NORDICI E SUDICI

Centocinquant’anni trascorsi invano

NORDICI E SUDICI

Poco è stato fatto per attenuare l’enorme divario tra un Nord dinamico e un Sud sempre più rassegnato e impotente. L’Italia è tutt’altro che unita, anzi, a distanza di un secolo e mezzo, il gap economico-sociale tra le due comunità è consistentemente aumentato

di Rino Duma

Non me ne vogliano i lettori se, a bella posta, ho utilizzato il termine “sudici” per definire i meridionali: non è mio costume usare parole offensive nei confronti di qualsiasi uomo, figuriamoci se rivolte nei riguardi dei miei conterranei.

Ho preso in prestito la pesante e infelice definizione dal socialista bolognese Camillo Prampolini, che, all’inizio del ‘900, ebbe a distinguere gli italiani – vantandosene – in “Nordici e Sudici”. Una frase, un motto, un marchio d’infamia, che si commenta da sé.

Le ragioni che hanno determinato la profonda frattura tra settentrionali e meridionali sono riconducibili a molteplici cause, tutte figlie di un’unica madre: l’Unità d’Italia!

Con questa affermazione non vorrei essere tacciato di faziosità, assolutamente no! Mi sento italiano a tutto tondo e sono fiero di esserlo. Amo le tradizioni, la cultura, la quotidianità della vita che anima l’intero stivale: le sento mie, le vivo, me ne compiaccio o ne soffro, a seconda delle varie situazioni. Al tempo stesso, però, non posso fare a meno di esternare sentimenti di amarezza e di sdegno per le ripetute umiliazioni e gli abusi subiti dalla mia gente, nel corso di tanti anni, per opera di settentrionali prepotenti e altezzosi, quasi appartenessero a una “razza superiore o dominante”. Le ingiustificate accuse provengono da persone che non conoscono la vera storia che sta dietro all’Unità d’Italia, perché nessuno, volutamente, gliel’ha mai fatta conoscere e studiare. Forse non la conoscono nemmeno gli stessi meridionali. Come dire: la storia dei vincitori prevale su quella dei vinti e prevarica sempre le loro ragioni e diritti.

Per fare maggiore chiarezza esaminiamo la situazione socio-economica italiana all’alba dell’Unità.

Nel Regno delle due Sicilie l’analfabetismo, l’ignoranza, lo sfruttamento e l’enorme indigenza si attestavano intorno all’80% dell’intera popolazione e, soltanto nei grandi centri urbani, scendevano di dieci-quindici punti percentuali. I grandi latifondisti, possessori d’immense proprietà terriere (mediamente diecimila ettari), incravattavano il popolino con pesi e condizioni di vita insopportabili, al limite della sopravvivenza umana. Insomma, si era instaurato e consolidato da diverso tempo una sorta di sfruttamento di tipo colonialistico, nell’ambito della stessa comunità.

Non stavano meglio i settentrionali, che vivevano dei prodotti della terra e della pastorizia ed erano sfruttati sino all’osso dai vari paesi del vasto impero austro-ungarico. Non vi era un adeguato sviluppo industriale, se non nelle grandi città, e l’istruzione era riservata unicamente al ceto sociale più alto. Anche qui, quindi, l’ignoranza, l’analfabetismo e lo sfruttamento regnavano incontrastati.

I settentrionali erano ritenuti dagli austriaci come “gente fiacca e priva di ogni iniziativa”. A testimonianza di tutto ciò, si cita la celebre frase di Clemente di Metternich che, oltre a ritenere l’Italia “una semplice espressione geografica”, considerava la gente padana “un imbelle popolo di straccioni”. Questa accusa inclemente fu poi spiegata da Cristina di Belgioioso, nei suoi “Studi sulla storia di Lombardia”, con “il difetto di energia dei lombardi”.

Quindi, se da una parte i “sudici” non se la passavano bene, dall’altra i “nordici” non stavano meglio. Non erano però straccioni né gli uni né gli altri, poiché in ogni parte d’Europa le condizioni di vita erano suppergiù identiche.

Se potessimo tornare indietro con una fantomatica macchina del tempo e fermarci nel 1860, ci accorgeremmo che l’88-90% dei duosiciliani (i meridionali del Regno delle Due Sicilie), se interpellati in un ipotetico sondaggio, non aderirebbe al progetto di Unità d’Italia. Si pronuncerebbero favorevolmente solo i liberali radicali e i repubblicani mazziniani, che vedevano in questo grande progetto la panacea di ogni male. Poco meno di un milione di persone su un totale di nove. Un’Unità d’Italia, quindi, che non tutti gli italiani hanno voluto.

