Il castello di Corigliano d’Otranto (Lecce)

di Maurizio Nocera

 

Il Castello di Corigliano d’Otranto (Lecce, Edizioni del Grifo 2009, pp. 290, euro 28), a firma di Giuseppe Orlando D’Urso e Sabrina Avantaggiato.

Si tratta del primo volume della collana Helios, diretta da Harvé A. Cavallera. Il libro come prodotto in sé è ben confezionato con numerose illustrazioni ed una copertina cartonata stampata, “vestita” da una sovraccoperta similare. La grafica editoriale e la copertina sono di Federico G. Cavallera, mentre le immagini provengono dalla Foto Video Serra di Corigliano d’Otranto. Hanno patrocinato l’edizione: la Sezione di Maglie, Otranto e Tuglie della Società di Storia Patria per la Puglia, della quale il D’Urso è socio; e la Cartolibreria di Gino Giannachi di Corigliano d’Otranto.

Chi sono i due autori? Giuseppe Orlando D’Urso, «attivo e presente nella vita e sociale del territorio […] ha animato diversi gruppi teatrali e culturali, per poi rivolgere la sua attenzione alla ricerca storica»  con diverse pubblicazioni, alcune con la stessa casa editrice, come “Corigliano d’Otranto. Memorie dimenticate” (2000); “Le strade del Signore sono ferrate. Corigliano d’Otranto 1901-2001. Significatività Sociale dell’Opera Salesiana” (2001); “Corigliano d’Otranto. L’Arco Lucchetti, il Castello, la Chiesa Matrice” (2005); mentre con la Casa editrice EditSantoro ha pubblicato “Corigliano d’Otranto. Famiglie (Comi-Maggio-Gervasi-Peschiulli”) (2005); “Gaetano Papuli e le Sette Antichità di Corigliano d’Otranto” (2005). Sabrina Avantaggiato invece è architetta ed è alla sua prima pubblicazione.

In quarta di copertina c’è l’abstract del volume che così commenta: «Con questa nuova pubblicazione, Giuseppe Orlando D’Urso offre una lettura attenta ed esegetica del monumento più importante e più visibile di Corigliano d’Otranto, il Castello, mettendo in luce, sulla base di documenti, sia attraverso l’esame della pietra, dell’iconografia e dell’epigrafia, i significati nascosti. / Scritta insieme con Sabrina Avantaggiato, l’opera evidenzia le caratteristiche architettoniche e la sua griglia modulare, analizza in maniera puntuale e approfondita i significati delle statue, dei busti e delle iscrizioni, svelando finalmente i messaggi fin’ora incompresi della “facciata parlante” del Castello di Corigliano e dei suoi bastioni. / Oltre ad essere attentamente ricostruiti i periodi storici che hanno visto le varie fasi evolutive del Castello, da rocca a Palazzo Ducale, si pongono in evidenza le figure che le hanno concretizzate, dai Delli Monti ai Trani, con un ricostruzione genealogica e biografica delle due famiglie feudatarie; il lettore è così accompagnato in un percorso storico, architettonico, politico e letterario attraverso una scrittura agile e immediata che lo mette nelle condizioni di meglio intendere l’incommensurabile patrimonio di significati che il Castello ha rappresentato nei secoli passati non solo per Corigliano ma anche per il territorio».

Da parte sua, il prof. Ciro Robotti, nella “Presentazione” al libro, scrive giudizi del tutto favorevoli agli autori, i quali «hanno contribuito a formare il complesso con la collaborazione di teorici e capitani d’arme altroché di artigiani, autori delle felici espressioni artistiche delineate e configurate nella tenera pietra leccese […] Gli autori esaltano così le forme volumetriche, decorative e simboliche del complesso assunto a riferimento centrale di indagine e di sviluppo narrativo» (p. 7).

Il libro si apre con una prima citazione sul castello di Fra Leandro Alberti (bolognese), ripresa dal suo libro “Isole appartinenti all’Italia” (1596, p. 235), in cui scrive: «Egli è posto questo nobile, & forte castello, sopra la schiena di un picciolo colle, risguardato a tutti i vicini luoghi, che par signoreggiarli?».

