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno e Alessandro Pino. Ben presto, però, sorgono contrasti tra gli aderenti, alcuni dei quali sono Costituzionali, altri liberali moderati, altri repubblicani e altri radicali oltranzisti. A peggiorare la situazione, da Napoli giungono notizie poco confortanti, per cui, con il passar del tempo, molti iscritti si dimettono dal Circolo.

Ridotti, ormai, a un modesto numero di componenti, nella riunione del 15 luglio Bonaventura, con immensa tristezza e prostrazione d’animo, propone lo scioglimento del Circolo, piuttosto che rimediare una bruciante sconfitta. L’assemblea rigetta la proposta, ma il presidente insiste e presenta le dimissioni. Perdendo l’uomo più rappresentativo, il Circolo rimane acefalo e senza una guida sicura: dopo appena quindici giorni, chiude definitivamente i battenti. Stessa sorte tocca ai tanti circoli patriottici locali disseminati nella provincia, che, per effetto domino, si vedono costretti ad abbassare definitivamente la guardia.

Afflosciatasi la resistenza, le autorità borboniche e i vari Intendenti rialzano pian piano la testa, riprendendosi il potere e lasciandosi andare ad azioni repressive di inaudita violenza, in particolar modo nei confronti dei liberali radicali.

Intanto dalla capitale si muove verso le regioni insubordinate un esercito di quattromila uomini, coadiuvato da un nutrito corpo di cavalleria e da un’efficientissima artiglieria. La resistenza leccese è spazzata via nel breve volgere di poche ore. Scattano numerosi arresti dei vertici rivoluzionari e, tra questi, vi è Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Michelangelo Verri, Nicola Brunetti, Gaetano Madaro, Epaminonda Valentino e altri.

Per sua fortuna Bonaventura riesce a mettersi in salvo. Girovaga per alcuni giorni per le campagne salentine e si nasconde nei trulli abbandonati o in anfratti naturali; in seguito raggiunge Monopoli, per poi proseguire ad Ancona e quindi a Roma, dove si unisce ai garibaldini e combatte in difesa della Repubblica Romana. Dopo la disfatta, è costretto ad abbandonare la capitale e si rifugia temporaneamente a Corfù e quindi ad Atene.

Prima di allontanarsi dall’Italia, Bonaventura affida all’amico Angiolo Greco una lettera con la quale scagiona tutti i compagni patrioti impegnati nel Circolo Patriottico Salentino, addossandosi ogni colpa e ammettendo di essere l’unico autore degli atti e dei bullettini pubblicati.

Dopo la cruente repressione, i tribunali militari pronunciano sentenze durissime. Bonaventura viene condannato a morte con il 3° grado di pubblico esempio dal tribunale di Trani.

Per alcuni anni di lui non si hanno notizie. Si rifà vivo soltanto in prossimità della spedizione dei Mille, ma intanto lavora sotto banco in modo da tenere ben salde le fila dei cospiratori.

Finalmente Garibaldi sbarca a Marsala e avanza con speditezza verso la capitale. Bonaventura ne approfitta e rientra clandestinamente nel Salento. Il 7 settembre, dopo che Francesco II ha abbandonato Napoli per la più sicura Gaeta, l’eroe dei due mondi, con a fianco Antonietta de Pace ed Emma Ferretti, entra a Napoli con un seguito di appena ventotto garibaldini. La notizia giunge immediatamente a Lecce, dove la folla si riversa in Piazza Sant’Oronzo e inneggia all’unità e alla libertà. Per prevenire possibili ritorsioni a danno dei filoborbonici e per amministrare al meglio il pericoloso periodo di transizione, si crea immediatamente un Comitato Municipale Provvisorio. Ovviamente, in questo organo è presente anche Bonaventura, il quale redige il comunicato ufficiale della cacciata dei Borbone da Lecce.

Nel gennaio 1861 vengono indette le elezioni per il primo parlamento italiano. Bonaventura è eletto con un grande suffragio di voti nel collegio di Gallipoli.

Il suo impegno politico per la ricostruzione morale, sociale ed economica del Meridione si protrae per altri venti anni. Poi, improvvisamente, a seguito di una brutta polmonite, si spegne a Genova l’8 marzo 1882, lontano dalla sua amata Gallipoli.

Così si esprime Filippo Abignente alla camera dei Deputati per commemorare la scomparsa del patriota gallipolino.

“Nel risveglio nazionale del 1848 egli fu tra i più caldi della sua nativa provincia di Puglia e si adoperò tanto per la libertà che, venuta poi la reazione nell’anno seguente, fu processato e condannato a morte dal Tribunale di Trani. Si rifugiò a Roma, quindi andò in Grecia, e quivi ed emigrando in altri Paesi acquistò tutto quel corredo di cognizioni che rafforzò nell’animo suo l’amore al progresso, l’amore all’Italia. Restituita la patria a libertà i suoi Concittadini lo elessero a loro Rappresentante e dagli elettori di Gallipoli fu mandato Deputato fin dall’ottava Legislatura. Dall’ottava legislatura sino alla quattordicesima, quasi senza interruzione, Egli è stato nella Camera dei Deputati e sempre Egli ha seduto sui banchi della Sinistra, fedele alla Sua bandiera, dando esempio di probità politica superiore ad ogni elogio”.
Nota –  Nella redazione di questo articolo, alcune notizie mi sono state fornite dallo storico gallipolino Federico Natali, che, qui, pubblicamente ringrazio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Due tele di Sant’Oronzo ed una inedita immagine di Galatina nel Seicento

di Giovanni Vincenti

 

FIG.1. Lecce. Cattedrale. S.Oronzo (G. A. Coppola)
FIG.1. Lecce. Cattedrale. S.Oronzo (G. A. Coppola)

 

FIG.2. Lecce. Cattedrale. S.Oronzo (G.A

FIG.2. Lecce. Cattedrale. S.Oronzo (G.A. Coppola)

La «nuova immagine di S. Oronzio dipinta» [fig. 1] [fig. 2] che, realizzata dal gallipolino Giovanni Andrea Coppola (1597-1659), «medico, musico ed eccellente pittore», quale segno visibile della popolare gratitudine alla scampata epidemia di peste, fu solennemente introdotta nella chiesa cattedrale leccese il 17 dicembre 1656 e risultò talmente aggradita ai devoti che in breve tempo «se ne sono cavate innumerabili copie per diverse città e terre della provincia» nelle quali «parimenti con molta pietà e liberalità sono stati al medesimo Santo eretti altari essendo da esse stato eletto per lo protettore».

FIG.3. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). S.Oronzo.
FIG.3. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). S.Oronzo

FIG.4. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). S. Oronzo
FIG.4. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). S. Oronzo

Anche Galatina non fu esente da questo entusiasmo devozionale. Nella chiesa della SS. Annunziata delle clarisse (S. Luigi) infatti, sulla cantoria lignea nel retrospetto, è collocato un quadro di S. Oronzo Vescovo [fig. 3] [fig. 4] copia coeva di quello del Coppola la quale deriva dalle visioni mistiche del misero pritello calabrese d. Domenico Aschinia, in cui il santo è «vestito delli vescovili paramenti, che portava in mano un bacolo pastorale…..un poco rovesciato dalla parte di sopra, sopra del quale ci era una piccola croce…..aveva in suo capo la mitra, nella quale vi era molto lampeggiante una bianca croce. Era egli pieno di luce, ed aveva tale vaghezza il di lui piviale, che non vi è cosa simile a compararseli. Dà fianchi di costui vi eran due angeli, quasi vestiti con adobbi a color del cielo, e così fieri per una bellezza inesplicabile, avevano vaghi capelli, sopra le fila d’oro». Ad pedes, sulla sua sinistra, il profilo di una città: Galatina [fig. 5], rinserrata dentro una imponente cinta muraria entro cui si apre una delle sue tre porte urbiche cinquecentesche [fig. 6], custodita da due coppie di colonne a fusto liscio poggianti su alti plinti e reggenti una robusta trabeazione che pare raccordarsi con ampie volute alle pareti laterali.

FIG.5. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). S
FIG.5. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). particolare della tela di S. Oronzo

 

 

FIG.6. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). S
FIG.6. Galatina. Chiesa SS.Annunziata (S.Luigi). particolare a maggiore ingrandimento della tela di S. Oronzo

Appena oltre le mura si intravede la presenza di alcune chiese con i rispettivi alti campanili, mentre all’esterno «battenti divoti, che squarciano pienamente le loro membra per amor di Oronzio» il quale con la mano protesa verso la città scaccia la «figuretta nervosa della peste volante nello sfondo lontano». Questa rappresentazione iconografica rievoca alla mente quella di qualche anno posteriore, dopo il 1675, del Patrocinio di S. Pietro su Galatina [fig. 7], opera proveniente dalla chiesa dei domenicani ed ora conservata presso l’episcopio idruntino. Qui è S. Pietro il defensor civitatis: la mano sinistra regge il volumen con su le due chiavi legate da un fiocco rosso, mentre lo sguardo è rivolto in basso alla sua destra a seguire la mano protesa a protezione di Galatina da una «figura ignuda di donna che scappa in direzione opposta alla città, con la testa tra le mani a proteggersi dalle sferzate celesti» di un angelo con la spada fiammeggiante; anche questa è la rappresentazione simbolica della peste.

FIG.7. Otranto. Episcopio. Patrocinio di S.Pietro.
FIG.7. Otranto. Episcopio. Patrocinio di S.Pietro

Ma c’è ovviamente molto di più. Il 20 agosto 1662, D. Francesco Andriani, l’anno seguente nominato procuratore del duca Gio. Maria Spinola, «per la devotione, che dice havere, e portare verso d.a Collegiata Chiesa havere più e più volte pregato d.o Rev.do Capitolo, et Clero che li concedessero una Cappella, seu Altare dentro d.a Chiesa con conveniente loco di potere costruire una sepoltura avanti di quella, offerendo per carità di detta concessione docati trenta cinque». Il Reverendo Capitolo e Clero «fece deliberatione, et conchiuse che si dovesse concedere la Cappella ultima à man destra all’entrar di d.a Chiesa dalla porta maggiore, ch’è la Cappella à canto à S.to Gorgonio con facoltà di fare la sepoltura vicino d.a Cappella», il tutto come da atto rogato il 20 febbraio 1663. L’Andriani fece innalzare in quella cappella un altare dedicandolo al glorioso S. Oronzo e dipingere un Martirio del Santo [fig. 8] [fig. 9] che, il 1760, così sono descritti: «viene l’altare di Sant’Oronzo Vescovo di Lecce, e Protettore della Provincia, e nel quadro vi sta dipinto il martirio di detto Santo, e di Giusto e Fortunato, colli carnefici attorno, e molti angioli, quale altare è de jure patronatus della famiglia Andriani, e ai piedi del medesimo vi è la di loro sepoltura, quale tiene molti oblighi di messe, e sotto l’arco maggiore vicino la fonte della Acqua Santa vi è una sepoltura per la comodità del publico».

FIG.8. Galatina. Museo civico
FIG.8. Galatina. Museo civico

FIG.9. Galatina. Museo civico. Martirio S
FIG.9. Galatina. Museo civico. Particolare della tela precedente

 

A quello stesso altare D. Domenico Andriani, suo nipote, che il 1692 aveva comprato il feudo di S. Barbara per settemila ducati, lega, il 1702, un lascito di «docati cento alla Cappella del Glorioso S. Orontio sita nella chiesa Matrice fondata dai miei Antecessori» con l’obligo per i suoi eredi di far celebrare tante messe nella suddetta cappella per quante derivassero dal censo attivo di quei cento docati. Non solo, ma il 1732, testando le sue ultime volontà «nella sua solita casa d’abitazione sita dentro questa terra nel vicinato della SS. Trinità», l’Andriani, tra le altre, scrive: «inoltre raccomando l’Anima mia a Dio, ed alla protezione della Madonna Santissima, del mio Angelo Custode, de’ miei santi divoti; acciò colla loro protezione m’impartisca dal Signore un felice passaggio, e doppo la mia morte, voglio che il mio cadavere si seppellisse nella Chiesa Collegiata di questa Terra, nella sepoltura della Cappella di S. Orontio de’ miei maggiori e trovandomi morire in Andrano, voglio essere seppellito nel Convento de’ PP. Domenicani di quella Terra, senza alcuna pompa funerale».

 

San Luigi 013

 

San Luigi 012
particolare della tela precedente

 

Pubblicato su Il filo di Aracne.

 

 

Una noterella “esterna” su Girolamo Comi poeta e bibliofilo

di Armando Polito

Nel suo recente post sull’argomento1 Maurizio Nocera cita ampiamente un breve saggio di Alessandro Laporta con riferimento particolare a due testi antichi dal Comi posseduti e dal Laporta analizzati. A dire il vero, però, il Laporta nel suo lavoro prende in esame solo uno dei due testi, dichiarando espressamente: “E non mio tratterrò sulle Imagines illustrium ex Fulvii Ursini bibliotheca a Theodoro Gallaeo expressae edite ad Anversa dal Plantin nel 1606 (libro che meriterebbe una diversa attenzione e sul quale forse ritornerò in altro momento)”.

Sicuramente con minore competenza del Laporta tenterò di farlo io con il rammarico di non aver potuto avere tra le mani l’esemplare posseduto dal Comi. La rete, però, anche se il processo di digitalizzazione delle fonti cartacee in Italia è appena agli albori, offre possibilità fino a qualche decennio fa impensabili anche per un topo di biblioteca. Così, per entrare in medias res, ecco il frontespizio del testo in questione e, di seguito, la sua “traduzione”. Chi poi volesse leggerlo integralmente e/o registrarlo nel suo archivio personale potrà scaricarlo dal link:

 http://books.google.it/books?id=aoBjwYmZ3PcC&printsec=frontcover&dq=imagines+illustrium&hl=it&sa=X&ei=6VMiUaP5K-iE4gSs2oC4DA&ved=0CFcQ6AEwBw

 

1

 

(Commento di Giovanni Fabro Barbegense medico romano alle immagini di uomini famosi dalla biblioteca di Fulvio Orsini stampate ad Anversa da Teodoro Galleo. All’Illustrissimo e Reverendissimo Don Cinzio Aldobrandini Cardinale di S. Giorgio e c. Anversa Dalla tipografia plantiniana Presso Giovanni Moreto 1606).

Qualche notizia sui personaggi appena nominati: l’autore del commento fu Prefetto dell’Orto pontificio e membro dell’Accademia dei Lincei fin dalla sua fondazione nel 1603; Fulvio Orsini (1529-1600) fu uno dei massimi esponenti della filologia antiquaria italiana ed espertissimo collezionista; Teodoro Galleo (XVI-XVII secolo) fu uno dei più rinomati incisori del suo tempo. Cinzio Passeri Aldobrandini (1551-1610) era un po’ abituato alle dediche in quanto il Tasso, riconoscente della protezione avutane, gli aveva dedicato la Gerusalemme conquistata e il dialogo Delle imprese. Christophe Plantin (1520-1589) fu tipografo, editore e libraio, attivo dal 1555 al 1589; quando questo libro fu stampato aveva già ceduto l’attività al genero Giovanni Moreto. La marca della tipografia plantiniana raffigurava una mano con un compasso ed il motto Labore et constantia (Con la fatica e con la costanza).

Il libro consta di una prima sezione (pagg. 1-151) testuale contenente i commenti alle immagini delle personalità prese in esame in ordine alfabetico; segue una parte non numerata dedicata agli indici (il primo per categoria di appartenenza, il secondo dei nomi) e subito dopo, in ordine alfabetico, dopo un secondo frontespizio, per così dire, interno, in basso riprodotto e “tradotto”, la sezione finale, anche questa non numerata, quella delle immagini.

2

 

Illustrium imagines ex antiquis marmoribus, nomismatibus, et gemmis expressae, quae extant Romae, maior pars apud Fulvium Ursinum. Editio altera aliquot imaginibus et I. Fabri ad singulas commentario, auctior atque illustrior. Theodorus Gallaeus delineabat Romae ex Archetypis incidebat Antuerpiae MDXCIIX Antuerpiae Ex officina Plantiniana MDCVI

(Immagini di (uomini) illustri tratte da sculture, monete e gemme che si trovano a Roma, la maggior parte presso Fulvio Orsini. Seconda edizione accresciuta e più illustrata da parecchie immagini e dal commento di Giovanni Fabro a ciascuna. Teodo Galleo disegnava a Roma dagli antichi modelli, incideva ad Anversa nel 1598. Anversa Dalla tipografia platiniana 1606).

Ecco la prima (Marco Emilio Lepido) e l’ultima (Marco Tullio Cicerone) delle immagini:

3

 

Ogni libro è testimone anche di una storia supplementare ricavabile da tutto ciò che vi fu aggiunto manualmente dopo la sua uscita.

Nel nostro nel frontespizio subito dopo la prima riga si legge aggiunto a mano:  Colleg. Lugd. SS. Trin. Soc. Jesu Catal. Inscript. 1688 (Collegio di Lione della SS. Trinità Società di Gesù Iscrizione nel catalogo 1688). La primitiva appartenenza al collegio sarebbe confermata dal bollo apposto a sinistra ove si legge EX BIBLIOTH(ECA) PUB(LICA) COLLEG(II) LUGDUN(ENSIS), mentre gli altri due in cui si legge BIBLIOTEQUE DE LA VILLE LYON (Biblioteca della città di Lione) si riferirebbero ad un successivo passaggio.

Anche la foderina anteriore ha qualcosa da dire con l’etichetta che vi risulta incollata e nella quale si legge:

4

 

Reverendus Pater Franciscus de la Chaize Societatis Jesu, Ludovico XIV Regi Christianissimo à Confessionibus hoc munere, ex regia munificentia, Bibliotecam Collegii Lugdunensis Sanctissimae Trinitatis Societatis Jesu auxit

(Il reverendo Padre Francesco de la Chaize della Società di Gesù con questo dono [proveniente] dalle confessioni al cristianissimo re Luigi XIV dalla regia generosità incrementò la biblioteca del Collegio di Lione della SS. Trinità della Società di Gesù).

Questo esemplare, dunque, fu un dono di Luigi XIV (nell’etichetta Ludovico XIV), re di Francia dal 1675 fino alla morte avvenuta nel 1715,  al suo confessore, il gesuita  François d’Aix de la Chaise (1624-1709), il quale, a sua volta, lo donò al collegio lionese della SS. Trinità, quasi sicuramente nel 1688 come riporta nel frontespizio l’aggiunta manuale, una vera e propria nota di ingresso, già esaminata).

Questo è quanto son riuscito ad ascoltare con le mie modeste orecchie da questo esemplare. Chissà cosa ha da dire il gemello di casa Comi a timpani molto più raffinati e sensibili dei miei …

__________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/20/girolamo-comi-poeta-e-bibliofilo/ 

 

 

 

Racconti. La capu ti muertu

di Emilio Rubino

 

Questo aneddoto  non è un racconto immaginario, partorito dalla fervida fantasia di un buontempone, ma un avvenimento realmente accaduto nelle campagne neritine all’inizio dello scorso secolo.

Vi era un giovane contadino, che, sobbarcandosi a enormi sacrifici quotidiani, era riuscito a impiantare un orto nel suo piccolo podere. L’uomo, infatti, dopo aver “scapulatu” da altri fondi, cioè dopo aver compiuto una faticosa giornata di lavoro presso terzi, soleva recarsi ogni giorno presso il suo appezzamento di terra. Senza neanche passare da casa a consumare un frugale piatto di legumi, il buon contadino preferiva prendersi cura delle proprie piantine, sarchiarle, annaffiarle, concimarle con del buon letame almeno una volta al mese e farle crescere rigogliose e sane, come se stesse allevando un proprio figliolo.

Ogni giorno la stessa canzone, ogni giorno lavorava per oltre tredici-quattordici ore. Una vita dura, la sua, un’esistenza da povero diavolo!

D’altra parte, che cosa non si fa per la propria famiglia?

Ma una vita così stressante non poteva certamente durare a lungo. Infatti, il bravo contadino, tutto casa e lavoro, ben presto si ammalò gravemente. Il verdetto non poteva che essere infausto: broncopolmonite cronica, giunta ormai all’ultimo stadio! La malattia era stata contratta quasi sicuramente nel suo podere durante le ore di lavoro straordinario. Il poveretto morì in capo a una settimana tra tanto dolore e disperazione della giovane sposa, che portava nel ventre il frutto del loro amore. La donna rimase vedova e sola, senza l’aiuto di parenti (non ne aveva), con quella creatura che stava per nascere e che sarebbe rimasta orfana per tutta la vita, con quel podere abbandonato, con lo spettro della miseria e della solitudine eterna.

Era terribile al solo pensare: una tragedia del genere non poteva finire così. E non finì così, perché ci fu un altro giovane, anch’egli contadino, che, sebbene non avesse mai osato dichiararsi a una donna per via della sua innata timidezza, decise, tra molti tentennamenti e perché spinto da un parente che gli prospettava l’imperdibile occasione, di fare il difficile passo. La donna, pur tra tanto rossore e vergogna, accettò la proposta, giacché il dichiarante era per davvero un bell’uomo.

E “si nsurara” (si sposarono) subito, anche perché a quei tempi, a differenza di quelli attuali, non era necessario attendere che trascorressero i trecento giorni di lutto vedovile. Il matrimonio si poteva contrarre immediatamente con la sola condizione che, qualora entro i predetti trecento giorni, fosse nato un bambino, questo doveva considerarsi figlio del defunto.

Nel frattempo l’orto era stato abbandonato a se stesso, le erbacce lo stavano infestando, le pianticelle stentavano a crescere. Un provvidenziale acquazzone, seguito da un caldo rigenerante, fece rinvigorire meravigliosamente l’orto, tanto che i due sposi previdero un raccolto eccezionale. Quando, poi, i pomodori, le zucche, le melanzane, i peperoni e le angurie iniziarono a ingrossare e a suscitare la meraviglia dei vicini e dei passanti, i due sposi decisero di non limitarsi a sporadiche visite di controllo, ma di stabilirsi definitivamente nel campo, al fine di evitare eventuali furti.

Il giovane sposo, allora, realizzò, nel punto centrale del podere, una “pagghiara” (un pagliaio), dalla quale si poteva controllare l’intera zona.

In quel piccolo ambiente i due coniugi vissero giorno e notte per tutta l’estate, senza mai abbandonarlo un solo istante per non vanificare ogni attesa. Nella pagghiara i due avevano fissato la propria dimora, confortati soltanto dai servizi necessari alla famiglia: due conci di tufo su cui appoggiare la “pignata” o la “firsòra”, sotto alla quale si accendevano dei rami secchi per cuocere i cibi, una fossa rudimentale ove compiere i bisogni più intimi, la “menza” e lu “mbile” (recipienti) per conservare l’acqua, una bottiglia di vino, una di olio, una sacchetta appesa quanto più in alto possibile, dentro cui era custodito il pane, lontano da mosche, lucertole e formiche.

Nel piccolo podere, lavorando duramente per diverse ore al giorno, sotto i raggi martellanti e implacabili del sole estivo, i due vivevano una vita meravigliosa fatta di sudore e di tanto amore.

E intanto le piante crescevano e mettevano in mostra i frutti della loro breve esistenza. Troppi occhi estranei, però, ogni giorno puntavano sempre più vogliosamente lo sguardo verso quelle succulente e invitanti leccornie.

Ci fu chi organizzò con inganno un furto a regola d’arte.

Una notte, mentre i due coniugi dormivano profondamente nella pagghiara, alcuni ladri scesero da due traini e, dopo aver superato il piccolo steccato, s’intrufolarono furtivamente nel podere. Uno di questi raccolse una grossa zucca e con un coltello la svuotò dei semi e della polpa; poi intagliò gli occhi, il naso e la bocca con la perizia del provetto artigiano. Accese una grossa candela e la inserì nell’interno, simulando il volto di una strega o di un fantasma. L’uomo cominciò a dondolarla fra le mani e a emettere con la bocca strani suoni, mentre intanto si dirigeva lentamente, seguito dagli altri ladri, verso la capanna. Dopo qualche minuto i due coniugi avvertirono una voce cavernicola che sembrava giungere dall’oltretomba. Preoccupati, si vestirono in tutta fretta, si affacciarono all’esterno della pagghiara e, sorpresa delle sorprese, videro una testa illuminata ondeggiare lentamente e sempre più avvicinarsi alla capanna. Quando ormai era giunta a pochi metri da loro, ai due sembrò certo che si trattasse di un teschio umano illuminato dall’interno. I coniugi rimasero senza parole per qualche attimo; non sapevano cosa fare, anche perché pietrificati da quell’immagine terrificante. Tutto a un tratto la “la capu ti muertu” (la testa di morto) smise di ondeggiare e di lanciare suoni lugubri e iniziò a parlare, mantenendo alla voce un tono cupo e profondo.

Io so’ lu pathrunu ti l’uertu

no’ mi l’àggiu cututu de vivu

mo’ ‘ògghiu mi lu cotu de muertu!”1

Quella voce lugubre non poteva che appartenere al primo marito, il quale era venuto a vendicarsi con i due: con la moglie, che aveva osato tradirlo subito dopo la sua morte, e contro chi gli aveva usurpato il posto accanto alla sua ex-donna, appropriandosi del raccolto, frutto dei suoi sacrifici. Quindi, non c’era alcun dubbio: quella “capu ti muertu” apparteneva al fantasma del primo marito e quella era la sua voce, che intimava perentoriamente ai due fedifraghi di allontanarsi da quel posto.

Marito e moglie si guardarono terrorizzati per alcuni istanti negli occhi e, senza proferire parola alcuna, se la diedero a gambe levate, maledicendo “l’uertu e cinca l’era chiantatu” (l’orto e chi lo aveva piantato).

Mentre i due lasciavano precipitosamente il podere, i ladri continuavano a ripetere il ritornello con voce sempre più alta e profonda.

