Quando un’agonia si protraeva oltre i tre giorni, se ne forzava la conclusione posando sul petto dell’agonizzante il pesante giogo dei buoi

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

 

LA MORTE PER GIOGO

 (LU SCIU’)

 

Per affrettarne la morte posavano sul petto degli agonizzanti il pesante giogo che si metteva ai buoi durante l’aratura. Rimedio barbaro adottato non in virtù di un principio eutanasico, ma nella superstiziosa credenza che a trattenere l’anima nel corpo fosse il diavolo. A furia di gravare, l’agonizzante moriva per soffocamento.

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Al lettore può sembrare inverosimile, ma all’epoca, quando un’agonia si protraeva oltre i tre giorni, se ne forzava la conclusione posando sul petto del povero agonizzante il pesante giogo che si metteva ai buoi durante l’aratura; rimedio barbaro adottato non in virtù di un principio eutanasico (ché anzi la morte avveniva per soffocamento), ma nella superstiziosa credenza che a trattenere l’anima nel corpo fosse il diavolo, e questo al fine di farla spazientire, disperare e quindi impossessarsene.

Intànnu lu fiézzu ti lu sciù [1] (Fiutando la puzza del giogo), oggetto a lui familiare in quanto se ne serviva per piagare la groppa dei buoi – rei di vantare corna non asservite al male perché accarezzate dalla Madonna, tornite da S. Giuseppe e benedette da Gesù Bambino [2] -, il diavolo si incuriosiva e, desideroso di vedere se nella stanza c’era anche un bue sul quale infierire, usciva dalla bocca spalancata del moribondo guadagnando la sponda del letto per meglio guardarsi attorno.

Immaginandolo in questa perlustrazione, al fine di trattenerlo il più a lungo possibile e dare così all’anima maggiore tempo di fuggire dal corpo e rifugiarsi nelle braccia di Dio, le donne, subito dopo aver sistemato lu sciù, si sparpagliavano per la stanza, inscenando la farsa di una loro complicità: mentre la più furba, girata contro il muro, raccoglieva le mani a imbuto sulla bocca emettendo suoni che simulavano muggiti, le altre facevano segni con gli occhi e con l’indice verso il basso del letto, intendendo così suggerire che il bue vi si era nascosto sotto. Un’abbindolata che voleva essere doppia, giacché sotto il letto, al posto del fantomatico bue, c’era una scopa, precedentemente collocata nella credenza che, a tale vista – in virtù di una legge che tutelava gli interessi infernali –, il diavolo si sarebbe fermato per pisciarvi sopra.

Che se poi quel fetente malgrado la puzza del giogo non veniva fuori (dicat l’agonizzante non moriva, resistendo alla compressione del giogo), pur di stanarlo, furbamente ricorrevano alla provocazione: incupendo la voce, cioè rendendola cavernosa e mugghiante quasi fosse quella di un bue, lo sfidavano ripetendogli all’unisono: “Jéssi fore curnùtu ci tiéni lu curàggiu!… Jéssi fore curnùtu…”, spesso alternando alla sfida diretta la sfida indiretta.

Come se nella stanza ci fosse realmente un bue e fingendo di avere paura dello stesso, si davano a elogiarlo attraverso due strofette che, al fine di non essere incornati, di solito si recitavano entrando in una stalla o incrociando buoi sul proprio cammino. Se le donne vi ricorrevano in questo caso, è perché la blandizie nasceva dal contrasto di una violenta denigrazione nei confronti del diavolo, chiamato in causa proprio a motivo dell’anzidetta rivalità sorta a causa delle corna:

Oe ti lu bbrisébbiu

jò no tti chiàmu curnùtu

ca tu no ssinti tristu

ca li corne tua l’à bbinitétte Cristu.

 

Ti curnùtu nci nn’éte unu sulu:

lu tiàulu nfitisciùtu

ca nni fete lu culu

pi’ cquantu éte futtùtu!

 

Bue del presepe / io non ti chiamo cornuto / perché tu non sei cattivo / in quanto le tue corna l’ha benedette Cristo. // Di cornuto ce n’è uno solo: / quel fetente di diavolo / al quale puzza il culo / per quanto è sfottuto. [3]

Prevedendo che il diavolo, all’ascolto di così feroci insulti, sarebbe finalmente uscito dal corpo dell’agonizzante, e non più per cercare l’ipotetico bue bensì per avventarsi direttamente su di loro, appena conclusa la recita se la davano a gambe, rifugiandosi per qualche minuto in casa di una vicina o, se la morte avveniva in un casolare di campagna, sotto un albero ai cui rami premurosamente appendevano una corona di rosario.

C’è da aggiungere che durante questi traffici ci si serviva della collaborazione di uno o più bambini, incaricati di rimanere in vedetta sulla soglia di casa affinché, non appena scorgevano il profilarsi del prete in fondo alla strada, si mettessero a cantare l’orazziòne ti la santa inùta, ovverosia una canzoncina-saluto che, originariamente nata a celebrare  l’arrivo del Viatico, aveva poi trovato applicazione in tutte le occasioni che implicavano la presenza sacerdotale, si trattasse della benedizione pasquale delle case o delle processioni rogazionali sui campi, delle visite a titolo esorcistico nelle stalle o dell’arrivo in paese dei padri missionari:

Stà bbene lu Signòre

a mmanu a ccavaliéri,

stà bbene lu Signòre

cu ll’àngili e Mmarìa.

Fucìmu a nnanzi…

facìmu ia!… facìmu ia!…

 

Sta arrivando il Signore / in mano a un suo cavaliere, / sta arrivando il Signore / con gli angeli e Maria. / Corriamo innanzi… / facciamo strada!… facciamo strada!…

Nel nostro caso, giocando e sull’estensione dell’uso e sull’ingenuità dei bambini, la canzoncina serviva a mettere sull’avviso le donne, concedendo loro il tempo necessario a fare sparire il famigerato sciù, al quale infatti si poteva ricorrere solo approfittando delle momentanee assenze dei sacerdoti, a quel tempo ligi nell’assistere l’anima dei moribondi, vegliandoli giorno e notte sino all’ultimo respiro. Un dovere così profondamente inteso che li portava a stabilire fra di loro dei veri e propri turni di avvicendamento attorno al capezzale, resi necessari dal fatto che – data la particolare robustezza di fibra, accreditabile alla cernita operata dall’alto indice di mortalità infantile che assicurava la sopravvivenza solo ai comprovati forti – le agonie spesso duravano intere settimane.

Pur correndo il rischio di un truismo, si può ben dire che sul letto di morte lottavano con la stessa forza usata nell’affrontare la vita, e poiché la fenomenica delle interminabili agonie demograficamente si attestava in quella che era la fascia dei superanziani, possiamo malignamente sospettare che i familiari, nel darsi da fare per liberare l’anima dai presunti lacci tesi dal maligno, perseguissero – sia pure  inconsciamente – la propria liberazione. Non va infatti dimenticato che i vecchi vivevano i loro ultimi anni a totale carico dei giovani e che le loro malattie, peggio ancora le agonie, venivano a interrompere il ritmo lavorativo delle famiglie, la cui economia, diciamo pure, sopravvivenza, spesso era direttamente appesa al filo del piccolo introito quotidiano.

