Autunno, tempo di tordi

Alexandre-François Desportes (1661-1743)

di Massimo Vaglio

Devo premettere che discendo da una schiatta di provetti cacciatori ed io stesso sono stato cacciatore per molti anni. Tutta la mia infanzia e la mia giovinezza sono state fortissimamente legate a questa nobile arte, perché di arte, sino ad un certo momento, si è trattato. Si dovevano conoscere profondamente i venti, periodi, le lune; i preparativi erano più laboriosi, impegnativi e gratificanti dell’attività stessa.

Il rito iniziava recandosi in sobrie quanto gremite armerie a scambiare chiacchiere con gli altri cacciatori, spesso più anziani e ad acquistare l’occorrente per caricare le cartucce, anzi per ricaricarle, dato che venivano regolarmente riciclate almeno una o due volte. Una babele di nomi e sigle: Acapnia, Cordite, D.N., G.P., G.M.3., M.B., Balistite Compensata, Superbalistide, S4, Sipe, Star, Randite, Sport, Universal… e questo solo per quanto riguardava le polveri, poi c’erano i bossoli, rigorosamente di cartone, gli inneschi, le borre, i tacchetti, che ognuno utilizzava secondo sue personali convinzioni, ripetendo meticolosamente sempre le stesse operazioni e gli stessi dosaggi gelosamente custoditi in un quaderno segreto.

Il giorno seguente si usciva a caccia con le cartucce contate, giusto quelle contenute nella cartucciera e con un’altra manciata in tasca. I richiami erano anch’essi essenziali: i fischietti d’ottone e lo zirlo in legno e piombo; i risultati erano fortemente vincolati all’esperienza e alla bravura quando non condizionati dalle possibilità economiche.

Poi è arrivato un maggiore benessere, la tecnologia con le cartucce in plastica e a volontà, che la terra non riusciva più a metabolizzare, caricate con i contenitori anch’essi di plastica e con le chiusure stellari che consentivano tiri sino ad allora impensabili. Seguirono i richiami elettronici, le scellerate mattanze. Quella nobile arte si è trasformata in una delle più becere espressioni del consumismo.

Da qui il mio abbandono e la mia viscerale avversione verso quella che ormai considero un’ignobile pratica.

Quanto sopra, perché questo mio scritto non venga interpretato come un’anacronistica apologia della caccia, ma essendo purtroppo questa ancora legale e consentita, i tordi, le allodole e le quaglie, finché continueranno a sostare o transitare nella nostra penisola, finiranno impallinati e non potendo evitare che ciò accada, possiamo solo invitare i nostri lettori a rendere giusto onore alla fine di questi animali, se mai ne avessero occasione, con delle preparazioni genuine e prelibate che possano rimanere impresse per molto tempo nella mente dei loro commensali.

Non v’è bisogno di ricordare il Salento come terra d’ulivi, anzi, se volessimo, potremmo considerarla un’enorme foresta di ulivi con qualche radura. È normale, quindi, che in questa terra, già regolare linea di migrazione per numerose specie di uccelli, i tordi abbiano sempre trovato, approfittando di questo paradiso di fronde argentee e di olive turgide d’olio, il luogo ideale in cui svernare nei mesi invernali. Non sorprende, quindi, che i cacciatori locali si siano organizzati per far loro pagare il pedaggio e la sosta, specializzandosi in delle forme di caccia specifiche a questa specie, sia durante il passo (scise) che durante la sosta, con appostamenti nei luoghi di entrata ed uscita dai dormitori (’mmasunu), e organizzando delle redditizie cacce a rastrello (spase) appunto negli enormi oliveti.

Abbiamo riferito del Salento come rotta di migrazione per molte specie, ma anche in tempi in cui c’era l’imbarazzo nella scelta delle prede da insidiare, il tordo ha costituito sempre la preda d’elezione, per una motivazione molto semplice: il tordo è stato sempre considerato, gastronomicamente parlando, il miglior boccone tra i selvatici alati. Infatti, nelle interminabili disquisizioni dei cacciatori, oltre a parlare di luoghi di caccia, di polveri, di cani, il tutto naturalmente infarcito da spacconate, si parlava spesso di selvaggina in cucina e, quando usciva questo argomento, sovente entrava in scena il letterato di turno che declamava saccentemente la frase latina “Vulatiles turdus, quadrupedes lepores”, attribuendola a Virgilio e traducendola per gli astanti più incolti in questo modo: “In cucina il miglior uccello è il tordo e il miglior quadrupede è la lepre”, e aggiungendo che se lo diceva Virgilio, appellato dal grande Dante: maestro di color che sanno, il giudizio non poteva essere messo in discussione.