Una volta al sicuro, i marioli fecero man bassa di tutto quel ben di Dio, caricandolo sui traini.

Sulla via del ritorno, ormai contenti per il colpo riuscito, uno di loro si mise a cantare.

Io no’ so’ lu patrunu muertu

ma so’ quiddhu ca si mangia l’uertu!”2

1 Io sono il proprietario del podere / non me lo sono goduto da vivo / voglio godermelo da morto”.

2 Io non sono il proprietario morto / ma son quello che si mangia l’orto”.

La mèndula (il mandorlo/la mandorla) 3/3

2mandorle

di Armando Polito

IL MANDORLO E LA MANDORLA NEGLI AUTORI ANTICHI

Fino oggi non ho ricevuto nessuna di quelle osservazioni cui alludevo nel finale della prima parte, il che non significa che non abbia detto una o più fesserie. Per mantenere, però, la promessa di parlare delle mandorle amare sono costretto a ritornare al passato. Comincio dagli autori latini.

Plinio (I secolo d. C.) cita l’olio di mandorle come ottimo conservante: “Gli unguenti si conservano benissimo in contenitori di alabastro, i profumi nell’olio e la loro conservazione è tanto più lunga quanto l’olio è più grasso, come quello estratto dalle mandorle”1. La sofisticazione dei prodotti alimentari è di vecchia data se il naturalista latino ci informa di quarantotto specie di “olea ficticia”, cioè di olii adulterati, non d’oliva, tra cui “il mandorlino, che alcuni chiamano metopio2, viene estratto da mandorle amare secche e ridotte in pasta, poi bagnata e nuovamente pestata”3. Sulla precocità di fioritura: “Tra gli alberi che germogliano in inverno al sorgere della costellazione dell’Aquila, come dicemmo, il mandorlo fiorisce primo fra tutti nel mese di gennaio, a marzo matura il frutto”4. Ecco poi alcuni consigli per la coltivazione che egli attribuisce a Magone (scrittore cartaginese del II secolo a. C.): “(Magone) consiglia che i mandorli si piantino in terreno argilloso che guarda a mezzogiorno. (Dice che) gradiscono anche il terreno duro e caldo ma che nel grasso ed umido muoiono e diventano sterili. Vanno seminate quelle più curve e di albero giovane, macerate per tre giorni con letame stemperato in acqua o prima che siano seminate in acqua e miele. Bisogna inserirle nel terreno dalla parte della punta e che il margine del fianco guardi a tramontana. Vanno piantate tre per volta insieme come in triangolo alla distanza di un palmo l’una dall’altra, annaffiate ogni dieci giorni finché crescono”5; “Lo stesso Magone consiglia che i mandorli siano piantati dal tramontare di Arturo fino all’inverno”6. Dopo aver affermato, citando Varrone, che basta che la capra lecchi un ulivo per renderlo sterile così continua :”Certi alberi muoiono per quest’offesa, alcuni diventano peggiori, come i mandorli: infatti si trasformano da dolci in amari”7. Ma ecco la trasformazione inversa: “Il mandorlo da amaro diventa dolce se si scava alla base e, foratolo in basso tutto attorno, si asporta l’umore che ne esce”8; il buon Plinio però non ci dice se l’espediente funziona non solo su un albero nato amaro ma pure diventato tale, come prima aveva detto,  per un incontro ravvicinato con un animale”. E infine: “Una terza natura diversa da queste [noci propriamente dette e nocciole] è quella della mandorla che ha un guscio esterno più sottile ma simile a quello delle noci e lo stesso è per quello interno. Il nòcciolo è diverso per larghezza e di massa più resistente. Non si sa se quest’albero fosse in Italia al tempo di Catone, perché egli nomina le greche che alcuni annoverano tra le noci. Inoltre nomina le avellane, le galbe, le prenestine, che loda al massimo e dice che sotterrandole in pentole si mantengono verdi. Ora sono esaltate le tasie e le albensi e due sono i tipi delle tarentine: uno dal guscio fragile, l’altro duro, le quali sono anche molto grandi e minimamente rotonde. Inoltre (ci sono) le mollusche che rompono il guscio”.

fiori-di-mandorlo

Non dissimilmente il contemporaneo Columella: ”Semina la noce greca10 intorno al primo febbraio poiché germoglia per prima; vuole terreno duro, caldo, secco. Infatti, se sotterrerai il seme in terreni differenti da questo, per lo più marcirà. Prima di seminarla falla macerare in acqua e miele non troppo dolce, così quando crescerà, darà un frutto di sapore più gradevole e intanto frondeggerà meglio e più velocemente. Metti tre mandorle in triangolo in modo che ciascuna sia distante dall’altra almeno un palmo e rivolta obliquamente a Favonio11. Ogni mandorla getta poi una radice e spunta con un solo stelo; la radice, quando giunge al fondo della buca, costretta dalla durezza della terra, si curva ed emette altre radici a mò di rami. Potrai rendere la noce greca e l’avellana12 tarentine13 in questo modo: nella buca in cui hai deciso di seminarle metti terra minuta per un’altezza di mezzo piede e spargi ivi seme di ferula14. Quando la ferula sarà nata, spaccala e nel suo midollo metti la noce greca o l’avellana senza guscio e copri di terra. Fallo prima del 1 marzo o anche tra il 7 e il 15 di marzo.15

mandorle del Salento
mandorle del Salento

Preziosa, per capire anche qualche nome usato dagli autori appena riportati e da altri, è la testimonianza di Macrobio (V secolo d. C.), Saturnalia, II, 14: “La noce greca è quella che è chiamata pure amigdala, ma la medesima noce è chiamata anche tasia. Lo attesta Cloazio16 nei quattro libri della sistematica dei Greci quando così dice: noce greca amigdala. Atta17 poi in una preghiera dice: aggiungi noce greca e miele quanto piace. La noce mollusca18, sebbene il rigore invernale ce la neghi, tuttavia, siccome parliamo delle noci, non trascuriamola: Plauto (III-II secolo a. C.) ne Lo stivaletto19 così la ricorda: Disse di che la noce mollusca pendeva sopra le sue tegole. Ecco, Plauto la nomina certamente, ma che quale sia la noce mollusca non lo dice. È invece quella che volgarmente è chiamata persica ed è detta noce mollusca poiché è più molle di tutte le altre noci. Di ciò è idoneo assertore Suevio20, uomo più che dotto, nell’idillio in cui viene descritto il moreto21: infatti, quando parla dell’ortolano che prepara il moreto tra gli altri ingredienti che vi mette dice che viene messo anche questo frutto, con queste parole: “Acca, unisci ora al basilico in parte questo, in parte pesche: vien tramandato questo nome perché coloro che un tempo sostennero feroci combattimenti nella guerra contro i Persiani con il potente re di nome Alessandro Magno dopo il loro ritorno importarono nei detti territori greci questo tipo di albero offrendo agli uomini nuovi frutti. Questa noce è la mollusca, perché qualcuno per caso non sbagli.

Si chiama noce terentina quella che è così molle che si spezza appena toccata. Su di essa nel libro di Favorino si trova questo: E parimenti alcuni chiamano tarentine le pecore o le noci che sono terentine dal terreno che nella lingua dei Sabini significa molle, per cui Varrone nel primo libro a Libone ritiene che si chiamino pure Terentini, errore in cui può sembrare di cadere anche Orazio quando dice: e la molle Taranto”22.

Su due punti della testimonianza di Macrobio mi soffermerò perché non mi convince l’identificazione della noce mollusca (nux mollusca) con la pesca (nux persica), peraltro condotta sulla scorta di due citazioni. Plauto, come riconosce lo stesso Macrobio, non ci descrive la nux mollusca (che, come abbiamo visto, in Plinio è inequivocabilmente un tipo di mandorla) ma il dettaglio dell’albero che copre le tegole, cioè il tetto, si adatta più ad un mandorlo che ad un pesco. Ma Macrobio è convinto del contrario e fa intervenire a supporto Suevio che in effetti ritiene sinonimi nux persica e nux mollusca. Ma la pesca non rientra in nessun’altra ricetta pervenutaci del moretum, come ho ampiamente dimostrato nel post indicato in nota 21; e poi, quando c’è discrepanza tra le fonti, bisogna dar più credito a quelle antiche, soprattutto quando sono dirette e non frutto di citazione da parte di altri autori.

mandorlo2

Sulla molle Taranto gli amici tarentini possono gioire o rattristarsi, a seconda dei punti di vista. La mollezza implica da un lato l’idea di effeminatezza, dall’altra quella di un edonismo spinto in cui il molle, riferito ad un dettaglio anatomico, è incompatibile. Ora veniamo a sapere da Macrobio che cita Favorino (autore del I-II secolo d. C. del quale ci sono rimasti solo pochi frammenti e quasi per intero il discorso Sull’esilio) che sarebbe tutta colpa di una e, quella che fa la differenza tra la salentina Taranto e Terento, luogo del Campo Marzio dove si celebravano i giochi secolari; intercambiando –a– con –e– si finisce per confondere l’eroe Taras (mitico fondatore della città) con la radice del verbo tèrere (da cui Terèntum)=logorare, consumare, frantumare (concetto che, inteso passivamente, può andar benissimo per una terra ma non per un eroe.

I più ampi riferimenti alle proprietà medicinali della mandorla, soprattutto di quella amara, si trovano in Celso (I secolo d. C.); ne riporto i più significativi.  De Medicina, III, 10, 1: “Se c’è dolore di testa è necessario mescolare l’olio rosato con l’aceto e fare l’applicazione; poi avere due pezze di dimensioni tali da coprire in larghezza e lunghezza la fronte, immergerle a turno nell’aceto e nell’olio rosato e applicarle sulla fronte: si possono utilizzare allo stesso modo lana appena tosata. Se l’aceto dà fastidio va usato solo l’olio rosato, se non si tollera neppure questo bisogna usare olio appena estratto. Se nessuno di questi mezzi è efficace si possono pestare o iris secca o mandorle amare o qualsiasi erba rinfrescante …”; (contro l’idropisia) “Sembrano essere efficaci l’iris, il nardo, il croco, il cinnamomo, la casia, la mirra, il balsamo, il galbano, il ladano, l’enante, la panacea, il cardamomo, l’ebano, il seme del cipresso, l’uva taminia che i Greci chiamano stafisagria, l’abrotono, le foglie di rosa, il calamo aromatico, le mandorle amare …”; (contro le suppurazioni interne) “Anzitutto va mangiato col miele del cibo come pinoli o mandorle o nocciole…”; (contro le ulcere della bocca) “Mandorle pestate con tragacanto e mescolate con passito …”;  (contro la tosse) “Bevanda di menta, mandorle ed amido; assumere all’inizio pane raffermo, poi un cibo leggero …”; (nei disturbi articolari) “Ma se c’è gonfiore va trattato con acqua tiepida nella quale sia stato bollito lentisco o altra pianta astringente, poi dev’essere applicato un medicamento fatto di noci amare pestate con aceto …”; (come emolliente): “Per rammollire ciò che si è addensato in qualche parte del corpo hanno grande efficacia … le mandorle amare”; VI, 11. “Le mandorle amare sono emollienti”; (contro l’estendersi di infezioni purulente) “…le mandorle amare con un terzo di e con aggiunta di un po’ di croco …”; (contro gli arrossamenti della pelle dei bambini): “In particolare contro quegli arrossamenti che colpiscono gli infanti si mescoli otto scrupoli della pietra chiamata pirite con cinquanta mandorle amare e si aggiungno tre bicchieri di olio. Ma prima che questo medicamento sia spalmato  gli arrossamenti debbono essere trattati con biacca”; VI, 5: (contro lentiggini ed efelidi e esiti di cicatrici): “Per tutto ciò e pure per colorare le cicatrici è efficace quel preparato la cui invenzione si attribuisce a Trifone. In essa pari sono le percentuali di essenza di mirobalano, di creta celestina del Cimolo, di noci amare, di farina di orzo e di ervo, di saponaria bianca, di seme di sertula campana. Tutti questi componenti pestati vanno mescolati con miele quanto più possibile amaro e il preparato va spalmato il pomeriggio e tolto lavandosi  al mattino successivo”; VI, 7, 1d-e: (contro tutte le malattie dell’orecchio): “… la rosa  e il succo delle radici della canna e l’olio in cui siano stati cotti dei lombrici e il succo estratto dalle noci amare o dal nocciolo della pesca” (e in particolare per calmare l’infiammazione o il dolore): “ …si pesti l’amaro della fava egiziana e si aggiunga olio di rosa; alcuni vi aggiungono un po’ di  latte di papavero o incenso con latte di donna o il succo di mandorle amare con olio di rosa” 23.

mandorlo

Passo ai greci.

Dioscoride (I secolo d. C.): “La radice del mandorlo amaro tritata e bollita schiarisce le efelidi sul viso e lo stesso effetto hanno le mandorle applicate come cataplasma. Applicate stimolano i mestrui e spalmate sul volto aiutano contro i dolori di testa o sulle tempie con aceto o olio di rose e con vino contro le pustole che compaiono di notte, con miele contro le piaghe infette, il fuoco di Sant’Antonio  e il morso di cane. Mangiate sono analgesiche, emollienti dell’intestino, diuretiche e assunte con amido sono efficaci contro l’amottisi, bevute con acqua o come elettuario con resina di terebinto giovano a chi soffre di reni e di polmoni, con zucchero a chi soffre di anuria, di calcolosi, di fegato, di tosse e di colite, con miele e latte come elettuario nella quantità di una nocciola. Le mandorle amare in numero di cinque o sei sono efficaci contro l’ubriachezza. Assunte con un altro cibo ammazzano pure le volpi. La gomma del mandorlo amaro è astringente, riscalda e bevuta è efficace nell’emottisi, spalmata con aceto cancella le piaghe superficiali, bevuta col vino puro è efficace contro la tosse cronica, con zucchero giova a chi soffre di calcolosi. La mandorla dolce e commestibile è meno efficace di quella amara, anche se pure essa è analgesica e diuretica; mangiata poi verde con la pelle assorbe l’eccesso di umori dello stomaco”24.

Plutarco (I-II secolo d. C.): “Tra coloro che vissero con Druso, figlio dell’imperatore Tiberio, si scoprì che un medico, il quale nel bere superava tutti, prendeva ogni volta cinque o sei mandorle amare per non ubriacarsi. Quando gli fu vietato di farlo e fu posto sotto controllo, con poco vino si ubriacò. Alcuni ritenevano che quelle mandorle avessero la proprietà di mordere e rodere la carne, sì da cancellare le efelidi sul volto e che assunte prima di bere con la loro amarezza pungono e mordono tutti i passaggi e  perciò traggono dalla testa l’umore evaporato. A noi piuttosto sembrò che la forza dell’amarezza fosse atta a disseccare e a consumare gli umori; perciò l’amarezza per il gusto è il più gradevole dei sapori. Infatti l’amarezza restringe contro natura le vene della lingua che sono, come dice Platone, molli e poco compatte, mentre gli umori vengono consumati. E le ferite si restringono con medicamenti amari, come dice il poeta: Applicò una radice amara calmante che gli fece passare tutti i dolori, rimarginò la ferita e l’emorragia cessò. Correttamente disse che ciò che è amaro al gusto ha proprietà astringenti. Sembra che anche la cipria delle donne, con cui ostacolano il sudore, sia aspra al gusto e astringente per la forza dell’amarezza che inasprisce. Così dunque, dicevo, stando le cose, è naturale che l’amarezza delle mandorle sia un rimedio contro il vino puro poiché inaridisce le parti interne del corpo e non consente che si riempiano le vene dalla cui dilatazione e turbamento dicono che derivi l’ubriachezza. Ne è grande prova quello che succede alle volpi: se mangiano mandorle amare e non bevono subito muoiono essendosi consumato tutto l’umore” 25.

Il nostro viaggio nel mondo della mandorla termina da dove era partito, cioè dal dialetto neretino in cui il nesso pasta ti mèndule non indica solo la prelibatezza dolciaria che tutti conoscono ma anche metaforicamente una persona dal carattere generoso, dolce e remissivo, una specie in via di estinzione, proprio come il cazzamèndule (schiacciamandorle) della mia infanzia (nome italiano frosone o frosone, nome scientifico Coccothraustes coccothraustes).

Immagine tratta da http://www.migratoria.it/public/uploadswp/editor/image/hawfinch-3086.jpg
Immagine tratta da http://www.migratoria.it/public/uploadswp/editor/image/hawfinch-3086.jpg

 

E questa volta la nota etimologica che segue chiudendo il post ha il solo scopo di celare la tristezza, che credo condivideranno quelli della mia generazione, non tanto per il tempo trascorso quanto per i danni che abbiamo fatto e le occasioni che abbiamo sprecato: frosone è dal latino tardo frisiòne(m) che si incontra in Medicinae Plinianae libri quinque26, opera attribuita a Plinio Valeriano, medico vissuto probabilmente nel  IV secolo d. C.

Variante medioevale è il frixones (plurale) che s’incontra in De Gestis Henrici VII di Albertino Mussato (XIII secolo): Avium quoque genus ignotum per Longobardorum agros visum, deprehensumque, plumae cineritiae, cum rubris maculis, et crista in vertice, magnitudinis harum, quas Frixones Patavini vocant (Fu visto e catturato nelle campagne lombarde anche un genere sconosciuto di uccelli con le piume color cenere, macchie rosse e cresta sul capo, della grandezza di quelli che i padovani chiamano frosoni). Se si vuole scavare nell’etimo il discorso diventa molto complicato perché le voci latine appena ricordate potrebbero collegarsi al classico fresus, participio passato di frèndere=frangere, macinare, ma pure a frìgere=frignare (con riferimento al verso?) e, infine a Prygius=della Frigia (con riferimento al luogo di origine?). Ciò che è certo è che tanto il nome dialettale quanto quello scientifico (coccothraustes è dal greco κόκκος=granello, chicco+θράυω=spezzare) hanno privilegiato la prima ipotesi.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/17/la-mendula-il-mandorlola-mandorla13/ 

Per la seconda:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/19/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-23/

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1 Naturalis historia,  XIII, 3: Unguenta optime servantur in alabastris, odores in oleo, quod diuturnitati eorum tanto utilius est, quanto pinguius, ut ex amygdalis.

2 A testimonianza che anche allora cose non totalmente identiche  potevano avere lo stesso nome debbo dire che il metopio era stato citato prima (XII, 49) in riferimento ad un albero e alla sua linfa: Ergo Aethiopiae subiecta Africa hammoniaci lacrymam stillat in arenis suis, inde nomine etiam Hammonis oraculo, iuxta quod gignitur arbor: quam metopion vocant, resinae modo aut gummi. Genera eius duo: thrauston, masculi thuris similitudine, quod maxime probatur, alterum pingue et resinosum, quod phyrama appellant. Adulteratur arenis, velut nascendo adprehensis. Igitur quam minimis glebis probatur, et quam purissimis. Pretium optimi in libras, asse XL (Dunque la parte di Africa sottostante l’Etiopia stilla nelle sue sabbie la lacrima dell’ammoniaco, da cui anche il nome per l’oracolo di Ammone vicino al quale nasce l’albero che chiamano metopio, a mo’ di resina o gomma. Ce ne sono due tipi: il trausto, simile all’incenso maschio e questo è molto apprezzato; l’altro, grasso e resinoso, che chiamano firama. Si falsifica con la sabbia come se l’inglobasse alla nascita; perciò quanto più le lacrime sono piccole e pure tanto più sono apprezzate. Quaranta assi la libbra è il prezzo del migliore).

3 Op. cit., XV, 7: Amygdalinum, quod aliqui metopium vocant, ex amaris nucibus arefactis et in offam contusis, adspersis aqua iterumque tusis exprimitur.

Op. cit., XVI, 42: Ex his quae hieme Aquila exoriente (ut diximus) concipiunt, floret prima omnium amygdala mense Ianuario, Martio vero pomum maturat”. A tal proposito ricordo i due proverbi salentini: Mendule ti scinnaru: non ‘ndi minti intra ‘llu panaru (Se il mandorlo fiorisce in gennaio nel paniere non metterai frutto; chiaro riferimento al nefasto effetto di pioggia, vento e gelate) e Ti santa Marina la mendula ete china [Di san Marina (17 luglio) la mandorla è piena (cioè la parte interna non è più mucillaginosa); evidentemente il maturat pliniano è da intendersi riferito allo sviluppo completo del guscio].

5 Op. cit., XVII, 11: Gaudere et dura, calidaque terra, in pingui aut humida mori ac steriliscere. Serendas quam maxime falcatas et e novella, fimoque diluto maceratas per triduum, aut pridie quam serantur aqua mulsa. Mucrone degifi, aciem lateris in aquilonem spectare, ternas simul serendas triangula ratione, palmo inter se distantes. Denis diebus adaquari, donec grandescant.

6 Op. cit., XVII, 30: Mago idem amygdalas ab occasu Arcturi ad brumam seri iubet.

7 Op. cit., XVII, 37: Quaedam hac iniuria moriuntur, aliqua deteriora tantum fiunt, ut amygdalae: ex dulcibus enim transfigurantur in amaras.

8 Op. cit., XVII, 43: Amygdalae ex amaris dulces fiunt si, circumfosso stipites et ab ima parte circumforato, defluens pituita abstergeatur.

9 Op. cit., XV, 24: Tertia ab his natura amygdalis, tenuiore sed simili iuglandium summo operimento, item secundo putaminis. Nucleus dissimilis latitudine et acriore callo. Haec arbor an fuerit in Italia Catonis aetate dubitatur, quoniam Graecas nominat, quas quidam et in iunglandium genere servant. Adiicit praeterea avellanas, et albas, Praenestinas quas maxime laudat et conditas ollis in terra servari virides tradit. Nunc Thasiae et Albenses celebrantur, et Tarentinarum duo genera: fragili putamine ac duro, quae sunt et amplissimae et minime rotundae. Praeterea molluscae putamen rumpentes.

10 Così aveva già chiamato il mandorlo Catone (III-II secolo a. C.), De agri cultura, 8,  a testimonianza della sua introduzione dalla Grecia.

11 Da favère=favorire; Altrimenti detto Zefiro, vento di ponente che in primavera col suo tepore favorisce lo schiudersi delle gemme.

12 Il nocciòlo.

13 Col frutto dal guscio tenero, se dobbiamo credere a Macrobio (V secolo d. C.), Saturnalia, III, 18: Tarentina nux dicitur quae ita mollis est ut vix attrectata frangatur (Si chiama noce tarentina quella che è così molle che appena toccata si spezza).

14 Specie di canna, simbolo dell’autorità sacerdotale ma usata pure, insieme con la verga, dai maestri romani per tenere a bada gli allievi. Ma, dico io, è possibile che il potere da sempre abbia potuto e saputo imporsi (e continui a farlo in forme più sofisticate …) quello religioso con la paura della morte e quello laico con la violenza fisica?

15 De re rustica, V, 10: Nucem Graecam serito circa Calendas Februarias quia prima gemmascit; agrum durum, caluidum, siccum desiderat. Nam in locis diversis nucem si deposueris, plerumque putrescit. Antequam nucem deponas, in aqua mulsa, nec nimis dulci macerato; ita iucundioris saporis fructum, quum adoleverit, praebebit et interim melius atque celerius frondebit. Ternas nuces in trigonum statuito, ut nux a nuce minime palmo absit, et anceps ad Favonium spectet. Omnis autem nux unam radicem mittit et simplici stilo prorepit: quum ad acrobis solum radix pervenit duritia humi coercita recurvatur et ex se in modum ramorum alias radices emittit. Nucem Graecam et Avellanam Tarentinam facere hoc modo poteris. In quo scrobe destinaveris nuces serere, in eo terram minutam pro modo semipedisponito, ibique semen ferulae repangito. Quum ferula fuerit enata, eam findito et in medulla eius sine putamine nucem Graecam aut Avellanam abscondito et ita adobruito. Hoc ante Calendas Martias facito vel etiam inter Nonas et Idus Martias.

16 Se non l’avesse citato Macrobio ne avremmo ignorato anche l’esistenza.

17 Commediografo del I secolo a. C.; di lui ci restano dodici titoli e pochissimi frammenti.

18 Quest’aggettivo, che in traduzione ho conservato sempre tal quale,  compare solo unito a nux e l’unica attestazione che ne abbiamo prima di Macrobio è, come abbiamo visto, in Plinio (vedi nota 9), dove inequivocabilmente la nux mollusca è compresa tra le mandorle. Audace e infondato pensare che da mollusca (che è chiaramente da mollis=molle) derivi il neretino mèndula muddhese=mandorla dal guscio molle, in contrapposizione a mèndula tosta=mandorla dal guscio duro? Il tutto con buona pace di Macrobio e delle conclusioni che trarrà poco dopo d’un colpo dalla sua citazione plautina, quando l’albero in questione poteva benissimo essere un mandorlo che produce frutti dal guscio tenero.

19 Di questa commedia ci è rimasto solo questo frammento citato da Macrobio.

20 Vale quanto detto per Cloazio nella nota 16.   

21 Sul moretum:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/12/il-moretum-salsa-per-tartine-di-duemila-anni-fa-antenato-del-pesto-genovese/

22 Nux Graeca haec est, quae et amygdale dicitur. Sed et Thasia eadem nux vocatur. Testis est Cloatius in ordinatorum Graecorum libris quattuor cum sic ait: Nux Graeca amygdale. Atta vero in supplicatioe -Nucem Graecam -ait- favumque adde quantum libet. Nucem molluscam, licet hiemis nobis tempus invideat, tamen quia de nucibus loquimur indictam non relinquamus. Plautus in Calceolo sic eius meminit: Molluscam nucem super eius dixit impendere tegulas. Ecce Plautus nominat quidem, sed quid sit nux Mollusca non exprimit. Est autem persicum quod vulgo vocatur et Mollusca nux dicitur, scilicet quod ceteris omnibus nucibus mollior sit. Huius rei idoneus assertor est Suevius vir longe doctissimus, in idyllio quod inscribitur moretum. Nam, cum loquitur de hortulano faciente moretum, inter cetera quae eo mittit et hoc pomum mitti ait his verbis:Admisce tu Acca basilicis haec nunc partim,/partim Persica: quod nomen sic denique fertur/propterea quod qui quondam cum rege potenti/nomine Alexandro Magno fera proelia bello/in Persas retulere, suo post inde reventu/hoc genus arboris in praelatis finibus Graiis/differuere, novos fructus mortalibus dantes./ Mollusca haec nux est, ne quis forte inscius erret.