Questa citazione è utile agli autori per far dire loro che oggi il castello (dal 1999 proprietà del Comune) non è più visibile come lo era al tempo dell’Alberti, perché circondato e nascosto da numerose nuove e brutte abitazioni costruite a partire dal secondo dopoguerra. Per di più, a partire dal Settecento, «il Castello ha subito continui cambi di destinazione d’uso (frantoio, sede della Guardia di Finanza, abitazione privata, mulino, fabbrica e deposito di tabacchi) che hanno deturpato e stravolto le strutture interne originali» (p. 11).

Gli autori, dopo aver dedicato un’approfondita premessa sulle origini e la storia di Corigliano d’Otranto, le cui prime fonti che lo citano come casale, risalgono al 1100, ritornano a parlare del castello, affermando che

le sue origini non sono propriamente aragonesi ma, sulla base di nuovi studi, sicuramente svevo-angioine, vale a dire del XIII-XIV secolo. La sua struttura è similare a quella del castello di Brindisi, fatto costruire da Federico II (1194-1250) al tempo di sua vita; e a quello di Copertino, il cui mastio angioino è dei secoli XIII-XIV.

Giustamente, poi, gli autori affermano che solo «su questo nucleo originario s’innesta il successivo intervento operato nell’età aragonese (secoli XIV-XVI) dai Delli Monti» (p. 33). Interessante la descrizione strutturale-architettonica che fanno: «Il Castello di Corigliano d’Otranto si sviluppa asimmetricamente, fino ad assumere una forma trapezoidale che, nell’architettura dell’epoca, era utilizzata per esigenze strategiche. Inoltre (insieme con quelli di Manfredonia, Taranto, Brindisi, Otranto, Roca, Acaya), si presenta con torrioni casamattati, esigenza questa sviluppatasi nella seconda metà del XV secolo, proprio per l’aumentata efficacia dei tiri di artiglieria, che richiesero la cimatura delle torri e la forma cilindrica. La necessità delle torri basse era dettata dall’alta potenza di fuoco che le nuove ed evolute artiglierie erano capaci di produrre: puntando le torri alte e abbattendole, creavano panico nei difensori; le stesse mura dovevano essere di maggiore spessore, in grado di sopportare sia il peso che l’effetto provocato dal rinculo dei cannoni. Nel caso in cui si fosse dovuto intervenire sul consolidamento delle mura delle torri, si procedeva ad ispessirle con una base scarpata» (p. 35). Si sa che forse proprio grazie a questi accorgimenti architettonici il castello di Corigliano resistette meglio e più a lungo ai differenti assalti di aggressori.

È importante il ruolo che viene assegnato alla famiglia dei feudatari Delli Monti (Francesco e suoi eredi) in quanto proprietari del Castello sin dal XVI secolo. Ed è a loro che si debbono tutti gli ammodernamenti strutturali, soprattutto quelli operati da Giovan Battista Delli Monti il quale, non molto tempo dopo la cacciata degli Ottomani da Otranto da parte degli eserciti aragonesi (a cavallo dei secoli XV-XVI)  non intaccò il «nucleo originario [… e] intorno alle torri di epoca federiciana», procedette «ad un ampliamento dotandolo di una piazza d’armi e di quattro torrioni a base circolare muniti di cannoniere strombate disposte su due ordini di difesa orientati verso ciascun punto cardinale e collegati tra di loro da ampie cortine […] Il Castello di Corigliano, nella sua completa ristrutturazione operata da Giovan Battista Delli Monti, si pone come lo stereotipo più rappresentativo del cambiamento della tipologia architettonica difensiva che passa dallo sviluppo verticale delle torri prismatico trecentesche alle fortificazioni turrite, basse e scarpate» (p. 39).