Proseguiamo nel nostro excursus storico.

Si può asserire, senza alcuna possibilità di smentita, che il Regno duosiciliano era considerato, all’epoca dell’invasione piemontese, uno degli Stati europei più solidi ed efficienti per ricchezza, cultura e organizzazione politica e amministrativa, non altrettanto si può affermare dei cugini settentrionali, che, ad ovest, erano stretti nella morsa dei francesi, mentre, ad est, dell’impero austriaco.

Nel Meridione d’Italia il sistema bancario e finanziario godeva ottima salute e la circolazione monetaria, basata sulla presenza di moneta aurea e argentea (i ducati, per le operazioni commerciali di un certo valore) e bronzea (i baiocchi e i tarì, per i piccoli scambi), garantiva la massima solidità al sistema economico della nazione. Il Banco delle Due Sicilie emetteva in continuazione moneta sonante, che attestava il continuo trend positivo dell’economia nazionale. In Piemonte, invece, (non vi erano banche di Stato) operavano solo Casse di Risparmio, alcune delle quali erano state incaricate dal governo centrale a emettere carta-moneta, che inizialmente era convertibile in oro, ma – si badi bene – non alla pari, bensì in un rapporto di 3 a 1 (cioè, si davano tre lire in carta-moneta per ottenere una d’oro!), ma che ben presto diventò a corso forzoso (cioè non fu più concessa la possibilità di convertire la moneta cartacea in oro) e pertanto tutti gli scambi commerciali avvenivano unicamente in banconote. Si giunse a una decisione del genere per tamponare l’enormità del debito pubblico, paragonabile quasi a quello esistente oggi in Italia. In pochi anni la quantità di carta-moneta fu tanta e tale da determinare una pericolosa inflazione, l’aumento dei prezzi, la conseguente svalutazione del potere d’acquisto e la recessione economica.

Si doveva urgentemente trovare una soluzione al gravissimo problema per non andare incontro a una bancarotta di Stato. Come? Ci pensò Camillo Benso, conte di Cavour. L’astuto primo ministro stabilì importanti relazioni con la Francia, alla quale cedette Nizza e la Savoia, in cambio di un consistente aiuto militare contro l’Austria e di un non-interventismo francese di fronte a una politica espansionistica piemontese in altre parti dell’Italia, in particolar modo nel Meridione.

Il Regno delle Due Sicilie era un boccone prelibato e appetibile. Infatti, in quel periodo, la sua economia era al massimo splendore in ogni settore. Il commercio con l’estero era consistente, tant’è che la Marina Mercantile (la terza in Europa) poteva contare su ben 9.800 bastimenti, che collegavano ogni parte e ogni porto del mondo. Il Settentrione, ahinoi, aveva pochi sbocchi sul mare e, oltretutto, il traffico per terra era quasi nullo perché ostacolato dalla catena delle Alpi e da un quasi inesistente sistema ferroviario. Un’economia, quella del Nord, asfittica, che si raggomitolava su se stessa.

Nel Regno duosiciliano primeggiavano le industrie siderurgiche, su tutte quelle di Mongiana e Fuscaldo, e quella metallurgica di Pietrarsa. Qui si produceva dell’ottimo acciaio, da far invidia a quello inglese, binari, locomotive, carrozze ferroviarie, campane, cannoni, barre di ferro, lamierati, ingranaggi per macchine industriali e agricole, presse olearie, utensileria e oggetti di precisione. Immensi, poi, i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Pazzano, dove erano costruite, anche per conto di Stati europei, navi a vapore, bastimenti commerciali e navi da guerra. Importante anche l’industria manifatturiera, come quella tessile, della carta, della ceramica, del vetro, del mobile, della concia delle pelli, della trasformazione delle derrate alimentari (olive, uva, frumento, tabacco, frutta) ecc. Il Regno di Napoli era al centro della vita del Mediterraneo: dai suoi porti partivano bastimenti carichi di ogni ben di Dio, nei suoi porti attraccavano bastimenti stracolmi di prodotti provenienti dalla Spagna, Inghilterra, Francia, dalla Russia, dalla Turchia e dal medio ed estremo Oriente. Dagli archivi doganali dell’epoca emerge che annualmente gli scambi commerciali si aggiravano, tra import ed export, nell’ordine di cinquecento milioni di ducati d’oro!

Una grande fortuna, che suscitava anche tanta invidia.