Nux Terentina dicitur quae ita mollis est, ut vix attrectata frangatur. De qua in libro Favorini sic reperitur: Itemque quidam Tarentinas oves vel nuces dicunt quae sunt Terentinae a terreno, quod est Sabinorum lingua molle, unde Terentinos quoque dictos putat Varro ad Libonem primo, quam in culpam etiam Horatius potest videri incidere qui ait: et molle Tarentum.

23 De Medicina, III, 10, 1: Si capitis dolores sint, rosam cum aceto miscere oportet et in id ingerere; deinde habere duo pittacia, quae frontis latitudinem longitudinemque aequent, ex his invicem alterum in aceto et rosa habere, alterum in fronte; aut intinctam isdem lanam sucidam inponere. Si acetum offendit, pura rosa utendum est; si rosa ipsa laedit, oleo acerbo. Si ista parum iuvant, teri potest vel iris arida vel nuces amarae vel quaelibet herba ex refrigerantibus; III, 21, 7: Videntur autem hanc facultatem habere iris, nardum, crocum, cinnamomum, casia, murra, balsamum, galbanum, ladanum, oenanthe, panaces, cardamomum, hebenus, cupressi semen, uva taminia quam σταφίδα ἀγρίαν Graeci nominant, habrotonum, rosae folia, acorum, amarae nuces; III, 27, 4a: Primoque cum melle quaedam edenda, ut nuclei pinei vel Graecae nuces vel Abellanae; IV, 9, 2: “Nuces Graecae cum tragacanto contritae et cum passo mixtae …; IV, 10, 2: Potio ex menta nucibusque Graecis et amylo; primoque adsumptus panis aridus, deinde aliquis cibus lenis…; IV, 31, 7: At si tumor est, foveri quidem debet aqua egelida, in qua lentiscus aliave verbena ex reprimentibus decocta sit, induci vero medicamentum ex nucibus amaris cum aceto tritis …; VI, 11: Ad discutienda vero ea, quae in corporis parte aliqua coierunt, maxime possunt …amarae nuces …: VI, 15: Molliunt … amarae nuces …; VI, 22, 2a: … amarae nuces cum alio, sic ut huius pars tertia sit, paulumque his croci adiciatur…; VI, 28, 15e: Proprie ad eas pusulas, quae infantes male habent, lapidis, quem pyriten vocant, P. scripul. VIII cum quinquaginta amaris nucibus miscetur, adiciunturque olei cyathi tres. Sed prius ungui ex cerussa pusulae debent, tum hoc inlini…; VI, 5: Ad omnia ista vero atque etiam ad colorandas cicatrices potest ea compositio, quae ad Tryphonem patrem auctorem refertur. In ea pares portiones sunt myrobalani magmatis, cretae Cimoliae subcaeruleae, nucum amararum, farinae hordei atque ervi, struthi albi, sertulae Campanae seminis. Quae omnia contrita melle quam amarissimo coguntur, inlitumque id vespere mane eluitur; VI, 7, 1d-e: Et haec quidem communia sunt medicamenta: verum est et rosa et radicum harundinis sucus, et oleum, in quo lumbrici cocti sunt, et umor ex amaris nucibus aut ex nucleo mali Persici expressus….quod amarum in Aegyptia faba est, conteritur rosa adiecta; quibus murrae quoque paulum a quibusdam miscetur vel papaveris lacrimae aut tus cum muliebri lacte vel amararum nucum cum rosa sucus …

24  De materia medica, I, 139: Ἀμυγδαλέας πικράς ἡ ῥίζα ἀφεψηθεῖσα λεία ἐφήλεις τὰς ἐν προσώπῳ ἀποκαθαίρει· καὶ αὐτὰ δἐ τὰ ἀμύγδαλα καταπλασθέντα τὰ αὐτὰ ποιεῖ· προστιθέμενα δἐ  ἄγει καταμήνια καὶ κεφαλαλγίας βοηθεῖ καταπλασθέντα μετώπῳ ἢ κροτάφοις μετ’ὄξους ἢ ῥοδίνου, καὶ πρὸς ἐπινυκτίδας σὺν οἴνῳ· πρὸς δὲ σηπεδόνας καὶ ἔρπητας καὶ κυνόδηκτα σὺν μέλιτι. Ἐσθιόμενα δέ ἐστιν ἀνώδυνα, κοιλίας μαλακτικὰ, ὑπνοτικὰ, οὐρητικὰ, καὶ πρὸς αἵματος ἀναγωγὴν μετὰ ἀμύλου λαμβανόμενα· πρὸς δἐ νεφριτικοὺς καὶ περιπνευμονικοὺς σὺν ὕδατι πινόμενα ἢ ἐκλειχόμενα σὺν ῥετίνῃ τερεβινθίνῃ· δυσουριῶσι δἐ καὶ λιθιῶσι σὺν γλυκεῖ βοηθεῖ, καὶ ἡπατικοῖς καὶ βηξῖ καὶ κώλου ἐμπνευματώσεσι, σὺν μέλιτι καὶ γάλακτι ἐκλειχόμενα καρύου ποντικοῦ τὸ μέγεθος. Ἔστι δὲ ἀμέθυσα προλαμβανόμενα ὅσον ε’ ἢ ζ’. Κτείνει δὲ καὶ ἀλώπεκας, βρωθέντα σύν τινι. Τὸ δὲ κόμμι αὐτῆς στύφει καὶ θερμαίνει καὶ βοηθεῖ πρὸς αἵματος ἀναγωγὴν πινόμενον· σὺν ὄξει δὲ ἐπιχριόμενον λειχῆνας ἐπιπολαίους αἴρει· ἰᾶται καὶ βῆχα χρονίαν μετ’ἀκράτου ποθέν· λιθιῶντας δὲ ὠφελεῖ σὺν γλυκεῖ πινόμενον. Ἡ δὲ γλυκεῖα καὶ ἐλώδιμος ἀμυγδάλη καταπολὺ ἥσσων ἐστὶν ὡς πρὸς ἐνεργείαν τῆς πικρὰς· καὶ αὐτὴ δὲ λεπτυντικὴ, οὐρητική· βρωθέντα δὲ σὺν τῷ λέπει τὰ ἀμύγδαλα χλωρὰ στωμάχου πλάδον ἀποκαθίστησι.

25 Quaestiones conviviales, I, 6, 4: Τῶν  δὲ Δρούσῳ, τῷ Τιβερίου υἱῷ, συμβιούντων ὁ πάντας ἐν τῷ πίνειν προτρεπόμενος ίατρὸς ἑάλω τῶν πικρῶν ἀμυγδάλων πέντε ἢ  ἑξ ἑκάστοτε προλαμβάνων, ἕνεκα τοῦ μὴ μεθύσκεσθαι· κωλυθεὶς δὲ καὶ παραφυλαχθεὶς οὐδ’ἐπὶ μικρὸν ἀντέσχεν. Ἔνιοι μὲν οὖν ᾤοντο, τὰϛ ἀμυγδαλίδας δητικόν τι καὶ ῥυπτικὸν ἔχειν τῆς σαρκὸϛ, ὥστε καὶ τῶν προσώπων τὰϛ ἐφηλίδας ἐξαιρεῖν· ὅταν οὖν προληφθῶσι, τῇ πικρότητι τοὺς πόρους ἀμύσσειν, καὶ δηγμὸν ἐμποιεῖν, ὑφ’οὗ τὸ ὑγρὸν κατασπῶσιν ἀπὸ τῆς κεφαλῆς διατριζόμενον. Ἡμῖν δὲ μᾶλλον ἡ τῆς πικρότητος ἐδόκει δύναμις ἀναξηραντικὴ καὶ δάπανος ὑγρῶν εἶναι· διὸ τῇ γεύσει πάντων ἐστὶ τῶν χυλῶν ό πικρὸς ἀηδέστατος. Τὰ γὰρ φλεβία τῆς γλώττης, ὡς ὁ Πλάτων φησὶ, μαλακὰ ὄντα, συντείνει παρὰ φύσιν ἡ τῆς ξηρότητος [φύσις], ἐκτηκομένων τῶν ύγρῶν. Καὶ τὰ ἕλκη τοῖς πικροῖς ὰπισχναίνουσι φαρμάκοις, ὡς ὁ ποιητής φησιν· Ἐπὶ δὲ ῥίζαν βάλε πικρὴν/χερσὶ διατρίψας ὀδυνήφατον, ἥ οἱ [ἀπάσας/ἐσχ’ὀδύνας· τὸ μὲν ἕλκος ἐτέρσετο,] παύσατο δ’αἷμα. Τὸ γὰρ τᾒ γεύσει πικρὸν τῇ δυνάμει ξηραντικὸν ὀρθῶς προσεγόρευσε. Φαίνεται δὲ καὶ τὰ διαπάσματα τῶν γυναικῶν, οἷς ἀναρπάζουσι τοὺς ἱδρῶτας, πικρὰ τῇ φύσει καὶ στυπτικὰ ὄντα σφοδρότητι τοῦ στρυφνοῦντος πικροῦ. Оὕτωϛ οὖν, ἔφην, τούτων ἐχόντων, εἰκὀτως ἡ τῶν ὰμυγδάλων πικρότης βοηθεῖ πρὸς τὸν ἄκρατον, ὰναξηραίνουσα τοῦ σώματος τὰ ἐντὸς, καὶ οὐκ ἐῶσα πἱμπλασθαι τὰς φλέβας ὧν διατάσει φασὶ καὶ ταραχῇ συμβαίνει τὸ μεθύειν. Τεκμήριον δὲ τοῦ λόγου μέγα τὸ συμβαῖνον περὶ τὰς ἀλώπεκας· ἂν γὰρ ὰμυγδάλας πικρὰς φαγοῡσαι [μὴ] επιπίωσιν, [ἀποθνήσκουσι] τῶν ὑγρῶν ὰθρό[ως ἐκλει]πόντων.

26 V, 42: lac vaccinum atque caprinum, frisionem, columbam, porrum crudum …

 

Un ritratto d’autore a firma di Riccardo Tota nel Museo Diocesano di Taranto

di Nicola Fasano

 

Il Museo Diocesano di Taranto, inaugurato nel 2011, diretto con passione da Don Francesco Simone e gestito dalla cooperativa Custodes Artis, costituita da giovani qualificati, continua a riservarci molte sorprese.

Bernardi

Il museo organizzato in sezioni, presenta in quella dedicata agli arcivescovi, e più precisamente nella saletta dedicata a Ferdinando Bernardi, oltre al rarissimo tessuto in bisso con la raffigurazione del Buon Pastore realizzato negli anni ‘30 del Novecento da Rita Del Bene e donato alla diocesi, un ritratto dello stesso arcivescovo (mis.70 x 61) di elevata fattura.

firma dell'autore

La firma inconfondibile in basso a destra, ci rivela l’autore dell’opera: Riccardo Tota. L’artista (Andria 1899 – Napoli 1998), formatosi presso l’Accademia di Belle Arti a Roma con docenti quali Camillo Innocenti e Giulio Bargellin, era specializzato nella ritrattistica (come conferma il nostro dipinto), nella pittura di paesaggio, riprendendo la tradizione pugliese che ha visto in De Nittis il suo maggiore esponente, e nell’illustrazione rivolta soprattutto a testi scolastici e per l’infanzia, come ad esempio il Pinocchio di Collodi.

Bernardi è ritratto a mezzobusto in abiti vescovili, con straordinaria forza introspettiva e sapiente taglio fotografico. Il volto di una intensa vivezza espressiva è colto con un leggero abbozzo di sorriso, quasi di compiacimento, e una realistica intensità nello sguardo, rafforzata dai riflessi bianchi nelle pupille, e da piccole rughe che gli solcano le borse sotto gli occhi. Un tenue accenno di chiaroscuro lambisce la parte sinistra del volto modellandolo plasticamente; l’incipiente calvizie è resa con crudo naturalismo da una luce proveniente dalla destra dell’Arcivescovo, mentre un timido rossore ne ravviva il volto. Il fondo neutro e la posa a trequarti rende più dinamica la composizione.

Molto probabilmente il ritratto realizzato da Tota, risale ai primissimi anni ‘30 del Novecento, quando l’Arcivescovo di origini piemontesi si insediò sulla Cattedra di Andria ed era naturale che l’artista nativo del posto, si offrisse per realizzare un ritratto della maggiore personalità religiosa.

Successivamente Bernardi avrà portato questo superbo ritratto a Taranto, quando prese possesso della cattedra. A conferma di quanto detto, l’alto prelato dimostra un aspetto fresco e giovanile di età non superiore a 60 anni, non ancora imbolsito dall’avanzare dell’età.

volto Bernardi

Ma chi era Ferdinando Bernardi? Nato a Castiglione Torinese il 10 luglio del 1874, fu nominato vescovo di Andria nel 1931 e il 21 gennaio del 1935 da Papa Pio XI, Vescovo di Taranto. Si distinse per la sua intensa attività pastorale, in particolare si segnala nel 1937 il primo congresso eucaristico diocesano. Nelle attività del congresso, Bernardi, accogliendo un’idea dell’Avvocato Pasquale Imperatrice, costituì nel mese di gennaio un apposito comitato per la realizzazione della storica Prima Mostra Ionica di Arte Sacra. Esposizione che vedeva nel comitato scientifico l’allora direttore del Reale Museo Nazionale di Taranto, l’Onorevole Milziade Magnini, personalità di spicco del Fascismo, Monsignor Giuseppe Blandamura, insigne storico della chiesa tarantina, Vito Forleo, Mario D’Orsi, etc. Nel Palazzo del Governo dove si tenne la mostra, vennero esposte opere dell’Olivieri, del Giaquinto, del Carella, di Luca Giordano e dei Fracanzano, solo per fare qualche nome.

Tornando all’attività di Bernardi, bisogna sottolineare la sua spiccata generosità e il suo altruismo nel mettere a disposizione l’Episcopio, durante il delicato periodo bellico, come centro di informazioni per i prigionieri e i dispersi di guerra, direttamente collegato con l’omonimo ufficio del Vaticano. Nel difficile dopoguerra portò assistenza e conforto ai poveri, agli sfollati e alle tante vittime della atroce guerra. Con lungimirante vaticinio, capendo l’espansione della città sul versante orientale, con la costruzione di nuovi quartieri, fece costruire nuove chiese tra le quali va segnalata quella di Sant’Antonio. Dal 1952 le sue condizioni di salute cominciarono a peggiore, tant’è che un giovane Monsignore Guglielmo Motolese venne consacrato Vescovo e ordinato suo vicario per amministrare la diocesi. Dopo un lungo calvario Bernardi si spense il 18 novembre del 1961. Tornando al nostro dipinto, possiamo osservare la tavolozza imbevuta di luce e la purezza nel colore, segno distintivo del pittore, il quale risponde ad una ritrattistica ufficiale e come tale mette da parte quel tratto rarefatto che lo contraddistingue negli anni ‘30.

Questa mia personale scoperta, cade proprio durante lo svolgimento di un’importante mostra sul pittore, tuttora in corso, allestita nella Pinacoteca Provinciale di Bari ed organizzata dalla direttrice Clara Gelao, che si è avvalsa di un’equipe di studiosi. L’esposizione che gode dell’Alto Patronato del Capo dello Stato e del finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia., è stata inaugurata il 14 dicembre del 2012 e si concluderà il 30 aprile 2013.

Gli antichi “ferri del mestiere” della Guida Turistica: simboli di identità

di Daniela Bacca *

Bastone e bacchetta, megafono e bandiera: sono solo alcuni degli antichi strumenti di lavoro ed oggetti di riconoscimento della Guida Turistica, tra questi una parte si sono evoluti nel tempo, adoperati anche oggi durante lo svolgimento delle visite guidate. Affascinanti attrezzi e simboli che, considerati “indizi di identificazione”, rappresentano la professione turistica e documentano la figura del Cicerone nell’esercizio della sua attività nel mondo del viaggio.

4. Royston Robertson, Arte della Guida

Il bastone, tra “ferri del mestiere” più arcaici utilizzati dall’uomo ed in ogni civiltà, è nato con lo scopo di guidare il bestiame, la tribù dei nomadi od i pellegrini, essere un punto d’appoggio, indicare la direzione, segnalare un particolare.

Il bastone rappresenta la prima estensione del corpo, in particolar modo del braccio e della mano, è un efficace dispositivo comunicativo, e “serve come operatore deittico, utensile per mostrare, indicatore semiotico(1). In virtù di queste ed altre specifiche funzioni, lo ritroviamo in mano alle Guide Turistiche fin dall’antichità, come si evince osservando interessanti ritratti, tipiche vedute di viaggio e fotografie dei primi Novecento.

3. Guida Turistica nel sito di Wisconsin Dells, 1930 circa

Nell’ opera Grand Tourists at the Monument of Philopappos, Greece“, realizzata nel 1821 da Louis Francois Cassas, si riconosce un elegante Cicerone nell’atto di impugnare ed alzare il suo bastone, con il quale attira l’attenzione dei viaggiatori ed indica il monumento che sta illustrando (figura 1).

Il bastone, inoltre, assolveva ulteriori compiti, come quello di sostegno mentre si percorrevano lunghe strade o sentieri dissestati, poteva aiutare ad aprire varchi nella selvaggia vegetazione, e costituiva un’arma di difesa. Il Cicerone accompagnatore con l’ausilio del bastone esplorava lo spazio, allontanava oggetti ed animali pericolosi, ed era in grado di difendersi contro gli eventuali malfattori incontrati sul cammino escursionistico. Queste circostanze, infatti, avvenivano all’interno del Grand Tour dei secoli scorsi, considerando che le mete predilette di visita e di viaggio erano le località ricche di pittoreschi ruderi di antichi edifici del passato classico e siti caratterizzati da paesaggi bucolici ed incontaminati.

 2. Guida Turistica nella localit à di Panmunjom, Corea,  1966

La bacchetta o il bastoncino, remoto strumento dai variegati significati, ha sempre rappresentato per la Guida Turistica la funzione di “puntatore”, ossia l’asticella adoperata dai docenti, relatori e conferenzieri per puntare ed illustrare figure, grafici ed immagini. Similmente al bastone, veniva usata per catturare, segnalare ed orientare lo sguardo dei turisti verso un monumento, un’epigrafe, uno scorcio panoramico, un dettaglio artistico od architettonico, un luogo od un oggetto specifico, una strada disegnata su una mappa, ecc..

Una fotografia del 1966 ritrae proprio una Guida Turistica mentre indica e spiega un sito coreano ai turisti con l’ausilio del bastoncino che, ben indirizzato verso l’orizzonte, conduce gli occhi dei visitatori a mirare ed osservare il paesaggio e gli elementi in lontananza (figura 2).

L’evoluzione tecnologica odierna propone la bacchetta anche nella variante di puntatore luminoso che talvolta le Guide Turistiche adoperano con molta parsimonia negli spazi aperti.

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Il megafono è l’antenato delle odierne radioguide o degli amplificatori vocali a batteria portatili, che costituisce il requisito di identificazione visivo più eloquente delle Guide Turistiche contemporanee. Ancora oggi, tra le competenze tecniche della professione, come stabilito nello Standard Europeo sulla Formazione minima richiesta alle Guide Turistiche approvato nel 2008 dal Comitato Europeo di Normalizzazione,viene individuato un buon “uso della voce” da intendersi non solo in merito al “linguaggio chiaro e conciso”, ma anche relativamente al volume, tono ed intensità. Quindi, per un’efficiente tecnica di comunicazione, la voce del Cicerone deve essere limpida, chiara e squillante nei luoghi all’aperto e davanti ad un gruppo numeroso di visitatori.

Il megafono consente di rinforzare il suono vocale verso una determinata direzione; nato con lo scopo di “dirigere la voce, permettendo di trasmetterla a distanze anche notevoli, anticamente era “di metallo o di cartapesta, foggiato a cono e recante un’imboccatura (2).

Quest’affascinante strumento acustico, compagno indispensabile della Guida Turistica, è citato in moltissime memorie e diari di viaggio, come nel libro “Terrasanta: terra di speranza” scritto da Pasquale Bricchi nel 1968, in cui si legge “… un preparatissimo cicerone del luogo, munito del megafono…” e nell’opera “Narratori delle Pianure: novelle” di Gianni Celati, in cui viene descritta “Una guida arringava i visitatori col megafono…”.

Un ritratto fotografico degli anni ’30 del Novecento rappresenta una Guida Turistica che posa con un rudimentale megafono nella località di Wisconsin Dells, uno dei siti maggiormente visitati dai turisti, grazie ai suoi paesaggi ameni ed acquatici (figura 3).

La bandiera è una delle icone fra le più tipiche della Guida Turistica in cammino con un gruppo di visitatori, un vero e proprio “segnale” visivo di comunicazione che indica la direzione del percorso al fine di mantenere uniti i viaggiatori, ed evitare che gli escursionisti possano confondersi e perdersi tra le molte comitive turistiche. Un oggetto talmente tanto diffuso ed importante che l’immaginario collettivo l’abbina nell’immediato alla figura del Cicerone, come dimostrano numerosissime foto di viaggi, immagini grafiche e vignette.

Particolarmente emblematica è l’illustrazione umoristica realizzata da Royston Robertson, raffigurante l’”Arte della Guida”, in cui è presente un attento e sorridente gruppo di turisti nel momento in cui seguono la bandierina che la Guida Turistica professionista con fierezza reca in mano (figura 4) .

In mancanza della bandiera, il Cicerone adoperava ed adopera altri accessori: aste di legno o di metallo, oggi proposte come pennoni telescopici, usate per legare un foulard o un gagliardetto, una coccarda o nastrini colorati; l’ombrellino od una bottiglietta alzata; una girandola colorata ed altri simboli di richiamo e riconoscimento.

La bandiera, inoltre, come nella tradizione marinaresca, può manifestare un “segno distintivo”: indica la nazionalità dei viaggiatori, oppure presenta il simbolo dell’associazione dei turisti, o contiene il marchio del tour operator organizzatore, o reca il logo della compagnia di navigazione promotrice delle escursioni per i propri crocieristi.

*Guida Turistica di Lecce e Puglia – Titolare di “PolisTurismo” – Socio Consigliere di “Associazione Guide Turistiche Regionali della Puglia” – Socio di Associazione culturale “LineaGuida”

NOTE

 

  1. Paolo Fabbri, “La prima protesi”, in “Bastoni. Materia, Arte e Potere”, a cura di Renzo Traballesi, Priuli & Verlucca Editori, Siena, 2006
  2. Voce “Megafono” in Enciclopedia Italiana Treccani, 1934

 

BIBLIOGRAFIA

 

Paolo Fabbri, “La prima protesi”, in “Bastoni. Materia, Arte e Potere”, a cura di Renzo Traballesi, Priuli & Verlucca Editori, Siena, 2006

Daniela Bacca, “Settecento, il secolo delle Guide Turistiche” in Mondointasca.org, 2012

Sergio Baldan, “Ultreya! Suseya! Pellegrinaggio in bicicletta da Venezia a Santiago di Compostela”, 2003

Daniela Bacca, “Breve excursus storico sulla professione della Guida Turistica” in Fondazione Terra d’Otranto, 2011

Voce “Megafono” in Enciclopedia Italiana Treccani, 1934

Pasquale Bricchi, “Terrasanta: terra di speranza”, L’ariete, Milano, 1968

Gianni Celati, “Narratori delle Pianure: novelle”, Feltrinelli Editore, 1988

Voce “Bandiera” in Enciclopedia Italiana Treccani

Breve excursus storico sulla professione della Guida Turistica

Breve excursus storico sulla professione della Guida Turistica:

Cicerone, Sacerdote, Accompagnatore, Servitore di Piazza, Corriere, Mestiere Girovago

 

di Daniela Bacca*

Logo della Giornata Internazionale della Guida Turistica

La Guida Turistica è una delle professioni tra le più affascinanti ed antiche del Mondo. Per molto tempo venne conosciuta con il soprannome di Cicerone, il cui termine si diffuse in Europa nel Settecento, molto probabilmente per la comparazione tra l’eloquenza dell’oratore latino Marco Tullio Cicerone e la parlantina delle guide improvvisate locali che accompagnavano i visitatori nei siti archeologici di Roma, decantandone le meraviglie monumentali e storiche. Inoltre questo confronto pare che nasca in riferimento non solo per le abili attitudini e conoscenze che portarono Cicerone ad essere avvocato, filosofo, scrittore e politico, ma anche per alcuni passi delle sue opere in cui egli descrive con grande cura narrativa il suo viaggio in Grecia ed Asia Minore. Egli stesso, affermando che la storia è “vita della memoria”, ha incentivato a sentirci ed eredi del nostro patrimonio ed a tramandarlo alle presenti e future generazioni. A tal proposito, secondo un’ interpretazione positiva, il termine Cicerone indica una persona  “colta, sapiente ed in grado di raccontare vicende del passato ma anche tradizioni ed aspetti della cultura”.

icerone questore in Sicilia scopre la tomba del Grande Archimede, Tommaso De Vivo, in Storia del Regno delle due Sicilie, 1833

La nascita e la storia della “guida turistica” è nella genesi del viaggio. Nel mondo greco, ad esempio, quando si doveva visitare una città caratterizzata da importanti testimonianze artistiche ed architetture e da luoghi carichi di storia ed emblematiche vicende, ci si rivolgeva ai Sacerdoti che, più colti e preparati rispetto a molte atre persone, potevano narrare eventi, miti e significati di una località. Nel Medioevo, i tantissimi pellegrini che si incamminarono verso i santuari ed i luoghi di culto avevano con se accompagnatori locali in grado di far conoscere ai viaggiatori religiosi le giuste direzioni, siti specifici, itinerari spirituali, notizie ed eventi legati alla storia ed ai riti. La figura della guida turistica, per diverso tempo associata anche al ruolo dell’accompagnatore, fu prevista anticamente dal diritto mercantile e trovò una prima definizione giuridica nel XIV secolo; infatti, in occasione del Giubileo, la Santa Sede emanò un editto con il quale autorizzava alcune persone ad assistere ed accompagnare i pellegrini che giungevano a Roma.