E ancora qualche pagina dopo, gli autori scrivono: «Giovan Battista Delli Monti, nella sua imponente opera di difesa militare, incluse l’edificazione di un’ulteriore cinta muraria turrita; secondo notizie non supportate da prove certe, le torri erano sedici, articolate su due piani, con antistante fossato e parapetto merlato. Questo nuovo circolo murario delimitava il perimetro ellittico preesistente ad una distanza di circa venti metri creando uno spazio piuttosto ampio per le manovre militari di cavalleria e di artiglieria. Di questa nuova muraglia si conservano alcuni tratti con il caratteristico toro marcapiano» (p. 41).

Interessante la superficie della fortezza, a suo tempo (1987) calcolata dall’ingegnere Giacomo Maddalo e ripresa dagli autori: «Il Castello di Corigliano si dispiega su una superficie totale di circa 7.354 metri quadri, inclusa tutta la superficie di pertinenza, e si sviluppa per una volumetria complessiva di circa 25.315 metri cubi» (p. 45); il suo piano interrato si estende per una superficie di circa 860 metri quadri, mentre la “cavallerizza” è lunga circa 33 metri.

Dopo questi rilievi di carattere architettonico-strutturale, Giuseppe Orlando D’Urso e Sabrina Avantaggiato descrivono gli ambienti del castello: il Piano Fossato, il Piano Terra e il Primo Piano. Successivamente sviluppano su di un piano prettamente storico i modelli architettonici dell’epoca con al centro la figura e l’opera del grande architetto (ma anche pittore e scultore) di fortificazioni castellari, Francesco di Giorgio Martini (Siena, 1439-1502) «inventore del bastione angolare», la cui presenza (dovuta per lo più a delle consulenze tecniche) nel Salento è documentata intorno al 1491/2, cioè subito dopo la tragedia della città martire di Otranto (1480). Secondo gli autori de “Il Castello di Corigliano d’Otranto” queste consulenze si sarebbero limitate all’ammodernamento delle cinte murarie e dei castelli di Otranto, Gallipoli, Brindisi e Taranto.

Un capitolo è dedicato poi alle “Analogie e differenze fra i “Trattati” e la fortezza coriglianese”, al quale segue l’interessantissimo capitolo “Architetti e costruttori”, in cui scrivono: che «ignoti restano gli architetti. Solo per assimilazione, ipotesi, ragionamenti, è stato avanzato il nome di Gian Giacomo dell’Acaya, per certe analogie tra il castello di Acaya e quello coriglianese (le più evidenti analogie sono date dall’inclinazione e dalla forma degli scudi, dalle modanature che racchiudono le iscrizioni, dalla forma delle lettere maiuscole – che è tra i primi esempi di una maniera nuova di incidere – dalla similare decorazione della “sala ennagonale” di Acaya e di quella della torre di Sant’Antonio Abate); per i legami parenterali tra quella famiglia e i Delli Monti. Nessun documento inconfutabile è emerso fino ad oggi, sebbene si annoverino anche i nomi di locali come Antonio Renna di Tricase, Angelo Lolli di Corigliano, Evangelista Menga» (p. 81).

È interessante però che gli autori abbiamo pure riportato nel libro l’iscrizione posta sull’architrave della finestra del torrione di San Michele, nel quale c’è scritto: «Il coriglianese Angelo Lolli è l’autore di questo baluardo. Anno del Signore 1514», anno che corrisponde al tempo dei primi ammodernamenti del castello fatti eseguire dai feudatari Delli Monti. Scrivono gli autori: «Il castello che Giovan Battista Delli Monti porta a completamento è la risultanza di una mediazione di principi e di influssi architettonici diffusi nell’area meridionale, ma anche di suggestioni settentrionali; segni evidenti di un collegamento con una realtà più vasta, di un’apertura mentale, di una disponibilità a recepire e a rielaborare, per cui vari elementi concorrono ad ipotizzare una realizzazione a più mani, dove si fonde tutta l’esperienza di uomini d’arme, di maestri di muro, di artisti, di uomini comuni, che non hanno lasciato testimonianza scritta sulle loro realizzazioni e sui loro nomi» (p. 87).

