La fidanzata di Cerfignano

Resti del feudo San Giovanni Calavita (ph Maria Cretì)

di Giorgio Cretì

(Inedito)

Col solito sistema dell’ambasciatrice-ruffiana, più volte collaudato, Ippaziantonio s’era cercata una fidanzata a Cerfignano: lì conosceva diversa gente ed aveva anche dei parenti. Ma Cerfignano non era vicino come Spongano o Marittima e la strada da fare era molta di più perché c’era da fare il giro dalle Vele di Santacesarea con una bella salita che partiva dalla vora di Vitigliano. L’inizio non era stato difficile, come sempre, perché il suo bell’aspetto faceva sempre colpo sulle giovani ragazze. Aveva messo gli occhi su una brunetta che aveva visto più volte prendere acqua alla fontana del largo Cànica(1) e le aveva inviato la sua ambasciata proprio con una parente che si chiamava Tetta, cioè Concetta. Per la cronaca, quella fontanella  esiste ancora, ma le hanno cambiato posto perché veniva ripetutamente abbattuta dai parcheggiatori distratti.

L’ambasciata era stata gradita, ma la ragazza non era riuscita a farsi trovare sola in luogo appartato nemmeno una volta: tante occhiate furtive e tanti sospiri, ma nessun incontro intimo, soprattutto perché il padre di lei che era un gran lavoratore era anche uomo un po’ violento e per tale ragione anche  la madre di lei non aveva avuto il coraggio di rischiare di portarsi in casa il ragazzo.

Così Ippaziantonio andava e veniva da Cerfignano tutte volte che poteva scappare con la sua bicicletta, ma più di qualche occhiata di soppiatto non ne aveva ricavato, anche se qualche volta era riuscito ad accompagnarla fino a casa sulla via per Cocumola. E proprio in una di quelle occasioni aveva notato che vicino alla casa di lei, proprio addossato al muro, c’era un palo della luce che sembrava messo lì apposta per arrampicarsi sulla liama(2).  Subito non fece troppo caso alla cosa, ma poi mentre tornava a casa per la via brecciata pensò con calma all’opportunità di sfruttare la situazione e stare con Angiolina indisturbati: se lei fosse stata d’accordo. Gli sembrava di aver risolto tutto in una sola volta, comunque, e quando giunse sulla grande balconata naturale delle Vele di fronte all’immenso mare azzurro si fermò un attimo a salutare Totu(3) il cazzafricciu(4) che ormai conosceva e che stava seduto sopra un sacco di juta piegato  più volte ed era intento a picchiare con la sua mazza sui blocchi di pietra viva che riduceva in breccia grossolana e lasciava lì agli stradini che avrebbero provveduto a distribuirla a regola d’arte. Ippaziantonio non lo sapeva, e nemmeno Totu, che quella strada borbonica che partiva da Poggiardo era stata costruita all’epoca del borbone Ferdinando Secondo e per tanto tempo era stata segnata sulle carte con il nome di sua moglie Maria Teresa. Collegava Poggiardo alle Terme di Santa Cesarea.

Su quella strada Ippazioantonio qualche volta aveva anche bucato una ruota, per questo le strade brecciate erano tremende, ed aveva dovuto proseguire a piedi, almeno fino alla prima masseria a cercare un po’ d’acqua per mettere a bagno la camera d’aria da riparare. Così era avvenuto alla masseria Alpigiana, appena fuori da Vitigliano oppure all’antichissimo Santu Scianni(4) subito dopo le Vele verso Cerfignano. La via delle Cuscupiane era più breve e diretta ma in certi punti era impraticabile con la bicicletta perché le carammule(5) delle ruote delle traine(6) erano troppo profonde e non si riusciva a tenere l’equilibrio.

Cànica (ph Maria Cretì)

Quando lasciò Totu, che, con la schiena al mare, lavorava a cottimo e s’era rimesso subito a frantumare i sassi, gli venne il dubbio che Angiolina poteva non accettare il suo progetto di salire sulla terrazza arrampicandosi sul palo. Ma per lui, abituato a salire su qualsiasi albero come uno scoiattolo, era molto semplice, bastava che lei gli avesse fatto capire quando in casa non c’era nesssuno. E invece Angiolina ne fu entusiasta e iniziarono a vedersi sulla terrazza lontani da occhi indiscreti, anche se lei stava sempre sul chi vive per la paura del padre.

Ad una certa altezza del palo, però, c’era inchiodata una corona di speroni di ferro riivolti verso il basso e questo complicava la salita, ma facilitava la discesa in caso di fuga precipitosa. Gli incontri ebbero luogo ed i due innamorati furono felici di stare assieme più di una volta.