     Situazioni che i sacerdoti conoscevano a fondo, per cui, collegandole all’altrettanto risaputo spirito superstizioso, cercavano di allontanarsi il meno possibile, pronti ad assumere ruolo di inquisitore allorché, rientrando dopo una breve assenza, si accorgevano ca lu furgulàru ìa sparàti li fuéchi prima ti la rriàta ti lu santu (che il fuochista aveva acceso i fuochi prima dell’arrivo del santo) [4], cioè che la morte era stata relativamente prematura. “Vussignurìa àe mutu ca no dduérmi e mmoi ti la stà ssuénni!…” (“Vostra signoria è da parecchio che non dormi, e ora questa accusa [quella dello sciù] te la stai sognando!…”), si difendevano le donne, ma davanti a loro, a smentirle, c’era il cadavere, sul cui collo e viso permanevano quelle macchie bluastre che denunciavano il soffocamento provocato dal peso del giogo.

In fatto di agonie e decessi – soprattutto quelli per senilità – i preti si ritenevano dei grandi esperti, potendo contare – dicevano – su un’esperienza diretta il cui inizio risaliva al tempo del diaconato, quando, a chiaro titolo formativo, venivano incaricati di accompagnare i sacerdoti anziani per coadiuvarli nel ministero di assistenza al capezzale dei moribondi.

Un tirocinio che si evolveva non solo in conoscenza delle tattiche usate per assicurare salvezza all’anima, ma anche in capacità di valutare quelle che erano le sintomatologie agoniche, mediante le quali stabilire con buona approssimazione il momento del trapasso.

A loro non si poteva dire “Nni l’imu ttruàtu muértu ti nnu mumiénti all’àuru” (“Ce lo siamo trovato morto da un momento all’altro”), quando sapevano che ogni anziano agonizzante, almeno due-tre ore prima della morte, era solito stiracchiare le membra, provocando quel caratteristico scricchiolio di ossa che il popolo, fingendo di ignorare, diceva fosse una manovra del diavolo ca pi’ rràggia e dddispiéttu facìa ruculàre nnu saccu ti nuci sott’a llu liéttu (che per rabbia e dispetto faceva rotolare un sacco pieno di noci sotto il letto).

Segnale di imbocco dell’ultima curva, considerato di preludio ad altri segnali ugualmente vistosi, tant’è che, se dopo averlo annotato, per un’improrogabile necessità erano costretti ad assentarsi, non la finivano di raccomandare ai parenti: “Nc’éte ‘ncora tiémpu, ma ci itìti ca rranfa lu chiasciòne, chiamàtime fucénnu” (“C’è ancora tempo, ma se vedete che raspa sul lenzuolo, venite a chiamarmi d’urgenza”).

L’atto di raspare sulle coltri, visto come ultimo spasmo nervoso prima del completo rilassamento, rivestiva grande importanza agli occhi dei sacerdoti, i quali, collegando l’attività nervosa con una possibile lucidità mentale, ne approfittavano per rinfocolare nel moribondo i sensi della contrizione e della fiducia nell’aldilà, in un certo qual modo agevolati dal fatto che proprio in questa fase di ultimale inquietudine riprendevano lo smozzicato dialogo con i defunti a loro più cari: padre, madre, nonni e cumpàri ti sangiuànni (compari di battesimo).

Stà cchiàma ntorna li muérti…” (“Sta chiamando nuovamente i morti…”); “So’ rriàti li muérti…” (“Sono arrivati i morti…”); “Stà cconta cu lli muérti…” (“Sta parlando con i morti…”), si dicevano l’un l’altra le donne; e con  la scusa di fare rispettoso largo all’affluire dei defunti, si scostavano dal letto, nascondendo le mani sotto il grembiule e sveltamente camminando all’indietro. “A lli muérti no ssi tàgghianu mai li passi” (“Ai defunti non si devono mai intralciare i passi…”), confermava la più anziana con voce compunta, ma in realtà il loro retrocedere veniva determinato dalla paura che il moribondo, in virtù di un improvviso guizzo, avesse a raggiungerle con una delle sue mani raspanti, tocco – a volte vera e propria stretta – superstiziosamente interpretato come atto di designazione del suo immediato successore nella morte. A ricomporsi a ruota attorno al letto aspettavano che il sacerdote, diagnosticando l’imminenza del decesso dal restringersi delle cartilagini nasali, desse voce chiedendo nnu mmuccatùru, cioè un fazzoletto per asciugare le due grosse lacrime che invariabilmente sgorgavano dagli occhi del morente sul punto di esalare l’ultimo respiro; un gesto pietoso alla cui vista la più autorevole delle vicine di casa si affaccendava ad accendere la candela necessaria all’accertamento del trapasso, porgendola poi al sacerdote con la stereotipata frase “A lluce ti Ddiu pi’ iddhru e ppi’ ll’ànime sante ti lu purgatòriu” (“Sia fonte di luce divina per lui e per le anime sante del purgatorio”).

Sommando a queste conoscenze quella relativa ai segni dell’immediato postmortem,

fra i quali l’azzeramento termico, l’illividirsi delle unghie o i tempi di passaggio dalla flaccidità alla rigidità, si può ben comprendere la sicurezza con la quale i preti stabilivano che le tracce bluastre non erano normali macchie ipostatiche, bensì effetto di soffocamento provocato dallo sciù; né si può non giustificarli se, al fine di combattere un così barbaro uso, si mostravano irremovibili nel negare ai familiari il  sacramento della comunione fin quando non avessero fatto sufficiente ammenda del loro peccato. Una punizione che il popolo giudicava irragionevole, non riuscendo a spiegarsi come mai nnu cristiànu strovìto comu nnu papa (una persona istruita qual’era un prete) arrivasse a dire ai parenti più intimi “L’iti ccisu” (“L’avete ammazzato”), quando invece li doveva ringraziare per aver salvato, proprio attraverso il giogo, un’anima dall’inferno. Non era forse quello un oggetto unanimemente ritenuto come sacro per via del suo formare, nell’attacco con la bure dell’aratro, il segno benedetto della croce di Cristo? E al proposito l’esperienza non insegnava che, pur se vecchio e tarlato, nessuno poteva azzardarsi a bruciarlo o comunque a distruggerlo, pena un addensarsi sul suo capo delle maledizioni divine? Altro che morte per soffocamento! Chi aveva assistito a nna morte fatiàta cu llu sciù sapeva benissimo che quelle macchie bluastre erano dovute all’ampa e a lla nfumicàta (alle lingue di fuoco e fumo) che il diavolo emanava dall’ano mentre attraversava la bocca del moribondo! Sì, era facile predicare dal pulpito che il diavolo trascinava le anime all’inferno, che il diavolo tentava gli uomini con ogni mezzo, quando poi non si accettava un rimedio tanto religioso per scacciarlo in punto di morte!

Diceva bene il proverbio “Cinca sécuta li miétici more mprima; / cinca sécuta li priéti si perde l’ànima” (“Chi dà retta ai medici muore in anticipo; / chi dà retta ai preti ci rimette l’anima”)!

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[1] Nel Novecento, detto anche sciùllu e sciuéu: deformazioni (o ingentilimenti?) linguistiche avvenute forse in seguito alle trasformazioni subite (in leggerezza e accuratezza) dello stesso giogo. 