I Torrioni

Lo studio fatto dai due autori sull’attribuzione e il significato del programma epigrafico dei torrioni è quanto mai utile e foriero di suggestive riflessioni. Scrivono: «Concentrando l’attenzione sul prospetto dei torrioni si scorgono i bassorilievi che li decorano e l’abbinato repertorio epigrafico. È possibile desumere da un’attenta lettura come il linguaggio “militare” che parla di forza, armi e difesa sia ben “raccontato” dai tre elementi che abbelliscono i torrioni: le figure dei Santi, quelle delle Virtù raffigurate e le iscrizioni epigrafiche. / L’originalità dei bastioni sta nell’aver affiancato la figura di un Santo a quella di una Virtù: la Fortezza, la Giustizia, la Prudenza e la Temperanza, virtù morali della teologia cristiana e qualità indispensabili al “gentil’uomo” che dovevano celebrare le qualità non solo di Giovan Battista Delli Monti, ma di tutta la famiglia la cui presenza nei ranghi della nobiltà napoletana richiedeva l’accettazione di una gerarchia di valori e di simboli ispirati alle virtù cristiane e politico-miliari fondamentali per servire l’Impero secondo un corretto codice cattolico» (p. 89).

E vediamo ora la descrizione di ogni singolo torrione, precisando che tutte le originali scritte epigrafiche (a suo tempo rilevate da Gennaro Bacile di Castiglione e qui riprese e ricostruite dagli autori) sono in latino, mentre si riportano qui solo le ricostruzioni e le traduzioni in italiano riscritte da Giuseppe Orlando D’Urso.

1. “Torrione di San Michele” (nord-est): «Il Santo rappresentato nel rilievo assume le sembianze di un cavaliere con le ali spiegate e la spada nella mano destra in procinto di uccidere il drago che giace ai suoi piedi. La formella rettangolare è posta tra le due bocche di fuoco, ha un basamento lievemente aggettante e il bassorilievo presenta una notevole plasticità ed una minuta cesellatura […Alla base della formella ci sono le seguenti scritte]: [1.] “Con la spada potente sono e con le ali/ della rocca anche veloce difensore/ dovunque ci sia bisogno colpisco/ dove occorre volare volo”; [2.] “La terza virtù son io e la più forte tra le sorelle/ e quando è necessario al padrone/ vigore darò alle armi”. La Virtù associata all’arme dei Delli Monti è la Fortezza. La scelta di San Michele potrebbe essere stata fatta da Giovan Battista Delli Monti in base al significato teologico che il Santo rappresenta: “soldato delle milizie angeliche e custode del paradiso terrestre”. La scelta della ninfa è detta dal proprio significato intrinseco. Le ninfe nella mitologia greca e romana sono personificazioni della natura che popolavano i boschi, le acque e i monti; è evidente che Giovan Battista Delli Monti abbia preferito la ninfa-divinità dei monti definendola “la fortissima tra le sorelle”, collegandola al proprio cognome. Osservano bene il bassorilievo della Virtù si distinguono alcuni elementi quali: la giovane figura femminile collocata per cimiero su ciascuno stemma, lo scudo con l’arme della casata, l’elmo che assume l’aspetto di una corona e la larga fascia che incornicia la formella decorata con trofei militari, elementi che rimandano tutti all’insigne attività di Giovan Battista» (pp. 95-97).