Nel Settentrione c’erano delle industrie (meccaniche, tessili, manifatturiere, casearie, della ceramica, del vetro e del mobile), ma erano limitate nella produzione, perché limitato era il suo mercato.

Stanti, quindi, una recessione economica preoccupante e un debito pubblico alle stelle, l’unica via d’uscita per il Piemonte era quella di “assorbire”, tramite una fantomatica Unità d’Italia, altri Stati dello stivale. Il Cavour aveva visto bene. In pochi anni, grazie a Garibaldi e Mazzini, furono via via annessi gli staterelli emiliani, il Granducato di Toscana e infine il Regno di Napoli.

Approfittando dell’incerta situazione napoletana, a seguito della morte di re Ferdinando II (22 maggio 1859), e grazie al tradimento di alti ufficiali borbonici (il generale Sforza su tutti), il Piemonte fece un sol boccone della modesta resistenza borbonica, modesta a modo di dire.

Le conseguenze di quell’invasione non tutti le conoscono. Forzieri stracolmi di ducati d’oro, gioielli, oggetti d’arte furono trafugati e spediti a Torino. L’intero territorio fu messo a soqquadro: vi furono ruberie d’ogni genere, stupri di donne innocenti, eccidi di massa (anche bambini) in ogni angolo del Regno, ben quarantamila soldati borbonici arrestati, deportati e fatti morire di fame (ma c’è chi parla di cinquantaseimila!) nelle fredde prigioni piemontesi di Fenestrelle e di S. Maurizio Canavese (sono i primi lager della storia), interi paesi rasi al suolo (Casalduni, Pontelandolfo, Campolattaro). La gente moriva di fame e di stenti. Furono in molti a darsi al brigantaggio per difendere la propria dignità e la propria terra (ma non erano briganti!); in molti preferirono emigrare in Argentina, Australia, Canada, Stati Uniti d’America per non piegarsi ai veri briganti, quelli dai “colletti bianchi”.

I Savoia portarono via ogni cosa (non sto esagerando). Smontarono buona parte degli impianti delle migliori industrie e li rimontarono in Liguria, in Piemonte e in Lombardia. Ne beneficiarono i cantieri Cadenaccio, poi diventati Ansaldo, gli stabilimenti milanesi L’Elvetica, poi rilevati da Ernesto Breda e infine lo stabilimento meccanico torinese, che nel 1899 fu denominato Fiat. Portarono via i brevetti industriali, le maestranze specializzate, le migliori energie umane, la linfa vitale, lasciarono soltanto cumuli di macerie, la miseria, la fame, il dolore, una terra senza futuro, da cui scaturirono ben presto la desolazione, la sporcizia, la rassegnazione, l’abbandono e, nel mentre, si rafforzarono la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta. Portarono via anche la storia e le ragioni di una guerra mai dichiarata, di un’invasione ingiustificata, tutto nel nome di un’Italia Unita. Unità che non era mai stata voluta dai Savoia, poiché il loro vero intento era stato quello di metter riparo al dissesto finanziario, poi scaricato sui bilanci del nuovo Stato, che venne alla luce con il pauroso debito pubblico di 2.374 milioni di lire-oro. Ancor oggi gli italiani continuano a pagarne le disastrose conseguenze.

A voler fare un’ultima precisazione, va detto che il Regno delle Due Sicilie contribuì alla ricchezza dell’Italia Unita con 443,2 milioni di lire-oro, mentre il Piemonte con 27, la Lombardia con 8,1 e il Veneto con 12,7 (Rapporto presentato al Parlamento dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti). Ed è quanto dire.

Se ci fosse stata veramente la buona intenzione da parte dei Savoia di unificare e uniformare ogni parte d’Italia, sarebbero bastati pochi anni per farlo. La Germania, dopo la caduta del muro di Berlino, ha impiegato solo vent’anni per ricostruire la parte orientale della nazione. I tedeschi hanno investito marchi per un valore pari a tre volte l’aiuto concesso dagli Stati Uniti all’Europa attraverso il piano Marshall. Ma i tedeschi sono ben altra gente, nonostante i loro crimini di guerra.

Abbiamo ancora tempo davanti a noi per ovviare all’incuria e alle mancate promesse dei vari governi succedutisi nel corso di centocinquant’anni, ma per farlo è necessario che agli Italiani sia consegnata la vera storia e, soprattutto, che ci sia la ferma volontà a “edificare” un’effettiva unità del paese, attraverso una Repubblica Federale, in cui ogni realtà territoriale sia resa autonoma e debitamente sostenuta dal governo centrale. All’epoca, un sistema politico del genere era stato ripetutamente consigliato da Carlo Cattaneo a Vittorio Emanuele II, ma non se ne fece nulla, perché i propositi sabaudi miravano a tutelare ben altri interessi.

