L’ortica. Tanti nomi dialettali per una pianta “che brucia”

La cantarìnula

 

di Armando Polito

 

nome italiano: Ortica maggiore

nome scientifico: Urtica urens L.

famiglia: Urticaceae

nomi dialettali salentini: cantarìnula (Nardò), ardìca (Alessano, Spongano), ardìcula (Neviano, Erchie, San Vito dei Normanni, Cisternino, Mottola, Massafra, Palagiano), ardìchele (Ceglie Messapico, Martina Franca) ardìchela (Ostuni), irdìca (Galatone), irdìcula (Veglie), àrdeche (Taranto), urdìca (Aradeo, Castrignano del Capo, Collepasso, Galatina, Miggiano, Presicce, Sogliano, Specchia), lurdica (Cutrofiano, Parabita, Vernole, Surbo), vurdìca (Salve).

Etimologie dei nomi: l’italiano, il primo componente dello scientifico e quello della famiglia sono dal latino urtìcam, probabilmente connesso col verbo ùrere=bruciare; il secondo componente del nome scientifico (urens=che brucia) altro non è che il participio presente del verbo latino appena ricordato; per quanto riguarda i nomi dialettali salentini, mentre ardìca, ardìcula, ardìchele, ardeche si collegano al verbo ardere1 (da notare in ardìcula e ardèchele l’aggiunta di un suffisso diminutivo) urdìca è direttamente dal detto latino urtìcam;  lurdica, poi, è sua figlia per agglutinazione dell’articolo (l’urdica>lurdìca>la lurdìca) cui potrebbe essere non estraneo un incrocio con lurdu, come pure vurdìca che registra la prostesi di v-, cui potrebbe essere non estraneo un incrocio con verde coinvolgente pure irdìca e il suo diminutivo irdìcula.

E il neretino (attenzione, esclusivamente neretino nel designare la pianta!2) cantarìnula? Nemmeno il più fantasioso dei filologi potrebbe farlo derivare da urtìca.

Il problema è, però, che nessun filologo (Rohlfs compreso) fino ad ora ha avanzato proposta di sorta. So benissimo che quando uno si appresta ad onorare la sua incoscienza finisce disonorato, ma non posso farci nulla, son fatto così e di proposte ne avrei due (la seconda, però, è quella alla quale credo di più), sicché dico che cantarìnula potrebbe essere nata:

a) dalla confusione con il nome di un’altra erba (in italiano canterèlla, nomi scientifici: Coronilla scorpioides o Arthrolobium scorpioides) con cui ha in comune le proprietà vescicatorie. Canterèlla è forse dal latino *cantharìdula(m), diminutivo di càntharis=cantaride, dal greco cantharìs=cantaride, diminutivo di kantharos=scarabeo, perché, come dall’insetto, se ne ricavano sostanze vescicanti e (ti pareva…) afrodisiache3.

b) dall’aggettivo greco akantherós/á/ón=fornito di spine, attraverso la seguente trafila: akantherá>*canterá (aferesi di a-)>*cantará (passaggio –e->-a-), *cantarìna (aggiunta di un primo suffisso diminutivo)>cantarìnula (aggiunta di un secondo).