Viaggiatori del Grand Tour in Carrozza, con il giovane avantcourier

Nel Seicento il marchese Vincenzo Giustiniani, pronto e generoso nel dispensare raccomandazioni e suggerimenti per aspiranti viaggiatori, li consigliava dicendo: “assoldate una guida se volete vedere tutto ciò che val pena di vedere”. Molto spesso, ad indicare i luoghi, i monumenti ed i percorsi più interessanti e caratteristici di una specifica realtà territoriali era la gente comune del posto. Il Giustiniani esortava i turisti a rivolgersi, infatti, ai Padroni e Garzoni dell’alloggiamento per essere informati sulle “cose notabili del luogo che son degne di essere vedute”. Non tutti, però, si accontentavano delle indicazioni e delle notizie che davano osti e camerieri, ma prendevano a noleggio una carrozza per girare la città e i luoghi limitrofi, ed ingaggiavano un Accompagnatore capace di condurli nell’osservazione e narrazione dei monumenti e paesaggi più rappresentavi ed ammalianti. Talvolta era anche lo stesso Cocchiere ad assolvere la funzione di guida turistica.

Logo dell’Associazione Guide Regionali di Puglia

Fu soprattutto nel Settecento e nell’Ottocento che si sviluppò la professione della “guida turistica”; in quei secoli si diffuse la moda del Grand Tour, il viaggio in giro per l’Europa, che compivano i giovani di buona famiglia per accrescere la propria cultura ed esperienza di vita.  Jean-Jacques Rousseau,  con le sue riflessioni sul viaggio, incoraggiò e sensibilizzò i giovani turisti ad affiancarsi all’accompagnatore culturale locale, osservando che: “Per istruirsi non basta percorrere i paesi: bisogna saper viaggiare. Per osservare, bisogna avere occhi e rivolgerli all’oggetto che si vuole conoscere”. Il Grand Tour del XVIII secolo richiedeva la presenza di persone specializzate che potessero e sapessero aiutare il viaggiatore in ogni situazione difficoltosa e quotidiana; tra queste si ricorda quella dell’ ”Avantcourier”, il cui compito era di cavalcare a buon galoppo dinanzi alla carrozza, consigliare i luoghi da visitare ed anche i siti non conosciuti e preclusi al popolo. A  questa figura si aggiungeva anche quella nuova del “Bear Leader”, un “accompagnatore” a cui veniva affidato il ragazzo borghese durante il suo viaggio culturale; spesso la scelta cadeva su un giovane studioso che doveva vigilare sul viaggiatore e conoscere una lingua straniera.

uristi svedesi con una guida turistica che indica la direzione, London, United Kingdom, Maggio 1946, fotografo Ian Smith

Quando nel 1800 in Italia si diffuse il mestiere  della guida turistica (si pensi che nel 1871 a Napoli erano 40 persone ad esercitarla), nacquero apposite leggi che vollero regolamentare i requisiti e le attività dei “ciceroni”, degli “accompagnatori” e dei “corrieri”. In alcune regioni i “ciceroni”  dei forestieri erano appellati, a quei tempi,  anche come “Servitori di Piazza”.

La prima legge riguardante le guide turistiche fu emanata dallo Stato Pontificio nella prima metà dell’800 e successivamente riconosciuta come figura professionale anche dal Regno d’Italia. Il Regio Decreto 18 giugno 1931, n.773, “Testo unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza”, con l’ art.123, inserisce “le guide, gli interpreti, i corrieri e i portatori alpini” nei “mestieri girovaghi”, e stabilisce che questi devono ottenere la licenza del questore, che “può essere negata a chi ha riportato condanne per reati contro la moralità pubblica i il buon costume”.

Nel Novecento, in contesto internazionale, significativo fu il ruolo di Erna Fergusson che dal 1921 organizzò visite guidate nel New Mexico, fondando la Compagnia di Viaggi “Koshare Tours”ed ideò la figura delle guide turistiche donne, denominate “Couriers”, occupandosi della loro formazione ed assunzione. Munite di una divisa in stile southwestern, le giovani corrieri dovevano essere “sufficientemente intelligenti da imparare molti fatti relativi a questa terra e da presentarli in modo da interessare i viaggiatori intelligenti. Vengono selezionate anche tenendo conto della conoscenza dei luoghi, dello spagnolo e di qualsiasi altra conoscenza o abilità particolare che le aiuti a presentare questa terra in modo adeguato”.

In Italia, le visite guidate proliferarono nell’ambito del « sabato fascista », in particolar modo nel centro storico di Roma imperiale, con lo scopo di diffondere nella gente la conoscenza e la consapevolezza della grandezza dell’antica capitale dell’Impero.

* socio dell’Associazione Guide Turistiche Regionali di Puglia

20 febbraio. San Gregorio armeno l’Illuminatore, patrono di Nardò

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Battesimo della nazione armena da parte di S. Gregorio, Apostolo degi Armeni – dipinto russo del 1892

di Marcello Gaballo

In molti si chiederanno perché oggi dedichiamo queste note a San Gregorio armeno, detto l’Illuminatore (in armeno: Գրիգոր Լուսաւորիչ traslato in Grigor Lusavorich; in greco Γρηγόριος Φωστήρ o Φωτιστής, Gregorios Phoster or Photistes) o Apostolo degli Armeni, nato  e morto in Armenia (257 ca. – 330 ca.), nazione che si convertì al cristianesimo nel 301.

Festeggiato dalla Chiesa cattolica e ortodossa il 30 settembre, il santo vescovo è protettore della città di Nardò, che però lo festeggia da quasi tre secoli il 20 febbraio.

La piazza di Nardò con la guglia dell’Immacolata e il Sedile

La tradizione vuole che la statua del santo, posta sulla sommità del Sedile cittadino, nella pubblica piazza, si sia miracolosamente spostata, quasi a rivolgersi verso l’epicentro del sisma che alle ore 16.30 del 20 febbraio 1743 aveva colpito Nardò e tutto il basso Ionio, con ingenti danni a persone e immobili[1]. 112 furono i morti e sarebbero stati molti di più, sempre secondo la tradizione, se non si fosse ottenuta l’intercessione del santo. Il sisma raggiunse il IX grado della Scala Mercalli e sembra che l’epicentro fosse localizzato nel canale di Otranto. Danni notevoli furono registrati anche a Francavilla Fontana, a Maruggio e ad Amaxichi, una località dell’isola di Lefkada (Isole Ioniche) in Grecia.

particolare del Sedile di Nardò con la statua centrale di S. Gregorio armeno e le due statue dei comprotettori

Volutamente tralasceremo le notizie biografiche del santo, ampiamente

GIROLAMO COMI POETA E BIBLIOFILO

di Maurizio Nocera

 

L’argomento Comi Bibliofilo l’ha affrontato già Alessandro Laporta, direttore della biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce il quale, nel bel saggio su Studiae Humanitatis. Scritti in onore di Elio Dimitri (Barbieri, Manduria 2010, pp. 223-228) per la cura di Dino Levante, individua l’attributo ‘bibliofilo’ usato per il Comi come «attento e oculato nelle sue scelte, che ama le raccolte già complete, […] ma che sa anche metterle insieme da sé, volume per volume» in uno libro di Marinella Cantelmo dal titolo Girolomo Comi prosatore (Capone, Cavallino 1990).

Anche per me vale quella sua affermazione messa come incipit dell’introduzione al saggio quando scrive: «Quanto su Comi è stato scritto da Valli e dagli altri offre una tale idea di completezza che è difficile trovare qualche sentiero inesplorato, qualche itinerario nuovo da proporre all’attenzione del lettore» (p. 223). Tuttavia, con il saggio Comi bibliofilo, Laporta trova ancora qualche piccolo sentiero tutt’ancora da sondare, soprattutto nell’indicare un inedito Comi bibliofilo riferito ai libri che il poeta possedeva nella sua rifornita biblioteca lucugnanese consistente per la maggior parte di un nucleo forte di autori francesi. In particolare Laporta cita due libri antichi presenti nel fondo Comi precisando che altri volumi anch’essi di pregio e datati, dopo la ristrutturazione del palazzo, non sono stati più reperibili.

I due libri antichi da lui indicati e analizzati sono:

Imagines illustrium ex Fulvii Ursini biblioteca a Theodero Gallaeo expressae, edito ad Anversa dal Plantin nel 1606;

Le thresor des vies de Plutarque, Lyon, chez Pierre Rigaud, 1611. In particolare, di quest’ultimo volume, il Laporta fa una dettagliata descrizione bibliofilica mettendo il luce la nota di possesso del libro risalente al 1794, e cioè prima che lo stesso volume divenisse proprietà del Comi. Il volume apparteneva a «Ant. Aug. Renouard, autore entrato ufficialmente nella storia del libro per i suoi ancora oggi fondamentali lavori su Manuzio. [… Fu anche] estimatore ed imitatore di Bodoni» (p. 226).

Laporta conclude il suo saggio affermando che, per le note su riportate, sicuramente si può dare a Comi il titolo di bibliofilo e, secondo me, non ha torto, perché è sufficiente andare a vedere la biblioteca del poeta nel palazzo di Lucugnano per accorgersi dell’amore che il poeta riservava per i libri antichi o a lui coevi.

Ma non solo per il motivo indicato dal direttore della biblioteca provinciale, noi possiamo definire bibliofilo Girolamo Comi anzi, secondo me, egli è bibliofilo, e per di più grande, soprattutto per la fattura dei suoi libri e della rivista «L’Albero» che il poeta, in quanto vate dell’Accademia salentina con sede a Lucugnano, fece stampare spesso, per non dire sempre, a sue spese, divenendo, per questo, da benestante che era a un povero in canna.

Mi limiterò quindi a descrivere solo dei libri a firma del poeta che io ho sulla mia scrivania, anche se è noto che i volumi degli altri suoi amici poeti e prosatori soci dell’Accademia hanno tutti le stesse caratteristiche da lui dettate. Ad eccezione della rivista, di cui dirò poi, i libri di Comi che prendo in considerazione sono:

Cantico del Tempo e del Seme, Edizioni Al Tempo della Fortuna // Colophon: «A cura di alcune personalità,/ sotto l’insegna “Al Tempo/ della Fortuna” di questa/ opera – terminata di stampare/ il 25 maggio 1930 presso l’Of-/ ficina Cuggiani in Roma – sono stati tirati: 5 esemplari su carta/ “vélin Marais” numerati da/ 1 a 5; 495 esemplari su carta/ “vergé Fabriano” numerati/ da 6 a 500»;

Spirito d’armonia, Edizioni dell’«Albero» Lucugnano (Lecce) // Colophon: «Finito di stampare il 20 maggio 1954 per i tipi della S. E. T., Bari». Questo libro è interessante perché include in appendice una Notizia Bibliografica (a cura di Vittorio Pagano) con le citazioni di tutti i recensori e commentatori della poesia del Comi;

Canto per Eva (prima edizione, 60 pp.), Edizioni dell’«Albero», Colophon: «Edizione di 432 esemplari/ firmati dall’autore. // Finito di stampare il 20 luglio 1955 per i tipi della S. E. T. – Bari».

Inno eucaristico, Edizioni dell’«Albero», «Colophon: Edizione fuori commercio/ di 500 esemplari/ per gli amici dell’Albero. // Stampato il 30 giugno 1958 per i tipi della tipografia Pajano & C., Galatina»;

Canto per Eva [seconda edizione, 104 pp., con due punte d’argento di Alberto Gerardi (pp. 17 e 33) e una nuova pagina esplicativa dello stesso Comi], Edizioni dell’«Albero», Colophon: «Edizione di 375 esemplari/ firmati dall’autore. // Finito di stampare per i tipi dello Stabilimento Pajano & C., Galatina il 31 luglio 1958».

La descrizione (Titolo, Casa editrice, Stamperia e Colophon) dei quattro libri su indicati dà già l’idea di trovarci davanti a volumi particolari, perché appunto corredati da colophon di cui solo un attento bibliofilo conosce l’importanza; tuttavia a ciò va aggiunto ancora qualche altro elemento per avere l’idea della personalità bibliofilica del Comi. In primo luogo tutti i volumi descritti sono stampati in-16° (20,5 x 14,5 cm) su carte speciali (nel caso del Cantico del Tempo e del Seme sono indicate) del tipo uso-mano o rosa-spina; i bordi quasi sempre non sono rifilati ma intonsi; le copertine sono sempre di cartoncino avoriato spesso e bugnato. Ma la caratteristica fondamentale sono le architetture dei frontespizi e delle copertine: si tratta di calici o coppe perfette quasi sempre composte sulla base di misure auree. Per di più, nel libro Cantico del tempo e del Seme, la composizione delle indicazioni di copertina è inscritta in una doppia e bella cornice rossa. Questo libro è interessante anche per una serie di xilografie che corredano le pagine poetiche. Ma occorre dire che tutte le pagine dei libri di G. Comi hanno un’architettura austera e aurea, esigenza tipica di ogni bibliofilo.

Altro dato importante, che fa di Comi un bibliofilo, è la scelta dei caratteri di stampa usati per i suoi libri. Di solito la scelta dei tipi è dovuta allo stampatore, almeno così era un tempo, cioè quando ancora non esisteva il computer col suo font. Tuttavia non tutti i tipografi sapevano farlo. Interveniva così l’autore, sempre ammesso che egli fosse un esperto in tal senso. Nel caso di Comi, e almeno per i libri a cui io mi riferisco, non ci sono dubbi sul fatto che egli era un esperto anche di caratteri di stampa. Tanto da scegliere il Caslon per il libro Cantico del Tempo e del Seme; il Perpetua Light Titling per il libro Inno Eucaristico; il Baskerville per il libro Spirito d’armonia; ancora il Baskerville per Canto per Eva.

Per quanto riguarda la rivista «L’Albero» non c’è migliore definizione di quella data dalla sua prima e unica segretaria dell’Accademia di Lucugnano, cioè Maria Corti la quale, nella premessa all’Antologia (1949-1954) (Bompiani, 1999) curata da Gino Pisanò, scrive: «è una rivista salentina che ebbe una lunga vita dal 1949 al 1988 […] A Lucugnano, in provincia di Lecce, il barone Girolomo Comi aveva creato il 3 gennaio 1948 nel suo bel palazzo neoclassico un’Accademia Salentina, istituzione aperta e ospitale, che fu subito un richiamo per intellettuali in tutta Italia» (p. XI).

Ma qui, in questo contesto, l’aspetto che ci interessa è quello bibliofilico e, per l’occasione, prendo in esame solo alcuni numeri della rivista. Il primo numero (gennaio-marzo 1949) presenta una splendida copertina con caratteri maiuscoli Bodoniani, al centro campeggia un bellissimo disegno di Vincenzo Ciardo, disegno che, come marchio dell’Accademia salentina, rimarrà impresso sulla copertina per il seguito di tutti i numeri. Fondatore della rivista e primo direttore responsabile è lo stesso Girolamo Comi, la registrazione viene fatta presso il Tribunale di Lecce e risulta essere contrassegnata dal n. 9 del 2 maggio 1949; la stampa e della Tripografia Raeli di Tricase. Nel colophon del primo numero, Comi scrive: «È nelle nostre speranze e nei nostri desideri che ogni “Albero” sorga e cresca come per generazione spontanea e che porti – possibilmente in tutti i rami – il segno e il respiro della necessità e della ricchezza della nostra ansia di operare e di sopravvivere» (p. 79).

Ma ancora più suggestiva è la poesia che lo stesso Comi pubblica come incipit della rivista: «Armonia numerosa: la presenza/ dell’albero nell’alba che lo veste:/ (figura e dono del tempo terrestre/ se il cuore trema di riconoscenza…)// Slancio di un seme che si ricompone/ nella pienezza d’una tessitura/ d’aliti di germogli: carnagione/ di frutto antico e di linfa futura;// dalla radice all’apice, il respiro/ che ogni sua nuova primavera emette/ sazia la zolla e sfiora lo zaffiro// dell’aura delle più tenere vette:/ fremito d’una crescita che vuole/ diventare canto nei cori del sole» (p. 5).

Nulla cambia nei numeri successivi salvo la tipografia, che da Tricase passa a Bari alla Società Editrice Tipografica (fino al n. 19-22 del 1954); poi da Bari ritorna in Salento, a Galatina, prima presso la Tipografia Pajano (fino al n. 30-33 del 1957), quindi presso l’Editrice Salentina (fino al n. 34-35 del 1960); a partire dal n. 36-40 (1962) a stamparla sarà la Scuola Tipografica A. Mele Tarantini di Lecce. Girolamo Comi muore nel 1968 e i numeri successivi della rivista che saranno stampati usciranno come numeri di una nuova serie.

 

Note bio-bibliografiche

Girolamo Comi (poeta) nacque a Casamassella il 23 novembre 1890 e morì a Lucugnano il 3 aprile 1968. Suo padre Giuseppe era di Lucugnano mentre la madre Costanza era sorella di Antonio De Viti De Marco, il noto economista e politico salentino degli inizi del XX secolo. Per i suoi studi, Comi frequentò in un primo momento il liceo “Capece” di Maglie, poi il liceo “Palmieri” di Lecce e, dopo la prematura morte del padre (1908), proseguì gli studi superiori in Svizzera (Ouchy-Losanna) dove frequentò la cattedra del filosofo Rudolf Steiner. È di questo periodo la sua prima raccolta poetica, Il Lampadario (Losanna 1912), successivamente da lui stesso rinnegata. Fu obiettore di coscienza ante litteram, rifiutando di partecipare come milite alla prima guerra mondiale; tuttavia, dopo essere stato catturato, fu costretto ad andarci e, in un primo momento venne inviato persino in prima linea, dalla quale però lo congedarono perché divenuto, secondo le perizie mediche, “matto”. A partire dal 1920 tornò a Lucugnano, ma cominciò anche a frequentare Roma, dove risiedeva lo zio Antonio De Viti De Marco. Nella capitale conobbe altri scrittori e altri poeti, che da quel momento gli divennero amici e frequentatori anche della sua casa salentina a Lucugnano. Fra questi Arturo Onofri, Giuseppe Bonaiuti, Alfonso Gatto, Giovanni Papini, Iulus Evola. In questo momento la sua è una poesia spiritualista e intimistica e tutte le sue iniziative come intellettuale si muovono in un ambito di esaltazione nichilista e niezschiana. Non a caso collaborò alle riviste «Ur», «Krur», «La Torre», «Diorama Filosofico» e fu molto vicino alle idee fasciste sulla concezione dell’essere superiore.  Ad un certo punto della sua vita però avvenne una sorta di conversione/resurrezione, una presa di coscienza potremmo dire oggi, con la quale rivide il suo pensiero iniziale e sentì rinascere in lui una nuova consapevolezza: si avvicinò al movimento simbolista e al fauvismo in pittura, ritornando alle stampe, tra cui una nuova raccolta poetica, alla quale dette il titolo di quella rinnegata, Lampadario (Lucugnano 1920). Seguiranno altre poesie, come I Rosai di qui (Roma 1921). Si tratta di cinque liriche chiaramente ispirate al pittore romano Rosai, nelle quali l’uso delle parole in versi forma sinfonie per musica e pittura con il tutto che sembra ispirato anche al movimento futurista di Tommaso Filippo Marinetti.

Ritorna alle stampe con nuove raccolte poetiche: Smeraldi (Roma 1925), Boschività sotterra (Roma 1927), Cantico dell’albero (Roma 1928), l’antologia Poesia 1918-1928 (Roma 1929), Cantico del Tempo e del Seme (Roma 1930), Nel grembo dei mattini (Roma 1931) con la quale inizia il suo ritorno ad una nuova forma di religiosismo; Cantico dell’argilla e del sangue (Roma 1933). Con Adamo-Eva (Roma 1933), liriche che indagano il peccato originale, si ha il suo pieno ritorno al cattolicesimo; una nuova antologia è Poesia 1918-38 (Roma 1939). Nel 1946, Girolamo Comi fa definitivo ritorno a Lucugnano, dove fonda (3 gennaio 1948) l’Accademia Salentina assieme a Mario Marti, Oreste Macrì, Maria Corti, Michele Pierri, Walter Binni, Luigi Corvaglia, Vincenzo Ciardo, Luciano Anceschi, molti altri intellettuali. L’Accademia ha una sua rivista che, per espresso desiderio di Comi, si chiamerà «L’Albero». Fino al 1968 sarà sotto la direzione dello stesso Comi, successivamente la responsabilità passa a Donato Valli, che di Casa Comi e della sua biblioteca è l’erede spirituale. Da Lucugnano Girolamo Comi ricomincia la pubblicazione di nuove raccolte poetiche: Spirito d’Armonia (due edizioni, una a Lucugnano 1954, con la quale vince il premio Chianciano, e l’altra, postuma, a Trento nel 1999). Altre sue raccolte poetiche sono: Piccolo idillio per piccola orchestra (Lucugnano 1954), Canto per Eva (Lucugnano 1955), Inno Eucaristico (Lucugnano 1958), Sonetti e Poesie (Milano 1960). La sua ultima raccolta è Fra lacrime e preghiere (Roma 1966).

Oltre alle raccolte poetiche, Comi scrisse anche prosa, fra cui una Lettera a Giovanni Papini (Lucugnano 1920); Vedute di economia cosmica (Roma 1920); Riposi festivi (Roma 1921); Poesia e conoscenza (Roma 1932); Commento a qualche pensiero di Pascal (Lucugnano 1933); Necessità dello stato poetico (tentativo di un diario esistenziale) (Roma 1934); Aristocrazia del Cattolicesimo (Modena 1937); Bolscevismo contro Cristianesimo (Lucugnano 1938); Dramma senza dramma (scherzo o giuoco scenico-letterario) (a cura di Donato Valli, Lecce 1971).

Moltissimi sono gli autori che si sono interessati del pensiero e della poesia di Girolamo Comi; l’elenco è molto lungo. Occorre dire che non c’è stato scrittore, poeta, pittore, scultore e tanto altro nel Salento che, nel suo lavoro da intellettuale, non abbia avuto a che fare con l’opera di Girolamo Comi, il quale, per la mole di lavoro fatto ed anche per lo strano caso della sua vita, si erge ad essere monumento letterario della salentinità poetica.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Un busto di San Gregorio Armeno tra i tesori della cattedrale di Nardò

Nardò, Cattedrale, busto argenteo di san Gregorio Armeno

di Marcello Gaballo

In altri post si è accennato al reliquiario a braccio con la reliquia di San Gregorio, copia di un precedente rubato negli anni ’80. Oggetto di maggiore venerazione, almeno in questi anni, è il busto del Santo, portato processionalmente la mattina del 20 febbraio tra le vie principali della città, subito dopo il pontificale del vescovo in Cattedrale, accompagnato dalle confraternite cittadini, le Autorità religiose e civili ed un seguito di fedeli che stanno riscoprendo il culto del santo.

Bisogna dare atto che i recenti comitati cittadini si stanno impegnando da qualche anno a incrementare la devozione al santo, con festeggiamenti che senz’altro il popolo gradisce e sostiene con i propri contributi volontari.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sodali delle confraternita del SS. Sacramento
Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sorelle delle confraternita del SS. Sacramento e confraternita delle Anime Sante del Purgatorio
Nardò, processione in onore del santo. Sodali delle confraternita di San Giuseppe

L’inclemenza del tempo e le troppe feste cittadine oscurano il giusto tributo che dovrebbe rendersi al santo patrono, ma si spera in una crescente sensibilità per onorare al meglio una delle più antiche devozioni, attestata fin dalla fine del XVI secolo.

Mi piace in questa nota riproporre quanto già scrissi diversi anni fa nel libro sui Sanfelice a Nardò, visto che si continua ad avere incertezza sul prezioso busto settecentesco, spesso datato con incertezza.

particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno
particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno
particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno
particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno

Anche in questo caso la ricerca premiò e una serie di atti notarili, conservati nell’Archivio di Stato di Lecce, attestano che l’opera fu realizzata a Napoli nel 1717, come si evince anche dall’iscrizione posta sulla stessa.

A distanza di un anno il busto richiese un intervento di restauro e in un atto del notaio neritino Emanuele Bovino del 1718 si legge che il mastro argentiere Giovan Battista Ferreri di Roma era stato saldato dall’economo della cattedrale sac. Domenico Grumesi, per conto di Mons. Sanfelice:

Costituito personalmente avanti di noi in testimonio publico il Sig.re Gio: Batta Ferrieri della città di Roma, al p(rese)nte in questa Città di Nardò mastro Argentiere, il quale spontaneam(en)te e per ogni miglior via, avanti di noi dichiarò come hoggi p(rede)tto giorno esso Sig. Gio: Batta have presentato al Sig. D. Domenico Grumesi economo di questa mensa vescovile qui p(rese)nte una tratta pagabile ad esso da Mons(igno)re Il(ustrissi)mo R(everendissi)mo D. Antonio Sanfelice vescovo di questa Città sotto la data in Napoli li 15 del corrente mese di Giugno in somma di ducati quindici, come dalla suddetta tratta alla quale et havendo esso Sig. Gio: Batta richiesto detto Sig.re D. Dom(eni)co per la consegna e soddisfatione delli suddetti ducati quindici, e conoscendo il medesimo esser cosa giusta e volendo soddisfare la tratta suddetta che può hoggi p(rede)tto giorno esso Sig.re Gio: Batta presentialmente e di contanti avanti di noi numerati di moneta d’argento ricevè et hebbe detti ducati quindici dallo detto Sig.re D. Dom(eni)co p(rese)nte date et numerate di proprio denaro detto Il(ustrissi)mo e R(everendissi)mo Mons(ignor) Vescovo come disse, e sono a saldo, e complimento e fino al pagam(ento) della statua d’Argento del nostro Prò(tettore) S. Gregorio Armeno fatta fare nella Città di Napoli da detto Ill.mo R.mo Sig.re come disse, così d’Argento, metallo , oro, indoratura e manifattura e di qualsi’altra spesa vi fusse occorsa…

Nell’ atto dunque l’argentiere si dichiara soddisfatto della somma avuta, impegnandosi per il futuro di apportarvi ogni restauro, senza nulla pretendere, fatta eccezione per l’argento che gli sarebbe stato fornito per le necessarie riparazioni.