Il sottoscritto, non essendo un latinista e volendo riportare la frase su questo scritto meno maccheronicamente, l’ha ricercata certosinamente leggendo integralmente tutte le opere di Virgilio. Il piacere, naturalmente è stato grande, ma di giudizi gastronomici su tordi e lepri neppure l’ombra. Solo nelle Satire di Orazio, una citazione, in una descrizione di un viaggio nell’Italia meridionale ove descrive presso Benevento una scena in cui: “l’oste zelante mentre al fuoco girava magri tordi mancò poco che non bruciasse” (Orazio Satire, libro I  5, 72).

Un giorno però, a conferma che dietro a qualsiasi balla c’è sempre un fondo di verità, il mio sguardo si è posato su di un epigramma elogiativo di un altro grande poeta latino che di buona tavola e lieto vivere se ne intendeva, che così recitava:

“Inter aves turdus, si quid me judice certet;

inter quadrupedes mattea prima lepus”

(Marziale, Epigrammi, libro XIII, ep. 92)

cioè: “Se il mio giudizio ha qualche valore, dirò che il miglior boccone fra gli uccelli è il tordo, fra i quadrupedi è la lepre”.

Francamente, e con tutto il rispetto, non credo che il tordo abbia bisogno delle pur gratificanti referenze reali o presunte di questo o di altri grandi poeti. La grande versatilità gastronomica sarebbe già sufficiente a sancire questo primato; infatti questo è uno dei pochissimi uccelli selvatici che può essere preparato con ottimi risultatati praticamente in qualunque modo.

Sino a qualche anno addietro i tordi erano regolarmente venduti nelle macellerie, in cui si vedevano esposti appesi in scenografici mazzi, spesso inghirlandati con rami di mirto. Da qualche anno le cose sono cambiate: la legge vieta la vendita degli uccelli selvatici e limita fortemente il numero dei capi che si possono abbattere in una giornata. Ma ad allontanare dalle mense dei salentini i tordi, è stata sicuramente la loro forte diminuzione, le grandi mattanze degli anni passati, la forte antropizzazione del territorio e soprattutto il comportamento antisportivo di molti cacciatori che usano, contro legge, micidiali richiami elettronici; ciò ha minato seriamente la consistenza numerica della specie.

Fortunatamente, alla diminuzione dei tordi, sta seguendo una certa diminuzione del numero dei cacciatori, una volta tanto le regole della natura sul rapporto preda, predatore, coinvolgono anche l’uomo, in verità più predone che predatore.

Tordi con le olive  

Per preparare questa prelibata pietanza per sei persone dovete procurarvi dodici tordi che dovete spennare con cura, fiammeggiare e svuotare, avendo cura di recuperare i ventrigli. Disponete in una casseruola un filo d’olio extravergine d’oliva, fate soffriggere una manciata di olive piccole da olio, preferibilmente della cultivar ogliarola e ben mature, unitamente ad uno spicchio d’aglio, due foglie di alloro, sale e pepe. Appena le olive cederanno facendo uscire il nocciolo con una leggera pressione della forchetta, aggiungete i tordi ed i ventrigli, e quando saranno rosolati un buon bicchiere di vino rosato del Salento. Lasciate evaporare e continuate la cottura a fuoco bassissimo, aggiungendo un po’ d’acqua se ce ne fosse bisogno, sino alla loro completa cottura. Vanno serviti caldissimi.

Tordi al ragù

Con i tordi si può preparare un ottimo ragù che può essere utilizzato egregiamente per condire i maccheroni. I tordi, che con questa preparazione diventano tenerissimi, vanno serviti come secondo piatto. Per preparare il ragù seguire lo stesso procedimento della ricetta Maccheroni al ragù di carne. Per le dosi dovrete procurarvi non meno di due tordi per  commensale.