E dopo avere disonorato me lascio a Plinio il compito di onorare la pianta attraverso ciò che di lei scrisse nel I° secolo d. C., dedicandole parecchi capitoli della sua opera4: “Che cosa ci può essere più odioso dell’ortica? Ma essa, a parte l’olio che abbiamo detto ricavarsene in Egitto, è piena anche di altre proprietà curative. Nicandro afferma che il suo seme neutralizza la cicuta, i funghi e l’argento vivo [mercurio], Apollodoro che col brodo di testuggine cotta è efficace contro le salamandre e allo stesso modo contro il giusquiamo, i serpenti e gli scorpioni. Anzi quella stessa amarezza mordace costringe per contatto a far risalire l’ugola in bocca, le vulve prolassanti e il sedere dei bambini, a risvegliare i letargici toccando con essa le gambe e ancor più la fronte. Essa guarisce i morsi dei cani con aggiunta di sale, posta nelle nadici, soprattutto con la radice, blocca il sangue. Mescolata a sale sana la cancrena e le brutte ulcere, allo stesso modo le lussazioni e i tumori, le parotidi e i tessuti che si staccano dalle ossa. Il seme bevuto con mosto cotto apre le matrici che si strozzano. Applicato blocca i flussi delle narici. Assunto in acqua con miele nella dose di due oboli facilita il vomito dopo il pranzo, bevuto poi nel vino nella dose di un obolo ricrea dalla stanchezza. Tostato nella misura di un acetabolo è contro le malattie della matrice, bevuto nel mosto cotto è contro la flatulenza. Giova con miele a chi soffre di ortopnea [difficoltà a respirare in posizione distesa] e purifica il torace. Con lo stesso preparato con aggiunta di seme di lino giova al fianco. Vi aggiungono issopo e un po’ di pepe. Si empiastra sulla milza. Tostato facilita la digestione. Ippocrate afferma che bevendolo la matrice viene purgata e che viene liberata dal dolore assumendolo tostato nella dose di un acetabolo, bevuto dolce, e applicato con succo di malva, che i vermi intestinali vengono eliminati mescolandolo con idromele e sale, che la caduta dei capelli viene rallentata con l’empiastro di semi. Moltissimi lo applicano con olio vecchio alle malattie articolari e a chi è ammalato di podagra oppure usano le foglie pestate con grasso di orso. Non meno utile la radice pestata con l’aceto, allo stesso modo per la milza, e cotta nel vino e mescolata con sugna vecchia salata elimina gli ascessi. La stessa secca è unguento depilatorio. Espresse le sue lodi pure il fisico Fania, sostenendo che cotta insieme con i cibi o aggiunta come condimento è utilissima alle arterie, contro la tosse, la diarrea, il mal di stomaco, gli ascessi, la parotite, i geloni, mista ad olio stimola la sudorazione, cotta con le ostriche stimola l’intestino, con l’orzata purga il petto e i mestrui delle donne, con il sale cicatrizza le ulcere che tendono ad estendersi. Ne viene usato pure il succo. Dopo che è stato spremuto ed applicato sulla fronte blocca l’emorragia nasale, bevuto stimola l’eliminazione dell’urina, frantuma i calcoli, mediante gargarismi restringe l’ugola. Il seme va raccolto mediante mietitura. Il più lodato è l’alessandrino. Per tutto questo valgono anche le ortiche meno pungenti e tenere, ma soprattutto quella selvatica e per questo più facilmente elimina la lebbra sul viso bevuta nel vino. Se un animale non va in calore dicono di sfregarne il sesso con l’ortica”.

Di che meravigliarsi, allora, se le nostre nonne trattavano la calvizie, ma soprattutto la caduta stagionale dei capelli, strofinando sul cuoio capelluto direttamente alcune foglie appena raccolte o applicando un impiastro ottenuto facendo bollire per una decina di minuti foglie e steli? e se una garza imbevuta di succo costituiva un rimedio per le emorroidi?

E oggi distrattamente leggiamo sul contenitore “shampoo alle ortiche” o scegliamo proprio quel tipo; auguriamoci solo che ci siano veramente gli stessi principi attivi (allora freschi e gratuiti…) delle ortiche della nonna…

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1 Con aggiunta dello stesso suffisso di ortica. Il supino di ùrere è ustum, ma, considerando il fenomeno del rotacismo, non è proibitivo pensare che il paradignma originario fosse *uso/*usis/ussi/*ustum,*ùsere eche al supino ustum (in cui la s rappresenta un relitto dell’originaria mancanza di rotacismo) si sia affiancata una forma volgare rotacizzata urtum, dalla cui radice (urt-) è derivato, con aggiunta del suffisso, urtìca. Un esempio tra i tanti, tutti di derivazione latina, di formazione con questo suffisso è, tra le voci deverbali, amico (da amare).

2 La variante irdìcula, che a Veglie, come abbiamo visto, indica la pianta, a Nardò designa la ortica di mare. Sempre a Nardò irsicula è il nome di un fungo simile ad una pallina bianca che, in passato, essiccato veniva strofinato e la polverina che si liberava veniva applicata come cicatrizzante sulle ferite; irsìcula è dal latino medioevale bursìculu(m)=piccola borsa, dal classico bursa (col peduncolo terminale, infatti, il nostro fungo somiglia proprio ad una borsetta).

3 La voce kàntharos in greco, oltre all’insetto, indica anche un segno a forma di scarabeo, un pesce, una coppa anseata, una barca. È evidentissimo il progressivo slittamento metaforico del significato (per collegare la barca allo scarabeo basta aggiungerle una o più coppie di rematori), per cui mi sorprende che il De Mauro nel suo dizionario registri un canterella 1 (l’insetto, con l’etimologia che prima ho riportato ) e un canterella 2 (l’erba, “dal latino kàntharus=coppa con –ella”). Mi sorprende pure che per cantarella 1 aggiunga l’”influsso di cantare”, per il quale, nonostante la mia fantasia, non riesco a trovare nessun aggancio con la nostra erba la cui puntura, tutt’al più, farà gridare; a meno che non si venga a sapere che in passato era usata come strumento di tortura per far cantare qualcuno…