Oggi, nonostante i numerosi oltraggi patiti in tanti anni, noi meridionali ci sentiamo di essere Italiani, mentre altri inneggiano a una Padania libera, rinnegando l’Unità d’Italia e minacciando addirittura la secessione dal resto del paese. Come dire: vi abbiamo sfruttato una volta, oggi di voi non sappiamo cosa farne!

Noi, invece, vogliamo bene a quest’Italia, rotta e sfasciata, vogliamo che risorga e che ritorni a essere la nazione che un tempo in molti ci invidiavano e temevano.

Perciò, W l’Italia, con cuore e sentimento, ma senza rancore e ipocrisia!

 

 N.B. Pubblicato su Il Filo di Aracne, la cui Direzione si ringrazia per averne permesso la pubblicazione su questo sito.

2 Commenti a NORDICI E SUDICI

  1. Gent.mo,

    premetto che, a mio modo di vedere, la “vera storia” è un’utopia irrealizzabile e pericolosa. Ne deriva che anche quello che andrò a scrivere può (giustamente) essere giudicato parziale, scorretto, non veritiero. Alcuni punti:

    1. La ricchezza delle casse dello stato, il fiorire dei commerci e delle industrie sono dati sì significativi, ma che necessitano di opportune precisazioni. Come ben saprà, ad esempio, il PIL di uno stato non testimonia la ricchezza dei singoli cittadini. Uno stato ricco non è composto da cittadini benestanti se il benessere non è correttamente ridistribuito. Da questo punto di vista il Regno delle due Sicilie viveva di sperequazioni economiche e sociali difficilmente riscontrabili negli altri stati preunitari: il latifondo, sistemi sociali di stampo feudale, la forza del clero, la povertà diffusa, l’analfabetismo, etc. rappresentano tante facce di questa condizione. Anche nel nord, certamente, esistevano zone di profonda povertà ed arretratezza, ma credo sia difficile non annoverare sistemi sociali, tributari, civili, agrari più moderni, come ad esempio quelli legati all’azione riformistica degli Asburgo in Toscana e nel Lombardo-Veneto. Non credo inoltre che, a metà XIX secolo, la posizione geografica delle regioni settentrionali, con le economie francesi e tedesche in forte ascesa, possa essere descritta come infelice. Lo stesso Piemonte, con l’annessione di Genova, aveva costruito un saldo ponte verso il resto del mondo.

    2. In base a cosa si può affermare che l’88-90% dei duosiciliani non avrebbe aderito all’Unità? Possiamo discutere sui brogli, sul sistema, sul clima creatosi in alcuni comuni, ma credo sia difficile definire percentuali così nette. A meno che non esistano documenti e prove.

    3. Ben pochi (spero), oggigiorno, mantengono una visione edulcorata e radiosa della difficile unificazione nazionale. Sono abbastanza note le spoliazioni e le stragi, la mentalità coloniale diffusa in parte della classe dirigente (soprattutto piemontese), la terribile sorte di soldati e civili del sud. Bronte, Pontelandolfo, Casalduni fortunatamente non sono scomparsi dalla memoria di tanti.
    Questo tuttavia non credo giustifichi operazioni storiche di revisionismo assoluto.

    Prima e dopo l’unificazione nazionale, gli stessi meridionali hanno contribuito a definire la fisionomia del nuovo stato. Inoltre, soprattutto da inizio ‘900 in poi, un fiume di denaro (spesso frutto di un assistenzialismo interessato, non lo si può negare) è arrivato al sud tramutandosi in industrie, posti di lavoro, servizi sociali, etc. Il sud tuttavia non è cresciuto! Spesso si è avuto un arricchimento senza sviluppo, ma non si può imputare tutto questo esclusivamente ai nostri “colonizzatori”.
    Personalmente non riesco a dare la colpa al nord, nonostante tutti i lati “oscuri” dell’unificazione. I mali del sud vengono, in larga parte, dal sud stesso, dai suoi rappresentanti politici, dalle classi dirigenti che non hanno saputo valorizzarlo, da “vizi” di tipo culturale, civile, sociale. Fenomeni come la malavita organizzata, l’abusivismo diffuso, la corruzione politica, lo sfruttamento del lavoro irregolare, etc. sono alcune delle tante zavorre che hanno causato l’arretratezza delle nostre regioni: tutti elementi che, sinceramente, non riesco a considerare figli dell’Italia Unita.

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