L’ abitudine al gioco offende Sua Divina Maestà e l’ onore del suo nobile vivere

 Sfogliando nell’ Archivio

 

 

di Marcello Gaballo

Più volte abbiamo ho modo di riferire su  fatti e cronache di qualche secolo fa, che il solito prodigo Archivio di Stato di Lecce ci propone nella ricerca tra i suoi atti notarili.

Buona parte di questi generalmente tratta di compravendite, concessioni, donazioni ed altri atti più o meno interessanti, ma di uno sono rimasto particolarmente colpito, se non altro per la sua assoluta originalità.

Mi piace riproporlo ai lettori di “Spigolature Salentine”, giusto perchè abbiano modo, come lo è stato per me, di conoscere come i tempi cambino, ma le passione e vizi umani restino sempre gli stessi, anche se adeguati ai costumi dell’ epoca in cui si vive.

I protagonisti della vicenda interessano una delle famiglie nobili più  ragguardevoli nel 1621, anno a cui risale l’ atto notarile di cui ci interessiamo, riguardante i baroni Personè, un ramo dei quali si erano portati da Lecce a Nardò.

Per amore paterno nei confronti del figlio Diego, Lucantonio Personè “è obligato dare et pagare ogn’ anno ad esso Diego ducati seicento terzo terzo”. Il padre è tenuto a versare ogni quattro mesi “la terza parte di detti ducati seicento, per vitto et alimenti”, come da accordo stabilito tra i due con pubblico atto notarile.

Ma qualcosa ha turbato la regolarità della “paghetta” quadrimestrale, visto che “insino al presente have atteso esso Diego al gioco, con disgusto di esso barone Lucantonio suo padre, del che esso Diego havendosi accorto del disgusto di suo padre, sotto della quale obedienza vole sempre vivere, come è tenuto”, contrasta col parere paterno che “dal gioco non ne può nascere se non disordini gravi”.

Oltre a tale rischio il padre è fermamente convinto che l’ abitudine al gioco è solita “offendere sua Divina Maestà, come anche circa l’ onore del suo nobile vivere”.

Per cercare di frenare la passione infrenabile del gioco, Lucantonio porta allora il figlio davanti al notaio Santoro Tollemeto e gli fa sottoscrivere un accordo: ’tutte le volte che esso giocarà… sia lecito al detto barone Lucantonio in ogni quattro mesi, cioè in ogni terza, retinersi ducati cento delli ducati duicento che l’ aspettano per ogni terza, et solamente pagarli ducati cento per terza, e non ducati duicento” e tale provvedimento, continua l’ atto, dovrà ritenersi valido “per quante volte esso giocarà (giocherà) in ogni quattro mesi in qualunque sorte di gioco”.

Un’ altra clausola prevede però che se il figlio non giocherà nei quattro mesi seguenti al prelievo coatto, il padre è tenuto a restituirgli la somma, che potrà nuovamente riprendersi se ci ricasca.

L’ atto si rivela ancora più interessante quando elenca le eccezioni a tale comportamento: la somma non sarà trattenuta “se n’ eccettua il gioco di palla et maglio, gioco di pallone et il gioco di palla a mano, che volgarmente si dice a Ripare, alli quali tre sorte di gioco sia lecito ad esso Diego giocare senza incorrere a pena alcuna”.

All’ atto segue la formula di giuramento, recitata dai due in presenza di testimoni tra i più ragguardevoli cittadini del tempo, giusto a sottolineare che non si tratta della solita ramanzina, ma di una fondamentale regola educativa allora, come oggi, sempre efficace.

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