Essendo stato il busto realizzato a spese del Vescovo probabilmente egli ne restava anche proprietario, visto che con altro atto del medesimo notaio, ma del 20 febbraio 1722, il Sanfelice donò alla Cattedrale il nostro busto, il braccio d’ argento di S. Gregorio e quello, anch’ esso argenteo, col dito di S. Francesco di Sales.

ancora un particolare del prezioso busto
ancora un particolare del prezioso busto

Per amor di completezza occorre dire che tale donazione includeva altre suppellettili preziosissime, come alcuni “reliquiari d’ argento lavorati in Roma”, due “dossali o baldacchini”, un paliotto d’ argento, una cartagloria e la croce tempestata di smeraldi. Nella donazione infine si includevano duecento “stare di oglio, per farcene lo stucco della nostra Cattedrale, alla quale doniamo anche il cornicione di legno venuto da Napoli”.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Don Gino Di Gesù porta in processione la reliquia del braccio

Una successiva e definitiva conferma di tanta generosità la conferma ancora un atto notarile che viene stilato alla morte del vescovo Antonio, quando, nel 1736, fu redatto l’inventario dei beni da esso lasciati  alla Chiesa neritina, conservati nell’episcopio e nella tesoreria della cattedrale.

Stralcio quanto già pubblicato a suo tempo in Antonio e Ferdinando Sanfelice. Il pastore e l’ architetto a Nardò nei primi del Settecento, a cura di M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Supplementi, Galatina 2003:

Die nona mensis Januarii 1736. Neriti.

E continuandosi il notamento et inventario sudetto con l’ assistenza de deputati e con l’ intervento de testimonii sottoscritti si procedè ad annotarsi et inventariarsi li beni riposti nell’ appartamento piccolo.

Prima camera: una porta con maschiatura e chiave e maschiatura di dentro.

Una carta con l’ effiggie di tutti i Pontefici con cornice d’ apeto.

Carte francesi sopra tela senza cornici n° 18 e sei paesini con cornici.

Un braccio d’ argento con la reliquia di S. Francesco di Sales calato in sacrestia consignato al Rev. Sig. Abb. D. Giuseppe Corbino Tesoriero.

Una statua di argento a mezzo busto di S. Gregorio Armeno protettore e […] vi manca un po’ di rame indorata, et à man sinistra vi manca un po’ di argento, con il piede indorato dentro una cassa, con l’ imprese di detto Ill.mo Sanfelice, e due vite di ferro per vitare la statua sopra detto piede; et una cassa con due maschiature e chiavi in dove stava riposta la detta statua e braccio, calate in sacrestia e consignate al detto Sig. Tesoriere.

E l’ inventario continua con l’ elencazione degli altri argenti conservati nella prima stanza:

Un paglietto di argento per l’ altare maggiore[1] con la sua cassa e maschiatura e chiave, sulla quale vi mancano ventidue vite piccole seu chiodetti et in […] vi manca un po’ di argento, calato in sacrestia e consignato al detto Sig. Tesoriero.

Un baldacchino di argento fatto dal medesimo per esporre il SS.mo con la sua veste, cui mancano 30 chiodetti.

Sei candilieri grandi di argento per l’ altare maggiore fatti dalla B.M. di detto Vescovo, calati in sacrestia e consignati al detto Sig. Tesoriero.

Due ciarroni di argento dal medesimo per fiori che si mettono su l’ orlo dell’ altare maggiore sù le teste de’ cherubini; in uno vi mancano tre chiodetti e nell’ altro quattro con le loro vesti; calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriero.

Due reliquarii grandi di argento fatti dal medesimo, in uno de’ quali vi è l’ insigne reliquia delle fascie del S. Bambino, e nell’ altra de pallio […] et veste della Beata Vergine, sulli quali mancano due chiodetti d’ argento, calati in sacrestia e consignati al detto.

Sei altri reliquarii più piccoli di argento fatti dal medesimo, in uno de’ quali vi sono e reliquie di tutti SS. Apostoli; in un altro de Martiri; in un altro de Confessori; in un altro de Vergini; in un altro de Dottori della Chiesa e nell’ altro de Santi Abbati, in cinque de’ quali vi mancano alcuni pezzotti di argento nelli finimenti, quali si sono calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriero.

Una pisside grande nuova di argento con la sua veste ricamata fatta dal medesimo, calata in sacrestia e consignata al detto Tesoriere.

Sei candilieri grandi inargentati per ogni giorno per il gradino dell’ altare maggiore e sei craste dell’ istessa maniera fatte dal medesimo, e sei fiori seu frasche di carta inargentata fatti dal medesimo, e calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriere.

Sei fiori di seta di diversi colori, due grandi e quattro piccoli e due splendori argentati fatti dal medesimo, e calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriere.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Conclude la processione il busto del Santo portato “a spalla” da fedeli

[1] Si tratta del bellissimo paliotto argenteo del 1723, fatto realizzare a Napoli da Giovambattista D’ Aura, per l’ altare maggiore della Cattedrale di Nardò e che in circostanze recenti è stato esposto alla visione dei fedeli.

La mèndula (il mandorlo/la mandorla) 2/3

di Armando Polito

Fillide e Demofonte, olio su tela di Sir Edward Burne Jones, 1870, Birmingham, Museum and Art Gallery
Fillide e Demofonte, olio su tela di Sir Edward Burne Jones, 1870, Birmingham, Museum and Art Gallery

Mantengo fede all’appuntamento che insieme con Filli vi avevo fissato alla fine della prima parte. Proprio la Filli del Sannazzaro, infatti, mi dà l’occasione di passare a qualcosa, mi auguro, di più accattivante per chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.

Fillide  ( forma più corretta del poetico Filli) è una figura etimologica rientrante nel novero di quelle vittime d’amore umano o divino che a compensazione della loro sfortuna furono mutate in un albero (tra gli esempi più famosi: Dafne, oggetto del desiderio di Apollo, mutata in alloro e Calamo mutato in canna dopo la morte di Carpo). La nostra Fillide sarebbe stata mutata in mandorlo. Ciò che segue vuole spiegare quel sarebbe e lo farò riportando le testimonianze antiche sul mito in ordine cronologico.

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), il poeta dell’amore, scrisse, com’è noto, anche Heroides, una raccolta di lettere che egli immagina inviate da eroine  ai loro compagni lontani: la seconda lettera è proprio quella che idealmente Fillide invia a Demofonte. Non la riporto perché essa non aggiunge alcun dettaglio al mito. Lo stesso poeta dedicò, però, alla sfortunata fanciulla i versi 55-56 e 590-609 del Remedia amoris: ”Fillide se avesse seguito i miei insegnamenti sarebbe vissuta e avrebbe percorso un numero maggiore di volte quella via che battè nove volte …  Che cosa se non le oscure selve uccisero Fillide? Certa fu la causa della morte: rimase da sola. Andava, come la turba barbara suole andare con i capelli sciolti celebrando le feste triennali a Bacco trace, e ora quanto poteva scrutava sul mare lontano, ora stanca giaceva sul suolo sabbioso. – Perfido Demofonte! – gridava alle sorde onde e le sue parole erano rotte dal singhiozzo. Vi era un sentiero piuttosto oscuro per la lunga ombra attraverso il quale essa mosse il suo piede verso il mare. Era la nona volta che compiva quel percorso: – Guarda!- dice e divenuta pallida guarda la sua cintura e i rami; indugia e cerca di evitare ciò che osa e teme e porta le dita al collo. O donna di Tracia, allora sicuramente avrei voluto che tu non fossi stata sola: la selva non avrebbe pianto con le chiome abbassate Fillide. Tu uomo offeso dalla tua donna, tu donna offesa dal tuo uomo, temete, sull’esempio di Fillide, i luoghi troppo nascosti!”1 Fillide è ricordata pure nell’Ars amatoria: “Cerca perché un solo percorso è chiamato nove vie e sappi che le selve con le chiome dimesse piansero Fillide”2.

Le immagini che seguono aventi come soggetto il mito di Fillide sono custodite nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Fillide abbandonata da Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide abbandonata da Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scruta il ritorno di Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scruta il ritorno di Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Fillide, Miniatura dell’inizio del XVI secolo tratta da una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Fillide, Miniatura dell’inizio del XVI secolo tratta da una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Amata e Fillide, miniatura tratta da una traduzione in francese del XV secolo del De casibus virorum illustrium del Boccaccio
Il suicidio di Amata e Fillide, miniatura tratta da una traduzione in francese del XV secolo del De casibus virorum illustrium del Boccaccio

 

Plinio (I secolo d. C.): “Cremuzio scrive che mai verdeggia l’albero a cui s’impiccò Fillide”.3

Pseudo Apollodoro4 (I secolo d. C.): “Demofonte approda con poche navi presso i Traci Bisalti e la figlia del re innamoratasi di lui con in dote il regno gli viene concessa in moglie dal padre. Egli desiderando recarsi in patria, dopo molte preghiere avendo promesso di tornare, parte; e Fillide lo accompagna fino al posto chiamato nove strade e gli dà una cesta dicendo che vi un’offerta per la madre (Rea) e di non aprirla se non quando avesse perso la speranza di ritornare da lei. Demofonte una volta recatosi a Cipro lì mise casa. E, trascorso il tempo stabilito, Fillide dopo aver lanciato maledizioni nei confronti di Demofonte, si uccide. Demofonte dopo aver aperto la cesta preso dalla paura salì a cavallo e lanciandolo al galoppo muore di morte orribile: sbalzato, infatti, dal cavallo che era inciampato cadde sulla spada”5.

Igino (II-III secolo d. C.): “Si racconta che Demofonte, figlio di Teseo, venne in Tracia accolto in ospitalità da Fillide e che da lei fu amato. Volendo egli tornare in patria le assicurò che sarebbe tornato da lei. Non essendo egli ritornato alla data stabilita si racconta che lei in quel giorno corse nove volte al lido, il che in greco è detto nove strade. Fillide poi a causa del dolore per la mancanza di Demofonte morì. Avendole i genitori eretto un sepolcro, ivi nacquero degli alberi che in un certo tempo piangono la morte di Fillide, per cui le foglie seccano e cadono. Dal suo nome le foglie in greco sono chiamate φύλλα6.

Rutilio Tauro Emiliano Palladio (IV° secolo d. C.): “(Il pero tramite l’innesto) anzi insegnando a Fillide a maturare frutti più grandi offre le sue membra alla dura scorza”; “(Il pesco noce) pone le leggere ombre nel tronco di Fillide e in tal modo apprende ad essere più forte”; “Fillide fissata alla corteccia di un pruno scisso ricopre gli arti odorosi di giovani fiori”7. Siamo in presenza della prima superfetazione che propizierà l’identificazione di Fillide con il mandorlo.

Servio Mario Onorato (IV secolo d. C.): “I fuochi di Fillide. Fillide, figlia di Sitone, fu regina dei Traci. Essa amò Demofonte, figlio di Teseo, re degli Ateniesi, reduce dalla guerra di Troia e lo chiese in sposo. Egli disse che prima avrebbe dovuto sistemare le sue cose e poi sarebbe tornato a sposarla. Così, poiché partito tardava a tornare, Fillide spinta dalla pena d’amore e dal dolore, poiché riteneva di essere stata abbandonata, si impiccò e fu trasformata in un albero di mandorlo senza foglie. Successivamente Demofonte di ritorno, appreso il fatto, abbracciò il tronco che, quasi sentisse il ritorno del promesso sposo, emise le foglie: perciò quelli che prima si chiamavano petali da Fillide furono chiamati foglie. Così Ovidio nei libri delle metamorfosi”8. Nel commentare il nesso virgiliano Phillidis ignes Servio compie la superfetazione finale ed incorre in un doppio errore perché Ovidio nelle Metamorfosi mai trattò di questo mito e il dettaglio della trasformazione in mandorlo non compare nel brano di Remedia amoris che prima ho citato.

Colluto (VI secolo d. C.): “Subito oltre le cime del tracio Pangeo vide la tomba nascente di Fillide innamorata del marito e vide il percorso a nove giri dell’ingannevole via dove camminando Fillide piangeva il marito aspettando il ritorno di Demofonte sano e salvo, quando fosse ritornato dal popolo di Atene.9 

Cometa Cartulario (prima del X secolo d. C.): “Fillide volgeva gli occhi a cercare la nave, il giuramento vagava lontano e Demofonte le era infedele. Ora eccomi qui, il tuo Demofonte fedele, sulla riva del mare; ma come mai sei tu, Fillide, diventata infedele?”10

Per dovere di completezza va detto che Fillide era stata celebrata anche da Callimaco (III secolo a. C.) negli Ἄιτια , ma sfortunatamente del componimento ci resta solo il seguente frammento: “ …o sposo Demofonte, ospite infedele.”11

La superfetazione di Servio ebbe credito e fortuna nel tempo: l’immagine di Fillide impiccatasi ad un mandorlo nel passo citato del Sannazzaro viene ripresa da Giovan Battista Marino (XVII secolo): “Il mandorlo gentile,/qual già sotto l’incarco/della sospesa Fillide gli avenne,/tutto si ringemmò d’arabi fiori12  e, più fedelmente al commento serviano, da Giuseppe Parini (XVIII secolo): “Il macinato di quell’arbor frutto/che a Rodope fu già vaga donzella,/e chiama invan sotto mutate spoglie/Demofoonte ancor, Demofoonte.13

Se all’arte in generale e alla poesia in particolare si perdona tutto, lo stesso non posso fare con le mistificazioni moderne, anche se esse dovessero avere il lodevole intento di nobilitare le origini. E la povera Fillide oggi, lungi dall’essere celebrata da qualche poeta contemporaneo, sbarca in internet come fondatrice della città di Amandola in un italiano, peraltro, in cui latitano, come il lettore potrà constatare, un paio di maiuscole, alcune virgole e pure la consecutio temporum: Secondo la leggenda, Fillide, figlia di Licurgo Re di Sparta, era andata in sposa al bel Demofonte, partito per la guerra di Troia. La guerra era terminata ma demofonte tardava a tornare dall’amata, alla quale era giunta la falsa notizia che il suo sposo, invaghitosi di un’altra fanciulla non sarebbe più tornato. Fillide disperata scappò dalla Grecia e giunta sui sibillini nel luogo dell’antico Castel Leone si tolse la vita e il suo corpo si tramutò in un mandorlo, un grande albero, bello ma privo di foglie. Demofonte fa ritorno a casa e, non trovando la donna amata decise di mettersi in viaggio alla sua ricerca. Giunto anch’egli su Castel Leone apprende la tragica fine di Fillide, non gli restò altro da fare che abbracciare il tronco di quel mandorlo che, come per incanto, divenne subito frondoso e ricco di gemme. Da quel mandorlo antico, nato sull’altura di Castel Leone, prese il nome la città di Amandola.25

 

– Da quale pulpito viene la predica!26–  potrebbero esclamare gli amici marchigiani che abbiano avuto l’occasione di sentir parlare di Giovanni Bernardino Tafuri. E avrebbero ragione da vendere; solo che il falsario di Nardò ha avuto da sempre un nome e un cognome, il creatore o i creatori della versione campanilistica del mito di Fillide no, almeno fino ad ora (se ci siete battete almeno un colpo …!).  Mi consolo con un gioco di parole:  siccome mentre scrivo fa freddo e il poncio non basta, per riscaldare oltre al corpo pure lo spirito (infatti non devo dimenticare di metterci un po’ di grappa …)  vado a prepararmi, anche se la bevanda in questione valeva soprattutto contro la tosse e la pertosse,  un poncio, quello della nonna, in cui uno degli ingredienti fondamentali erano i fichi secchi e le bucce, pure loro secche  (non il mallo ma, come dice chi sa parlare …, l’endocarpio lignificato),  della mandorla.

Sarò grato, come sempre, a chiunque mi segnalerà la fesseria (lo dico non solo per ricollegarmi al sottotitolo della prima parte) , magari l’unica (ma quando mai?) , in cui dovessi essere incorso fin qui. Però, se la critica dovesse risultare infondata, per lui saranno m…andorle amare, non quelle di cui parlerò nella terza ed ultima parte.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/17/la-mendula-il-mandorlola-mandorla13/

Per la terza: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/21/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-33/

 

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1 Vixisset Phyllis si me foret usa magistro,/et per quod novies, saepius isset iter …Quid, nisi secretae laeserunt Phyllida silvae?/Certa necis causa est: incomitata fuit./Ibat, ut Edono referens trieterica Baccho/ire solet fusis barbara turba comis,/et modo, qua poterat, longum spectabat in aequor,/nunc in harenosa lassa iacebat humo./-Perfide Demophoon!- surdas clamabat ad undas,/ruptaque singultu verba loquentis erant. Limes erat tenuis longa subnubilus umbra,/quo tulit illa suos ad mare saepe pedes./Nona terebatur miserae via: -viderit!- inquit,/et spectat zonam pallida facta suam,/aspicit et ramos; dubitat, refugitque quod audet/et timet, et digitos ad sua colla refert./Sithoni, tum certe vellem non sola fuisses:/non flesset positis Phyllida silva comis./Phyllidis exemplo nimium secreta timete,/laese vir a domina, laesa puella viro.

2 III, 37-38: Quaere, novem cur una viae dicantur, et audi/depositis silvas Phyllida flesse comis.

3 Naturalis historia, XVI, 45: Cremutius auctor est numquam virere arborem ex qua Phyllis se suspenderit. Cremuzio Cordo (I secolo a. C.-I secolo d. C.) scrisse  Annales opera per le sue idee politiche mandata al rogo per volontà di Seiano funzionario di Tiberio.

4 Nome convenzionale per distinguerlo da Apollodoro di Atene (II secolo a. C.) al quale erroneamente fu attribuita la Biblioteca in parte perduta ma della quale ci è stata tramandata un’epitome che consente la ricostruzione pressoché integrale del suo contenuto.

5 Epitome, VI, 16-17: Δημοφῶν δὲ Θραξὶ Βισάλταις μετ’ὀλίγων νεῶν προσίσχει, καὶ αὐτοῡ ἐράσθεῖσα Φυλλὶς ἡ θυγάτηρ τοῡ βασιλέως ἐπὶ προικὶ τῇ βασιλείᾳ συνευνάζεται ὑπὸ τοῡ πατρός. Ό δὲ βουλόμενος εἰς τὴν πατρίδα ἀπιέναι, πολλὰ δεηθεὶς ὀμόσας ἀναστρέψειν ἀπέρχεται καὶ Φυλλὶς αὐτόν ἄχρι τῶν Έννέα ὁδῶν λεγομέων προπέμπει καὶ δίδωσιν αὐτῷ κίστην, εἰποῡσα ἱερὸν τῆς μετρὸς ʹΡέας ἐνεῑναι, καὶ ταύτην μὴ ἀνοίγειν, εἰ μὴ ὅταν ἀπελπίσῃ τῆς πρὸς αὐτὴν ὰνόδου. Δημοφῶν δὲ ἐλθὼν εἰς Κύπρον ἐκεῑ κατῴκει καὶ τοῦ τακτοῦ χρόνου διελθόντος Φυλλὶς ἀρὰς θεμένη κατὰ Δημοφῶντος ἑαυτὴν ἀναιρεῑ: Δημοφῶν δὲ τὴν κίστην ἀνοίξας φόβῳ κατασχεθείς ἄνεισιν ἐπὶ τὸν ἵππον σφαλέντος κατενεχθεὶς ἐπὶ τὸ ξίφος ἔπεσεν.

6 Fabulae, 59: Demophoon Thesei filius in Thraciam ad Phyllidem in hospitium dicitur venisse et ab ea esse amatus. Qui cum in patriam vellet redire fidem ei dedit se ad eam rediturum. Qui die constituta cum non venisset, illa eo die dicitur novies ad littus cucurrisse quod ex eo ἐννέα ὁδοὶ Graece appellatur. Phyllis autem ob desiderium Demophoontis spiritum emisit. Cui parentes cum sepulcrum constituissent, arbores ibi sunt natae, quae certo tempore Phyllidis mortem lugent, quo folia arescunt et diffluunt. Cuius ex nomine folia graece φύλλα sunt appellata. Al singolare in greco foglia è φύλλον qui messo in connessione con Fillide che in greco (Φυλλὶς al nominativo, Φυλλὶδος al genitivo) è attestato  anche come nome comune col significato collettivo di fogliame in Geoponica (una compilazione risalente al X secolo), VII, 18, 1 e con quello di insalata  in Δειψονοφισταί (Sapienti a banchetto), II, 66d e II, 120d di Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.); quasi sei secoli prima di Ateneo, Teofrasto  in Ricerca sulle piante, VII, 2, 6 quasi sei secoli ne aveva ricordato la dolcezza delle radici. E proprio il significato generico di insalata mostra  come il nostro fògghie (verdura), che pure formalmente è trascrizione di foglia (ma quest’ultima in dialetto è fugghiàzza) sia semanticamente legato alla voce greca.

7 De re rustica, XIV, 61-62 ; 97-98 e 149-150.

8 Commentaria in Vergilii Bucolica, V, 10:  PHILLIDIS IGNES Phillys, Sithonis filia, regina Thracum fuit. Haec Demophoontem, Thesei filium, regem Atheniensium, redeuntem de Troiano proelio, dilexit et in coniugium suum rogavit. Ille ait, ante se ordinaturum rem suam et sic ad eius nuptias reversurum. Profectus itaque cum tardaret, Phyllis et amoris impatientia et doloris impulsu, quod se spretam esse credebat, laqueo vitam finivit et conversa est in arborem amygdalum sine foliis. Postea reversus Demophoon, cognita re, eius amplexus est truncum, qui velut sponsi sentiret adventum, folia emisit: unde etiam φύλλα sunt dicta a Phyllide, quae antea πέταλα dicebantur. Sic Ovidius in metamophorseon libris.

9 De raptu Helenae, 213-218: … αἶψα δὲ Θρηικίοιο μετὰ ῥία Παγγαίοιο/Φυλλίδος ἀντέλλοντα φιλήνορος ἔδρακε τύμβον/καὶ δρόμον ἐννεάκυκλον ἀλήμονος εἶδε κελεύθου,/ ἔνθα διαστείχουσα κινύρεο, Φυλλίς, ἀκοίτην,/δεχνυμένη παλίνορσον ἀπήμονα Δημοφόωντα,/ὁππότε νοστήσειεν Ἀθηναίης ἀπὸ δήμου.

10 Antologia Palatina, 265: Ὅμματα Φυλλὶ ςἔπεμπε κατὰπλὸον·ὅρκοςἀλήτης/πλάζετο, Δημοφόωνδ’ἦενἄπιστοςἀνήρ./Νῦνδὲ, φίλη, πιστὸςμὲνἐγὼπαρὰθῖναθαλάσσης/Δημοφόων·σὺδὲπῶς, Φυλλὶς, ἄπιστοςἔφυς;  L’Antologia Palatina è una compilazione, risalente al X secolo d. C., di epigrammi greci di autori noti e meno noti, tra i quali ultimi rientra il nostro.

11 Frammento 556 Pf: νυμφίε Δημοφόων, ἄδικε ξένε …

12 La sampogna. Idilli favolosi. Orfeo, I, 842-845.

13 Il giorno. Il mattino,244-247.

14 http://www.prolocoamandola.org/la_storia.htm

15 A proposito di predica: mischiando un po’, almeno secondo la logica cattolica, il profano con il sacro, non posso trascurare di ricordare la mandorla mistica detta anche vesica piscis (vescica di pesce), cioè la grande aureola a forma di mandorla  che circonda l’immagine di Cristo in tante raffigurazioni dell’arte bizantina e romanica.….

 

 

 

 

 

 

 

Quaresima e caremme salentine

di Emilio Panarese

La «caremma» o «quaremma» (dal lat. «quadragesima (dies)», fr. caréme, sp. cuaresma, prov. caresma) corrisponde all’italiano «Quaresima»: spazio di quaranta giorni, dal Mercoledì delle Ceneri alla Pasqua, periodo dedicato all’astinenza e al digiuno, in memoria dei quaranta giorni di digiuno osservati da Gesù (Mt. IV, 2) prima di iniziare il suo ministero.

Rappresenta la mortificazione dei sensi, la mestizia, il lavoro, il pentimento che vengono dietro al peccato dopo la baldoria del Carnevale.

Ricorda la Moira, la Parca che filava il destino degli uomini. Nel leccese, sino a poco tempo fa, sulle terrazze o sui balconi delle case, rappresentava la «caremma» un fantoccio di panno vestito di nero, che filava la conocchia. Sotto i piedi aveva un’arancia con tante penne disposte in raggio quante sono le settimane della quaresima. Alla fine di ogni settimana si toglieva una penna. Poi il giorno di Pasqua, quando le campane sonavano a distesa annunziando la gloria di Cristo, la «caremma» detta pure «zzita caremma» veniva sparata col fucile o con un mortaretto.
Secondo S. La Sorsa questa tradizione salentina trova origine nei romani «oscilla», ricordati da Virgilio (Georg., l. 2, vv. 389-390), secondo il quale, in ricorrenza delle feste Liberalia, in onore di Libero o Bacco, i pagani usavano appendere agli alberi certe figurine o ‘immaginette’ di cera, le quali, dondolando al vento, propiziavano il dio ed arrecavano prosperità alle vigne.
«Me pari propriu nna caremma» si dice a donna magra o brutta e fin troppo avvolta nei panni.

