Raccoglievano le ulive una per una da terra…

di Giorgio Cretì

D’inverno Antonio aveva sempre trasportato le donne alle ulive. Allora si alzava molto presto per pulire la stalla e governare il cavallo e quando le donne arrivavano, ancora sonnolente e intirizzite dal freddo, egli aveva già attaccato ed era pronto a partire.

Alcuni poderi di don Nino erano lontani dal paese e durante il viaggio, ch’era ancora buio, mentre Antonio sedeva davanti con le gambe penzoloni, le donne si accucciavano nel letto del carro e si coprivano con i sacchi vuoti. Nessuno parlava.

A volte c’era la brina e, giunti sul posto, Antonio accendeva un fuoco intorno al quale tutti si scaldavano le mani rattrappite e mangiavano in piedi il pane che si erano portati da casa. Nel pane ci mettevano intingoli molto piccanti che bruciavano un po’ la bocca, ma scaldavano il sangue e facevano svegliare. Poi le donne cominciavano a lavorare e, curve sulla schiena, raccoglievano le ulive una per una da terra. In genere, il terreno sotto gli alberi era stato lavorato e le ulive cadevano al pulito, ma qualche volta era pieno di spini secchi dell’anno precedente e la raccolta, allora, era molto dura. Anche i ragazzi molto giovani, che non erano in grado di zappare al passo degli uomini, erano adibiti a questo lavoro.

Antonio doveva solo svuotare i panieri e caricare i sacchi sul carro, ma qualche volta aiutava le donne a raccogliere le olive da terra.

Il fattore girava continuamente per gli uliveti, per controllare la caduta e disporre per la raccolta delle olive e, quando incontrava le donne, ogni tanto si fermava a parlare con le più anziane. Le più giovani allora rimanevano con la schiena curva, lavotavano più in fretta e non dicevano una parola. Poi, quando il fattore se n’era andato, c’era silenzio finché le anziane non riprendevano i discorsi interrotti. Ma le giovani non erano chiamate a questi discorsi e, quando riuscivano a mettersi in coppia, parlavano tra di loro a bassa voce. Molto spesso, però, non parlavano affatto perché veniva loro vietato o per paura di essere prese in giro: sembrava che loro sapessero dire solo sciocchezze.

Durante la sosta di mezzogiorno era permesso a tutti di parlare e l’ora era sempre molto attesa. Quando si sentivano i rintocchi delle campane dei paesi vicini, le anziane cominciavano a raddrizzare la schiena, seguite dalle giovani, e lo facevano molto lentamente perché, dopo essere state piegate per tante ore, ormai la schiena faceva più male a raddrizzarla che a tenerla curva. Spesso mezzogiorno suonava più volte ad intervalli irregolari, dipendeva dai sagrestani dei vari paesi, ma il primo era quello buono.

Antonio, un po’ prima dell’ora, andava ad attingere acqua alla cisterna più vicina e poi si occupava del cavallo. Con le donne ci stava poco e le giovani lo sbirciavano mentre era intento alle sue faccende. Tra di loro parlavano di lui e facevano congetture sulla ragazza che poteva occupare i suoi pensieri, non senza un pizzico di malignità e gelosia da parte di quelle che avrebbero volentieri accettato di essere da lui corteggiate. Così giustificavano il suo carattere taciturno e un po’ assente: se non considerava le presenti, doveva pur pensare a qualcun’altra. Se saltava fuori qualche nome, c’era sempre qualcuna che abbassava gli occhi delusa.

Le campagne erano sempre molto affollate in certe stagioni. Nella vicina vigna, di quelle basse alla latina, gli zappatori sconcavano le viti e con la terra tolta, man mano che procedevano lungo i filari, formavano un cavalletto che sarebbe rimasto così fino al momento di accavallare, cioè fino all’operazione inversa di fine inverno. Ogni zappatore portava avanti il suo cavalletto ed era incalzato dallo zappatore che lo seguiva. In genere, conduceva un uomo robusto che poteva zappare più o meno in fretta a seconda che avesse dietro gente capace o ragazzi non ancora forti per tale lavoro.

A mezzogiorno si fermavano anche gli zappatori e si mettevano al riparo dal vento per mangiare il pane che si erano portati da casa. I giovanotti, anche se stanchi, mangiavano in fretta e, seguiti dalle beffe degli uomini, migravano verso gli ulivi a cercare compagnia. Quì venivano presi in giro dalle donne, ma era un gioco anche questo e loro ci stavano, pur di sedere vicino alle ragazze. Non che le coppie avessero la possibilità di appartarsi, ché le sanzioni sociali per la ragazza sarebbero state pesanti, ma c’era il modo, a volte tollerato, di stabilire un incontro per la sera, quando con il favore del buio, il giovane scavalcava il muro di un giardino e abbracciava la sua bella. Gli incontri dietro casa, però, non sempre erano possibili e, tuttavia, erano sempre di breve durata, così come quelli che si riusciva a combinare con la scusa di far visita ad un’amica e compensando un fratellino o una sorellina al seguito della ragazza che, in nessun modo, poteva uscire di casa da sola la sera.

I veri incontri d’amore potevano avvenire in campagna e anche qui ogni precauzione era presa per evitare di essere visti e di passare sulla bocca di tutto il paese.

