Gli Spinola a Galatina

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di Giancarlo Vallone

È indubbiamente paradossale, e per più ragioni, che la stagione feudale degli Spinola a Galatina abbia lasciato così scarne tracce di sé; eppure le possibilità di conoscenza erano e restano molte: un dominio di lungo periodo, dal 1616 al 1801, e per un’epoca, poi, nella quale la documentazione non difetta; una famiglia magnatizia sull’intero scacchiere dei possedimenti spagnoli d’ Europa, e ‘Grande di Spagna’, indubbiamente assai ricca ed influente, anche se, per quanto ho potuto apprendere, i loro archivi e le loro ricche collezioni, anche di quadri (inclusi i loro ritratti) sono oggi dispersi. Quel che sappiamo noi, comunque, è quasi nulla e legato a pochi altri scritti, come un mio lavoro dell’antico 1984 che, in qualche modo cercano di sanare i silenzi presenti nelle pagine settecentesche del nostro Baldassar Papadia, che pure si proponeva di narrare le ‘memorie storiche’ di Galatina.

Il testo del Papadia, per altro, è animato da quell’irsuto spirito antifeudale così diffuso nella erudizione locale e nella storiografia municipale del Mezzogiorno d’antico regime ed ha modo di diffondersi largamente in questi sentimenti anzitutto contro i Castriota Scanderbeg, che dalla fine del Quattrocento fino a buona parte del Cinquecento erano stati duchi del paese. Quel che Papadia poteva pensare degli Spinola era stato certamente detto a sufficienza parlando dei Castriota; e proprio alla fine dell’opera il giurista galatinese afferma che non è suo “istituto di parlar di cause nelle presenti memorie”; in altri termini il silenzio sulla famiglia genovese è motivato dal complicatissimo e secolare contenzioso che opponeva l’amministrazione cittadina (universitas) ai suoi feudatari; in un punto, poi, Papadia ricorda anche un’allegazione sulla ‘mastrodattia’ (il diritto di eleggere in genere un concittadino come mastro d’atti, o redattore in scritto degli atti, nel tribunale baronale) che certo apparteneva a quel contenzioso. In altri termini la storia delle cause e del contenzioso, non sarebbe per Papadia, una parte della storia ‘vera’ del paese; ma la sua distinzione è capziosa, e certo nasce dalla esigenza di non schierarsi apertamente contro il fronte ducale, che indubbiamente contava degli ‘zelanti’ fautori in Galatina stessa.

Però il buon Papadia mente, perché sa bene che la storia delle liti è la linfa dello spirito civico, e della sua stessa sopravvivenza, e dunque della sua storia, e poi egli, senza dirlo, usa queste liti, e il loro contenuto ‘storico’ (lo possiamo finalmente riscontrare da una serie di allegazioni settecentesche fino ad ora sconosciute) proprio come materiali informativi ed eruditi già per l’età dei Castriota, e grazie ai quali egli ad esempio descrive, da un anziano testimone di veduta che era intervenuto in un processo del primo Seicento (richiamato poi in un’allegazione successiva), proprio il duca Ferrante, negli umori e nell’aspetto, perché “teneva in Castello una fossa, ove faceva ponere i carcerati, e… era homo alto come un gigante”, che sono, quasi alla lettera, le parole vergate poi dallo storico galatinese. Tuttavia anche il Papadia omette un particolare di fondamentale importanza che noi invece apprendiamo ora, e che consente di valutare in tutta la sua complessità la stagione galatinese degli Spinola, e la posizione, di fronte ad essi, dell’amministrazione universale.

centro storico di Galatina
centro storico di Galatina

Alla estinzione del dominio dei Sanseverino, successori dei Castriota, il distretto feudale galatinese è acquistato, nel 1608, da un personaggio che ha lasciato in Galatina, e nella memoria locale, pochissime tracce: Antonio Carafa, marchese di Corato; ma l’acquisto del Carafa, a caro prezzo, include un potere giurisdizionale illimitato, “la giurisdizione civile criminale e mista in prima seconda e terza istanza”. Insomma ogni contenzioso civile o penale, esaurisce il suo corso, ch’è previsto, su base del diritto romano, nei tre gradi di giurisdizione, nella mano feudale, anche se poi, per prassi, era possibile addirittura una prosecuzione della causa nelle corti regie con ulteriore esborso di denari per i malcapitati o avventurosi litiganti. Non sono pochissime, ma neanche molte le città ed i distretti feudali sottoposti ad un simile gravame ed all’urto d’un simile potere, che, a ben riflettere, rende costosissimo ogni processo, ed estremamente pericoloso, ed impari poi, un eventuale conflitto con il feudatario, che lo può far definire per ben tre gradi dalle sue magistrature.