[2] Si veda la poesiola al N° 3

[3] In realtà le due strofe costituivano il finale di una poesiola natalizia, cioè di uno di quei famosi sunétti che, collegati fra di loro a mo’ d’interpretazione scenica, venivano messi in bocca ai personaggi più importanti del presepio, davanti al quale si svolgeva la recita: il Bambinello, la Madonna, S. Giuseppe, gli Angeli, la stella, l’asino, il bue, le pecore e l’immancabile miénzu scemu, cioè un pastore tardo di comprendonio.

La poesiola in oggetto, nella sua stesura integrale – che trascriviamo qui di seguito -, risulta come recitata dal bue, ma volendone usare il finale a scopi propiziatori (non venire incornati) si era provveduto a un ribaltamento di termini: non era più il bue a perorare rispetto, bensì l’uomo a protestarglielo come ingraziamento.

No mmi chiamàre curnùtu

ca li corne mia

l’à ncarizzàte la Ergine Marìa

quannu ddhra notte bbeddhra

sobbra’a lla rotta si firmàu la stéddhra.

 

Li ncarizzàu e ttruànnule raspòse

tisse: Ggiséppu mia, tanne nna llisciàta;

e cquiddhru spiértu spiértu nni rispòse:

ci quistu uéi ti fazzu ccuntintàta.

 

E bbuénu bbuénu, sciùrnu rretu sciùrnu,

fatiànnu a scappatùre,

mi li passàu a llu turnu.

 

Poi nni li mmusciàu a llu Mmamminiéddhru:

cce tti nni pare? Comu so’ bbinùte?

Bbeddhre so’ bbinùte, bbeddhre tisse

e mmi li asàu e mmi li bbinitìsse!

 

No mmi chiamare curnùtu

ca jò no ssontu tristu

ca li corne mia l’à bbinitétte Cristu.

 

Ti curnùtu nci nn’éte unu sulu:

lu tiàulu nfitisciùtu

ca nni fete lu culu

pi’ cquantu éte futtùtu!

 

Non mi chiamare cornuto / perché le mie corna / le ha accarezzate la Vergine Maria / quando quella notte bella / sulla grotta si fermò la stella. // Le accarezzò e trovandole ruvide / disse: Giuseppe mio, da’ una levigata; / e questi, svelto svelto le rispose: / se è questo che vuoi, ti accontento subito. // E buono buono, giorno dietro giorno, / lavorando nei ritagli di tempo, / me le passò al tornio. // Poi le mostrò al Bambinello: / che te ne sembra? Come sono venute? / Belle sono venute, belle disse, / e me le baciò e me le benedisse! // Non mi chiamare cornuto / perché io non sono cattivo / in quanto le mie corna le ha benedette Cristo. // Di cattivo ce n’è uno solo: / quel fetente di diavolo / al quale puzza il culo / per quanto è sfottuto!

[4] Nelle antiche feste patronali, i fuochi pirotecnici che a tarda sera segnavano la conclusione della festa non si accendevano se prima non arrivava la statua del santo festeggiato. Portata al suono della banda nello spiazzo scelto alla periferia del paese, veniva allogata su un provvisorio altarino: il santo poteva così godersi lo spettacolo che, grazie al contributo economico di tutti i fedeli, era stato organizzato in suo onore.

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Questo contributo è tratto dal volume Tre Santi e una Campagna, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, 1994, (Capitolo “Li fronne ti Santu Cristòfuru”,pagg. 337-343)

 

21 Commenti a Quando un’agonia si protraeva oltre i tre giorni, se ne forzava la conclusione posando sul petto dell’agonizzante il pesante giogo dei buoi

  1. per quel che ne so il giogo veniva collocato al capezzale del letto dell’agonizzante, posato per terra. Almeno questo si racconta a Nardò.
    Così come era sufficiente che si ponesse anche solo una parte dell’ingombrante giogo.
    Sempre a Nardò, si racconta, che il protrarsi dell’agonia era segno inequivocabile che il malcapitato avesse bruciato in vita il giogo e solo il porlo al suo capezzale avrebbe rotto l’incantesimo, ponendo fine alle sue sofferenze

  2. Alla fine del dicembre 2010 avevo scritto un piccolo articolo proprio sulla maledizione del giogo.
    Lo linko perchè lunghetto. Nei miei ricordi ricordo solo della maledizione per chi ne bruciava uno in vita, ma nulla sulla sulle origini della superstizione. Forse l’uso strumentale nell’eutanasia, ha generato la successiva superstizione della maledizione.

    • Nonostante legga spesso il tuo bel sito, questo articolo mi era sfuggito. Belli anche i richiami alla Sardegna.
      Ricordo anche io che gli anziani, di fronte all’agonizzante da più giorni, supponesso particolari peccati del moribondo, proprio come tu scrivi: “…La sospensione nell’inermità e forse nel dolore, sono sempre associate a peccati pregressi di particolare gravità che impediscono all’anima del moribondo di uscire concedendo al malcapitato una buona morte”.

      Non ho mai sentito invece la versione femminile del giogo, carneddhe, come riporti nel tuo pezzo

  3. Non è poi così lontano nel tempo quanto doviziosamente descritto (nemmeno voglio sapere in merito alla “versione femminile del giogo”).
    Allucinante.

  4. “Allucinante”! Non si può qualificare diversamente questo lungo passo dell’opera massima di Donna Giulietta Verdesca Zain-Pensabene. Quando lo lessi per la prima volta ne rimasi talmente impressionato che la notte seguente non feci altro che sognare gioghi, stalle, vecchi contadini morenti!
    Ancora un grand merci all’amico Nino, che puntualmente ci gratifica con questi assaggi di autentica etnologia salentina.