Tordi alla cacciatora  

Dopo aver predisposto i tordi per la cottura, fateli rosolare in una casseruola abbastanza larga in solo olio extravergine da tutte le parti, quindi salate, pepate e aggiungete un buon bicchiere di vino rosato, fate evaporare a fuoco vivo e togliete i tordi. Aggiungete all’intingolo una cipolla e due spicchi d’aglio tritati, un’ombra di rosmarino o meglio un rametto di mirto. Appena il trito sarà imbiondito, aggiungete qualche pomodoro tritato o meglio dei pomodorini freschi tagliuzzati in quantità tale che colorino leggermente la preparazione, fate amalgamare bene, aggiungendo se occorre un po’ d’acqua, rimettete i tordi e continuate la loro cottura a fuoco moderato per almeno 40 minuti. Quando il sughetto si sarà ben ritirato e l’olio comincerà a “slegarsi”, i tordi saranno pronti per essere serviti ben caldi.

Turdi allu suzzu

Tordi sotto vetro

Spennate, fiammeggiate diligentemente dei tordi freschissimi, eliminate la testa, oppure, come vuole la tradizione solo la parte superiore del cranio, lessateli in acqua salata aromatizzata con qualche foglia di alloro e semi di finocchio, badando che rimangano ben sodi, quindi fateli asciugare bene su dei canovacci puliti, disponeteli in vasi a chiusura ermetica frammezzati con qualche foglia di alloro e ricopriteli di vino bianco secco di buona gradazione alcolica. Sono pronti al consumo già dopo una decina di giorni anche, se così preparati, si conservano per diversi mesi. Possono essere gustati sia tali che cucinati in umido.

Allodole alla leccese

L’allodola, altro prelibato uccello, è un assiduo frequentatore delle grandi distese pianeggianti del Tavoliere nonché delle aride «fattizze» che circondano le antiche masserie del Salento. Data la sua estrema diffusione, nel periodo autunnale, questo piccolo migratore alimenta, anche se meno di qualche anno addietro, un discreto pendolarismo venatorio da altre regioni italiane. Cacciatori o meglio sparatori semiprofessionisti hanno per decenni perpetuato vere e proprie stragi di questi volatili che andavano ad alimentare il florido mercato Nord’Italiano degli uccelletti da polenta, nonché fatti oggetto di caccia tradizionale con l’uso di specchietti e zimbelli vivi, ora vietati dalla legge, anche se, invero, era già un po’ di anni che le allodole non si lasciavano più ammaliare facilmente da tali stratagemmi. Ora la tecnologia ha pensato di supplire con micidiali richiami ad ultrasuoni. Per le allodole consigliamo questa degnissima preparazione tipica:  spennate le allodole, fiammeggiatele, evisceratele e dopo averle lavate, trafiggetele con degli spiedini intervallandole con funghi cardoncelli (Pleurotus erjngii) e foglie di alloro. Ponete gli spiedini in una terrina,  salateli, pepateli e pennellateli con olio extravergine di oliva; quindi ponete la terrina in forno caldo, a metà cottura ritiratela e spolverate gli spiedini con pangrattato insaporito con sale, pepe e prezzemolo tritato. Irrorateli moderatamente con dell’olio e riponeteli nuovamente in forno a completare la cottura; ritirateli e quando gli stessi si presenteranno di un bel colore dorato serviteli caldissimi. Visto che le allodole e i cardoncelli condividono lo stesso habitat, i pascoli pietrosi della Puglia, è da pensare che questo abbinamento sia tutt’altro che casuale.

Curiosità: in alcune famiglie salentine, varie specie di piccoli uccelli, ma in particolare  le allodole, venivano tritate finemente con l’ausilio di un tritacarne, naturalmente con tutti gli ossi. Dal trito ottenuto venivano ricavate delle polpette metodo classico salentino che avevano, a dire dei testimoni intervistati dallo scrivente, un gusto eccezionale, per nulla penalizzato, anzi, a loro dire, migliorato dalla presenza degli ossicini triturati.

11 Commenti a Autunno, tempo di tordi

  1. Una critica costruttiva, perchè un costruttivista ritengo essere. Nell’articolo lei ha scritto

    “Poi è arrivato un maggiore benessere, la tecnologia con le cartucce in plastica e a volontà, che la terra non riusciva più a metabolizzare, caricate con i contenitori anch’essi di plastica e con le chiusure stellari che consentivano tiri sino ad allora impensabili. Seguirono i richiami elettronici, le scellerate mattanze. Quella nobile arte si è trasformata in una delle più becere espressioni del consumismo.

