La campagna salentina verso la fine di giugno…

SALENTO FINE OTTOCENTO

  

                      LA CCOTA TI LI CULUMMI

 

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain 

contadina salentina e fichi al sole (coll. priv. Nino Pensabene)

Verso la fine di giugno, la campagna era all’apice della sua fruttificazione, tant’è che reclamava l’impegno di tutta la famiglia colonica, assorbendone le forze per ogni ora del giorno e, non di rado, per buona parte della notte. I legumi, già secchi, andavano liberati dai loro baccelli, cioè battuti sull’aia nelle ore calde del meriggio e affannosamente ventilati con lo staccio quando, verso il crepuscolo, a interrompere l’afa, s’insinuava un provvidenziale filo di vento marino. Nei maggesi le piante dei melloni  cominciavano a stendere le braccia invocando acqua; acqua che in quella stagione il cielo non elargiva, costringendo gli uomini a vincolarsi per lunghe ore alle carrucole dei pozzi e stabilire interminabili processioni di secchi: dal pozzo alla piantagione, dalla piantagione al pozzo. Nei frutteti le maturazioni si accavallavano esigendo tempismi di raccolta, soprattutto nei ficheti che, a quell’epoca, nel Salento, erano a coltivazione intensiva. I fioroni per i padroni, o per i regali che questi dovevano fare ai loro amici, si raccoglievano all’alba, ancora intrisi dei succhi della notte, ma quelli da avviare al mercato occorreva coglierli nelle ore del vespro, sfidando i bollori del giorno rimasti aggrumati sotto i pampini ed esalanti fuoco nel lattice dei frutti.

Parlando di mercato non s’intendeva quello dello stesso paese, troppo  limitato per      assorbire l’intera produzione: occorreva spostarsi verso i paesi costieri (la cui terra rocciosa non permetteva coltivazione di  fiche culummare  [fichi da fioroni=culùmmi]) e soprattutto contare sul mercato leccese che pur se servito dai vari paesi limitrofi non si saturava facilmente.

Date le distanze per Lecce (da Copertino erano diciotto chilometri) e tenuto conto che si doveva viaggiare ad andatura lenta, per non dare sobbalzi  al carro e quindi maltrattare i fioroni sistemati nelle ceste, era necessario partire a sera inoltrata, in modo da completare il viaggio nell’arco della notte ed essere all’alba già sulla piazza, pronti alla vendita.

La raccolta doveva perciò essere completata prima del tramonto, per consentire al capofamiglia poche ore di riposo prima della partenza. Dopo aver aiutato a sistemare le ceste sul carretto, elargito all’asino o al cavallo doppia razione di biada, preparata una scodella di capunata (pane bagnato condito con cipolla, pomodoro, olio, sale e origano) per tutta la famiglia, ogni brava moglie contadina obbligava il suo uomo ad andare a dormire, rassicurandolo che sarebbe stata lei stessa a svegliarlo a llu mmasunu ti la stèddhra ti la muttura, cioè verso le ventitrè-ventitrè e trenta, ora in cui tramontava la stella Arturo, chiamata stèddhra ti la muttura perché – si diceva – il suo tramonto coincideva col cominciare a scendere della rugiada.

Chiusa la porta sul riposo del marito, di solito la donna si premurava di accendere un lumino, posandolo sulla soglia della casa a propiziazione del viaggio  e della vendita che da questo ne sarebbe derivata; poi, fiduciosa nelle buone virtù del suo gesto, tornava nel folto del ficheto, dando voce e chiamando al raduno. Da quel momento, per lei e per tutti gli altri membri della famiglia – figli, nipoti, nonni – che rimanevano in campagna, aveva inizio un altro lavoro, forse più allegro, certo più poetico, ma non meno faticoso. Per prima cosa  occorreva sgombrare lo spiazzo antistante la casa colonica, liberandolo da tralicci, panieri o altri arnesi di lavoro rimasti in disordine; poi, con  l’aiuto di paletti e lettiere di canne spaccate, si approntavano dei rustici tavolini, sui quali, a mo’ di decorazione, si posavano due cipolle e un cetriolo, spiritosamente allusivi nella loro studiata composizione. In verità, la loro presenza aveva ben poco da spartire col gusto decorativo, in quanto, a determinarla, era la paura della iella, il desiderio di anteporre uno scongiuro, rappresentato da un simbolo di protezione che, peraltro, s’intendeva valevole tanto per i venditori quanto per i compratori.

Sì, venditori e compratori, perché appena le ombre si infittivano iniziava l’andirivieni dei fidanzati che, soprattutto se artigiani, non potevano esimersi dall’offrire alla famiglia della fidanzata una così gradevole sortita.