Ecco come ci dipinge la «Caremma» Francescantonio D’Amelio, il più famoso dei poeti leccesi in vernacolo, in «Lu carnìali de lu 1829, ci se llicenzia de Lecce »: « … la quaremma già sta trase./ Idda stae sutta alla porta,/ nde sta bisciu già le spie; / e le cose ci sta porta/ tutte su’ cuntrarie a mmie.// Porta prèdeche a nna manu,/ e all’autra li celizzi; / e camina chianu chianul sia ca nc’ede scufulizzi.// Ae deòta, e nnu te uarda,/ tene pura la cuscenzia;// ddemazzuta è comu sarda/ pe lla trroppu penetenzia.//
La sta sècuta lu trenu/ de le proprie mercanzìe: // fàe ngrappate cu llu rienu,/ fiche, passule e bulìe;// migghiu, tòleca e pasùli,/ capetune mmarenatu,/ sarde, alici, pampasciùli,/ baccalà e stoccu seccatu.// Ah! li tiempi su’ rreati/cu mme mintu ntorna a bbiaggiu: / stàtiu bbuèni, se campati/ l’annu entùru tornaràggiu.//»
Ne diamo qui la traduzione, soprattutto per ricordare i «cibi quaresimali» dei nostro avi…
« … già è vicina la quaresima. Anzi è già sotto l’arco della porta, vedo già che piglia le mosse; / e le cose che sta portando son tutte contrarie, poco gradite a me.// Porta predicozzi in una mano, e nell’altra i celizi della penitenza;/ e cammina piano piano/ come se ci fossero «scivolizzi» (bucce o cose umide che fanno scivolare)./ / Cammina devota, e non ti degna neppure di uno sguardo,/ ha la coscienza pura;/ ed è magra come una sarda per l’eccessiva penitenza. // Le vien dietro il carro delle proprie mercanzìe:/ fave secche «ngrappate» con l’origano (alle quali, cioè, coi denti è stato tolto l’occhio superiore per impedirne il germoglio),/ fichi secchi, uva passita e ulive;// miglio (che nel leccese, nel secolo scorso, si mangiava bollito e condito con ricotta e olio, dopo. che era stato leggermente pestato ed infornato), «tòleca» (robiglia o cicerchia, lat. cicercula, legume selvatico rampicante, da non confondere con la veccia, coltivato come foraggio), fagioli, capitone marinato,/ sarde. alici, «pampasciùli» (bulbi, lat. hyacinthus comosus, che si mangiano bolliti con olio e aceto o in agrodolce solo nella Puglia),/ baccalà e stoccafisso.//
Povero me! I tristi tempi della penitenza sono già arrivati/ devo mettermi di nuovo in viaggio: / statemi bene in salute, se vivrete / l’anno venturo, a carnevale, tornerò (a tenervi allegri).//»

 

In «Tempo d’oggi», II (6), 1975. Per gentile concessione dell’Autore e del figlio Roberto Panarese

Santa Maria di Costantinopoli: una devozione dimenticata

Statua

 

di Nicola Morrone

 

Appena distinguibile nella penombra, collocata in una nicchia nella parete di fondo di una delle piu’ belle chiese barocche di Manduria, c’è la statua della Madonna di Costantinopoli.

E’ una delle poche opere di scultura litica policroma che il patrimonio artistico cittadino puo’ annoverare, ma soprattutto è l’unica testimonianza superstite, insieme a non piu’ di un paio di dipinti,  di una devozione dimenticata, alimentata in passato dall’esistenza di  una  specifica  confraternita.

La devozione per la Madonna di Costantinopoli nelle terre del Sud Italia ha origine da un fatto drammatico per la cristianità: nel 1453  i Turchi, di religione musulmana, assediarono e conquistarono Costantinopoli,  cioè il principale punto di riferimento religioso per i cristiani d’Oriente, oltre che la  capitale di un vasto impero (l’impero bizantino) la cui parabola storica era durata quasi un millennio. Gli abitanti di Costantinopoli si rivolsero, in quella triste circostanza, alla protezione della Madonna Odegitria, che  sottrasse  la popolazione a  conseguenze ancora piu’ disastrose.

Il culto per la Vergine, già fortemente radicato in Oriente, si rafforzò dunque  ulteriormente dopo il dramma della conquista musulmana. I Turchi, nell’ambito del loro progetto  espansionistico, arrivarono però ad insidiare anche l’Occidente: presero Otranto nel 1480, e da allora il pericolo  di un assoggettamento  non  solo delle terre meridionali, ma dell’intera penisola, e di tutta l’Europa, si fece terribilmente concreto. Così, la gente meridionale decise  di mettersi sotto la protezione particolare  della Vergine di Costantinopoli, e il clero decise di sostenere questa esigenza collettiva con  l’edificazione di cappelle ed edicole votive dedicate alla nuova patrona.

Questo  si verificò  anche a Manduria. Stando a quanto sostiene  il Tarentini nella sua “Manduria Sacra” (Manduria 1899), ai primi del sec.XVI, cioè  ad appena mezzo secolo dalla caduta della capitale dell’impero bizantino in mano turca, si sviluppò nella cittadina messapica  una devozione specifica per la Vergine  di Costantinopoli. In verità, per il momento non disponiamo di  un riferimento cronologico preciso relativo alla nascita  di questa devozione in ambito locale . Lo stesso  Tarentini, però,  riferisce, su base documentaria,  che nel 1587 esisteva sicuramente un confraternita sotto il titolo di Santa Maria di Costantinopoli, che faceva riferimento ad una cappella, situata  nel sec. XVI nel luogo in cui  attualmente sorge la chiesa di San Leonardo Abate.

Non siamo in grado di sapere, per mancanza di documenti, se oggetto concreto  della venerazione dei confratelli fosse un dipinto (un’opera tardo bizantina?) o una statua: della suppellettile della distrutta cappella non rimane la minima traccia, nè artistica nè documentaria.

La cappella fu distrutta nel 1702  per far posto all’erigenda chiesa di San Leonardo, attualmente visibile, ma il culto verso la Madonna, evidentemente radicato in modo significativo nella popolazione, non si estinse con la distruzione della  vecchia chiesa.

Dopo circa due secoli di permanenza nel luogo di culto originario, infatti,  la devozione “migrò” in un nuovo edificio, già in costruzione, che sarebbe stato intitolato proprio alla Madonna invocata contro il pericolo turco.

Oggi, le uniche  testimonianze visive della devozione per Santa Maria di Costantinopoli  a Manduria sono  costituite da due dipinti e da una statua litica. Nella  Chiesa Matrice si trova  una tela raffigurante  la Madonna di Costantinopoli, San Nicola e il committente (un ecclesiastico non identificato). In Santa Maria , invece, le testimonianze del culto sono due, un dipinto e una statua, rispettivamente realizzate la prima  su impulso privato (nobiliare), e la seconda  su iniziativa  ecclesiastica (ordine degli Agostiniani).

Sono entrambe accomunate  dalla presenza di  un  attributo iconografico particolare, l’unico che di fatto ci permette di ricondurre entrambi i manufatti  ad una devozione per la Vergine  di Costantinopoli. Sia nel dipinto che nel basamento della statua sono raffigurati infatti alcuni soldati  turchi che scappano da un edificio in fiamme, evidente riferimento all’assedio musulmano di Costantinopoli del 1453 e alle probabili profanazioni di luoghi sacri, le cui conseguenze furono mitigate, ma non del tutto impedite, dall’intervento della Vergine .Il dipinto, di intonazione marcatamente devozionale , è probabilmente opera dell’astigiano Secondo La Veglia, che lo realizzò nella seconda metà del sec. XVIII.

La statua in pietra policroma, graziosa, anche se invero collocata in posizione piuttosto appartata, è opera di autore ignoto, forse locale, ed è fatta risalire, col conforto documentario, al 1725, anno della consacrazione della chiesa.

Si tratta di una scultura di intonazione devota: la Madonna,dalle fattezze spiccatamente popolari e dallo sguardo fermo, regge in braccio il Bambino, che si rivolge all’osservatore con gesto benedicente. Ella indossa velo bianco, tunica rossa e mantello azzurro, questi ultimi caratterizzati dalla presenza di una decorazione floreale dorata, che pare  imitare,  in modo semplificato, il ricco “estofado ” delle  coeve sculture lignee barocche, di cui nelle chiese manduriane è apprezzabile più di un esempio.

Dipinto

 

Gli Armeni in Italia

di Boghos Levon Zekiyan

Università di Venezia «Ca Foscari»

Cristo in Trono, dal Vangelo di Etchmiadzin

Le prime vestigia sicure di un’attendibile presenza di armeni nell’Italia medievale si riscontrano nell’Esarcato bizantino di Ravenna. Alcuni degli esarchi erano di origine armena, come il famoso patrizio Narsete (Nerses) l’Eunuco (541-568) e Isaccio (Sahak) (625-644). Di quest’ultimo si trova nella chiesa di San Vitale a Ravenna uno splendido monumento con sculture ed epigrafi che lo proclamano «gloria dell’Armenia». In un mosaico della stessa chiesa è forse lo stesso Narsete che si vede al fianco dell’imperatore Giustiniano. Inoltre si trovava a Ravenna, per la difesa della città, una milizia composta per la maggior parte di armeni, detta perciò «armena» o numerus Armeniorum. Per la stessa ragione anche il quartiere dove dimoravano i militari, la Classis, nella zona litorale della città, fu pure chiamato “Armenia”.

Questo nucleo di Ravenna può essere considerato giustamente come la prima colonia armena dell’Italia medievale. È da rilevare però che quegli armeni erano nel medesimo tempo cittadini bizantini, erano cioè bizantinoarmeni. Nello stesso periodo, oltre a quelli summenzionati, vengono ricordati pure altri nomi di capi armeni in Italia, sotto il comando dei quali combatterono anche numerose soldatesche armene.

Contemporaneamente a questi nuclei di militari e funzionari, non mancarono anche gli uomini di commercio che si sparsero lungo le coste settentrionali dell’Africa, per la Sicilia, fino in fondo all’Adriatico e a Ravenna.

dipinto di Francesco Maggiotto (1750-1805)

Secondo una tradizione, due reliquie di San Gregorio l’Illuminatore sono custodite in Italia: a Nardò le ossa di un braccio e a Napoli il cranio, trasferito qui da Nardò ai tempi di Ferdinando II d’Aragona, nel XV secolo. La tradizione locale, riportata anche da Baronio, afferma che le reliquie del Santo furono trasferite in Italia da monache e fedeli armeni, fuggiti dall’Oriente. Secondo Baronio, ciò dovrebbe essere accaduto ai tempi

Al Supermac, un fortuito, bell’incontro

stranieri

di Rocco Boccadamo

Tocca a me, stamani, il consueto passaggio dal supermercato vicino a casa. Sennonché, mentre vado girando tra le corsie e sbirciando verso gli scaffali, la mia attenzione è improvvisamente catturata dalla presenza, quasi a fianco, di una coppia di giovani: lei, indossa una comoda tuta di colore blu scuro ed evidenzia un pronunciato pancione, lui, in apparenza proprio un ragazzino, ha una felpa rossa, entrambi, capelli corvini e occhi luminosissimi. Appare subito chiaro che i due sono nativi di presepi lontani. A tale impatto, mi fermo, indugio, prevale la mia congenita curiosità. Un attimo e, appreso che conoscono l’italiano, intraprendo discorso.

Il paese di provenienza è la Repubblica delle Filippine, si trovano in Italia da cinque anni, in particolare sono contenti di Lecce. Alla domanda circa il lavoro svolto, la risposta è assolutamente all’unisono: domestica e domestico, presso due distinte famiglie salentine. Prima annotazione: genera un suono gradevole, la pronuncia, con spontanea naturalezza, di siffatto genere di mestiere, ormai divenuto desueto se non completamente assente nel novero delle occupazioni di noi italiani. Ma, c’è di più, i due ospiti denotano d’essere contenti, sereni per quel che fanno. Altra sottolineatura importante: mediante i proventi del loro impegno, non solo aiutano i familiari rimasti nel Paese asiatico, ma si sentono anche forti e tranquilli rispetto al progetto – palese – di mettere su una propria famiglia.

Da rimarcare, ulteriormente, la decisione, a livello di coppia, di aggiungere una nuova vita alle loro giovani stagioni, nonostante che, ancora, non dimorino e giacciano neppure sotto lo stesso tetto, non abbiano modo di chiudere le giornate tenendosi per mano o scambiandosi una carezza, ciò avverrà, si auspica, quando a loro fianco ci sarà una culla, nel prossimo maggio. Pensare che, come confidato, durante la fanciullezza e l’adolescenza, del tutto lungi dal passare, per la mente, l’immaginazione che avrebbero fatto un figlio italiano. Non c’è che dire, finalmente, considerando quanto ci si offre intorno, un quadretto d’edificante umanità! I richiamati occhi scuri e insieme fulgidi, la semplicità delle parole e delle espressioni, rinnovano la rappresentazione, in pillole ideali e fantastiche, delle figure degli umili custodi d’armenti sospese e fisse sulla soglia e al cospetto del Presepio per antonomasia. E, a seguire, cercando sempre di volare alto, richiamano in certo senso i remoti e sfavillanti astri sospesi sulla volta blu delle notti dei mortali.

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Infine, in chiave di riflessione, è vero, non mancano né si possono ignorare i problemi, anche grandi e pesanti, connessi con l’accoglienza e la graduale integrazione dei nostri simili che arrivano sul nostro suolo da lontano, da altri mondi e paesi, tuttavia, davvero, non esistono sbarramenti o frangiflutti idonei ad arrestare il “moto”, l’incedere di queste novelle e smisurate maree. Anzi, i tempi a venire, saranno viepiù all’insegna di variegati processi d’integrazione, caratterizzati da percorsi e prospettive di crescita e sviluppo insieme, di braccia e menti eterogenee. Nel “movimento”, di respiro universale, sono ad ogni modo insite, e quindi da ricercare e cogliere, concrete e non trascurabili risorse e opportunità. E sembrano, non a caso, cadere propizie, opportune, confortanti e incoraggianti, le riflessioni in tal senso, ordine e spessore, di fronte alla paventata e, con leggerezza, scongiurata ipotesi prospettante immigrazioni di massa, forse su basi di centinaia di migliaia d’unità, verso il nostro paese e le restanti aree europee, dietro il prevalente stimolo, non v’è dubbio, alla comprensibile ricerca di migliori condizioni e livelli di vita, da parte di popolazioni sin qui immerse in strati di sofferenza che noi, forse, neppure immaginiamo.

Sant’Antoni te le focare oggi a Cutrofiano


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Una tradizione più che centenaria conservatasi intatta nell’alacre cittadina commerciale e artigiana salentina. Ritorna anche quest’anno al centro della vita della comunità cutrofianese la tradizionale ricorrenza di “Sant’Antoni de le Fòcare”, in ricordo del miracolo con cui il santo di Padova salvò gli abitanti di Cutrofiano dal terremoto del 1810 che, a differenza di quello precedente e devastante del 1743, non fece in paese nessuna vitttima. Destata in pieno sonno dal sisma, la popolazione si era riversata nelle strade e aveva trascorso la notte all’aperto. A trovare conforto dalla gelida temperatura notturna, i cutrofianesi avevano acceso dei fuochi nelle strade e nelle piazze.

L’unicità della ricorrenza devozionale cutrofianese sta nel fatto che, nel celebrarla il 17 febbraio di ogni anno, la gente usi accendere dei falò in onore di Sant’Antonio da Padova esattamente come un mese prima, il 17 gennaio, in altre cittadine del Salento il popolo accende fuochi in onore di un altro santo di nome Antonio: Sant’Antonio Abate, figura di eremita e asceta del deserto egizio.

In particolare, il 17 febbraio di ogni anno a Cutrofiano ciascun vicinato accende il proprio falò che scalda e illumina ciascun rione del paese in ricordo degli avi afflitti e spaventati dal terremoto i quali, in occasione del drammatico evento sismico, avevano fatto la stessa cosa per alleviare la notte passata al gelo.

 

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È così, ancor oggi, Antonio da Padova continua a elargire il suo carisma e a meritare l’affetto dei cutrofianesi grati per quel miracoloso soccorso: una devozione condivisa con migliaia di devoti sparsi in tutto il mondo.

Per la verità Cutrofiano consacra al santo padovano due feste all’anno: la prima, questa, nella stagione invernale, il 17 febbraio; la seconda nella stagione estiva, il 13 giugno.

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“Anche quest’anno – ha dichiarato l’assessore alla cultura nonché vicesindaco del Comune di Cutrofiano Nicola Masciullo – abbiamo inteso assicurare il nostro sostegno finanziario e organizzativo alla doppia ricorrenza. L’Amministrazione Comunale ha manifestato la forte volontà di far sopravvivere questa sentitissima festività che valorizza l’identità religiosa e quella culturale dei nostri concittadini”. In effetti, la maggioranza guidata dal sindaco Oriele Rolli vuole accendere, insieme ai falò, una specie di faro per tutto il Salento che voglia recuperare le proprie radici. In margine alle “fòcare”, sarà possibile gustare specialità gastronomicne salentine accompagnate dal buon vino di Cutrofiano. Si tratta di pietanze tipiche preparate dalle varie associazioni culturali attive in città. I festeggiamenti culmineranno proprio con l’accensione delle “fòcare” nei vicinati e con il gran finale della “Fòcara” grande alle ore 19.00 in Piazza Municipio, dove ci sarà il concerto di musica popolare salentina dei “Cardisanti” (gruppo di musica popolare che annovera tra i cantori la figlia dell’indimenticabile Uccio Bandello , Uccio Casarano, ultimo degli Ucci, e il giovane Michele Bianco, grande promessa della fisarmonica italiana). Suoneranno inoltre i gruppi musicali di “Melegari e i suoi Compari” e dei “Calanti”.

La mèndula (il mandorlo/la mandorla)1/3

La mèndula è ffiurùta ma sobbra ‘ddeddha èranu già fiurùte tante fessarìe (Il mandorlo è fiorito ma su di esso erano già fiorite tante fesserie).

di Armando Polito

Immagine tratta da: www.zmphoto.it
Immagine tratta da: www.zmphoto.it

 

 

Dopo aver chiesto scusa per il sottotitolo kilometrico che per la sua dimensione ricorda quello, su cui più di una volta io stesso ho ironizzato, di tante opere dei secoli scorsi, comincio dalla parte forse meno interessante per il lettore;  però parecchie osservazioni che farò in questa parte iniziale, nonostante il loro arido tecnicismo, saranno molto importanti per comprendere meglio ciò che dirò più in là.

NOMENCLATURA

nome scientifico: Prunus communis L. o Prunus dulcis (Miller) D. A. Webb o Prunus amygdalus Batsch o Amygdalus communis L.

nome comune: mandorlo

nome dialettale neretino: mèndula (sia l’albero che il frutto)

famiglia: Rosaceae 

ETIMOLOGIE

Tutti i nomi scientifici, che scoperta!, derivano dal latino: prunus=susino; communis=comune; dulcis=dolce; amýgdalus=mandorlo (voce del latino tardo; nel latino classico amýgdalum e amýgdala a seconda degli autori indicano ciascuno ora l’albero ora il frutto).

Mandorlo deriva da mandorla1, che nell’italiano antico si alternò con màndrola e màndola2 fino al cinquecentesco amàndola3, la voce più dotta di tutte perché tal quale il latino medioevale amàndola4; sempre nel latino medioevale varianti di amàndola furono amèndula5, amìgdala6 (usato già in epoca classica), amìgdola7. Le due ultime voci sono dal greco ἀμυγδάλη8=mandorla, che è l’antenata di tutte. Voci connesse in greco ἀμυγδαλέα, ἀμυγδαλῆ9 (l’ultima forma contratta) (entrambe femminili)=mandorlo, ἀμύγδαλον10 (neutro)=mandorla (ma nel Vecchio Testamento, Eccl. 12. 5, significa mandorlo); ἀμύγδαλος11 (femminile )=mandorlo.

Mèndula è dal citato latino medioevale amèndula per aferesi oppure, più probabilmente,  per errata deglutinazione di a– (l’amendula>la mèndula>mèndula).

Ecco, per dare un’idea sinteticamente efficace, l’intero albero genealogico:

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Il lettore noterà che per dare una spiegazione alla –r– di mandorla rispetto a tutte le voci precedenti ho ipotizzato un *màndolla derivato da màndola per geminazione, di natura espressiva, di –l– . Tuttavia nel terzo volume della quarta edizione (Manni, Firenze, 1733) del Vocabolario degli Accademici della  Crusca a pag. 144 al lemma mandrola si legge: “Voce antica. Mandorla … Fr. Giord. Pred. S. 81: Nella quale (arca) eravi la verga d’Aronne, che essendo secca menò mandrole”;.

In M. Giovanni Marinello, Le medicine partenenti alle infermità delle donne, Valgrisio, Venezia, 1574 ci sono 12 occorrenze di mandrole; in G. Battista Ramusio, Navigationi et viaggi, Giunti, Venezia, 1583 ci sono 24 occorrenze di mandorle e solo 2 di mandrole. Non per caso ho riportato le testimonianze in ordine cronologico. Ma la citazione del vocabolario della Crusca a che epoca appartiene? Il predicatore al quale essa si riferisce è il frate Giordano da Rivalto (Pisa) le cui Prediche sulla Genesi recitate in Firenze nel 1304 sarebbero state pubblicate a Milano a cura del canonico Domenico Moroni per i tipi di Giovanni Silvestri nel 1839; dunque màndrola era già in uso nel XIV secolo come variante di màndorla. Insomma, màndrola nascerebbe da màndorla per metatesi di –r-, fenomeno abbastanza frequente nei dialetti toscani, e non solo per esigenze di rima  (drieto per dietro, drento per dentro, etc.) e per la –r– di màndorla per me non rimane che la spiegazione che ho dato, cioè da màndolla (per dissimilazione –ll->-rl-), che ora scrivo senza asterisco perché la voce ricostruita che avevo in un primo momento ipotizzato risulta attestata alla fine del XV secolo in Luisa Cogliati Arano e Michelangelo Lupo, L’erbario di Trento: il manoscritto n. 1581 del Museo provinciale, Museo Provinciale d’Arte, Trento,  1978, pag. 200: “ … recipe ollio de mandolle amare et ollio de mandolle de persige …”; màndolla continua pure in Giovanni Andrea Dalla Croce, Cirugia universale e perfetta di tutte le parti pertinenti all’ottimo chirurgo, Pezzana, Venezia, 1661, pag. 404: “… l’oglio di mandolle dolci, di scorpioni, & di mandolle amare …”.

Con mèndula non ha alcun rapporto mèndola, variante regionale di mènola, un pesce; mènola è diminutivo del latino maena (in greco μαίνη) e la variante mèndola ha seguito la trafila: mènola>*mènnola (geminazione di –n-)>mèndola (dissimilazione -nn->-nd-).

Rosacee è forma aggettivale da rosa=rosa.

Come abbiamo visto all’inizio, già nell’antichità il genere femminile non indicava tassativamente l’albero e quello maschile o neutro il frutto. Credo che siano un retaggio di questa bivalenza del genere femminile, tra gli altri,  i neretini ulìa (olivo/oliva), fica (fico, l’albero/fico, il frutto), e, lupa (non lupus, sennò avrebbe ragione chi mi accusasse di maschilismo …)  in fabula, mèndula.

La voce greca ἀμυγδάλη continua inoltre  nell’italiano amìgdala in un range d’impiego che va dalla mineralogia all’anatomia e alla paletnologia, indicando: 1) piccola cavità ellissoidale o tondeggiante tappezzata di piccoli cristalli, presente in rocce vulcaniche. 2) qualsiasi struttura anatomica, specialmente ghiandola, di forma simile a una mandorla; nucleo di cellule nervose all’estremità del lobo temporale. 3) utensile tagliente ricavato da un grosso ciottolo di forma ovale, usato specialmente nel Paleolitico inferiore.

3

 

 

L’amigdala paleolitica fu così chiamata solo per l’evidentissima somiglianza con la mandorla; dunque non c’è nessun rapporto, nonostante le suggestioni semantiche,  con Ἀμύγδαλος, nome frigio di Dio citato da Ippolito (scrittore cristiano del II-III secolo d. ), Refutatio omnium haeresium, V, 4,  voce che deriva da ἀμύσσω=lacerare, con il quale potrebbe essere connesso il latino mucro=punta; a meno che non si voglia ricondurre ἀμυγδάλη alla stessa radice di ἀμύσσω (con riferimento alle “cicatrici” tipiche della corteccia del mandorlo).