2. “Torrione di San Giovanni Battista” (sud-est): «L’immagine di San Giovanni Battista guarda verso sud-ovest, scolpita in una formella incastrata nella muratura. È rappresentato con capelli e barba lunga e un’attenta analisi lascia intravedere la cura posta dall’artista nel trasmettere la morbidezza della pelle di cammello con cui si copre il Santo; in alto a destra, si scorge l’Agnello divino. Il corpo occupa tutta l’altezza della formella, che sembra ricavata nella muratura seguendo costrette proporzioni. […Alla base della formella ci sono le seguenti scritte]: [1.] “Qui io, sacro nume, sono custode/ e do al Signore la mia fama/ tu nemico guardati dall’avvicinarti a questo luogo”. La virtù associata all’arme è la Giustizia; l’epigrafe è: [2.] “Io sono qui presente potente e temibile per tutti/ mi chiamo (Giustizia) onore grande e del Signore e della Città”. Giovan Battista Delli Monti, unico amministratore della giustizia, s’identifica nel Santo omonimo, ispirato dagli insegnamenti cristiani di fede, speranza e carità; nell’epigrafe, metaforicamente associata al Santo, si rivolge al nemico in prima persona intimando la resa e il contegno. La figura del Battista era inoltre simbolo di rettitudine morale e di correttezza politica. L’agnello divino segnalato dall’iscrizione “Ecce Agnus Dei” (Ecco l’Agnello di Dio), evidenzia quanto fosse importante per i Delli Monti professare la condivisione dei simboli della fede cristiana e perseguire gli ideali di giustizia» (pp. 99-100).

3. “Torrione di San Giorgio” (sud-ovest): «La superficie del bassorilievo è in gran parte occupata dal cavallo che calpesta il drago; la figura del Santo vestito da cavaliere ha la testa deteriorata dal tempo. La formella ha una dimensione sproporzionata rispetto alle figure scolpite: l’esigua superficie è occupata dalla corposa plasticità del cavallo che domina la composizione scultorea. […Alla base della formella ci sono le seguenti scritte]: [1. Non è tanto più leggibile per cui si leggono soltanto poche sillame in latino: “In me non a… sum (mv) s op(er) um suos”]. La Virtù associata è la Prudenza. [2.] “Senza dubbio guardi: son la Prudenza/ proprio così sono chiamata io la prima sorella./ Impugno le antiche insegne del Signore/ al quale l’animo è sempre alle imprese belliche./ Se non credi guarda i trofei in guerra”. Entrando nel torrione dal camminamento del lato sud, sull’architrave tra l’arme dei Delli Monti è inciso: [3.] “Sii fedele entrando per questa porta”. La Prudenza rimanda anch’essa a Giovan Battista Delli Monti ed in particolare alla sua attività militare. Il “principe” del Galeota, al fine di garantire il pacifico vivere con la nobiltà, esprimere devozione al sovrano e suscitare timore nei confronti del nemico, dovrebbe possedere prudenza, bontà e potenza. La Prudenza e il Santo rappresentati, come la Fortezza del torrione di San Michele, sono armati di trofei, lance, corazze e scudi, tutti elementi mossi a celebrare i successi militari» (pp. 103-104).

4. “Torrione di Sant’Antonio Abate” (nord-ovest): «Il Santo è inserito in una nicchia: è un uomo anziano con barba bianca e indossa il saio monastico; si scorge con difficoltà il bastone da eremita e s’intuisce la presenza di altri elementi collegati con la figura del santo come il maiale e la fiammella, parzialmente confermata da Gennaro Bacile di Castiglione. […Alla base della formella c’è la seguente scritta]: “Il sacro nume qui presente,/ sentinella di questo Castello,/ colpisce senza tregua i nemici con sulfurei proiettili di fuoco”. La Virtù associata è la Temperanza, ma l’arme dei Delli Monti e la figura della Virtù sono irrimediabilmente perdute. Seguendo la filosofia del Galeota e associando il concetto di Temperanza a quello di Prudenza è possibile affermare che la Temperanza coincide con la sapienza, poiché senza di essa vi è solo distruzione» (pp. 105-107).