  5. Le parole di Fernando mi hanno coinvolto così emotivamente da non poter rimanere indifferente, per cui, ringraziandolo, approfitto per riflettere un po’ sul commento che il nostro Marcello ha posto a nome della Redazione.
    Può darsi che, ovunque e non solo a Nardò, in tempi meno ‘antichi’ e quindi socio-culturalmente meno ‘barbari” (mi riferisco ormai ai primi decenni del Novecento), il giogo non si mettesse più sul petto degli agonizzanti, ma permanendo sempre le ancestrali paure – o sia pure semplicemente per ‘scrupolo’ – lo si posasse, in vista, al capezzale del letto. Per ciò che riguarda invece l’uso della bruciatura del giogo, non comportando brutalità di comportamento e quindi giudizi infamanti, permaneva ovunque la stessa superstizione; più o meno quella che si legge nell’articolo: ”Non era forse quello un oggetto unanimemente ritenuto come sacro per via del suo formare, nell’attacco con la bure dell’aratro, il segno benedetto della croce di Cristo? E al proposito l’esperienza non insegnava che, pur se vecchio e tarlato, nessuno poteva azzardarsi a bruciarlo o comunque a distruggerlo, pena un addensarsi sul suo capo delle maledizioni divine?”
    Poi, al di là che ogni paese aveva usi diversi o varianti in seno allo stesso uso, va molto tenuto in conto che con l’avvento del Novecento la civiltà contadina si è – diciamo così – man mano ingentilita fino a essere – nel racconto da padre in figlio (e spesso con o nella ‘vergogna’ di dire quale era la pura realtà) – storpiata, minimizzando tante cose che inquadrate in un’epoca antica risultavano normali e che invece alla luce dell’acculturazione facevano e fanno inorridire.
    Quanto vado dicendo è frutto di esperienza diretta: io so quanto sia stato difficile condurre le ricerche antropologiche in un tempo quando si era messo già una pietra sopra al passato e nessuno voleva – per qualsiasi ragione – rivangarlo! Oggi si parla ovunque e con facilità degli usi e costumi
    degli antenati salentini; i vecchi, cioè le persone legate al vecchio tempo, quelle che lo avevano vissuto – sia pure ormai a livello di frangia – in prima persona, sono tutti morti e per pace di molti non possono più riferire le realtà vissute, compreso lo sfruttamento e la miseria, ma tanti e tanti genitori o addirittura nonni dei giovanissimi che – come dicevo – oggi si occupano con grande interesse e, viva il cielo, con disinvoltura di etnologia, negli anni 70-80-90 del Novecento si rifiutavano di venire a conoscenza delle antiche tradizioni vietando ai loro poveri vecchi di parlarne come se l’esperienze vissute fossero vergogne che potrebbero ricadere sui discendenti e quindi viste alla stregua di peccati mortali. Poveri vecchi contadini dovevano stare zitti, avevano il divieto assoluto di parlare con i nipoti per non infettarli addirittura con il loro linguaggio dialettale, pregiudizio che – bisogna dirlo a giustificazione delle famiglie – partiva dalla scuola i cui insegnanti, ritenendo ormai il dialetto una lingua da ignoranti e non tenendo conto invece che poteva essere un tramite insuperabile all’insegnamento-apprendimento della lingua italiana con delle traduzioni simultanee – si recavano nelle case degli alunni sbraitando contro i genitori ai quali vietavano severamente di pronunciare parole dialettali.
    Ripeto, ne parlo con cognizione di causa perché si tratta degli anni in cui più attivamente abbiamo condotto le ricerche, e – lo dico senza timore di smentita e Fernando che è di Copertino lo può confermare – se siamo riusciti a raccogliere tanto materiale, quello già pubblicato e quello che
    giace presso di me (Paolo Tarsi ha visto qualcosa) lo si deve al grande ascendente che la mia Giulietta aveva presso la popolazione. A lei, a donna Giulietta, per usare l’appellativo che Fernando cita così affettuosamente, i vecchi contadini sarebbero andati in carcere pur di non negare i loro racconti, a raccontare le loro esperienze o quanto avevano appreso dai genitori e dai nonni. La fiducia era tanta nei suoi confronti, anzi era tanta la sua umanità e il suo benvolere verso le classi subalterne, che facevano tutti a gara – quasi si sentissero onorati – nel ricorrere a sotterfugi nei confronti dei figli pur d’incontrarsi con lei e poter parlare liberamente del passato.
    Di me, per esempio, avevano imbarazzo, e la stessa Giulietta, pur di raccogliere il più materiale possibile, spesso mi pregava di non intervenire; anzi sia lei che le vecchie o i vecchi contadini preferivano incontrarsi fuori casa, ma sempre in luoghi lontano dai parenti. Quante telefonate negli ultimi anni del Novecento con più o meno queste parole: “Tumenica li fili mia stanu tutti a mmare: ci passi ti casa putìmu cuntàre… ca so’ bbinùta a ssapire tante cose ca no ssapìa”.
    Debbo aggiungere che le notizie riguardanti gli usi più ‘arcaici’ la Giulietta le aveva apprese già da bambina prima della seconda guerra mondiale e nel corso della giovinezza, quando, vivendo intere estati in campagna a contatto con vecchissimi contadini (ne fa testo la prefazione da lei stessa posta a “Tre Santi e una Campagna”) ne aveva approfittato per annotarle durante i comunitari racconti delle lunghe serate.
    Nessuno, comunque, può immaginare quanto sia stato difficile per noi svilupparle queste notizie ritornando a indagare dal ’70 in poi per avere, scavando il più possibile, conferme e nuovi ragguagli. Sono più che sorpreso di come e quanto siano cambiati i tempi: se, grazie al mio amico Paolo Tarsi non mi fossi aggiornato acquistando un PC, dopo aver lavorato per quasi mezzo secolo ad una Olivetti Studio 44 e avendo visto pile di quaderni scritti a mano dalla Giulietta, non sarei venuto a conoscenza di come, riguardo la visione e la voglia di sapere antropologico, la mentalità si sia completamente aggiornata. E non è che questa è una mia sensazione perché sono anziano!
    Credetemi, il passato era una bara che nessuno voleva scoperchiare, proiettati tutti com’erano – dopo una storia dolorosa – ad acculturare i figli e creare loro una vita diversa, dignitosa. Per rituffarsi nell’antica realtà socio-culturale salentina e giustificare questo desiderio di rinascita basta riguardare i video o rileggere gli studi di De Martino o Pasolini a proposito del pianto rituale delle prefiche o il morso delle tarantole.
    Ricordo – e non potrei mai dimenticarlo – che per accedere ai contributi orali dei vari paesi salentini siamo stati costretti – nel rispetto della legge e senza offendere o far male ad alcuno – a ricorrere a degli strani espedienti (estorsivi!). A Paolo Tarsi li ho già confessati. Ma era inutile farsi chilometri di automobile per giungere, non so, a Poggiardo o a Manduria, a Parabita, Presicce o a Campi o a Novoli. Se ti fermavi a chiedere nelle piazze o per la strada ti sentivi rispondere “No ssacciu nienti ti sti cose” e se andavi a bussare alle porte di casa te le vedevi sbattere in faccia. D’altra parte, quello che succedeva a Copertino se altri, al di fuori della Giulietta, si azzardavano a fare delle ricerche: durezza, muri chiusi trovavano, magari con la giustificazione (o forse il vanto) che “Tuttu quiddhru ca jò sapìa l’àggiu ngià cuntatu a ddonna Ggiulietta”.

  6. Preziose le precisazioni di Nino, preziose in quanto elementi che ci permettono di capire sempre di più il valore degli studi etnologici fatti dai due coniugi. Il fatto che in merito alle molte delle cose che Giulietta e Nino hanno con il loro capolavoro di una vita salvato dall’oblio non esistano altre fonti scritte e testimonianze orali, fa comprendere anche ai più distratti quello che vado dicendo ormai da non so più quanto tempo: siamo, con la loro opera, di fronte a un patrimonio incalcolabile di memoria storico-antropologica. Questo è imprescindibile comprenderlo se si vuole capire perchè vado scrivendo pure sul diario di mio figlio ormai che questa opera va riscoperta! Certo, questi stessi fatti che attribuiscono valore al patrimonio raccolto dai due, in qualche modo fanno sorgere un interrogativo: chi può confermare quello che leggiamo nell’opera, non essendovi altri autori che abbiano raccolto i medesimi fenomeni? La risposta può essere solo una: l’unica fonte con cui confrontarsi è la memoria dei vecchissimi ancora viventi. Ovviamente, siamo già in estremo (e forse ormai incolmabile) ritardo su questo. Si dovrebbe infatti, partendo dal libro, andare con metodo e continuità a cercare conferme dei residui mnestici di certe narrazioni lì contenute.
    Personalmente (non me ne voglia l’amico Nino, egli sa bene che la ricerca impone a tutti di fidarsi come unici amici della verità e del dubbio) ho già fatto alcune indagini di questo tipo, per esempio in merito a quanto narra Giulietta a proposito della matthra e dell’uso di esporre i cadaveri sulla stessa, usanza che mi sembrava davvero insolita! Ho interrogato le persone più vecchie che conosca, una coppia di vecchi zii. Il marito non ne aveva mai sentito parlare, cosa che mi aveva gettato nello sconforto! Mi ha riferito che il più antico funerale che ricordava era quello di un fratellino morto da bambino, il cui corpicino venne adagiato sul letto. Per fortuna la moglie (che inizialmente non avevo pensato di interrogare) benchè più giovane (in ogni caso sugli ottanta anni!) ricordava che al funerale di una sua nonna ciò era avvenuto: esattamente come narrava Giulietta la salma era stata esposta sulla matthra! Ecco, nel ricordo di quella bambina oggi ottantenne ho potuto trovare la conferma che cercavo! Ovviamente sarebbe stato tutto più difficile nel caso di un tabù come quello raccolto dal pezzo di sopra! Stiamo parlando di un tacito assassinio di un familiare in fondo, chi volete che lo confessi? E vi lascio con un’ultima domanda, molto più inquietante: siete sicuri che oggi, intorno a noi, benchè l’eutanasia sia vietata (e non solo dai preti, ma dalle leggi dello Stato!), non sia praticata? Quanto tempo si è perso in etnologia salentina…