(coll. priv. Nino Pensabene)

 

La ccòta ti li culùmmi (la raccolta dei fioroni) durava appena venti giorni, e poiché era di uso approfittarne almeno un paio di volte, i giovanotti non perdevano tempo nell’avanzare la proposta. Non appena il banditore, percorrendo le strade del paese, annunziava che finiti li pitrielli (fioroni primitivi scadenti perché ibridi) incominciava la vendita ti li culummari,  si sentivano in dovere di chiedere alla futura suocera: “Quannu cumanni cu scià ppruamu li culùmmi ti lu bbene?” (“Quando desideri che andiamo ad assaggiare i fioroni dell’amore?”). Una proposta galante che se da una parte solleticava l’amor proprio della futura suocera, dall’altra racchiudeva l’ansia del giovanotto, timoroso di perdere tanta opportunità.

Uscire a passeggio con la fidanzata era infatti severamente proibito dagli usi paesani, stando ai quali pochissime erano le occasioni annuali per poterlo fare lecitamente: la festa del santo patrono, la sagra del martedì di Pasqua e, appunto, la ccòta ti li culummi, durante la quale si poteva addirittura bissare, sempre se la famiglia della fidanzata era d’accordo, cioè disposta ad accompagnare e scortare la issuta ti li palummi (l’uscita dei colombi). Scorta che si in tendeva al completo, giacché all’immancabile presenza della madre si aggiungeva la presenza del padre, nonché quella dei fratelli, cognate e financo nipoti. Piccole processioni che avanzavano gaie, interrompendo l’abituale silenzio delle serate campestri e facendo di quei tavoli rudimentali la piazza improvvisata della loro felicità.

(coll. priv. Nino Pensabene)

Prendere d’assalto le ceste colme di fioroni s’imponeva come un rito, sembrava far parte di una intenzionale celebrazione rivolta alla fertilità della terra, e ne nasceva un clima di arcaica bellezza, l’esplosione di una sagra che, dal canto loro,  i contadini cercavano d’intensificare, appendendo lanterne ai rami degli alberi, spargendo qua e là cucchiaiate di mentuccia pestata e, se c’era la luna, sospendendo sulla facciata della casa qualche padella di rame, precedentemente lucidata con tufo e succo di agave (la misciagna), affinché – come in un gioco di specchi – ne riflettesse la luminescenza.

Nelle sere del sabato e della domenica, quando più intenso era l’afflusso dei clienti, si ricorreva anche alla musica, racimolando due o tre sunaturi che, dietro la ricompensa di nu chilu ti culummi a ttesta (un chilo di fioroni ad ognuno), accettavano di rallegrare la serata.

La delicata nenia dei grilli scompariva soverchiata dal suono degli strumenti – di solito un organetto, un clarino, una chitarra – che alle serenate d’amore alternavano gli altrettanto popolari stornelli a dispetto. Le une e gli altri mai scelti a caso, ma adattati alla circostanza, cioè determinati dalle specifiche richieste degli avventori, che facevano a gara nel chiedere ai suonatori na mpassiunata (uno stornello d’amore) da dedicare alla propria zzita (fidanzata), o na stingosa  (uno stornello a dispetto) da indirizzare ai gitanti del tavolo accanto. Una rincorsa alle gentilezze e ai dispettucoli che tornava a letterale nutrimento dei musicanti, giacché ogni richiesta veniva accompagnata dall’offerta di una fetta di pane d’orzo o da na friseddhra di grano, da un tarallo pepato o da un bicchiere di vino; tutta roba che veniva comprata sul posto, fornita dagli stessi contadini, o che le famiglie più parsimoniose si portavano da casa per sostanziare meglio e a minor prezzo la mangiata ti culummi.

Fra accensioni d’amore e bramosia di fioroni, fra taralli pepati e robustezza di vino, l’atmosfera faceva presto a riscaldarsi: risate e frizzi correvano da un tavolo all’altro come fuochi serpeggianti, e nell’euforia che ne nasceva c’era sempre chi, scavalcando la sua posizione di semplice avventore, si atteggiava a protagonista della serata, scoprendo attitudini di poeta nell’improvvisare brindisi, o addirittura di cantante, unendosi ai suonatori e interpretando a modo suo una strofa dello stornello più gradito o più saputo. E poiché basta una scintilla a creare un  falò, o un piccolo seme a generare la spiga, l’esempio serviva da incoraggiamento, suonava quasi parola d’ordine per un esplodere di cori suggestivi quanto improvvisati.