Lo stesso strumento paleolitico, purtroppo, ha ispirato pure invenzioni lessicali filologicamente fasulle (è la prima delle fesserie annunziate nel titolo). Riproduco la voce AMIGDALATO dal Dizionario universale archeologico-artistico- tecnologico compilato sulle traccie (sic) delle più recenti Enciclopedie e dei più accreditati Scrittori, Favale & C., Torino, 1859, pag. 11:

4

 

Contesto dello sviluppo del lemma solo l’attribuzione (fra l’altro già presente in testi anteriori e ripresa in successivi)  a Vitruvio di amygdalatum , che non compare mai nella sua opera (né in tutta la letteratura latina), in cui (De architectura, II, 8, 1) si legge soltanto la distinzione tra opus reticulatum e opus incertum:  “Structurarum genera sunt haec: reticulatum, quo nunc omnes utuntur, et antiquum, quod incertum dicitur. Ex his venustius est reticulatum, sed ad rimas faciendas ideo paratum, quod in omnes partes dissoluta habet cubilia et coagmenta. Incerta vero caementa alia super alia sedentia inter seque imbricata non speciosam sed firmiorem quam reticulata praestant structuram” (I tipi di struttura muraria sono questi: il reticolato, che ora tutti utilizzano, e l’antico che si chiama incerto. Di essi il più elegante è il reticolato, ma congenitamente soggetto a fenditure poiché ha blocchi e connessure sparse in varie direzioni. Nell’opus incertum, invece,  le pietre, poggiando le une sopra le altre e tra di loro sistemate come le tegole, presentano una struttura non più bella ma più solida di quella reticolata).

opus incertum
opus incertum

 

opus reticulatum
opus reticulatum

 

Il rapporto, invece, c’è di sicuro tra l’Amandola attestata dal Du Cange e l’Amendola (invece di Amandola per esigenze di rima) di Iacopo Sannnazzaro (XVI secolo), Arcadia, VIII: “…Pur mi si para la spietata Amendola/dinanzi agli occhi, e par c’al vento movasi/la trista Filli esanimata e pendola”.

E, per provarlo, insieme con Filli vi do appuntamento alla seconda parte.

 

Per la seconda parte:

 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/19/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-23/

Per la terza:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/21/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-33/

 

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­­­­­­­­­­­­­­1 La voce sarebbe attestata a partire dal XIII secolo nei versi iniziali di un sonetto (il XXIII in Giovanni Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano, 1960)  di Cecco Angiolieri che è, però, di dubbia autenticità: Giùg[g]iale di quaresima a l’uscita/e sùcina fra l’entrar di fevra[i]o/e mandorle novelle di gennaio/mandar vorre’ io a Lan…Sicura è, invece, la sua attestazione nel XIV secolo: Franco Sacchetti, Il trecentonovelle, (novella XXVIII): … manifestandosi a lei, che già sanza mandorle  s’era domesticata (nel Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, Società L’unione tipografico-editrice torinese, Pisa-Roma-Napoli, 1871, v. III, pag. 69 al lemma mandorla: “dimesticarsi senza mandorle: fu detto figuratamente di persona che si arrende agli altrui voleri senza farsi pregar troppo”) ; Paola Massa, Alcune lettere mercantili toscane da colonie genovesi alla fine del Trecento, Società ligure di storia patria, Genova, 1947 (lettera 5 del 9 febbraio 1394): no potè fare nulla delle vostre mandrole  …. Io farò il meglio potrò di queste vostre  mandorle …

2 Michele Savonarola (XV secolo), Libreto di tutte le cosse che se magnano, a cura di Nystedt Jane, Almqvist e Wiksell international,  Stockholm , 1988, passim: Del rixo. Il rixo caldo è in primo, secho in secundo, pur è difficile da padire ma dà grande nutrimento, strenze il corpo e l’uso de quello sminuisse l’urina, le fece, anco la ventosità. Nutrica molto cocto cum le carne grasse, anco cum lacte de mandola  e cum uno poco de zucaro. Per tuor ogni suo nocumento, se vole prima mettere in moglia per hore octo in l’aqua dela expresione de remole e vole essere ben cocto. Non è bono cum il lacte de pecora, il perché cussì opilla ed è cibo buono nel fluxo.

Del fico. Il secho è più caldo e ha del secco, dove alcuni el tira al secundo in calidità e secco nel primo. Questo tale conforta el stomego e dà bono nutrimento e più colera genera che l’humido assai. E di questo dice Avicena che quando se manza a dezuno, fa mirabile operatione in avrire le vie del cibo e spetialiter quando se manza cum la nuoce o mandola. E meglio cum la nuoce e cum quella meglio nutrica.

Dela mandola.Distinguamola al presente alcuna essere dolce, alcuna amara, ma il perché la amara non viene in tavola, quella cussì al presente postponeremo, dicendo solo dila dolce, la quale dividamo in ben matura e non matura. La matura dolce vole Avicena che non se lontane dal temperamento. Ma pur Ysaac nostro, che dele dicte fue curioso, la mette calda e humida nel primo e per acordarlo cum il Principo, diremo tale essere nella prima mansione del primo e questa par essere anco la sententia de Archigenes. Dà tale bono nutrimento, ma non in quantità bona al capo, ché augmenta la substantia del cerebro. Augmenta il sperma, fa dormire, mundifica le vie dela urina e rimove l’acuità del’urina e l’ardore. E generaliter l’uso de quella impingua el corpo, spetialiter manzate cum le passule. Suono più difficile da padire che le nuoce ma le nuoce più tosto se converteno in colera. Ma se prima stano in aqua calda nela quale se scorçano, se ge rimove gran parte de suoi nocumenti. Manzar se voleno senza scorce.Questo è fructo per l’amico che ingrassare se vole e cussì manzate cum il çucaro più lezeramente se padiscono. Ma la mandola  fresca tenera, di cui il scorço dentro non è anco fatto, dele quale pur se manzano, è molto humida, de uno humido aquoso. Queste tale confortano le zenzive, anco il stomeco, ma tosto in quello se corumpeno, spetialiter in lo fredo, ma meno noceno il stomeco caldo, cussì refrigerando il suo calore.

Filenio Gallo (XV secolo), Rime, a cura di M. Antonietta Grignani, L.S. Olschki, Firenze, 1973, passim: et è più inamorato e a lei più dedito/ che non è il ghiro al sugo de la mandola …. Degnara’ti dunque, venerandissimo Signor mio, per la grandezza de l’animo tuo, questo incomposto e villanesco libretto per primo et indegno dono accettare, del quale, se la exteriora scorza è roza e salvatica, drento nondimeno buona medolla e proficui fruti, sì come in dura mandola, troverai nascosti.

3 Gabriello Alfonso di Herrera, Libro di agricoltura utilissimo et nuovo tratto da diversi auttori,  Agricoltura tratta da diversi antichi et moderni scrittori, Bonelli, Venezia, 1557,  passim. La voce continuerà ad essere usata nei due secoli successivi: Antonio Gagliardi, Susanna divotamente considerata, Malatesta, Milano, 1687, passim; Giuseppe Donzelli, Teatro farmaceutico dogmatico e spagirico,  Bortoli, Venezia, 1704, pag. 261. Nel secolo XIX appare usata anche nel significato di nòcciolo, soprattutto dell’oliva: Rocco Ragazzoni, Repertorio d’agricoltura, Presso la direzione dell’opera, Torino, 1841, tomo XIII, pag. 60; c già allora si alternava a mandorla, come dimostra  un’edizione dell’Arcadia di Iacopo Sannazzaro commentata da Luigi Portirelli (Società tipografica dei classici italiani, Milano, 1806) che a pag. 107 così scrive: … e fu convertita nell’albero dell’amandola, o mandorlo …

4 Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883, tomo I, pag. 212: Amandolae fractae solvant pro centenario lib. VIII. Amandolae cum grolia pro qualibet modio libras VIII.  (Le mandorle sgusciate paghino 8 libbre per cento di peso. Le mandorle col guscio 8 libbre a moggio).

5 Du Cange, op. cit., pag. 221: Nec non Amendulas aureas numero 11 et gemmas chrysoclavas pendentes 10 praecepit fieri (E ordinò che fossero realizzate 11 mandorle di oro e 10 gemme purpuree pendenti); è irrilevante che qui la voce sia usata in senso metaforico, perché ogni metafora procede dal significato letterale e non viceversa.

6 Du Cange, op. cit., pag. 224:  Item dies Cinerum pro duplici habetur et dantur 30 librae Amigdalarum cuilibet Canonico; dum tamen sint residentes per majorem partem Quadragesimas, et fecerint totum stagium ad plenum (Parimenti il giorno delle Ceneri sia considerato per due e siano date 30 libbre di mandorle a tutti i canonici, purché siano residenti per la maggior parte della Quaresima ed abbiano completato il periodo di permanenza).

7 Du Cange, op. cit., pag. 224.

8 Frinico (VI-V a. C), 73; Ippocrate, De victus ratione, 2, 55; Ateneo, 2.52 c; nel significato di gheriglio e seme nel nocciolo di pesca (Geoponica, 10.14.1).

9 Aristotele, Historia animalium, 627b 18; Teofrasto, Historia plantarum, 1.6.3; Dioscoride, De materia medica,  1.123.

10 Ippocrate, De morbis mulierum, I. 34; Aristotele Historia animalium, 614b 15.

11 Luciano, Apologia, 5.

 

 

 

Un pomeriggio “armeno” a Nardò

San Gregorio Armeno battezza il re Tiridate
San Gregorio Armeno battezza il re Tiridate

Lunedì 18 febbraio, alle ore 16, nella Sala Roma, di fronte alla Cattedrale, esperti a convegno per trattare degli Armeni. Il tema dell’incontro è

“Alla scoperta degli Armeni. Storia di un popolo dimenticato”,

nel quale sarà anche presentato il libro di Kegham Jamil Boloyan “Il richiamo del sangue”.

Interverranno: Ani Balian, Kegham Jamil Boloyan, Stefania  Dell’Anna, Cosma Cafueri  e Ada Manfreda, coordinati da Giancarlo De Pascalis.

 

 

 

Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno
Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno

La grande novità è la celebrazione della S. Messa solenne  in rito armeno celebrata in Cattedrale dal parroco della Chiesa armena apostolica di Milano, Padre Tovma Khachataryan. Lo assisterà nel rito il diacono MANOUK SARAFIAN, mentre i canti saranno eseguiti dal soprano ANI BALIAN e dal tenore YERVANT MINAS ERETZIAN, mentre le musiche saranno eseguite da ALINA SILVIA PAPAZIAN, tutti armeni, giunti in città per l’occasione e che parteciperanno anche alla processione del giorno dopo, 19 febbraio.

La celebrazione in rito armeno, senz’altro suggestiva e del tutto differente rispetto alla Messa cattolica, per quanto se ne sa e da quando sono presenti le reliquie del santo patrono Gregorio armeno, si tiene per la prima volta in città.

La presenza di un interprete e la distribuzione di alcun sussidi aiuteranno a comprendere le diverse fasi della cerimonia religiosa, la cui durata si prevede intorno agli 80-90 minuti.

 

Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno
Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno

 

 

L’arte di Antonio Massari, uno “straniero sulla terra”!

il moto perpetuo

di Paolo Vincenti

 

Notevole progetto, questo “Massari”, per le Edizioni D’Ars Milano (2010), voluto da Antonio Massari.

La mole imponente del libro e il prezzo elevato ne fanno un oggetto da collezione, certo non alla portata di tutti e infatti esiguo è il numero di copie stampate dalla Tipolitografia Gamba (di Verdello-Bergamo) su progetto grafico dell’arch. Monia Gamba.

Un progetto ambizioso voluto da un artista di fama internazionale, leccese di origine e lombardo di adozione, Antonio Massari, anche per celebrare la propria famiglia, dal padre Michele, del pari noto e apprezzato pittore ed eclettico artista, alla madre Antonietta Milella, alla sorella Anna Maria artista anch’ella.

Il libro infatti, un pregiato manufatto che è stimolante maneggiare, con un’opera di Massari del 1975, “Onde”, sulla prima di copertina, e sulla quarta una foto del 1973 che ritrae lo stesso Massari con Pierre Restany e Oscar Signorini, ha come sottotitolo “Sull’acqua… e sulla terra” e ci offe un focus sulla figura artistica, la vita e le opere di Antonio Massari, attraverso gli interventi critici, disposti in ordine sparso, di quanti lo hanno conosciuto e apprezzato, nella prima sezione, e numerosissime foto, nella seconda sezione.

Dopo una Presentazione di Antonio Cassiano, Direttore del Museo Sigismondo Castromediano di Lecce, compare il primo di una serie di interventi critici sulla pittura di Massari da parte di Pierre Restany, il quale coniò la definizione forse più nota, cioè “il meccanico delle acque” con riferimento a quei suoi arditi esperimenti delle carte assorbenti che rappresentano solo una fase, per quanto celebrata, della sua intensa carriera artistica. Un creativo infatti compie un cammino di continua evoluzione e si spinge verso sempre nuove realizzazioni, coltiva poco il ricordo delle gesta passate ma è invece proiettato per sua indole verso il futuro; appena terminata un’opera, ne progetta un’altra, e lascia ai critici e ai biografi, ai galleristi e ai mercanti d’arte, insomma agli addetti ai lavori, il compito di analizzare, raccogliere, selezionare, compendiare, valutare, catalogare. E nel caso specifico di Antonio Massari questo assunto è ancor più vero, essendo egli perennemente in transizione, mai la sua arte adagiata sui risultati raggiunti o atrofizzata in un assolutismo che esclude  la novità e porta la noia.

Nel libro troviamo un testo critico poetico di Grazia Chiesa, un altro di Rina Durante e numerosi interventi di Massimo Jevolella che definisce Massari “operaio di sogni”, parafrasando Quasimodo sui poeti. E un poeta meridionale, infatti, viene definito ,Massari, per il quale il quadro nasce da un’esigenza forte, insopprimibile, che ha ben poco di programmato e di teoretico ma che affida molto, quasi tutto, al caso. Lorenzo Madaro scrive delle note sulle opere più recenti di Antonio Massari, poi un intervento di Mario Marti, diversi scritti dello stesso Massari, come il bellissimo “Stelle-acqua-stelle”, di Ercole Pignatelli, di Giovanni Rizzo, di Lino Paolo Suppressa, di Antonio Verri, di Maurizio Nocera, deus ex machina di questa operazione editoriale.

Interessante da un punto di vista bibliografico, in fine di libro, la Nota autobiografica e l’elenco cronologico di tutte le realizzazioni  di Massari, dalle Microonde alle Carte geometriche, dalle Carte di Giotto alle Carte del Cinema, da Entropia alle Acque rampicanti.

Massari ha esposto per personali e collettive in moltissime città italiane e all’estero.

Fra i protagonisti dell’avanguardia artistica salentina degli anni Settanta, avendo aderito, insieme a F.Gelli, I.Laudisa, T.Carpentieri, A.Marrocco e V.Balsebre,  al Movimento di Arte Genetica fondato da Francesco Saverio Dodaro, nella prima parte della sua carriera, Massari ha praticato le tortuose strade dello sperimentalismo con le famose “Carte assorbenti”. Ma, come spiega Maurizio Nocera in una poetica nota sull’arte dell’amico, “Esaurite tutte le possibilità delle carte assorbenti (mille anni in avanti), può prendere tre diverse vie: insistere e diventare il falsario di se stesso, farla finita con tutto, o ritornare alla pittura figurativa (cento anni indietro)”. Massari ha scelto questa ultima strada. La prima carta assorbente, come spiega lo stesso autore, era nata nel 1963 a Clusone, sulle Alpi di Bergamo, seminando gocce di inchiostro direttamente sull’acqua, dopo l’esperienza dei “Frammenti”, delle “Onde” e delle “Macchie”; e da allora “per trentacinque anni ho dimenticato di togliere la polvere”, scrive, ed ha continuato con la sua ricerca che ha portato alle “Carte elettriche”, con le sfere di polistirolo espanso, poi ai “Frattili o Carte di Mozart”, con gli schermi di carta velina, alle “Carte di Turandot”, con gli schermi di spago o di nastro, alle “Carte di San Pietro”, all’ “Omero di Raffaello”, alle “Carte di Aloysia Carmela”, alle “Pulsar”, con gli schermi di borotalco, alle “Carte Genetiche”, ai “Capelli di Milvia”, con capelli umani, ai “Percorsi spaziali”, ecc. Si trattava di “poemi sperimentali”, come li ha definiti Ercole Pignatelli, che costituivano “la silente rivoluzione di Massari”.

E dopo questo lungo periodo di pittura “transurrealista”, come la definisce Giovanni Rizzo, facendo riferimento alla poesia surrealista di Tristan Tzara, anticamera del surrealismo, insieme al realismo magico e alla pittura metafisica, dopo una lunga e stimolante fase affidata ad una casualità dirompente, che portò alle “opere figurative involontarie”, Massari passa alla pittura figurativa e in essa riemergono i ricordi di una vita intensamente vissuta. In queste composizioni pittoriche, diciamo tradizionali, c’è spazio per la propria infanzia e adolescenza trascorsa a Lecce, per i volti degli amici perduti, dei suoi famigliari. Infine, l’ultimo periodo della sua carriera è caratterizzato dai “Collages”, composti su piccoli cartoni e che rappresentano come i pezzi di un puzzle che è la vita di Massari. “Il resto è silenzio”, con le parole dello stesso artista, che si autodefinisce “ la persona sbagliata al posto sbagliato, sempre”.

Artista di fama internazionale, dicevamo, ma dal carattere fortemente schivo, Massari non è solo pittore, ma anche scrittore. Pensiamo ai libri “Les buvards se chès” con prefazione di Pierre Restany (Parigi 1980), “Edoardo”(Edizioni D’Ars, 1998) sulla figura dell’amico Edoardo De Candia,  “Io sono straniero sulla terra”(Edizioni D’Ars ,1999), “29 giugno 2000”, con Grazia Chiesa, Maurizio Nocera (che all’amico Massari dedica lo stupendo poemetto “La contrada del poeta”), Mario Marti e Pierre Restany (2000). In quest’ultimo libro l’esperienza umana di Massari si intreccia con quella di un altro Antonio, de Sant Exupèry, autore del “Piccolo Principe”, opera molto amata da Massari.

Nel 2001 inoltre Massari ha vinto il premio Perbacco assegnato dall’editore Manni con il racconto “C’era una volta Palazzo Costa”. Meravigliose le foto che costituiscono il vero valore di questo libro che, nulla togliendo all’importanza dei testi, si caratterizza come un documento per immagini, se è vero che queste testimoniano più e meglio delle parole la parabola artistica di un instancabile creativo sempre attento e curioso. E testimoniano anche quella temperie culturale che alcuni anni fa ha creato un cenacolo artistico degno di grande rilievo in quanto, in scatti tolti alla realtà di tante sere di condivisione artistica e umana, troviamo, insieme a Massari, personaggi del calibro di Maurizio Nocera, Ada Donno, Edoardo De Candia, Antonio Verri, Fernando De Filippi, Ercole Pignatelli, Anna Maria Massari, Grazia Chiesa, Rina Durante, Vittore Fiore, Aldo D’Antico, Franca Capoti,Massimo Melillo, Sergio Vuskovic Rojo, Silvio Nocera,Salvatore Luperto, e tanti,tanti altri. Foto in bianco e nero della prima giovinezza di Massari, trascorsa nella sua amata Lecce, nella casa di Contrada Rapesta, Sant’Oronzo fuori le mura, con la sorella Anna Maria, Grazia Chiesa, Rita Guido, Gigi Giannotti, e poi foto delle sue opere, tante, dei Frammenti, delle Onde, delle Macchie, foto prese da varie esposizioni tenute dall’artista e del pubblico che vi ha partecipato, molte allo Studio D’Ars di Milano con il grande amico Oscar Signorini, delle copertine dei suoi libri e dei manifesti pubblicitari delle sue mostre, nella sua casa studio di Milano, foto con Pietro Martino e Ilderosa Laudisa, Mimmo Caramia, Caterina Ragusa, Marisa Romano, Lino De Matteis, Luigino Sergio, a casa di amici con Maurizio e Ada, Luigi Chiriatti e Marisa Palermo Chiriatti, foto dei suoi dipinti, eccetera. Per concludere con le parole di Maurizio Nocera “il cammino di Massari è tortuoso, di sofferenza, si, ma occorre andare oltre le porte del nulla, sui piccoli mondi appesi alle stelle per uscire dal vuoto(spinto), e cercare, e trovare il sorriso di una cometa”.

Tutti i sensi implicati per degustare un buon miele

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di Mimmo Ciccarese

 

Tra gli antichi popoli era una felice consuetudine offrire alla coppia dei novelli sposi una sufficiente scorta d’idromele, un’ambrosia alcolica ottenuta dalla fermentazione del miele, come simbolo di fertilità e buon auspicio. Tale usanza pare fosse corrente anche tra le diverse stirpi europee, arabe, e particolarmente diffusa nel Medioevo, quando la sposa portava in serbo un po’di miele da porgere all’amato nella sua prima luna di nozze. I rituali connessi alle fasi lunari, chiamati Esbat, suggerivano giugno come il “mese del miele”, il periodo favorevole da dedicare ai mutamenti, alla responsabilità e al matrimonio.

Il matrimonio per i Messsapi, s’officiava, invece, con l’offerta di mosto d’uva fermentato e dolcificato con miele e misteriose spezie, ricette già citate, in qualche modo, da Apicio, fortunato cuoco al servizio degli imperatori romani. Tra i colonizzatori di Terra d’Otranto, la produzione del miele era diffusa nella regione detta Valle della Cupa, dove si riscontravano arcaiche arnie, le cosiddette “ucche” o “apàri”, manufatti litici che appellavano alcune località annesse all’antica Rudiae, l’odierna Lecce.

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Le testimonianze che evidenziano le analogie d’allevamento delle antiche civiltà con quelle attuali sono davvero cambiate di poco; i metodi di raccolta e la cura degli apiari, ad esempio, sono molto simili.

È proprio tra maggio e giugno, quando il cisto, il timo e l’acacia esplodono di stami, che gli apicoltori smielano i favi per il prodotto nuovo, quello che riassumerà in seguito, dopo la filtrazione, tutti i suoi requisiti.

Il valore di un miele, come avviene per l’olio e il vino, può essere qualificato attraverso le analisi sensoriali degli esperti riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole; sin dal 1999, quindi, su un apposito albo sono rubricati tutti gli assaggiatori capaci di testarne e accreditarne la sua bontà. L’obiettivo di tale istituzione è sicuramente quello di uniformare tutte le misurazioni utili per tracciarne le proprietà intrinseche. Migliorare la qualità significa tutelare la tipicità di un territorio, la sua realtà produttiva, magari con azioni di promozione sotto forma associativa o di marchio collettivo. Ogni miele manifesta una virtù, un gusto che lo differenzia da un altro.

Esistono parametri ben definiti, uniformati alle tecniche di assaggio, che consentono di spiccare attraverso i sensi descrizioni utili come l’origine botanica, i suoi pregi e i suoi difetti.

Non è per nulla semplice individuare o classificare un miele. Le procedure che riguardano l’osservazione permettono di rilevare se esso sia pulito, omogeneo, cristallizzato o troppo liquido; se le tante sfumature di colore spaziano dall’ambrato al panna o dal pesante al luminoso.

L’olfatto offre la possibilità di precisare l’intensità degli aromi floreali, l’odore di resina, del fruttato, dell’uva, della mela, del malto o del cacao.

Il movimento dalla bocca tende a far identificare i quattro gusti basilari, caratterizzati spesso dalle punte di amaro o di acido.

Le sensazioni legate al tatto, concedono valutazioni sulla consistenza del prodotto: la pastosità, la viscosità, la cremosità, la qualità e la dimensione dei suoi cristalli, la tendenza a essere gelatinoso, la densità e la fluidità.

Molto interessante, a questo proposito, ricordare il concorso internazionale Premio Biolmiel 2013, favorito dal Consorzio Italiano per il Biologico, che da Bologna, passando per il Biofach di Norimberga, ha recentemente premiato i migliori mieli, ottenuti secondo i disciplinari bio. Il giurì internazionale, composto da intenditori provenienti da tutta Europa, si è raccolto presso il Cra-Api, centro di ricerca e divulgazione sull’apicoltura, dove risiede l’albo nazionale degli esperti di analisi sensoriale del miele ed ha analizzato oltre 170 campioni di miele provenienti da disparati paesi europei e americani, oltre che da tutte le regioni italiane.

Parlare di miele oggi riconduce inevitabilmente, oltre che alla protezione delle api che muoiono per colpa di troppi inquinanti, anche a quella di altre specie che garantiscono con l’impollinazione la riproduzione di gran parte delle piante agronomiche per la nostra alimentazione.

 

 

Lu cularìnu

da capolavoriatavola.it
da capolavoriatavola.it

di Armando Polito

La voce designa l’intestino retto dei bovini e dei suini (in italiano culare o gentile) e dal punto di vista gastronomico è stata splendidamente trattata dall’amico Massimo Vaglio in un suo post1. Non so se la mia trattazione dal punto di vista etimologico sarà altrettanto splendida e se per i connessi ricordi d’infanzia non mi varrà l’accusa di pessimo gusto o, addirittura, di volgarità. Pur non ritenendomi un puro senza riserve, memore dell’omnia munda mundis (tutto è puro per i puri), io continuo imperterrito e chi vuole mi segua2.

cu1

 

Riconosco anzitutto che la fortuna oggi è dalla mia parte perché ciò che sto per dire è chiaro come la incompetenza o disonestà oppure, come succede più spesso, l’una e l’altra insieme, di chi ci governa o di questo o quel banchiere (tanto per servire due piatti sempre caldi caldi e freschi freschi nello stesso tempo…), i quali, pur responsabili evidenti di uno sfacelo (già gravissimo se fosse dovuto solo ad incompetenza, la quale chiamerebbe comunque in causa anche chi in quel posto ce li ha messi, indovina chi … e il circuito perverso si chiuderà) vengono liquidati con vitalizi e buonuscite faraoniche e mai con un calcio nel culare

In Italia per risolvere i problemi di un ente pubblico o privato e per imporre una nuova tassa più esosa della precedente (vedi IMU), basta cambiargli il nome o, come fra poco suggerirò, rinfrescarlo mantenendo intatto l’acronimo. Per esempio MPS, sciolto, ora è Monte dei Paschi di Siena: Paschi è il plurale di pasco, variante letteraria (Dante, Inferno, XX, 75: e fassi fiume giù pe’ verdi paschi) di pascolo.  Pasco è dal latino classico pàscuum e pascolo dal derivato medioevale pàsculum, tutti connessi con i verbi pàscere=condurre al pascolo e pasci=pascersi, mangiare. L’importanza del mangiare è meravigliosamente rappresentata dall’iniziale maiuscola di Paschi che credo sia comparsa subito, molto prima che esplodesse la moda degli acronimi: ricordo, per chi non lo sapesse, che questa banca sorse sulle ceneri di un precedente Monte di Pietà o Monte Pio, assumendo il nome attuale perché i prestiti venivano erogati assumendo a garanzia la rendita dei pascoli.