Fino a quando qualcuno dovette scoprire il loro segreto.

Infatti un pomeriggio che stavano lì beati, di sotto si sentirono rumori in casa e dei passsi affrettati su per le scale esterne. Angiolina si riebbe per prima e gli urlò sottovoce che stava arrivando il padre e che lui doveva scappare. Ippaziantonio fu velocissimo a precipitarsi verso il palo che abbracciò subito oltre il parapetto per lasciarsi scivolar giù più veloce possibile e scappare, tanto gli speroni erano rivolti verso il basso. Ma non aveva fatto caso ad uno ch’era invece rivolto verso l’alto. E quello gli agganciò la cucitura dei calzoni che si strapparono su tutt’e due le gambe e si trasformarono in specie di gonna molto ampia. Non ebbe il tempo per pensare se si era ferito in qualche modo, perchè il padre di lei era arrivato sulla terrazza, aveva abbrancato un blocco di tufo e glielo aveva lanciato dietro sfiorandolo di appena un palmo, ché se lo avesse centrato sarebbe rimasto secco. Si mise a correre imprecando e giurando che lì a Cerfignano non ci sarbbe più venuto.

Andò a prendere la bicicletta dove l’aveva lasciata, allora nessuno rubava le biciclette, e pedalò più in fretta che potè per allontanarsi da quella casa. Appena uscito dall’abitato accese il fanale ad acetilene perché era ormai buio. Subito pensò che doveva trovarsi una fidanzata in un posto più sicuro.

E fu dopo quell’avventura quasi tragica che si trasferì a Spongano.

Santu Scianni (ph Maria Cretì)

1) Cànica. Non sono riuscito a scoprire se era un personaggio storico del posto oppure qualche altra cosa. Il largo adesso è ancora intestato Umberto Primo di Savoia.

2) Liama a Cerfignano era, ed è ancora, il corrispondente di lamia in altri paesi vicini e stava ad indicare la terrazza sulle case costruite a volta, dove qualcuno teneva anche una suppinna coperta di coppi per il ricovero di qualche attrezzo che non trovava posto in casa.

3) Totu è il diminutivo di Salvatore.

4) Cazzafricciu. Spaccapietre.

5) Santu Scianni = San Giovanni.

6) Carammule. Solchi stretti e profondi lasciati dalle alte ruote dei carri agricoli.

7) Traìne. Carri agricoli da trasporto con le ruote molto alte.

La serie dei racconti delle fidanzate di Ippaziantonio in:

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/12/19/la-fidanzata-di-marittima/

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/12/15/la-fidanzata-di-depressa/

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/12/10/la-fidanzata-di-spongano/

Un commento a La fidanzata di Cerfignano

  1. Perchè Mozart ha scritto il “Don Giovanni” e non il “Don Ippaziantonio”? Tempistiche diverse, lo so. Eppure i racconti di Giorgio gli avrebbero fornito un libretto non meno stupefacente di quello della sua opera lirica.
    Il protagonista de ‘Le fidanzate’ di mezzo Salento è un giovanotto scaltro, un po’ libertino, in fondo ingenuo ma non meno pericoloso di una carica di dinamite. Di lui Mozart avrebbe potuto apprezzare la semplicità contadina, il concentrato della legge fisica dell’attrazione dei poli opposti e un’inventiva così fantasiosa da alimentare, volta per volta, il suo incosciente coraggio. Proprio così, Ippaziantonio, come il Don Giovanni, è un seduttore nato, ma a differenza di quello, ispira nei lettori tenerezza, simpatia. Il divertimento segue ogni passo delle sue rocambolesche avventure amorose, quelle in cui il povero disgraziato mette a ferro e fuoco risorse intellettive e pelle per non ottenere poi in cambio quasi niente. Definirei la sua una vera e propria strategia militare atta all’accerchiamento dell’amore su tutti i fronti e in ogni paese a portata di bicicletta. Che adorabile fanfarone e quanta maestria nella mano del suo ideatore, Giorgio Cretì, nel colorarlo del folclore salentino, nel riscaldarlo con i colori di luoghi e paesi che solo un pittore saprebbe rendere, nell’esaltare il suo ardore giovanile un po’ cieco e selvaggio, se pur tanto umano. Mozart avrebbe creato palco e pathos per quest’insolito latin lover campagnolo, Giorgio lo ha fatto oggi senza musica nè scene, ma solo con la sua arte, quella di trasformare l’inchiostro in realtà.

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