Quando il vento soffiava da Levante, il mugghìo del mare che si sfracellava contro la scogliera, si udiva da molto lontano e si sentiva l’odore della salsedine che superava la serra di Capriglia e si spandeva per l’aria umida. Gli elementi della natura diventavano vivi e, nel profondo silenzio dell’inverno del Sud, gli uomini e le donne, che riposavano al riparo di un muro di pietre, li percepivano distintamente.

Antonio, in quelle ore di riposo, se ne stava appartato, seduto sopra un sacco con le spalle appoggiate ad una ruota del carro e attendeva la folata di vento che lo facesse viaggiare lontano. Vagava attraverso le chiome degli ulivi, fin dove non aveva più percezione di nulla e gli sembrava di volare, invisibile con il vento e di diventare salsedine, nuvola e aria. Ma volando non passava mai sulle ragazze che lo facevano oggetto dei loro pensieri, perché i luoghi che egli visitava non erano abitati. A volte viaggiava addirittura al buio, avvolto in un involucro di caligine lieve e impalpabile.

Non era mai il primo a rimettersi in piedi, perché decidere l’ora di ripresa del lavoro non spettava a lui; attendeva sempre che le donne si avviassero e poi si muoveva. Sistemava la coperta al cavallo, al quale dava nuovamente da bere, e poi, con in mano il sacco da riempire, lentamente si avviava verso le donne.

Quando non era cattivo tempo, le donne lavoravano fino a che ci si vedeva. Antonio per allora aveva già attaccato il cavallo ed aveva caricato i sacchi pieni sul carro. Le donne gli portavano gli ultimi panieri ed egli sistemava il carico in modo che loro vi si potessero sedere sopra. Si partiva per tornare a casa.

Man mano che il carro si avviava lungo lo stradone, le donne sembravano rianimarsi e non erano silenziose come al mattino, una ben visibile agitazione le prendeva tutte. Le anziane perché era finita una giornata di fatica e tornavano a casa, le giovani con il pensiero alla funzione serotina e alla possibilità di scambiare un’occhiata o qualcosa di più con un giovanotto. Se tornando dalla chiesa si attardavano, sapevano di potersi buscare qualche ceffone, ma vi erano preparate.

Sulla strada incontravano altri carri che pure riportavano a casa donne e tanti erano i carri tanti erano i cori che si muovevano nella sera. Anche con il freddo nel ri torno verso casa, le donne cantavano.

Antonio, se riceveva lo stimolo giusto da arie consone al suo carattere, si distraeva dai suoi pensieri e cantava con le donne: con una voce maschile, anche se ancora non molto marcata, il coro acquistava più vigore. Quando si lasciava trasportare dalla canzone, cantava il ritornello con tutta la forza della sua voce e si sentiva trasportato lontano lontano e sicuro di sé. Per le ragazze diventava il giovane più desiderabile del paese.

Il cavallo che come le donne era contento di tornare a casa, procedeva ad un trotto lento ma cadenzato, mentre il vento di tramontana prendeva d’infilata la strada. Le donne se ne stavano accucciate sui sacchi pieni, alle spalle di Antonio che ogni tanto stimolava il cavallo ad andare più in fretta.

Quando entrarono in paese, le campane della chiesa chiamavano puntuali alla funzione della sera e il coro si interruppe su questa strofa:

«L’acqua ci te llavi la matina,

te preu Ninella mia nu Ila minare.

A dhu ci la mini tie nasce nna spina,

nasce nna rosa russa pe ‘ndurare».

 

(capitolo secondo de “L’Eroe Antico”, stampato a Milano
nel 1980 e segnalato dalla Giuria del Premio Stresa)

4 Commenti a Raccoglievano le ulive una per una da terra…

  1. Sacrifici simili alla brina delle mattine d’inverno, quasi al buio, quando uomini e donne andavano incontro alla propria giornata di lavoro in campagna, conservando le energie all’andata e dissolvendo quel poco rimastone al ritorno, in canti liberatori. In questa coralità di gesti, bisbigli e colori, Antonio è un personaggio, lui non partecipa ai pettegolezzi, ma aiuta quando c’è bisogno. Curva anche la sua schiena sul frutto amato della terra di Puglia, l’oliva. Solitario, Antonio accudisce il proprio cavallo così come mostra premura per il disporsi delle donne stanche sul carro a fine giornata. Fa il suo dovere e risparmia le sue energie per pensare, e il suo è un pensiero che vola sulle teste di tutti, che si prende a braccetto col fruscio degli ulivi al vento, che diventa cosmico insieme agli sbuffi di aria e salsedine nelle narici e sui muretti a secco; un pensiero, il suo, che non si specchia in un’immagine di donna, ma in una ricerca di vita. Intanto i contadini come lui, uomini e donne, ragazzi e ragazze, girano tutt’intorno al loro mondo fatto di piccoli sogni, di pezzi di pane da masticare in allegria, di aspettative, di teneri amori in boccio e di vita vissuta alla giornata. Ognuno di noi, se rimane in silenzio, può sentire anche ora gli echi di quei canti popolari più forti delle campane della chiesa, più irruenti di un battito giovane di cuore: niente paura, è il suono della nostra umile e splendida storia.

  2. mi sa che l’utilizzo della scopa per spazzare e poi raccogliere le olive sia stato parecchio innovativo (ovviamente se associato all’appiattimento del terreno con le “aiere”)

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!