Dal Castello al Palazzo

Alla trattazione dell’antico castello gli autori fanno seguire poi una seconda parte del libro, che narra le vicende della trasformazione del castello in palazzo baronale su iniziativa di un nuovo proprietario nel 1649 – tale Luigi Trani, barone di Tutino nei pressi di Tricase – che aveva acquistato l’intero feudo di Corigliano da uno degli ultimi discendenti, Alfonso Sanfelice Delli Monti. Il figlio di Luigi Trani, Francesco, trasformò il palazzo da baronale in ducale essendo egli divenuto duca nel 1664. È interessante quanto accade in questo periodo all’architettura del castello. Scrivono gli autori: «Nel fortilizio dei Delli Monti la tangibile trasformazione della fortezza militare in palazzo ducale è rappresentata dall’edificazione del piano nobile e dalla scenografica facciata nord, posta tra le torri di San Michele e Sant’Antonio Abate. […] L’analisi strutturale della facciata barocca, realizzata nel 1667, denuncia un’operazione d’accostamento della muratura seicentesca a quell’antica costruita tra il 1476 ed il 1514. Il balcone prospiciente sulla piazza è sorretto da mensole ed incorniciato da una balaustra decorata da un fregio di pregevole lavorazione composto da elementi intagliati in bassorilievo. Le ali laterali sono intervallate da spazi pieni e vuoti di misurata proporzione e ricercato chiaroscuro. La facciata si compone d’elementi architettonici che s’inseriscono armoniosamente nella scenografia dell’intero prospetto. Suscita un immenso interesse il programma iconografico celebrato dai busti di capitani e uomini d’armi che sovrastano le otto finestre e le statue allegoriche poste entro nicchie decorate da eleganti cesellature» (pp. 117-118.

Gli autori si soffermano poi su altri aspetti che riguardano il contesto del castello come, ad esempio, “L’identità del linguaggio artistico-locale”; l’architettura barocca della facciata; “Il portale-balcone”; “La dialettica sull’architettura dell’età del barocco”; e, finalmente “La facciata parlante del Castello di Corigliano”, sulla quale è opportuno soffermarsi per capirne l’alto valore simbolico. Gli autori affermano che si tratta dell’espressione scultorea di una “festa barocca”, le cui specificità sono: «le espressioni figurative che attingono ispirazione dalla narrativa; i significati retorici che il repertorio delle allegorie assume; le epigrafi, ben visibili, che integrano l’apparato figurativo; la struttura compositiva piramidale delle sculture ispirata alla gerarchica figuratività classica […] le statue allegoriche sono desunte dai disegni che illustrano “l’Iconologia” di Cesare Ripa [1560-1625]; i busti sono invece ricavati dai “Ritratti et elogii di Capitani Illustri” di Pompilio Totti». Gli autori affermano anche che ci possono essere riferimenti tratti dalle biografie del libro “Elogia virorum bellica virtute illustrium” di Paolo Giovio (1483-1552).

Nell’Analisi iconografica, gli autori descrivono i personaggi raffigurati sulla “facciata parlante”, a partire da sinistra per andare verso destra, precisando che innanzitutto il primo riferimento va fatto a:

Francesco Trani (Virtù: Giustizia e Carità), figura dominante al centro della facciata e nella nicchia centrale, che «indossa un abito da cavaliere gerosolimitano: la ricca decorazione e la croce di Goffredo di Buglione, appuntata sulla destra della corazza, attestano tale appartenenza […] Il Duca troneggia al vertice della configurazione trionfale classica piramidale, ripresa spesso negli apparati effimeri, immerso nella luce celeste e protetto dalle Virtù della Giustizia e della Carità», p. 147-148), l’epigrafe del cartiglio commenta: «Costei (la Giustizia) giudica le colpe/ l’altra (la Carità) offre le mammelle al neonato/ qui la sfolgorante Astrea là l’amabile Pellicano/ Franceseo Trani Barone di Tutino e Signore/ dello Stato di Corigliano/ si peoccupò di abbellire questo Castello» 8p. 148).

Quindi seguono gli altri Grandi Capitani, a partir dalla prima semifacciata di sinistra, che sono:

1. Antonio di Leva (o Leyva) (Virtù: Verità), figura dell’ala sinistra del frontespizio comprendente il «motto “Ricordate uomini che nel tempo faccio mostra delle imprese gloriose” […]. La figura allegorica collegata a questo personaggio è quella della Verità, raffigurata seminuda, con un velo che le copre i fianchi; si mostra tenendo nella mano destra un raggiante sole e poggiando il piede destro sul globo terrestre, mentre con la sinistra, all’altezza del bacino, regge un libro aperto e un ramo di palma» (pp. 155-156).