    Da qui il mio abbandono e la mia viscerale avversione verso quella che ormai considero un’ignobile pratica.”

    Non si tratta a mio parere solo di un problema di cartuccie di plastica ma del fatto che non si dovrebbe andare proprio a caccia perchè l’alimento carne è già disponibile sul bancone quando si va a fare la spesa, sempre affermando che bisognerebbe mangiare meno carne e di conseguenza comprarne di meno. Sapere che oggi questa pratica è ignobile ce lo dicono i numeri. Nelle domeniche di stagione venatoria si acoltano ogni venti secondi delle scariche di almeno dieci colpi di fucile da caccia, ponendo il caso che almeno la metà di quei colpi vada a segno muoiono in un minuto quindici uccelli. In un’ora a conti fatti si uccidono mediamente 900 uccelli, in una mattinata se ne uccidono 4500 uccelli. Ponendo il caso che la ma stima sia molto pessimistica e che la mira dei moderni cacciatori non sia delle migliori, possiamo ammettere che 1125 uccelli possano essere abbattuti. Se la stima è ancora pessimistica e contando la metà di questi abbatuti avremo per ogni domenica e per ogni area comunale almeno 500 capi abbattuti che moltiplicandoli per ogni potenziale areale comporterebbe uno sterminio vero e proprio. Inoltre non sappiamo se ce ne sono realmente tanti di Tordi, anzi, secondo quello che dice la ricerca, oggi assolutamente no! Quindi significa che le attuali pratiche venatorie si rivolgono ad altre specie di migratori come il pettirosso, che è protetto, e non solo.
    Proporre infine l’appetibilità di questi poveri animali con delle ricette, dopo aver valutato come ignobile questa pratica, non lo ritengo molto costruttivo.

    In ogni caso invito tutti i lettori a saperne di più sul significato ecologico del popolo migratore. E’ stato pubblicato dal sottoscritto tempo fa su spigolature salentine “Tordi e simili, per la salvaguardia della specie”.

    Stefano Spagnulo, Biologo e Divulgatore Scientifico, nel campo delle Scienze Ornitologiche e Naturali è iscritto alla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli – http://www.lipu.it ) ed è membro del team Argonauti (www.argonauti.org) e del SOA (Sulle orme degli Argonauti: Studio, valorizzazione dell’ambiente naturale – http://www.ormepuglia.it).

    • Non ho idea del sapore che può offrire un tordo proposto in una delle ricette proposte da Massimo Vaglio nel corposo articolo di oggi. Disdegno la cacciagione e sono contrario all’arte venatoria, ma questo non significa che non si debbano ospitare su Spigolature Salentine pareri diversi. Anche perchè piatti tipici come quelli odierni sono da sempre insiti nella cultura gastronomica salentina e pugliese e come tali meritano di essere conosciuti

  2. La bellezza del dibattito (su spigolature di ottima qualità) è quello di far crescere la cultura di ieri e di oggi, quindi da parte mia nessuna volontà di non voler ammettere opinioni o tesi altrui. Quello che però desidero affermare è che l’uomo ha ammesso nelle proprie pratiche l’allevamento per avere più disponibilità di risorse in termini di carne allontandandosi dalle pratiche intensive di prelievo dal selvatico. Se oggi gli uccelli non fossero minacciati dall’edificabilità indiscriminata, dal bracconaggio e soprattutto dalla superficiale conoscenza degli uccelli da parte dei moderni cacciatori la pratica venatoria non sarebbe un’azione ignobile.
    Tanto tempo fa i “veri cacciatori con la c maiuscola” prima di puntare ascoltavano il canto degli uccelli, sapevano discernere se dinnanzi a loro avevano un tordo o un pettorosso e decidere se sparare o meno. Ora provate a verificare se la maggior parte dei cacciatori attuali conoscono i canti degli uccelli, se conoscono le loro rotte migratorie. Ricordo che sono poche le specie cacciabili di uccelli migratori rispetto a quelli che arrivano in Salento. Tanto tempo fa i grandi cacciatori di una volta accettavano di tornarsene a mani vuote e accontentarsi della carne comprata.
    Neanche io ho mai assaggiato un piatto come quelli proposti dall’autore Vaglio ma allo stesso tempo leggendo le ricette (che in parte conoscevo poichè studioso di storia dell’alimentazione) non posso non pensare che non verrebbe l’acquolina in bocca a tutti coloro che sono neutrali a tale questione (in termini fisiologici fase cefalica della digestione) e magari sarebbero invitati ad assaporare, tutto qua. Se poi vogliamo ammettere che le buone ricette è bene conoscerle perchè fanno parte della cultura gastronomica salentina, io Salentino più di tutti.