    • Gent.mo Pier Paolo in nome della mia associazione culturale (SVEG) sarei interessata a contattarla in privato per sottoporre alla sua attenzione un’iniziativa in cui avrei piacere di coinvolgerla. Se volesse ricevere maggiori informazioni può contattarmi all’indirizzo email associazioneculturalesveg@gmail.com

  7. Credimi, Paolo, il tuo entusiasmo mi gratifica, mi esalta e nello stesso tempo mi fa benevolmente sorridere, attribuendolo alla tua giovane età, cioè alla non esperienza di vita, dovuta non ad una tua colpa o deficienza ma al fatto che sei nato in ritardo per poter accedere o realizzare indagini in merito all’antica civiltà contadina del Salento. Questo risveglio d’interesse non è soltanto in te, ma lo vedo in tanti e tanti giovani che – non avveduti come te -si buttano a capo fitto e sembra che abbiano scoperto l’uovo di Colombo quando possono esibire un proverbio o dire “Mia madre ha detto che… “ o “Mio nonno mi ha raccontato che…” I genitori o i nonni di quelli della tua età sono relativamente giovani, possono ricordare a sprazzi e, solo per sentito dire, qualche racemo di notizia; e non per età anagrafica – che se il mondo fosse marciato in linea con il tenore di vita della loro infanzia avrebbero di sicuro potuto ricordare -, ma perché la seconda metà del Novecento è stata una spugna passata sui cervelli di tutti. L’avvento della televisione in concomitanza con il boom economico ha fatto delle persone nuove creature, sono tutte rinate a vita nuova con la precisa voglia di dimenticare, di cancellare addirittura il passato. Quelli della tua età non possono capire… voi parlate della civiltà contadina guardando ormai a qualcosa che più non esiste, che non vi appartiene e non vi è mai appartenuta, come non è appartenuta a nessun o di noi la civiltà degli aztechi, degli etruschi o degli incas, ma per coloro che hanno appena preceduto i vostri genitori era un macigno del quale bisognava scrollarsi a tutti i costi, motivo per cui si sono tuffati nel modernismo cercando – non so se positivamente o negativamente – di godersi la vita a piene mani.
    Ricordo un episodio, mi pare riportato nella prefazione al libro. Devo premettere al proposito che, per tradizione familiare, ogni anno, all’arrivo dell’estate, in famiglia si pensava alla provvista di friselle, la cui fattura era compito delle giardiniere che abitavano in campagna nello stesso edificio della casina. Da sempre si erano fatte una certa quantità di grano e l’altra metà di orzo, abitudine che la Giulietta non aveva interrotto neanche con la morte della zia, cioè finché nel 1974, al ritorno dal forno, aiutando la Giulietta nel sistemare le frise nelle capase, la giardiniera, la Cosimina appunto, con molta mortificazione ebbe a dire: “St’annu, tonna Ggiulietta, l’imu fatte quiddhre ti uérgiu ma l’annu ci ene li facìmu sulu ti ranu pircé a llu furnu mi nni scuérnu… tutti mi tanu la burla… tìcinu: “Cc’ete ncora ggente ca mangia frise t’uérgiu”. Ecco la realtà a cui mi riferivo e che la contrappongo a quella di oggi, in seno alla quale il mangiare frise d’orzo è un lusso. Allora no! Era vergogna! Era simbolo di miseria! Per secoli i contadini erano stati costretti per miseria appunto a mangiare pane e frise di orzo, per cui rinnegarlo rappresentava la nuova dimensione se non di ricchezza per lo meno di agiatezza. Né la poveretta avrebbe potuto dire: “No ssontu mia, l’àggiu fatte pi lla patrona” in quanto avrebbe fatto una doppia brutta figura perché veniva a confessare così che stava ancora alle dipendenze altrui. Lo so, qualcuno leggendo questa mia dissertazione si meraviglierà e con grande superficialità ribadirà che sua madre o suo nonno gli hanno detto d’aver sentito che i contadini di una volta mangiavano il pane bianco. Cazzate. Puttanate. Anche il grano, nelle sue varietà, aveva una classifica nell’uso delle categorie sociali che lo potevano mangiare, così come esisteva la classfica delle varietà a seconda dei vari tipi di biscotti e altro tipo di ricette culinarie. Qualche volta dovrò passare un pezzo su “Spigolature”che chiarifica questo tipo di norme, quasi di galateo. Ecco sì, ho parlato di norme di vita, quasi un protocollo che regolamentava gli usi e i comportamenti. Nel corredo, delle ragazze – tanto per fare un esempio – la frangia delle coperte sottostava a delle regole precise: a due giri di pippiolini per le artigiane e a un solo giro per le contadine. Ma se un’artigiana sposava un contadino doveva a tutti i costi scucirne un giro, pena le critiche di tutti, a partire dalla suocera che l’avrebbe aggredita considerando il rifiuto come un’offesa alla categoria e quindi personale.
    Capisco che l’uso del giogo sul petto degli agonizzanti ha lasciato tutti perplessi. Lo so, è allucinante, ma era così. Guarda che dalla seconda metà del Novecento ad oggi non sono passati cinquanta o sessant’anni, ma 5 o 6 secoli! Io stesso, devo dire la verità, guardando ad occhio nudo la civiltà di oggi, mi sembra come di una nuova popolazione, arrivata chissà da quale altro pianeta.
    A proposito dello “Sciù” ricordo un altro episodio: Per approfondire i temi del capitolo riguardante San Vito, soprattutto per ciò che concerneva gli usi della processione di scàttule e carénule di Lequile, la Giulietta ha per molto tempo frequentato un vecchissimo sacerdote di Lequile appunto, don Giuseppe Zilli, per 63 anni parroco della chiesa di S. Vito. Devo premettere che per andare a intervistarlo non si faceva accompagnare da me con l’automobile ma preferiva prendere la corriera delle 7 del mattino, quella che da Porto Cesareo portava a Lecce. Su quella corriera viaggiavano parecchie popolane, donne che si recavano in città per fare servizi di cameriera presso le famiglie dei professionisti. Ai miei rimbrotti per la sua cocciutaggine a non farsi accompagnare, lei mi ribatteva che quella era la vera ricerca sul campo, in quanto da quelle donne – intervenendo con garbo e in pari tempo furbizia mentre parlavano fra di loro – lei veniva a conoscenza di tanti e tanti usi popolari. Lo stesso garbo e diplomazia li usava con don Giuseppe Zilli, con il quale – adottando la tecnica giornalistica di chi si meraviglia, di chi quasi non crede per quanto sono strane le cose che sente – spesso ritornava sullo stesso tema facendo la parte dell’incredula pur di venire a saperne di più.
    Con questo tipo di insistenza deve aver dovuto esagerare quella volta che il discorso cadde sullo sciù, perché don Giuseppe ebbe un gesto d’insofferenza rispondendo: “Lei forse, signora, è giovane e non sa, ma qui, cara signora, l’africa nera era,…l’africa nera!” Raccontandomelo, al ritorno, non faceva altro che ripetere: “Oggi devo avere esagerato con don Giuseppe…” e ancora “L’Africa nera era qui… come se io non lo sapessi!…”
    Per tornare al nostro discorso iniziale, tu, caro Paolo, dici che solo qualche persona
    vecchissima potrebbe ancora riferire sugli usi passati. Ma dove la trovi Paolo! Può esserci per età ma non per sapienza o conoscenza di vita. Pensa tu che se Giulietta fosse ancora viva – pur se è vissuta nei tempi moderni -, il 17 dicembre di quest’anno compirebbe 80 anni, ma i suoi 80 anni, credimi – santa etnologia – sono volati quasi senza che neanche lei se ne accorgesse, presa com’è stata al pari di me, dalle ricerche e dagli studi che – cretini noi – ci hanno inghiottito non soltanto gli anni, ma le ore, i minuti, gli attimi. L’etnologia, insomma, ci ha distrutto la vita, deviando o distruggendo non solo la nostra vita personale nei confronti della società ma anche ciò che era la nostra molteplicità d’interessi artistici o letterari; per questo adesso che sono stato privato della Giulietta ho un rapporto di amore-odio.
    Tu sai benissimo – in quanto i nomi sono riportati in “Tre Santi e una Campagna” – che i ‘relatori’ della Giulietta non sono stati i suoi contemporanei ma i vecchissimi quando lei era giovanissima. Ricordo che negli anni Ottanta, essendole venuto il ghiribizzo di piantare qualche ceppo di mortella alla “Corte” chiese a un contadino della sua stessa età se, trovandosi dalle parti di Arneo, le avesse procurato qualche chiànta ti murtéddhra. Beh, ti sorprenderai, Armando Polito inorridirà, ma la risposta la sto ancora sentendo: “E cce gghéte tonna Ggiulietta la murtéddhra?” Questo per dirti quanto ormai i giovani contadini della stessa età della Giulietta erano lontani da quanto “era stato” della vita contadina. Eppure il padre di costui, riportato nel libro come nato nel 1896 e morto nel 1986, è stato uno dei più importanti nostri relatori: ricordo quanto mi ha ossessionato con i ricordi riguardanti la sua partecipazione alla prima guerra mondiale! Non mi parlava d’altro, a parte la necessità che sentiva – o il dovere per lui – di riferire a me, che non ero della zona ma venivo da Roma, quale persona avevo avuto la fortuna di sposare! Sì, si sentiva in dovere – come tanti altri anziani contadini – di rendermi edotto – lui che l’aveva vista crescere comu nna chianticéddhra – sull’educazione ricevuta, sulla sua onestà, sulla sua bravura, insomma su tutti i suoi valori umani e intellettuali di giovane vissuta come una castellana.
    Infatti, credo che le conferme alle quali tu aneli non puoi trovarle più presso persone che ‘sappiano’ su quanto descritto e studiato dalla Giulietta, ma solo fra i pochi – visto che man mano stanno morendo tutti – che l’hanno conosciuta più da vicino. L’unica indagine possibile oggi, credo sia proprio questa: venire a sapere della personalità dell’antropologa, venire a sapere se era persona degna di fede o meno. Per fortuna, fra i nostri comuni amici c’è Fernando Guida che, sia pure soltanto per sentito dire, potrebbe rendere la sua testimonianza, positiva o negativa.
    Adesso, però, caro Paolo, il nostro discorso lo continueremo a viva voce, e neanche per telefono ma al nostro primo incontro, quello, ahimé, che tu mi solleciti da parecchio tempo.
    Rispondendoti ancora qui non farei altro che firmare le lamentele di Marcello, al quale nego qualche mio articolo perché “tengo altro da fare”. Ed è la verità… e tu la conosci, pur se mi sono concesso il lusso di essere logorroico!

