Rosa, oltre il fiore c’era una donna

Albert Ritzberger

di Elio Ria

Ora che non c’è più è come se il paese fosse stato privato di qualcosa. Un paese del sud, come tanti, con tanta gente di fatica, con i colori del sole e il grigio perla della luna.

Rosa era una donna del sud, tutti in paese la conoscevano.

Aveva i capelli neri ondulati, abbandonati alla bizzarria del vento. Il rossetto sulle labbra carnose ne risaltava l’indole trasgressiva. Amava passeggiare con il ventaglio nero con sottili righe di color rosso. I suoi abiti rigorosamente neri con il profilo di merletto, come a significare l’eleganza di altri tempi. I suoi occhi erano accesi di simpatia e fermezza.

La sua bellezza di gioventù consumata troppo in fretta per miseria viveva nel suo cuore e amava parlarne con discrezione come solitamente sapevano fare le nobildonne.

Il paese non badava alle sue stravaganze, ai suoi giochi di parole, alle continue burla e risate: preferiva tenerla a debita distanza, non godeva della stima degli altri, di coloro che in fondo erano sì brave persone ma non potevano accettare il suo modo di essere donna diversa.

Il suo viso beffardo congelava le maldicenze e all’occasione sapeva imporre la sua autorità di donna.

Abitava in via XXIV maggio, nel centro storico del paese, in una corte bianca,  in una casa senz’acqua né luce.

Eppure era felice, cantava le melodie dell’amore durante le notti d’estate, quando nella piazza principale ancora la gente sostava a chiacchierare e a spettegolare.

E la vita scorreva tra un andirivieni continuo per l’approvvigionamento di acqua dalla fontana della piazza e le lacrime sapientemente celate sul volto rugoso per la sua bellezza di donna svanita troppo in fretta. La sua voglia di amare era acciaio che dava prova di durezza e indistruttibilità. Conosceva gli incantesimi, sì un po’ era fattucchiera, maga, strega e degli uomini conosceva vizi e virtù. Avrebbe voluto avere, fare qualcosa d’importante: non gli fu mai data l’occasione e ingenuamente seppe perdersi nel labirinto dell’amore.

Fu per lei una pena ingiusta, un lutto eterno.  Un destino irrevocabile per interpretare il senso della vita che sfugge ad ogni considerevole ragionamento, ma che esprime quella gioia incontenibile in ciò che si oppone: nel dolore e nel lutto.

La sofferenza di non avere avuto amore nella giusta misura, nell’inesprimibile desiderio d’essere amata, fu per lei una prova da superare ad ogni costo, con la sapienza del riso e della capacità di dare conforto al dolore che torturava il suo cuore attraverso l’ironia  e il sarcasmo.

Era colpa e innocenza. Buio e luce.

Ora non c’è più, ma è come se esistesse ancora.

E la gente del paese faccia in modo di non dimenticarla, ora.

6 Commenti a Rosa, oltre il fiore c’era una donna

  1. Grazie a voi tutti per l’attenzione. Wilma, la paraola dà coraggio e forma alle nostre idee.
    Grazie Maura per le belle parole.
    Un caro saluto a tutti voi.
    Elio

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