Il Carafa ha Galatina solo per cinque anni, ma ben presto, dopo alcuni passaggi di mano, il distretto feudale, con inclusa una simile forza giurisdizionale, nel 1616 giunge in appunto in potere degli Spinola genovesi. In un contesto come quello dell’età vicereale del Mezzogiorno, in cui la sovrapposizione di un potere feudale ad una universitas, e cioè, alla fine, il conflitto tra poteri, è una realtà istituzionale, e con una disparità di forze in campo, nel caso specifico, così evidente, non sorprende che l’iniziativa del contenzioso, ch’è comunque un tratto comunissimo per quasi ogni distretto feudale, fosse appunto degli Spinola. Sorprende, caso mai, la capacità di resistenza dell’amministrazione universale. Alcune cose, di questa forza cittadina, le sapevamo. Sapevamo ad esempio che l’universitas di Galatina, pur subordinata ad un feudatario, giunge a divenire, o ad affermare di essere, a sua volta ‘baronissa’, almeno fin dal 1577, dei proventi delle cause discusse nella corte baronale, con la serie di complicazioni ch’è facile immaginare, e, paradossalmente, consumando abusi feudali a danno del proprio feudatario, anche se questo titolo feudale non compare più (ma resta il potere a titolo di semplice privilegio) nella documentazione della fine del Settecento, travolto, probabilmente da un profilo perdente nel contenzioso con gli Spinola.

Sapevamo anche di un altro titolo baronale di Galatina, che infatti, nel Settecento ha in feudo lo ius scannagii, e che già indica la grande fioritura dell’arte dei pellettieri. Quel che ignoravamo, invece, e che il Papadia si guarda bene dal rivelarci, è, ad esempio, che gli avvocati degli Spinola verso il 1768, giunsero a provare che proprio il prezioso privilegio della mastrodattia, che si voleva concesso da Ferrante d’Aragona nel 1469, era un falso, anche se poi sembra che il duca Spinola perdesse comunque la causa.

Se il Papadia non fa alcun cenno alla questione di questo falso, è perché, per lui, gelosissimo custode dello spirito municipale, la verità del giudicato favorevole, che assai probabilmente avrà assorbito l’eccezione di falso, è più importante della verità storica, dato che a quel falso possiamo forse credere.

centro storico di Galatina
centro storico di Galatina

Ora questa lotta incessante e dura, che a ben vedere crea spazi di libertà e di modesto benessere e che porterà Galatina, nell’ultimo decennio del Settecento, all’ambitissimo titolo di città, a simbolo di un effettivo e costante progresso e di una certa articolazione sociale; ebbene questa lotta deve il suo tratto moderatamente vincente anzitutto ad una fortunata circostanza di fatto: l’assenza quasi continua dei duchi Spinola da Galatina. E non si tratta della solita assenza del barone meridionale, che va a Napoli per lunghi periodi e poi rientra nel feudo; si tratta di un’assenza dalla stessa Italia meridionale, legata alla ricchezza ed alla alta posizione di questo ramo della famiglia genovese. E gli Spinola, naturalmente lo sanno. Nel 1736 il loro avvocato, senza mezzi termini, dirà: “non si arrosiscono le parti (galatine) di parlare di osservanza, possesso, e prescrizione contro di un barone forestiere il quale è stato sempre assente dal Regno, e la sua residenza l’ha fatta sempre in Genova, sua Padria, o in Milano, e gli Agenti pro tempore sono stati l’istessi suoi vassalli di San Pietro (in Galatina) come furono per molto tempo gli Andreani, quali poteano a lor modo pregiudicare al Barone, e far beneficio all’Università?…“.

In realtà le cose stavano in modo un poco diverso; se è vero che i duchi Spinola quasi mai si sono affacciati nel loro feudo dell’estrema Puglia, è però anche vero che non di rado sono stati loro ‘governatori’ o ‘agenti ‘ in Galatina membri cadetti della famiglia, che in qualche modo hanno esercitato poteri e controlli nell’interesse del ramo feudale. Tuttavia è indubitabile il ruolo fiduciario che gli Andriani (e in qualche caso anche i Gorgoni) hanno avuto e il loro rapporto intenso con gli Spinola, protratto per generazioni, e del tutto in sintonia con la loro scalata sociale che dal mestiere di giurista, secondo un iter consueto nel periodo d’antico regime, ha portato anche loro alla proprietà feudale, conservata poi, fino all’abolizione della feudalità, della vicina Santa Barbara. Tutto questo serve a spiegare, come si diceva, appunto quel progresso costante della città, anche durante secoli, come il Seicento, che erano stati di generale involuzione e povertà. Anche per questo non c’è da meravigliarsi nel constatare che le ‘parti galatine’ non arrossirono affatto; il contenzioso è stato sempre ininterrotto, e termina, in definitiva, con la fine della feudalità, cioè in altre parole quando cessa la ragione istituzionale del contendere.

 

 NdR: Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per la concessione

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