  8. P.S.
    Non “CC’ete ncora ggente ca mangia frise t’uérgiu”, ma “Nc’ete ncora ggente ca mangia frise t’uérgiu?”
    Chiedo scusa, ma ero stanco!

  9. Grazie per le tue considerazioni. Però Nino, benchè la tua attitudine di studioso ti faccia guardare con un po’ di rammarico comprensibile a quella voluta rimozione delle tradizioni e della memoria contadina, bisogna anche comprendere (e proprio il tuo libro rappresenta la migliore occasione disponibile per capire ciò) che non si può certo giudicare questo fenomeno come negativo: per quegli uomini e per quelle donne tale rimozione del passato era in fondo un atto sociale liberatorio, coincideva col poter dire finalmente addio a quel passato in cui erano state costrette alle sole frise di orzo (per attenermi al tuo esempio), prendere cioè le distanze dall’epoca in cui lo sfruttamento dei signori li aveva costretti al margine. E come biasimarli se, a differenza dei signori, che avrebbero invece potuto tranquillamente mangiarle di grano e di orzo secondo il capriccio e liberamente (cioè per propria scelta), i contadini hanno invece voluto bandire i simboli della propria povertà dalla propria vita????? Questo preciso fenomeno di rimozione è anche esso storia, ciò significa che questo va studiato e compreso come tale, senza giudizi e senza sdegnarsene. Quindi quegli uomini e quelle donne che hanno voluto dimenticare in quel modo che a noi oggi può sembrare disdicevole un passato di asservimento sociale hanno tutta la mia comprensione, e tutto il mio rispetto, riferito a quel preciso momento storico! Se poi oggi questo è per noi un male, in quanto genera quelle falle della memoria di cui discutiamo, è, appunto, un’altra storia, la storia che ci riguarda. Con buona pace dell’etnologia, io sono contento che quei poveracci abbiano potuto dare un colpo di spugna a quel passato, mi sento dalla loro parte, dalla parte degli ultimi! Ed è proprio grazie a questi passaggi storici che oggi i nipoti di quei contadini posso riprendere a studiare quel passato con serenità e distacco, così come a fare antropologia, non più appannaggio dei signori, esattamente come le frise bianche o di orzo!
    Un caro saluto

  10. Ma è proprio quello che abbiamo sempre ribadito noi, tant’è che se la Giulietta aveva un ascendente presso la popolazione era perche la vedevano dalla loro parte… il libro ne è testimonianza ed anche il mio ultimo scritto, questo che tu condanni… A parte il fatto che ne fa testimonianza il nostro operato sociale riguardo i contadini… ma qui non è la sede per parlarne.
    Forse mi sono espresso male pur di ribadire il concetto che la memoria nel secondo Novecento si era cancellata e che ti sarebbe risultato difficile al giorno d’oggi giungere a risultati di conoscenza. E soprattutto per frenare quanti avventatamente asseriscono di venire a sapere questo o quello dalla mamma, dalla zia e dalla nonna. Queste notizie non fanno parte della seria etnologia! Forse non è il periodo storico adatto perché io continui a far conoscere la civiltà contadina. La storia non la può cambiare nessuno! Neppure quella che riguarda la mia e l’esistenza della Giulietta, vissuta sempre – e nessuno mi può contraddire perché i fatti parlano chiaro – a favore delle classi povere. Adesso arrivi tu a dettare giudizi!
    Mi urta, ripeto, quando l’etnologia la si riduce a notizie da dilettanti!

