Antonio Errico ha fatto bene: una guida ad uso dei viandanti della Ferrovia Sud-Est

di Pier Paolo Tarsi

Qualche giorno fa in questo stesso sito ho scritto sulle Ferrovie Sud-Est, proponendole tra le righe come il vettore unico con cui il viandante può vagare in questa terra estrema, possibilità per vagabondare oltre l’ordinario, nei sentieri di quell’altrove che è oltre il Salento per turisti ma anche oltre l’abbandono, oltre la lentezza scandita dal tempo che pur distilla, nel mezzo di quell’essere che giace pulsando nelle pietre, negli ulivi dell’entroterra, nelle cose cadute in disuso come questa via ferrata. A quanti sanno abitare questa dimensione molto più a Sud dell’esistenza ordinaria, locali o stranieri che rifiutano la sintassi del comune gergo turistico, voglio proporre questa volta una guida del proprio errare. Come infatti ogni buon turista si accompagna con la sua agile guida, così il viandante si può incamminare con un segnavia che lo sappia condurre nel suo viaggio senza mete in Terra d’Otranto. Questo segnavia non può che essere Secoli fra gli ulivi di Fernando Manno, un libro che quando uscì la prima volta, oltre cinquant’anni fa, era già e per sempre fuori dal tempo come scrive giustamente Antonio Errico nella sua perfetta introduzione alla ristampa del testo, riedito nel 2007 da Manni. Fuori dal tempo; non vi è modo migliore per alludere al senso complessivo delle pagine di un’opera “intrappolata in una condizione di memoria senza futuro[1]. Antonio Errico ha ben colto meglio di chiunque altro questa condizione, costui del resto non è stato un semplice curatore di questa opera nel corso della sua recente riedizione ma molto di più, divenendo a parer mio in qualche modo anche lui parte del libro, non solo perché lo ha amato profondamente, come si comprende dalla sua introduzione, ma anche perché a questo libro appartiene una parte della sua esistenza che ogni tanto si riaffaccia, magari a distanza di decenni misurati col tempo ordinario: “Per vent’anni non ho più ripreso in mano Secoli fra gli ulivi. Accade con i libri quello che a volte – spesso – accade con le persone, con gli amici, con le creature alle quali in qualche modo siamo appartenuti o che ci sono appartenute […] Ma quando ci si ritrova – se ci si ritrova – basta un istante soltanto per riconoscersi, per annullare tutto il tempo passato, per ritornare da dove si è partiti […]”[2].

Il libro a lui, ad Antonio Errico, un po’ appartiene dunque, è parte della vita di quel ragazzo che nella primavera del ‘79, ancora studente , folgorato da un incontro casuale con il testo acquistato in un mercatino e letto in quindici ore – lo immagino ogni tanto quel ragazzo, in quelle quindici ore di febbrile vagare, lo immagino e provo una profonda istintiva simpatia per lui – decise in quindici minuti di farne argomento della sua tesi, agendo in un modo che sembrava avventato e insensato agli occhi di quanti gli andavano ripetendo “che te ne fai di una tesi su un libro sconosciuto di un autore sconosciuto[3].

Ha fatto bene quel ragazzo, ha fatto bene il giovane Antonio Errico a non dare ascolto a quei consigli, pur comprensibili nei ricami delle logiche dell’ordinario, ha fatto bene a dedicare i suoi studi ad un libro che fu il primo e l’ultimo del suo autore.

Non vi parlerò del libro di Manno in sé, rinviando i lettori, in coerenza con quanto detto, alla felicissima penna di Errico e alla sua inarrivabile introduzione al testo. Sarebbe davvero pleonastico, credetemi, se non addirittura immorale proporre qui un surrogato di cosa già detta altrove molto meglio peraltro di quanto potrebbe fare il sottoscritto. Leggete l’introduzione di Errico e avrete tutto quanto vi occorre per comprendere il valore del libro e del suo immenso quanto sconosciuto autore. Mi dedicherò qui piuttosto, per quanto mi concerne, a suggerire questo lavoro come il segnavia per il viandante delle Sud-Est, come l’unica “guida” che sappia far volgere e indirizzare lo sguardo di coloro che intendono vagare per le vie ferrate e pietrose nell’altrove salentino, una dimensione che essendo fuori dal tempo non è mai mutata.

Scrive a tal proposito Errico alla fine della sua introduzione: “È cambiato molto in questi anni. Quasi tutto. Com’è normale che sia. È rimasto soltanto il Salento di questo libro, perché non esistendo, non essendo mai esistito, non poteva essere soggetto a nessuna trasformazione. Il Salento di Secoli fra gli ulivi è una pura invenzione. Un’ombra della memoria. Il souvenir di una fantasia. Il paese di una fiaba. La figurazione di una nostalgia. L’apparizione per un incantesimo. Il rammarico per una mancanza. Il rimpianto per un’assenza. Una regressione al fondo dell’infanzia. L’ipotesi di un’origine. La rappresentazione di una mitologia interiore. Una recherche du temps perdu[4].