MPS-Monte-Paschi-di-Siena-lavoroIl nuovo MPS potrà essere sciolto in Monte dei Pascoli di Siena. Oltretutto ci guadagnerà in chiarezza (tutti sanno cos’è un pascolo, non tutti cos’è un pasco) e chi fino ad ora ci ha mangiato potrà continuare a farlo impunemente (l’autorizzazione viene dallo stesso nome …)  e la ragione sociale (che in gergo tecnico è, appunto, il semplice nome) coinciderà con lo scopo per cui la società stessa agisce, con la sostituzione definitiva del significato originario di pascolo con quello metaforico. Voglio vedere appigliandosi a quale cavillo qualche magistrato in vena di protagonismo oserà avanzare sospetti di reato. Naturalmente il pascolo continuerà ad essere riservato non alle pecore /azionisti ma ai lupi/amministratori e ai loro capibranco/politici. Abbandono questa parentesi, in cui la similitudine mi ha costretto a trattare di buffonate e buffoni, per ritornare alle cose serie e oneste, anche se con un ultimo amarissimo sobbalzo debbo far notare che onesto è dal latino honèstu(m), a sua volta da honos=onore. Stessa etimologia ha onorevole, ma chi, comune ed onesto cittadino, non prova disagio a collegare ad onore questa voce nel suo significato politico che, grammaticalmente, per giunta, è sostantivato? Lascio immaginare a quale sostanza, anche in rapporto al tema di oggi, mi vien da pensare …

È chiaro che cularìnu è diminutivo di culàre, il quale, a sua volta, è aggettivo sostantivato da culo e  questo dal latino culu(m)=ano.

cu2

 

Quanto a gentile esso non trova altra spiegazione se non nel sinonimo raffinato, di qualità pregiata (vedi i nessi: sapore gentile, profumo gentile); tutto diventa più chiaro quando si pensa che esso è utilizzato per insaccare salumi di qualità, per esempio il Felino (che trae il nome dalla cittadina in provincia di Parma e non, come qualcuno, ma non Nerino …, potrebbe lì per lì supporre, perché è fatto con carne di leone o di gatto, almeno fino a che qualche notizia di cronaca non darà ragione a quel qualcuno …) e che salame gentile è il nome di un prodotto dello stesso tipo.

cu3

 

Culàre come semplice aggettivo è già presente nel XIV secolo: Franco Sacchetti, Il trecentonovelle, novella 207:  E frate Domenico con frate Antonio se ne portarono quella culare reliquia (si tratta di un paio di mutande) e continua nel successivo: Domenico di Giovanni detto il Burchiello, Rime, CCCXXXIII, 1-2: Ho inteso che hai fatto una steccata,/che ti ha ristretto sì el budel  culare …

Non si creda, però, che la voce cularìnu sia una creazione del nostro dialetto. Eccone due attestazioni datate:

a) In Gioanni Batista Trutta, Novello giardino della prattica, ed esperienza, Paolo Severino Boezio, Napoli, 1785, a pag. 437 leggo: Conoscerete detta infermità con vedere, che il Bove camina col forame aperto, e quando si muove, e camina fa rumore col detto forame, o vero cularino dell’intestino colonno; e sentite, che il forame fa cro, cro: con tenere il Bove gl’occhi dismessi, o incavernati, e camina con languidezza.

b) Nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, tomo I, Porcelli, Napoli, 1789, pag. 222, al lemma MAZZO leggo: le interiora dell’uomo, o d’altro animale: intendesi anche del cularino, onde te faccio ascì lo mazzo, val a colpi di bastonate, e calci ti direno. Prendesi pure pel genitale.

Che la voce sia di origine napoletana lo confermerebbe la sua presenza ne Lo Cerriglio ‘ncantato, II, ottava 23. di Giulio Cesare Cortese (XVI-XVII secolo): Schirosso se chiammava, e facce, e fice/era, e no gran trellegna, e ciento facce,/ ommo, che pe no truocchio, e na radice/s’avaria fatto arrappà li mostacce;/ ommo, che tradarria duciento ammice/pe tre decinco, o pe duei sanguinacce:/ma si nce n’è quarcuno colarino,/te mprommette de fa dell’acqua vino (Si chiamava Schirosso e non si capiva se c’era o ci faceva ed era un pendaglio da forca4 e per un ravanello si sarebbe fatto arricciare il baffo; uomo che avrebbe tradito duecento amici per quindici tornesi5 o per due sanguinacci: ma se ce n’è qualcuno cularino ti promette di trasformare l’acqua in vino).

La voce primitiva latina (culus) si presta a parecchi equivoci indotti da una certa vicinanza anatomo-semantica e da affinità fonetica.  Colon (da cui la voce italiana) o colum, sempre in latino, significa sezione, parte di un verso, intestino crasso, colica. La voce è di origine greca (dove è attestato un κόλον=tratto dell’intestino e un κῶλον=arto, intestino crasso, estremità, parte di un verso). Forte è la tentazione di collegarlo a culus. Ma l’inghippo sta a monte, nel senso che già in greco nei manoscritti erroneamente si trova κῶλον invece di κόλον e la confusione tra i significati ha finito per essere trasmessa al latino dove si spazia (basta ripassare i significati registrati per colon/colum) dai dolori di pancia alla poesia, complice la presa in considerazione del solo κῶλον che ha dato in latino cōlon/cōlum e non anche (da κόλον) cŏlon/cŏlum. Tutto ciò, insieme con il fatto che quando la voce ha un significato anatomico indica l’intestino crasso, è sufficiente per escludere parentele tra culus e colon.    

Un altro equivoco può essere propiziato dalla parola culinaria e ci cascherà chi crede (in base alla battuta di qualche comico?) che la voce sia composta da cul+in+aria. Culinaria, invece, è dal nesso latino ars (=arte) culinària (della cucina); culinària, a sua volta, è da culìna=cucina. Tuttavia nel Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange, Favre, Niort, 1883, v. II, pag. 648 al lemma CULINA si legge:

cu5

Traduco, riassumendo, per chi non ha dimestichezza con il latino e se ne cruccia: In un glossario3 di Isidoro di Siviglia culina (=cucina) viene accomunata nel significato a latrìna (=latrina) e a secèssum (=ritirata). In un glossario latino-greco si legge: conclavis (=stanza chiusa a chiave) e culìna (=cucina), ἀφεδρών (=latrina, fogna), ἀπόπατος6 (=ritirata), λουτρών=bagno, recessum (=ritirata). Ancora: polyandrium (=cimitero); nell’opera di Agenio Urbico sui confini dei campi libro I: Ci sono in periferia luoghi pubblici destinati alla sepoltura dei poveri, luoghi che chiamano Cucine. Se in questo senso debba essere inteso culina in vecchie iscrizioni presso Grutero 24.2, 48.3 e in altre presso Iacopo Sponio in Viaggio tomo 3 pag. 47 è molto incerto.

Si direbbe, pensando ad alcuni dei significati riportati (latrina, fogna, bagno, ritirata) ,  che il culo cacciato dalla porta sia rientrato dalla finestra, ma non è così. Siccome l’opera originale ha più valore del commento successivo fatto da un glossatore, andiamo a vedere cosa dice Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XX, 10) : Ab igne colendo culinam antiqui appellaverunt focum: φῶς enim Graece, Latine ignis est ….  Varro autem focos ait dictos quod foveant ignes; nam ignis ipsa flamma est; quidquid autem ignem fovet focus vocatur … (Dal custodire7 il fuoco gli antichi chiamarono culina il focolare: infatti il φῶς greco corrisponde in latino ad ignis … Varrone poi sostiene che i focolari  si chiamano così perché favorirebbero (foveant) gli ignes; infatti la stessa fiamma è fuoco  e tutto ciò poi che favorisce l’ignem si chiama fuoco)8.

Tenendo conto che in latino le vocali conservano la quantità originaria anche nei derivati, la conferma che culìna non ha niente a che fare con culus viene dall’esame della quantità delle loro vocali: la prima u è breve in culìna, lunga in culus.  I sinonimi proposti dal glossatore trovano la loro ragion d’essere nella collocazione dei servizi igienici nelle antiche case romane, come ha mostrato l’archeologia a Pompei confermando le testimonianze letterarie9, dove l’arredo tipico della cucina consiste in un’isola di cottura in muratura ricoperta di tegole e in una latrina con pozzo nero sottostante. Dalle fonti letterarie apprendiamo inoltre che i padroni normalmente, senza recarvisi di persona, si servivano per i loro bisogni di vasi che poi i servi svuotavano in questo ambiente: in tal modo, grazie anche alle finestre e a tubi in terracotta che garantivano il ricambio dell’aria, s’impediva non solo ai fumi della cucina ma anche ad altri (chiamiamoli fumi!) di diffondersi per la casa …

Non è finita. Va detto che il testo di Isidoro riportato e da me tradotto è quello dell’edizione curata da Faustino Arevalo pubblicata da Fulgonio a Roma nel 1801, l’unica in cui compaia culina. Lo stesso curatore, infatti, propone questa lezione poiché, dice in nota,  mendose codices omnes (erroneamente tutti i codici) recano: ab igni colendo et ligna (da curare il fuoco e legna). L’Arevalo opera la sua correzione perché culìna compare in brani di altri autori ed egli a supporto della sua congettura cita un frammento del I libro del De populi Romani di Varrone (I secolo a. C.) tramandatoci da Nonio Marcello (probabilmente IV secolo d. C.), De compendiosa doctrina, I, 315; si tratta della stessa citazione già parzialmente riportata in Isidoro:  In postica parte erat culina, dicta ab eo quod ibi colebant ignem (Nella parte posteriore c’era la cucina così detta dal fatto che lì curavano il fuoco).

Sia o non sia presente culina in Isidoro (ora sappiamo che non c’è), l’operazione fatta dall’Arevolo è, comunque, filologicamente scorrettissima ed improponibile nei casi in cui la tradizione manoscritta (peraltro costituita da codici non derivati l’uno dall’altro: è il nostro caso) è univoca.

Con culìna, poi, non ha niente a che fare il nostro cucina, che è dal latino tardo coquìna a sua volta dal classico còquere=cuocere (dunque un’origine deverbale, come per culina che è da còlere).

Quale migliore occasione per chiudere questa parte con un nostro proverbio che sembra riassumere tutta la questione?

Cce cc’entra lu culu (culus) cu lli quattru tempure (colon/culinaria)?

(Che ha a che fare il culo con le Quattro tempora?)

Non è che oggi sia particolarmente votato alla volgarità, però col culo ho iniziato e col culo termino. Cularìnu definiva mia madre la estroflessione temporanea di una piccola parte del retto in seguito allo sforzo indotto dalla stipsi (non molti gli episodi, ma sufficienti per ricordarmi ancora oggi della voce …). Se qualcuno conosce una voce unica che corrisponda in italiano a questa definizione, me la comunichi: prometto solennemente che risparmierò a lui ed agli altri, almeno in questo caso, qualsiasi disquisizione etimologica cu4

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/09/gastronomia-la-lectio-di-massimo-tutto-sulle-frattaglie/

2 Il che presuntuosamente presuppone che la redazione difficilmente procederà a cestinare questo post. Che spudoratezza!

3 Raccolta di definizioni di parole contenute in un’opera precedente che qui è Etymologiae di Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo d. C.). Tra i sinonimi greci riportati ἀφεδρών e ἀπόπατος sono tratti da frammenti di Filosseno di Alessandria (I secolo a. C.).

4 Rendo così in italiano l’originale trellegna: la forca è costituita da tre pezzi di legno.Vedi più avanti nel testo principale e in nota 5 tre legne.

In un primo momento, ingannato dal contesto  e frustrato dall’esito negativo fornito in rete dai motori di ricerca, avevo ipotizzato un’errata lezione e che, comunque, decinco fosse qualcosa di commestibile; provvidenziale, però, a correggere l’errore è stato l’aiuto dell’amico e studioso napoletano Salvatore Argenziano, il quale mi ha fatto fulmineamente sapere che la decinco è una moneta corrispondente a cinque tornesi. Non per sfiducia ma per mia maggior cultura questa volta ho digitato la parola tra virgolette (la prima volta non ci avevo pensato ed era comparsa una caterva di de cinco e neppure un decinco) ed ecco i risultati più datati: Giambattista Basile (XVI-XVII secolo), Lo cunto de li cunti, I, 10: … che tre decinco resceno tre legne …  [che tre cinquine (false) abbiano come conseguenza per noi che le abbiamo fabbricate  la forca]; Giulio Cesare Cortese (XVI-XVII secolo), Vaiasseide, III, 10, 8: … s’allogaie [a] na  decinco  na fenesta (prese in locazione per cinque tornesi una finestra). Nel corso di questa ulteriore indagine ho appreso anche che il nome italiano di questa moneta coniata a Napoli da Ferdinando I d’Aragona e successori era cinquina. Non mi è difficile, infine, concludere che decinco è dalla locuzione spagnola decinco (di/da cinque).  Molto probabilmente le tre decinco del Basile è la tre cinquine di Filippo III (1598-1621) in basso riprodotta.

moneta Filippo III

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Così va corretto l’ ἀπόδατος che si legge nel Du Cange.

 

 

Racconti di Galatina. La còcula de l’anime

di Pippi Onesimo

 

La chiesetta delle Anime, in silenziosa contemplazione, sembra riunire insieme, quasi tenendole per mano, due porzioni squarciate di antiche mura, attraverso le quali sfiora, voltando le spalle con comprensibile pudore, Piazza Lillo.

Non vi è più traccia, non solo di queste mura, ma neanche della cosiddetta Porta delle Anime, o meglio, come sembra, di un piccolo varco abusivo aperto fra le mura originarie, molti anni dopo.

E’ sparita anche, come tutte le altre, una delle meravigliose cinque “torri”, che sembra lì si ergesse (come “congettura” la instabile e confusa tradizione popolare) imponente, solenne e severa a difesa della città, prima ancora che via Lillo, da sempre costretta a risalire per via Vignola, avesse la possibilità di affacciarsi sulla l’estrema periferia del paese, scivolando su via Soleto giù e ancora più giù, verso il Rione Italia.

Qui, troviamo la più grande, spettacolare, delittuosa testimonianza di speculazione edilizia, ideata e realizzata in questo comune.

Lo scempio, minuziosamente disegnato in perfetti riquadri simmetrici tutti perfettamente allineati, senza piazze, senza polmoni di verde e senza menamentu, mancu de nu metru quatru, in una scacchiera, che solo la follia del business poteva concepire, allora non era stato ancora compiuto.

Oltrepassata la chiesa, al di fuori delle Mura, precisamente alla destra di chi scende dalla via de lu Cazzasajette, si trova la “Còcula de l’Anime”, che è uno slargo ovale, ora di pochi metri quadri, ma un tempo molto più spazioso.

E’ lievemente ristretto rispetto al suo originale, perché rimodellato dalla strada (via Giuseppina del Ponte) asfaltata per esigenze di viabilità e delimitato da un marciapiede fino a Vico Topazio.

Mattonato con arruffate soluzioni geometriche, e occupato in parte, sino a pochi giorni fa, da una cabina telefonica in indecente stato di abbandono, è arredato con frettolosa approssimazione con una panchina di pietra, mascherata con assi di legno.

Lo custodisce l’ombra fitta e odorosa di un solenne, solitario albero di pino, corrucciato e indispettito per la presenza di due robinie anoressiche, piantumate di recente, che offendono la sua maestosa eleganza

Così come si presenta oggi, la “còcula“ è la dimostrazione concreta della improvvisazione e della confusione culturale, in salsa arruffata, che regna sovrana a Palazzo, quando si affronta il problema dell’arredo urbano.

E Piazza San Pietro è stata anch’essa, sino a ieri, vittima illustre ed incolpevole di quella incoltura, quando è stata offesa e deturpata dal posizionamento scriteriato di alcune cùcume ricolme anche de scisciariculi e marve.

La Piazza grida ancora vendetta con tutta la forza della sua legittima disperazione, perchè ha subito, a memoria d’uomo, il quinto tentativo di violenza : prima le catine pe lli scjurnatieri, poi un albero di abete piantumato al centro della Piazza in occasione di un Natale, poi le palle, poi li sedili e, infine, lo scempio delle cùcume.

Ora, finalmente, è libera !

La còcula, allora, era completamente sgombra, ricoperta solo di ghiaia e di terra battuta.

Era, di sicuro, meno adatta igienicamente ad accogliere le bancareddhre de nuceddhre, de cupeta, de mantaji e zacareddhre cu lle tine de schipece, ma era più familiare e più paesana.

Alcuni pethroji a carburiu, o citilene (lumi ad acetilene), anneriti dal fumo e cagionevoli per l’età, con le loro fiammelle tenaci e resistenti anche alle capricciose e improvvise folate di vento, le illuminavano con luce stentorea e traballante, a tratti intermittente, durante la festa de Cristu Risortu.

Spandevano nell’aria un odore soffusamente gradevole, che infondeva allegria e vivacità alle conversazioni e allo scambio di saluti in un caratteristico, ciarliero brusio di festa paesana, e, in particolare, rionale.

In precario equilibrio, vi sostavano anche sparute combriccole di avventori, vivacemente loquaci, perché “brilli e spiritosi”, di una antica e attrezzata osteria, di cui è rimasta solo traccia in un vecchio portone.

Questa festa, che cade ogni anno la domenica immediatamente successiva a quella della Pasqua, era molto sentita e seguita, anche se… tristemente famosa (a parte i fatti di sangue avvenuti agli inizi del secolo scorso, che hanno tutt’altra matrice e significato sociale) per le risse, a volte violente, provocate per futili motivi, che, a ricorrenza costante, vi accadevano.

Era risaputo che il Rione de l’Anime pretendeva di essere considerato il Rione più capicaddhu (testa calda) del paese, anche se doveva fare i conti con quello della Porta Luce, col quale stava sempre a discrazzia de ddiu (in eterna rivalità).

Comunque, lì convenivano, durante la festa, tutti li sbelisciati degli altri Rioni, in cerca di divertimento, di baldorie o… cu ssi trovanu la zzita (fidanzarsi).

Il campanilismo rionale era ben coltivato e simpaticamente sostenuto. Gli scherzi e i dispetti, a volte pesanti, erano la manifestazione esteriore della loro rivalità.

Adesso non più!

Oltretutto il rione delle Anime, come tutti gli altri del centro Antico, è desolatamente spopolato, nonostante i timidi, sporadici tentativi di rivitalizzarlo attraverso il recupero e la ristrutturazione edilizia di corti e palazzi, finanziata da privati acquirenti, sopratutto stranieri.

Le antiche mura, o meglio quelle virtuali, scendono dalla via de lu Turrione (via D’Enghien) e si accostano delicatamente alla Porta Cappuccini.

Poi proseguendo verso le scaleddhre, cha pòrtanu rretu llu Ràttulu (Vico Dolce, che, dall’imboccatura di C.so G. Del Ponte, si congiunge con Vico Freddo) e superata la chiesa delle Anime, abbracciano, ansimando per la ripida salita, il costone della chiesa della Madonna del Carmine e si ricollegano alla Porta Nova, o Porta San Pietro.

Di quelle vere sono rimaste poche tracce: ad ondate storicamente susseguenti, sin dalla notte dei tempi, hanno subito l’accanimento barbarico di chi, per l’insipienza, o l’assenza, o l’indifferenza del Palazzo, ha sgretolato con rozza spavalderia porzioni di mura, o divelto cornicioni per realizzare vere e proprie abitazioni, o per aggiungere qualche vano a quelle preesistenti.

Altri le hanno violentate con scandalosa impunità per l’apertura di finestre o per il passaggio di canali di gronda.

Le imprese autorizzate (da chi?) per gli allacci della corrente elettrica, acqua, telefoni e gas hanno poi completato l’opera, senza che mai nessuno si sia preoccupato di controllare, di vietare e, al limite, di chiedere conto degli enormi danni procurati.

Oh che bella Città!

Speriamo ca lu Patreternu ce la conservi a lungo, nonostante i barbari e le colpevoli collusioni o insipienze (di ieri, di oggi e di domani) del Palazzo.


Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Davide Monaco. Il poeta, il filosofo, il critico

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di Paolo Vincenti

 

Sull’ultimo numero di “Note di Storia e Cultura Salentina” (Società per la Storia Patria di Maglie, XXII, Argo Editore 2012), compare un contributo di Manuel De Carli e Sergio Torsello su “Davide Monaco. Il poeta, il filosofo, il critico letterario”.  Dopo gli studi di Carlo Franza (Davide Monaco, in “Profilo storico, critico e bibliografico di alessanesi illustri dal ‘500 al ‘900, Galatina, 1978) e di Sergio Torsello ( Davide Monaco, sacerdote e letterato alessanese . Appunti per una biografia, in “Controcanto”, Alessano, giugno 2006), lo stesso Torsello insieme al De Carli tornano, per approfondirla, su questa figura così interessante di erudito, l’illustre Monaco (1863-1916), insegnante, critico letterario, filosofo e poeta.

Autore di opere come “Foglie morte”(1890), “Arturo Shopenhauer”(1890), “Padre Agostino da Montefeltro”(1889),  “TeofiloFolengo e la poesia maccheronica in Italia” (1891), “Linea per linea” (1896),  tipo passionale ed arguto, brillante, fine polemista, Monaco fu in contatto con tutti i maggiori esponenti della cultura salentina e nazionale dell’epoca.

Sacerdote colto e raffinato, sempre controcorrente, ha lasciato anche una notevole mole di lettere, attestati, articoli su riviste locali e tante opere minori, sicché la sua  è una figura certamente da ricordare sia per la natìa Alessano che per gli studi salentini.

Giuseppe Resci, in Cina i racconti (in b/n) dell’inquietudine

 

Giuseppe Resci, Open-gate
Giuseppe Resci, Open gate

 

di Francesco Greco

 

Un’inquietudine intensa, energica, decisa, vigorosa, magica: carica di bianchi e neri pronti a “fermare” il movimento del tempo e il senso del fluire delle cose, cercando in quell’attimo l’equilibrio dell’immagine per ricrearlo.

Se è vero che “ci sono fotografi che guardano il mondo per farne fotografie e quelli che fanno fotografie con l’esigenza di raccontare il mondo” , il pugliese Giuseppe Resci appartiene decisamente a quest’ultima categoria.

I suoi paesaggi sanno ben raccontare un mondo denso di antichi anfratti attraversati dall’intensa luce del Sud, una luce che a volte corrode pietre e piante  increspando tormentosi nuvoloni bianchi.

Il colore non esiste nelle immagini dell’artista, ma s’intuisce. I blu, i rossi, i verdi, gli ocra, si leggono nelle pieghe infinite dei grigi fino al bianco più bianco e al nero più nero, interpretando con risoluta capacità creativa singoli elementi della composizione.

Mario Giacomelli – grande firma della fotografia italiana – sosteneva che “prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima”. Questo significa in fondo che lavorando in questi ambiti si ha la possibilità di “sentire” la realtà intorno e poi la facoltà di interpretarla ridando all’osservatore una propria verità della vita.

Giuseppe Resci, Sun and thorns
Giuseppe Resci, Sun and thorns

Giuseppe Resci ha la consapevolezza di tutto ciò, ma soprattutto la sensibilità della scelta, del momento fatidico, in cui quella realtà fatta di ritratti intensi, di corpi sensuali, di nature ataviche e incontaminate  incontrano una luce che sa dare valore ad ogni dettaglio e sfumatura.

“Il mio compito – afferma l’artista – è trasmettere all’osservatore tutta l’inquietudine e l’adrenalina che ho dentro quando scatto, tutto  racchiuso in un singolo fotogramma… “.

Giuseppe Resci è nato nel 1959 a Gagliano del Capo (Salento meridionale). Studi classici, poi laurea in Medicina (a Roma). Comincia a fotografare nel 1978, da autodidatta e, in seguito, studia Fotografia e si perfeziona alla Scuola Romana di Fotografia nel quartiere San Lorenzo, sempre nella Capitale. Nelle sue opere rappresenta atmosfere dense e mondi onirici sospesi sul reale ordinario. L’essere umano, relativamente poco rappresentato, è spesso sostituito da una galleria di simboli (riflessi, ombre, manichini) vettori di messaggi articolati e complessi che conducono l’osservatore ad approdare a dimensioni percettive che abitano nei luoghi ancestrali dell’immaginario e dell’inconscio, site a profondità tali da non poter essere raggiunte senza provare emozione, inquietudine, piacere o anche stupore e arrivare così a porsi interrogativi su se stessi.

Resci sostiene che l’Arte, nel figurare in prima istanza ciò che prima non era visibile, si deve dirigere verso il pubblico, mai il contrario. Per questo preferisce esporre in luoghi non convenzionali, modulando di volta in volta la selezione e spesso il concepimento delle proprie opere in funzione del sito espositivo, affinché possano fondersi in un unicum che diviene un vibrante strumento di comunicazione e condivisione artistica.

Fotografa in bianco e nero su pellicola e su dorsi digitali. Effettua ricerca fotografica in Italia e all’estero a si dedica alla post-produzione e alla stampa Fine-Art. Vive alle porte di Roma, in aperta campagna, in una dimora isolata, posta di fronte all’enigmatica maestosità del Monte Soratte. Per il 2013 (tra fine estate e inizio autunno) proporrà le sue inquietudini in bianco e nero con un’esposizione fotografica nel contesto di “Pechino – 2013 – Beijing  A. C. Art Museum Dongzhimenwai St.”, allestimento permanente, e successivamente un reportage e una ricerca su Pechino e la Mongolia.

 

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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