2. Marchese di Pescara (Fernando D’Avalos) (Virtù: Fierezza), andando da sinistra a destra della “facciata parlante” con l’epigrafe «“Più solida è la fierezza quando unisce un brillante valore militare”. […] La memoria dell’attività di uno fra i più illustri militari del primo ‘500 è celebrata dalla scelta della figura maschile giovane e nuda che simboleggia “chiara fama”, l’elmo rappresenta “dignità, intelletto e nobiltà”» (p.p  157-161).

3. Iacopo Capace Galeota (Virtù: Fortuna), con l’epigrafe «“Avrà imitato codeste gesta, avendo per compagna una sola virtù» (p. 165).

4. Consalvo di  Cordova (Virtù: Ardire Magnanimo et Generoso); con il quale busto si chiude la semifacciata di sinistra, avendo come «figura allegorica l’Ardire Magnanimo e Generoso e l’epigrafe “Il coraggioso non avendo paura affronta le imprese difficili come se fossero facili”» (p. 165).

Nella seconda semifacciata, andando sempre da sinistra verso destra, sono raffigurati i Grandi Conquistatori, che sono:

1. Tamerlano (Virtù: Castigo), con l’aggiunta dell’epigrafe «”Qui lo scellerato e spietato torturatore: state lontano voi che non avete nessuna colpa” [che] evidenzia l’aspetto spietato del guerriero e appare come esplicito messaggio metaforico rivolto ai sudditi spettatori o un invito ad essere solerti di fronte ad uno spietato attacco nemico» (p. 173).

2. Giorgio Castriota Scanderbech (Virtù: Scienza), la cui figura allegorica è «una donna nuda (salvo un sottile velo che dall’omero destro giunge al pube) con alle spalle un tronco; nella mano destra regge una clessidra, mentre la sinistra poggia su un compasso. È la simbologia della Misura del Tempo e dello Spazio (o della Geometria) che, in senso lato […] rimanda alla Scienza. L’epigrafe impartisce un ammonimento ben preciso: “Conoscete voi stessi e vivete di conseguenza”» (p. 173).

3. Cristophoro Colombo (Virtù: Ingegno), la cui epigrafe commenta: «”Così accorra la somiglianza, per qualunque uso tu mi voglia). La figura allegorica è quella di un giovane con una tunica, alato, con un elmo, e per cimiero un’aquila; stringe con forza un arco teso in atto di tirare la freccia (parte del braccio sinistro è mancante): è la rappresentazione dell’Ingegno» (p. 179).

4. Can Grande Della Scala (Virtù: Tolleranza e Dignità), la cui figura allegorica associata è la Tolleranza (soprattutto sopportazione delle fatiche), mentre l’epigrafe ha questo commento: «Ora un porco, Alcide, dà la scalata al cielo» (p. 183).

Per Giuseppe Orlando D’Urso e Sabrina Avantaggiato, la “facciata parlante” si completa ai lati estremi della stessa con due figure allegoriche per parte, una che suona il violino, l’altra che suona la cetra, ed esse «non sono collegate a busti di uomini illustri o ad epigrafi; sono state associate alla musa Euterpeo, considerata come una rivisitazione della musa Tersicore» (p. 189).

Per gli autori del libro, gli artisti costruttori della “facciata parlante” del castello di Corigliano d’Otranto, sono stati: Francesco Manuli, Antonio Fiorentino, Agostino Carrone, e Andrea Peschiulli; tuttavia vengono però citati molti altri che magari hanno svolto lavori meno importanti dei primi.

Il libro continua infine con tre Appendici: 1. “La descrizione del Castello di Corigliano d’Otranto in documenti e relazioni” a partire dal 1642; 2. “La famiglia Delli Monti”; 3. “La famiglia Trani”. Si chiude con una corposa Bibliografia delle opere consultate.

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