  11. E mica sto giudicando te Nino, so per avermelo tu detto spesso che siete stati dalla parte dei contadini, e nel libro si evince da ogni rigo questo! Sto solo dicendo che non si possono giudicare nemmeno quei poveracci se hanno voluto dare un colpo di spugna al passato, e questa è cosa ben diversa! Voglio solo farti notare che ciò che a un signore poteva sembrare un atto persino volgare da parte di un contadino, come il rifiuto di certe abitudini (per esempio mangiare la frisa di orzo, cui la povertà per secoli lo aveva costretto!), è fatto che va compreso come storico in sé e non va giudicato. Chi ha condannato te?! Per quanto riguarda il resto, urta anche a me quando l’etnologia si riduce a notizie da dilettanti, ma che c’entra questo? La ricerca deve continuare, deve essere aperta al maggior numero di persone, per definizione, solo così si raggiungono buoni risultati. E se altri vorranno conservare qualche flebile traccia di memoria superstite, nonostante il processo di rimozione che tu giustamente descrivi, dobbiamo forse invitarli a desistere?
    Saluti

  12. Sarà… ma io non riesco a capire chi è stato a giudicare come negativo il colpo di spugna e chi ha ritenuto volgare il rifiuto di mangiare frise. A me sembra chiaro che io ne abbia parlato esclusivamente come attestazione storica, di fatti realmente avvenuti e per i quali si sono rivelate difficili le ricerche. Il tema del discorso non era né le frise nè il colpo di spugna ma sia le une sia l’altro l’ho dovuto tirare in campo per giustificare il motivo perché tu stesso stai trovando difficile risalire alle realtà etnologiche.
    Noi, caro Paolo, abbiamo buttato il sangue tutta una vita per risalire alle verità e studiarle mettendosi dalla parte degli sfruttati perché deboli e indifesi… e non lo abbiamo fatto soltanto da studiosi di antropologia ma da persone che hanno messo in pratica l’umanità cristiana nei rapporti interpersonali anche con i contadini, mai trattati da subalterni o – mai sia – da schiavi. Ce ne sono tanti ancora vivi che possono testimoniarlo. E testimoniare che l’irruenza, la presunzione e il giudizio facile non sono stati nostri difetti neanche da giovani.
    Mi dispiace molto ma ti abbraccio lo stesso.

  13. Forse non sono stato chiaro Nino, non sto riferendomi a TE, sto dicendo a tutti che quando pensiamo a quanto si è rimosso non dobbiamo pensare che sia stato solo un fatto negativo, anzi: e lo sto dicendo io, a scanso di equivoci, in generale, per chi ci legge e in difesa di quei contadini, perchè se mettiamo in luce solo il fatto che questi abbiano cancellato volutamente il loro passato, ricusandolo, rischiamo di esporli quanto meno a una semplice condanna da parte del lettore! Spero di essere stato più chiaro ora! Vorrei riportare però la discussione sull’antropologia e sull’argomento originario del discorrere, ossia sull’esigenza di continuare le ricerche dei residui mnestici ovunque si trovino, nelle poche fonti orali rimaste e quando si ha modo nei testi che hanno trattato gli stessi argomenti, magari molto tempo prima di Giulietta. Per esempio il caso del celebre Saverio La Sorsa, assai stimato dagli antropologi come Bronzini, nato nel 1877, il quale pubblicò ininterrottamente su tradizioni popolari dal 1910 al 1970, quando voi cioè cominciavate. Cito a proposito proprio da una sua opera che ho qui con me:”è stentata l’agonia di chi in vita abbia violato un termine o bruciato un giogo […] per alleviarla è d’uopo mettere sotto il capezzale del morente una pietra o un giogo nuovo, una chiave ovvero una scure. In certi paesi di Sardegna, quando il moribondo tarda ad esalare l’ultimo respiro i parenti avvicinano alla sua testa o al collo un pettine o un giogo per alleviargli le sofferenze.” (Folklore pugliese”, volume secondo, 1988, pagina 238-9).
    Sarebbe un ottimo risultato trovare conferme orali di quanto narrato da Giulietta, per me non sarebbe affatto inutile, visto che neanche questa mia citazione ci aiuta in modo determinante. Così la vedo io almeno: la ricerca val sempre la pena!

  14. Cito da wikipedia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Femmina_accabadora )al termine Accabadora:

    ” Alcuni autori, descrivono come strumento principale dell’accabadora non una mazza ma un piccolo giogo in miniatura, da poggiare sotto il cuscino del moribondo al fine di alleviare la sua agonia. Questo si spiega con uno dei motivi principali per cui si credeva che un uomo fosse costretto a subire una lenta e dolorosa agonia in punto di morte: se lo spirito non voleva staccarsi dal corpo era palese la colpa del moribondo, il quale si era macchiato di un crimine vergognoso, aveva bruciato un giogo, o aveva spostato i termini limitari della proprietà altrui, oppure aveva ammazzato un gatto.”
    Il riferimento è ovviamente alle leggende della Sardegna.
    In altri testi avevo trovato che una delle colpe gravi del moribondo fosse quella di aver spostato i termini (confini) dei terreni in campagna e più precisamente quelli della Chiesa.
    In Sardegna si trova sia l’eutanasia simbolica che quella attiva: dai rituali di liberazione alla vera e propria morte mediante asfissia o colpo sulla testa.
    La presenza del giogo è comunque ricorrente in più parti del mediterraneo e in alcuni passi su wikipedia si parla addirittura di tradizione ellenica (ma non è chiaro il termine).