Unirsi al coro era come cementarsi in una rivolta contro le amarezze della vita, sottrarsi – sia pure per poco – al giogo crudele del potere e delle sudditanze, delle differenze e delle indifferenze. Ognuno scopriva come per incanto il diritto a riaffermare la propria dignità umana e, nello stesso tempo, il piacere-dovere di sostenere quella degli altri; quasi un senso di esaltante solidarietà che trovava nel crescendo musicale un’appropriata causa-forma per il suo proporsi e imporsi. E come se la gioia liberatoria del momento non potesse fare a meno di una giustificazione, alla luce della rivincita veniva contrapposta l’ombra delle sofferenze che la generavano: le serenate d’amore cedevano perciò il passo alle nenie di lavoro, più sofferte nella cadenza e, per questo, più incisive nell’articolazione delle parole che nascevano singhiozzanti e rabbiose, come strappate a forza dal midollo di centenarie sopportazioni. Non più voci assortite in una scaletta di lanci e di rimandi, ma lamento unitario che neppure l’eco riusciva a frantumare.

A rimanere integra era più che altro la realtà di una condizione che non veniva rivissuta soltanto in chiave musicale, ma spesso imperniata su una dimensione quasi teatrale. Pur nell’unicità del monologo, infatti, balzava nitida la contrapposizione padrone-schiavo, rendendo, oltre che avvertibile, addirittura visivo il tormento che ne scaturiva, anche perché spesso enunciato nei termini di un’azione già  in atto o che si aveva intenzione di compiere:

                                   Patrunu l’imu fatta la sciurnata!…

                                   Patrunu l’imu fatta la sciurnata:

                                   ci tu no mmi nni puèrti

                                   jò mi ssèttu e ffazzu cauèrti,

                                   e lli fazzu ruèssi e ttunni

                                  quannu passi cu nci spunni;

                                  e lli fazzu ruèssi e cchiatti

                                  quannu passi cu nci schiatti!

Il lavoro, evocato nella sua realtà oggettiva, che era quella della soggezione e dello sfruttamento, e chiamato in  causa come elemento giustificatore, finiva col proporsi come spettro turbatore; di qui la necessità di esorcizzarlo mediante un rituffo nell’aria festaiola della serata.

Con un collettivo ritmico schioccare di dita si invitava perciò i suonatori a eseguire

la pizzica-pizzica, ossia la caratteristica tarantella salentina che immancabilmente siglava ogni festa campestre.

Classificarla fra le tarantelle, forse è un po’ comunizzarla o per lo meno non riuscire a renderla in tutta la sua prismaticità di effetti. Ritenuta la danza salentina per eccellenza, veniva infatti interpretata con una così totale aderenza emotiva da risultare quasi transfert di un sentimento e incarnare contemporaneamente sia l’atto liberatorio di una carica sessuale, sia l’aggrovigliato misticismo di una frenesia rituale. L’uno e l’altro, comunque, sempre vissuti in forma catartica, il cui processo di intensificazione veniva dettato dal ritmo stesso che, lento e quasi esitante all’inizio, si evolveva in un progressivo incalzare di saltelli, in un frenetico schioccare di dita, in un quasi furioso scomporsi e ricomporsi delle coppie. Il tutto accompagnato da movimenti elittici che sembravano stabilire tracciati magici, da un ossessivo battere di talloni coinvolgente come il richiamo primitivo dei tam-tam, e da sospirati gridi (Ahii!…) emessi a turno dai danzatori. Gridi che esplodevano improvvisi, come determinati dall’incalzare di un raptus, e segnavano una loro parabola lancinante, idealmente simile alle striature luminose dei fuochi pirotecnici. Sensazione fascinosa che s’intensificava quando, come in occasione de la ccòta ti li culùmmi, la danza si svolgeva nel mistero di una notte estiva; una delle tante notti estive salentine morbose nel loro spremere aromi dalla terra e palpitanti nell’alito delle pietre che rimandavano i bollori del sole assorbiti durante i torridi meriggi

Danza e notte si fondevano in un esalare di vita, e quasi ne nascesse un contagio, o sortilegio, anche la luna – se c’era – sembrava farsi carne e sanguinare intra’a lla rame russa delle padelle appese al muro.

Quando in uno sventolio di grembiuli, coppie e cerchi si scomponevano, le ragazze fidanzate  – alle quali non era permesso partecipare al ballo  –  si precipitavano ad afferrare per il braccio il più anziano dei danzatori, spesso entrando in contesa fra di loro, giacché ognuna rivendicava la lestezza della propria mano e s’incaponiva a dirsi prima.