  3. Gastronomia salentina e tutela della fauna possono incontrarsi senza escludersi a vicenda. Vanno eventualemnte perseguiti i comportamenti che ostacolano la riproduzione degli animali e che deturpano l’ambiente. A me piace leggere le ricette in quanto sono espressione di cultura culinaria al femminile (visto che generalmente sono le donne a inventarle!) e sinceramente ho già l’acquolina in bocca. Ma sono per una “caccia” rispettosa dell’ambiente, senza demonizzare nessuno, salvo coloro che, avendone i compiti e le responsabilità, non mettono in atto misure idonee alla tutela ambientale e alla conservazione della fauna protetta.

  4. Non posso che congratularmi, ancora una volta, con l’amico Massimo per il suo ennesimo contributo. Lo avrei fatto, per onestà intellettuale, anche se non avesse confessato (sono queste le uniche confessioni che ammetto…) il suo stato attuale (che continuerà, continuerà…) di barbaro pentito. E come non può essere considerato un barbaro qualsiasi cacciatore (di tordi, come di balene) che ormai agisce solo per uno schifoso istinto predatorio cui la tecnologia (a proposito, non sarebbe il caso, per evitare colpi sprecati da parte di qualche cacciatore dagli occhi di fico e dalla mano traballante, di dotare anche i fucili da caccia di puntatore laser?) ha sottratto anche l’alibi della pratica sportiva (?) ? Debbo vergognarmi se a suo tempo esultai per lo spettacolo del toro non sufficientemente indebolito dalle banderillas che seminò il terrore sugli spalti nel corso di una corrida (altro spettacolo per pervertiti…)? Debbo vergognarmi se alla gentile spigolatrice Elsa obietto che in nome della compatibilità (grazie alle scorciatoie, attenuanti, se non concessioni che in suo nome puntualmente hanno trovato e trovano immediata e connivente ospitalità nelle leggi che, ormai, sembrano tutelare solo gli interessi di questa o di quella lobby) sono stati perpetrate sull’ambiente le più disparate violenze? Sarò pure io un pervertito, ma mi debbo vergognare se tento disperatamente di distrarre il mio gatto (lui sì non ha la minima colpa) quando lo vedo puntare un nido o un uccellino e se nella mia proprietà (che dista meno di cento metri dalla mia casa…) al primo sparo intervengo per fare casino per allontanare a mio modo l’ambita preda? A Marcello chiedo sommessamente se non sia il caso di promuovere un’altra petizione…

    • Armando, non posso obbedirti per un’altra petizione! Le amiche ed amici mi cominciano a odiare con tutto questo disturbo che reco loro, ormai con regolarità. Ma ci penserò…

      Il tuo post mi ricorda quando, per la prima ed unica volta nella mia vita, ho assistito ad una corrida a Siviglia, dietro insistenza di un amico. Sette, dico sette tori, ammazzati davanti ai miei occhi, nel giro di un’ora, tra il giubilo degli astanti. A parte che venne anche incornato il torero nella quarta ripresa… mai scene più brutte! e, all’uscita, il banco della macelleria vendeva la carne dei tori appena uccisi…

      • E cosa dire dei “padroni” umani che tengono gli animali al guinzaglio o nelle gabbie impedendo loro una sana e libera vita da animali. L’uomo di una volta cacciava e andava a pesca per sfamarsi, oggi va a caccia e a pesca per sport e per denaro. Due mondi due visioni, la prima è motivata dalla sopravvivenza o, se vogliamo, ai nostri tempi, dalla buona cucina, la seconda è un esempio di dominio a senso unico fine a se stesso e contro ogni regola della natura. Il suo gatto, gentile Armandop, è un gatto ancora sano perchè, grazie a Dio, ancora non viene tenuto al guinzaglio ma, ahimè, qualche padroncino glielo mette! Io amo gli animali nel loro ambiente di vita e non faccio differenze tra un agnello, un coniglio, un tordo o una balena. Tutti animali sono e quindi per non commettere atti criminali, dovrei diventare vegetariana. In conclusione, io preferisco un’alimentazione che comprenda anche cinghiali, caprioli, tordi, quaglie ecc. Si può cacciare e pescare senza essere criminali (uccidere per uccidere) e sanguinari (come nelle corride, nelle lotte assassine tra cani, galli, tori,…). Questa è violenza pura.