    • “… In altri testi avevo trovato che una delle colpe gravi del moribondo fosse quella di aver spostato i termini (confini) dei terreni in campagna e più precisamente quelli della Chiesa”

      Lo stesso Saverio Lasorsa, già citato da Pierpaolo nei precedenti commenti, riporta questo pregiudizio segnalatoci da Angelo come una delle possibili cause di protratta agonia

  15. Quanto scrivi a proposito della colpa di aver spostato i termini è confermato anche dal passo che ho riportato sopra Angelo.
    Torno a ribadire il punto da cui ero partito, per chiarezza.
    Tu scrivi che in Sardegna si trova l’eutanasia simbolica e quella attiva. Bene, partendo da questo voglio far capire perchè il libro di Giulietta è prezioso. Questo infatti, e unicamente questo, per quanto al momento abbia io potuto visionare (ma bisogna assolutamente cercare -ricercare appunto! – altre fonti scritte che potrei non conoscere), indaga e descrive nel brano di sopra il caso di eutanasia attiva nel Salento. Ora, questa è un’autentica situazione di acquisizione di un dato che potremmo accostare a quella che esponi tu: possiamo dunque affermare che in Sardegna e nel Salento si trova l’eutanasia attiva. Dal momento che non abbiamo altre fonti che confermino che anche nel Salento ciò fosse praticato, non pensiamo che sia DOVEROSO cercare altre fonti (per esempio interrogare chiunque possa aver vissuto le ultime escrescenze di quella usanza) per corroborare il dato che Giulietta ci offre? Questo esempio dice tutto su quello che penso: penso che questo libro sia uno scrigno di conoscenze, e sia il punto di partenza per continuare le ricerche su quanto l’autrice ha raccolto prima che si perdesse. Mi pare tutto così scontato! Quindi ha valore e senso eccome continuare a interrogare i più vecchi ancora viventi, altroché se ha valore! Non mi pare dilettantismo questo, anzi! Mi pare un dovere di chiunque sia interessato alla ricerca e il modo migliore al contempo per onorare lo stesso lavoro che ci ha consegnato Giulietta!

  16. la ricerca verbale, caratteristica della tradizione orale, di ceti, ambienti o popoli poco inclini alla testimonianza scritta, va protratta ancora molto in avanti rispetto agli anni del lavori di Giulietta. almeno fino a che la documentazione video, audio, cartacea e poi internettiana non si è affermata (e ha trovato modo di conservarsi). Io ho scritto il mio articoletto partendo dai ricordi di discussioni con mia madre nata nel 1928. Sembrano cose molto recenti nel tempo (è pure che noi si invecchia e non ce ne rendiamo conto) ma se non le avessi fissate in un blog non sarebbero fonte di discussione per ora e per il futuro, qualunque sia lo spessore del contributo. Io appunto, poi si vedrà.
    Su pochi fotogrammi originali in bianco nero (quindi storia e fonte tecnologicamente recente) si è fondato tutto quello che è venuto sulle tarantate. Idem per le raccolte dei canti popolari. Se prima non si raccoglie non si troverà mai nulla.
    Tra una generazione un’intervista in dialetto di un nonno sembrerà preistoria…
    Comunque questa discussione meriterebbe un post completamente a parte.

  17. Libro “Antologia della Femina Agabbadòra”

    LA FEMINA AGABBADORA. IL LIBRO DOCUMENTARIO DI PALA E’ IL CONTRIBUTO ALLA COMPRENSIONE DI UNA REALTA’ CHE SEGNA LA STORIA DELLA SARDEGNA

    L’Antologia della Femina Agabbadòra è un contributo importante nella comprensione di un contesto e di una figura che ha operato in Sardegna per moltissimi anni, ponendo fine all’agonia dei malati terminali, sempre all’interno di precisi codici etici.
    Un lavoro che si lascia alle spalle la narrazione romanzata, la leggenda o il senso del mistero e “aggredisce” il tema, dando voce a testimoni di tutti i generi: figure del quotidiano, letterati, etnografi, uomini di chiesa, magistrati, medici, studiosi, estensori di tesi di laurea.
    Un sorta di contenitore che raccoglie e ordina, raccontando questa figura che ha svolto un ruolo di rilievo nella cultura dell’Isola, ricollegandola alla suo naturale bacino culturale e geografico, il Mediterraneo, dove storie come questa si perdono nella notte dei tempi.
    La fatica è di Pier Giacomo Pala, una sorta di approdo, o meglio, un ulteriore approdo di un impegno che inizia negli anni ’80, fa un ulteriore passo una decina di anni dopo, con la creazione del museo dello stesso Pala, a Luras, nell’entroterra gallurese.
    “Il libro si è in qualche modo costruito da solo – afferma l’autore – nel senso che la realtà ormai consolidata del museo di Luras dedicato all’Agabbadòra ha fatto da riferimento e da traino per approfondimenti e riflessioni, in molti mi hanno cercato per raccontarmi quello che sapevano, avevano visto o sentito. Mi sono accorto che l’interesse cresceva e aveva bisogno di uno sbocco metodologico, per affidare alla storia questa figura nella maniera più rigorosa.” Insomma, si potrebbe dire che il libro rappresenta un’operazione al servizio della verità, della comprensione del fenomeno, del sentire delle persone, della cultura diffusa, uscendo dai troppo facili giudizi, a favore o contro o, al troppo semplicistico collegamento con l’eutanasia.
    Sa Femina Agabbadòra era persona stimata, ma anche temuta, interveniva su richiesta dei parenti o dello stesso malato, arrivava con discrezione di notte, verificava esattamente come stavano le cose, operava senza testimoni, dopo aver tolto gli elementi di religiosità che potevano essere presenti nella stanza. Quindi, abbandonava la casa, con le stesse modalità con cui era arrivata, non percepiva denaro, al massimo poteva accettare qualche piccolo dono. La fine veniva data con l’utilizzo di un martello in olivastro, che lo stesso Pala ha ritrovato ed esposto al Museo, oppure con altre modalità, raccontate nel libro.
    Una personalità forte, che non prestava il fianco al soffuso chiacchiericcio che aleggiava intorno a lei e che, alla luce del sole, era la figura di riferimento per aiutare il parto e altrettanto spesso per dispensare cure agli ammalati. Nella sostanza la sua missione era quella di prendersi cura delle persone.
    L’utilizzo dei verbi al passato non deve far pensare a un tempo troppo remoto: al contrario è storia assai recente, una testimonianza raccolta in confessionale, che fa risalire l’ultimo intervento a pochi anni fa.

    IL LIBRO. “Antologia della Femina Agabbadòra” – Testimonianze letterarie ed orali, ricerche sul campo, riti, tesi di laurea, il martello, la chiesa”, questo il titolo. 330 pagine, con otto capitoli, che vanno dall’etimologia della parola “agabbadòra”, alle diverse testimonianze, alla ricerca di quanto si trova sulla rete, all’editoria che se ne è occupata, oltre, naturalmente una ricca bibliografia. Il libro è corredato da belle foto in bianco e nero, che rappresentano i diversi momenti di questa storia. Sono opera dello stesso Pala. Il costo del libro è di 20 euro.

    L’AUTORE. Pier Giacomo Pala vive e lavora a Luras, in Gallura. Come ricorda nell’introduzione, la prima volta che sente parlare dell’Agabbadòra è nel 1981 da un amico, che si riferisce ad una donna che ha operato in Gallura. Cerca il racconto degli anziani, si mette sulla traccia dello stazzo dove la donna aveva vissuto e cerca qualche segno di conferma. Lo troverà nel 1993, quando era in corso la ristrutturazione dello stazzo: è il martello in olivastro, accuratamente nascosto. Lo prende e inizia l’avventura del Museo, sempre a Luras (Museo Etnografico GALLURAS). La scelta è di un museo incentrato su questa figura, tematico, nella convinzione che sia più rigoroso approfondire un aspetto della ricca storia della Sardegna, invece che replicare all’infinito, un generico percorso etnografico, con i tanti musei presenti in Sardegna, che spesso rischiano di rappresentare noiose ripetizioni. La scelta gli ha dato ragione, come risulta dai dati delle visite nei musei sardi, dove quello di Luras si contraddistingue per essere in continua e costante crescita.

    http://www.galluras.it
    info@galluras.it

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