Soltanto un ponte dunque, ad uso dei viandanti, mi limiterò qui a gettare oltre le condivisibili e meravigliose parole di Errico, soltanto questo vorrei suggerire d’ulteriore: le vie ferrate della Sud-Est offrono la possibilità di raggiungere quell’ombra di memoria, quella pura invenzione che è nelle pagine del libro di Manno, poiché queste vie sono costituite della stessa materia di quella fantasia, sono l’anello di congiunzione tra quel Salento dell’immaginario e quello del reale, segnando con i loro tracciati i confini tra un Salento ordinario, che muta, ed un Salento dell’altrove, immutabile. Due dimensioni che trovano in ogni piccola stazione deserta il loro critico anello di congiunzione, quasi si fosse di fronte all’incomprensibile e sfuggente legame tra la materia e lo spirito di questa terra, all’incontro tra la sua extra-ordinaria anima e le sue ordinarie membra. La Littorina che corre lungo le vie ferrate a Sud-Est è il mezzo per vagare nel medesimo Salento di Secoli fra gli ulivi e le pagine di Secoli fra gli ulivi sono il segnavia unico e perfetto per chi con quel treno intende e sa smarrirsi. Ogni pagina del libro, voltandola, lascia il medesimo agrodolce sapore che il vano passaggio della Littorina trascina dietro di sé tra i caselli abbandonati; ogni ostinata ripartenza del trenino, allo stesso modo, lascia una scia che invita a perdersi in quel sapore dell’altrove di secoli da sempre sospesi tra distese di ulivi e mai trascorsi, un invito ad abbandonarsi in quel “tempo dell’anima, sognante e indefinito” che il Manno voleva stringere con il suo libro, scritto “per dire l’incantesimo della fissità che pervade l’aria, per dire che il mutare dei tempi con cambia il sangue”. Buon viaggio viandanti!


[1] A. Errico, Introduzione a F. Manno, Secoli fra gli ulivi, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2007, p 13

[2] Id. pp. 14-15

[3] Id. p. 6

[4] Id. p. 15

7 Commenti a Antonio Errico ha fatto bene: una guida ad uso dei viandanti della Ferrovia Sud-Est

  1. Pier Paolo sei geniale, unico e leggerti è sempre un piacere. A quando un tuo saggio in libreria? Il primo acquirente sarei certamente io …

  2. concordo, assolutamente geniale. Ferrovie del sud est…. da rivalutare come filosofia del salento. Il viaggio verso la fine di tutte le terre…. Poco importa se oltre ce ne sono altre. E’ una sincopata rapsodia. Oppure una trmba jazz solitaria e raminga che squarcia secolari silenzi degli ulivi. Fra la terra bruciata dal sole, terra rossa come la rabbia, e un cielo impudico che ti osserva andare fra il mare e i sentieri di sassi. Il treno che porta fino al porto di Gallipoli per farti partire con olio e vino. Sapore di tabacco….. Poi, solo poi torneremo ai problemi di oggi e dello svimez. Finchè siamo in treno lasciateci sognare. E’ merce preziosa e rara il sogno in questi tempi. Grazie comunque Tarsi.

  3. Grazie Marco, benché tu sia davvero troppo generoso con me! Un mio saggio nelle librerie? Sarebbe una sciagura! Pensaci, mi toccherebbe regalarlo per cominciare a te, il mio unico potenziale acquirente, e a quel punto chi lo andrebbe a raccontare all’eventuale editore? ;) Torniamo coi piedi per terra, come ci ricorda Gianni, che spesso ci conduce sui binari della reverie come pochi sanno fare e poi ci invita giustamente a ridiscendere, per non scordare che bisogna rimboccarsi le maniche e sporcarci le mani di quella terra.
    Grazie cari, confesso che la voglia di scrivere che ogni tanto prende non avrebbe alcun sostegno se non ci foste voi e pochi altri.

  4. Mi entusiasma il tuo articolo, Paolo, la sua originalità ordinaria nel tuo modulo descrittivo e speculativo personale.
    Filosofia e narrazione, doppio binario di un percorso romantico e affettivo.
    Mi piacciono i commenti che ti son stati dedicati e, se lor signori permettono, la terza acquirente dei tuoi saggi, seconda di una lunga lista, sarei io!

  5. Grazie Raffaella per le tue belle parole :) Questo pezzo, oggi rispolverato da Marcello, è stato pubblicato qua nel luglio 2010, esattamente due anni fa. Nel frattempo, lungo i binari imprevedibili della vita, ho avuto il piacere e l’onore di incontrare più volte e conoscere così personalmente Antonio Errico, che all’epoca del pezzo conoscevo solo di penna. E osservando da vicino che stupenda persona sia, ho potuto comprendere anche meglio il coraggio e la passione di quel tesista del ’79.
    Una felice giornata

  6. “Questo Amore”….di Prevert, è a questa famosa poesia che mi ha fatto pensare, stesso stile e passione, la fine dell’introduzione di Errico.
    Sarà amore vero anche questo.

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