  5. Cara Elsa, la risorsa alimento a base di carne perchè continui ad esistere dobbiamo perpetuarlo nel tempo. Non puoi assolutamente paragonare il consumo di vitello o di un maiale (animale allevato) a quello di un animale selvatico, qualsiasi esso sia, poichè i numeri della sua esistenza li conosce solo la natura. Non è assolutamente vero che bisognerebbe divenire vegetariani. Secondo le ultime ricerche, gli animali selvatici e marini, se continuiamo così scompariranno. Tra mangiare una grossa bistecca di vitello e 20 tordi (a parità di peso) c’è una bella differenza. In quel caso da un unico vitello tu stai prelevando 40 bistecche mentre per sfarmare dieci persone in una tavolata con dei tordi ne servono 100 almeno. Non possiamo più attingere queste quantità dall’ambiente poichè di uccelli ce ne sono molti di meno rispetto a 40 anni fa e l’areale di riproduzione si è ridotto di brutto.
    Poi non capisco l’analogia che si fa con il gatto al guinsaglio. Se dobbiamo parlare di etica animalista capisco che il gatto al guinsaglio è un’opera abominevole ma non tiene il paragone con lo sterminio che avviene in Salento ogni domenica di uccelli protetti e non, che hanno attraversato rotte di 2500 Km almeno poichè riconoscono ancora il Salento come Terra di riproduzione. Se almeno capissero che si tratta della terra del loro sterminio magari non verrebbero più.

  6. Con questo articolo mi aspettavo di suscitare delle critiche, per cui mi sono premurato di chiarire la mia posizione di persona visceralmente e consapevolmente contraria alla caccia. In quanto buon conoscitore dell’argomento, evidentemente ciò non è bastato e le ricette riportate, probabilmente sono state interpretate come una nostalgica anacronistica apologia della caccia ed un invito allo sterminio. Lo spirito, Dott. Spagnulo, non è questo. Purtroppo la caccia è ancora consentita e questi poveri animali, come da lei verosimilmente stimato, vengono uccisi ancora a migliaia, per cui le ricette riportate sono un invito a rendere, almeno a tavola, giusto onore a questi poveri volatili, visto che sovente subiscono pure l’ulteriore oltraggio di essere buttati come rifiuti nella spazzatura!!!

  7. Ma di cosa stiamo parlando? il biologo amante degli animali che è contrario alla caccia, invita le persone a non consumare carne e comunque a preferire quella d’allevamento…! Posso essere d’accordo con te sulla caccia indiscriminata, contrario anche all’abbattimento di specie protette ma le tue affermaIoni sono illogiche…

  8. Qua’ siamo impazziti tutti grazie anche a cuochi che non sanno piu’ cosa sperimentare dalla trippa coi gamberi di quel di vissani al pate di chissa’ che cosa degli ultimi cretini cuochi del momento esaltati dal demenziale programma della clerici ,LA CUCINA non e’ un arte!! la cucina si fa col cervello! Il piu’ semplicemente possibile ,per farvi un esempio e’ normale secondo voi marinare la carne nel te come fa vissani? MA andate a quel paese ! cusina contadina semplice e sincera batte tutti quegli scrittori di libri che si definiscono chef !!!!!! Guanciale di maiale allevato brado con spaghetti artigianali e pecorino,lombata di manzo allo stato brado ecc.ecc.ec. attenzione alle carni pollame e vitelli bianchi come il latte . LA CARNE RIGOROSAMENTE ALLO STATO BRADO ,ALTRIMENTI TRA MILLE SOSTANZE INIETTATE ALL’ANIMALE PER PRESENTARLA AL BANCO BELLA ROSATA ROSSA E DI COLORE VI STANNO FACENDO MORIRE! La vera carne e’ nera come il carbone! il grasso e’ giallo e non bianco!!!

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