(coll. priv. Nino Pensabene)

Quasi sempre toccava al vecchio dirimere la vertenza e designare, con l’autorità dei suoi anni, la vincitrice: lo faceva battendole sul petto a pugno chiuso, come se stesse a bussare a una porta. “Aprime core”, diceva infatti, “aprime porta e ffarcune, c’aggiu ttrasire a ccumpagnia cu tti llinu la casa” (“Aprimi cuore, aprimi porta e finestrino, perché devo entrare in compagnia per imbianchirti la casa”).

“Trasi, servu ti Ddiu”, doveva rispondere la ragazza, “trasi c’àggiu pièrtu porta e ffarcune, mpicciata la lucerna sobbra llu fucalire e nfilazzatu sobbra’a lla bbanca, uègghiu, pane e ssale. Trasi e nquàcina… ca ti lu sta ccèrca puru lu zzitu mia” (“Entra, servo di Dio, entra che ho aperto porta e finestrino, accesa la lucerna sul camino e messo in fila sul tavolo, olio pane e sale. Entra e imbianca le pareti… che te lo sta chiedendo pure il mio fidanzato”).

A tale affermazione il fidanzato si premurava di farsi avanti e di intrecciare il mignolo della sua mano destra al mignolo della mano sinistra della ragazza, intendendo simboleggiare il vincolo matrimoniale imperniato sui doveri di protezione e sostentamento (mano destra) da parte dell’uomo, e amore e fedeltà (mano sinistra) da parte della donna.

Su quell’intreccio  di mignoli il vecchio tracciava un segno di croce; poi dopo avere sputato tre volte per terra e aver chiesto al Cielo di confermare la sua benedizione, si accingeva a recitare una filastrocca, mimandola con larghi gesti delle braccia quasi stesse realmente invitando  delle presenze:

                               

                       Faciti largu  a Ssant’Arcangilu

                       ca lu tiaulu scunfunna;

                       faciti largu a Ssantu Caitanu

                       ca la casa bi bbiunna;

                      faciti largu a llu Ggiseppu nuèsciu

                      ca tàe salute a ccinca lli ete amicu.

 

                     Trète li santi, ttrète l’orazzioni,

                     a nnome loru jò bi bbinticu!”

 

 

A mo’ di ringraziamento, i due fidanzati gli baciavano la mano: almeno per quella sera potevano dirsi fortunati, sentirsi prescelti dalla sorte ed essere felici. Una tale benedizione, si diceva assicurasse non soltanto l’andata in  porto del matrimonio, ma anche la nascita di figli maschi, cioè il meglio che ci si poteva attendere. Le ragazze escluse, infatti, allungavano il muso e guardavano storto all’indirizzo della prescelta, che oltre alle coccole del fidanzato, si aveva anche i complimenti dei presenti:”Prosit! Prosit!”.

In verità, questo tipo di benedizione – rientrando la filastrocca nel repertorio poetico-popolare più conosciuto – la si poteva ottenere in qualsiasi circostanza, in qualsiasi altro luogo e da qualsiasi vecchio. In quasi tute le famiglie c’era un  parente anziano che, una volta informato sull’avvenuto fidanzamento, si sentiva in  dovere di trovare il momento giusto per benedire i due “colombi”; se tanto obbligo non gli veniva in  mente, ci pensava la madre della ragazza a ricordarglielo, fornendogli anche l’occasione buona, magari invitandolo a casa per bere – assieme ai due fidanzati – “quattru tescite ti mieru alla cuntintezza ti lu crài” (“quattro dita di vino alla felicità del domani”), oppure tramando un incontro… diciamo così, casuale presso un forno pubblico, dove la presenza stessa del pane suggeriva, anzi imponeva, riti di benedizione.

Fra occasione e occasione si stabilivano però delle differenze, quasi una graduatoria di meriti, in base alla quale la benedizione ottenuta al termine di nna pìzzica-pìzzica era da considerarsi al massimo dei valori e quindi la più sicura negli effetti. Forse perché veniva decretata dalla fortuna, o forse perché il vecchio stesso, per avere appena finito di danzare, poteva dirsi simbolo in assoluto della gioia e incarnare la depurazione dalle negatività quotidiane. E questo ben lo sapevano i suonatori, che per fugare ogni ombra di sconfitta nei confronti delle altre ragazze, si affrettavano a concludere la serata con la canzone  “ti la bbòna sorte”, il cui ritornello poteva dirsi consolatorio:

                       Sta ddòrminu li stèddhre

                       e lli corde s’ànu rutte

                       furtuna ègna a lli bbèddhre

                      f urtuna ègna a lli brutte!