4 Naturalis historia, XXII, 31-36: ”Urtica quid esse invisius potest? At illa praeter oleum, quod in Aegypto ex ea fieri diximus, vel plurimis scatet remediis. semen eius cicutae contrarium esse Nicander adfirmat, item fungis vel argento vivo, Apollodorus et salamandris cum iure coctae testudinis, item adversari hyoscyamo et serpentibus et scorpionibus. Quin ipsa illa amaritudo mordax uvas in ore procidentesque vulvas et infantium sedes tactu resilire cogit, lethargicos expergisci tactis cruribus magisque fronte. Eadem canis morsibus addito sale medetur, sanguinem trita naribus indita sistit et magis radice. carcinomata et sordida ulcera sale admixto, item luxata sanat et panos, parotidas carnesque ab ossibus recedentes. Semen potum cum sapa vulvas strangulantes aperit. Profluvia narium sistit impositum. vomitiones in aqua mulsa sumptum a cena faciles praestat duobus obolis, uno autem in vino poto lassitudines recreat. Vulvae vitiis tostum acetabuli mensura, potum in sapa resistit stomachi inflationibus. Orthopnoicis prodest cum melle et thoracem purgat eodem ecligmate et lateri medetur cum semine lini. Addunt hysopum et piperis aliquid. Inlinitur lieni, difficilem ventrem tostum cibo emollit. Hippocrates vulvam purgari poto eo pronuntiat, dolore levari tosto acetabuli mensura, dulci poto et inposito cum suco malvae, intestinorum animalia pelli cum hydromelite et sale, defluvia capitis semine inlito cohonestari. Articulariis morbis et podagricis plurimi cum oleo vetere aut folia cum ursino adipe trita imponunt. Ab eadem radix tusa cum aceto non minus utilis, item lieni, et cocta in vino discutit panos cum axungia vetere salsa. Eadem psilotrum est sicca. Condidit laudes eius Phanias physicus, utilissimam cibis coctam conditamve porfessus arteriae, tussi, ventris destillationi, stomacho, panis, parotidibus, pernionibus, cum oleo sudorem, coctam cum conchyliis ciere alvum, cum tisana pectus purgare mulierumque menses, cum sale ulcera, quae serpant, cohibere. Suco quoque in usu est. expressus inlitus fronti sanguinem narium sistit, potus urinam ciet, calculos rumpit, uvam gargarizatus reprimit. Semen colligi messibus oportet. Alexandrinum maxime laudatur. Ad omnia haec et mitiores quidem teneraeque efficaces, sed praecipue silvestris illa, et hoc amplius lepras e facie tollit in vino pota. Si quadripes fetum non admittat, urtica naturam fricandam monstrant”.

4 Commenti a L’ortica. Tanti nomi dialettali per una pianta “che brucia”

  1. Prof, Interessantissimo e profondo come sempre, pensa che io, profanamente e istintivamente, ho fatto sempre derivare il termine “cantarinula” da “cantaru” per l’antica abitudine di queste piante acidofile di prosperare nel terriccio acido intorno ai bordi dei vecchi “lochi” (pozzi neri deputati allo svuotamento dei “cantari” domestici) e negli anfratti cittadini utilizzati per i bisogni fisiologici. Anche se terra terra, potrebbe essere un’ipotesi???

  2. Caro Massimo, a quanto ho appreso a mie spese, nel campo dell’etimologia (ma, forse, non solo in quello…) anche le proposte fatte “profanamente e istintivamente” possono essere preziose, anche se, quando non possono poi essere escluse al di là di ogni ragionevole dubbio, stimolano altri agganci che non fanno altro che accrescere l’incertezza (sempre meglio, comunque, questa di una certezza fasulla). È proprio il nostro caso: la tua proposta, ineccepibile sul piano fonetico e su quello semantico, potrebbe trovare integrazione al suo collegamento col letame e simili nel latino medioevale in cui è attestato (Glossario del Du Cange, tomo II, pag. 103) nel 1130 un “cantarium” per “cantarum”, nel senso particolare “di disco su cui si infilzavano le candele”, usato al posto del candelabro: e questa volta il riferimento è alla caratteristica più appariscente della nostra pianta. Un caro saluto.

  3. […] irdìcula suppone un latino  *urtìcula, diminutivo del precedente urtìca, con normalissimi passaggi u->i- (probabilmente non è da escludersi pure l’incrocio con verde) e -t->-d-. Lo stesso nome designa pure l’ortica marina; irdìcula è ben distinto da irsìcula che è il nome di un fungo e che è diminutivo del latino tardo bursa=borsa (per evidentissima analogia di forme), dal greco byrsa=pelle conciata. Per cantarìnula, Urens e Urticàceae vedi il post La cantarìnula del 9 dicembre 2010, di cui questo è integrazione (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/29/lortica-tanti-nomi-dialettali-per-una-pianta-che-br…/). […]

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