 

                      Furtuna e bbòna sorte

                      a cci tene giuintute:

                      cu ccrepa la morte

                     e ccu rrèsta la salute!…

La stèddhra ti la muttùra tramontava sull’estremo riverbero dei suoni, e il capofamiglia della casa colonica, uscendo dai meandri del sonno, faceva in tempo a udire le risate degli ultimi avventori che, sempre a mandria, riprendevano la via del paese.

Aggiogata la bestia, appesa una lanterna sotto il traino e data un’ulteriore controllata alle ceste, anche lui si avviava, incrinando il sopraggiunto silenzio con un cigolio di ruote e un sincronico battere di zoccoli che sembrava volesse osannare la notte, rendere lode a Dio per essere stato il fautore di tanto mistero.

I familiari, intanto, riscoprivano di colpo la loro stanchezza, il peso di tutta una giornata di sudori, e nell’abbandono che sembrava ghermirli, per qualche minuto ancora si aggiravano incerti fra le lettiere di canne spaccate e i panieri rimasti qua e là ammonticchiati. Poi, a uno a uno, infilavano la porta di casa per subito riuscire trascinando un sacco pieno di cacchiame (paglia d’orzo): erano i loro pagliericci  stagionali, non certo morbidi, ma pratici, poiché facilmente trasportabili. Se li sistemavano all’aperto, al solo riparo di un muro, e vi si buttavano sopra in un totale gesto di resa: prima ancora di stendere le membra, potevano dirsi addormentati.

L’ultima ad arrendersi al riposo era la madre di famiglia, preoccupata di dare un tozzo di pane al cane perché rimanesse vicino alla casa, di ripristinare l’olio nel lumino affinché la fiammella non avesse a spegnersi prima dell’impallidire delle stelle, e, se c’era la luna, di controllare  che il suo raggio non avesse a battere sulla fronte dei figli, causando loro la temuta nfascinatura janca (malia bianca).

L’estrema attenzione la riservava alla bilancia: staccatala dal paletto che la sorreggeva, se la portava dietro, al coperto; e nella stanchezza del suo andare lasciava che i due piatti ballonzolassero, scontrandosi fra di loro con tintinnii disperati da campanella crepata. Era questa l’ultima voce che la salutava, questa e il segno di croce che sigillava la sua giornata di donna lavoratrice.

L’alba faceva presto ad arrivare, e con le prime luci si rimetteva in  moto la ruota del lavoro, si riproponeva la lotta per la vita, per il futuro visto non come balzo nel tempo, ma come assillo di un giorno che si rincorre all’altro giorno. Oltretutto giugno era il mese delle messi, imponeva la fretta delle mietiture,  la pesante fatica delle aie, dove afa, pula e arsura erano l’inevitabile purgatorio da scontare nel nome del pane.

 

 

          

14 Commenti a La campagna salentina verso la fine di giugno…

  1. Splendida narrazione dal sapore del tempo dei tempi. Meravigliose atmosfere fatte di sapore e non solo di parole, di fremiti, di attese, di sogni e di luna. Scrittore sopra ogni giudizio, mago di rimembranze e suggestioni. Provare sentimenti forti attraverso immagini forti, dense e profumate, non è esito scontato di una lettura, nè tantomeno di un’immaginazione. Ogni stilla del nostro sangue porta con sè la fatica e l’orgoglio della nostra terra, fantastica terra, splendido miraggio. M’inchino all’autore pulsante di quest’opera.

  2. Non conosco, ma l’intuito me ne rende, fino a prova contraria, convinto, che non esiste (e non esagero se dico al mondo) autore che abbia saputo coniugare in modo così perfetto acribia scientifica, abilità di divulgazione, profondità poetica d’interpretazione (la poesia, in fondo, è la più alta forma di conoscenza) e, direi, di immedesimazione nel vissuto narrato. Se qualche dubbio rimaneva, solo un idiota può ancora parlare in termini distintivi di contrapposizione tra le due culture. Sono certo che la storia (la contemporaneità è ben altra misera cosa…) collocherà la nostra grande conterranea nel posto che di diritto le spetta: il più alto.

  3. Caro Armando, condivido pienamente il tuo rifiuto per l’idea mortale di culture separate; condivido anche (come già ben sai, del resto) il tuo giudizio sull’autrice. Credo però che bisognerebbe soffermarsi su questa forza che permetterebbe di collocare alcunchè nel posto che spetta. La storia non fa un bel niente, mi pare, senza un enzima di fondo coadiuvato dal caso: l’azione di uomini e donne in carne ed ossa armati di buona volontà. Per rendere il tutto più concreto, ti domando, se non ci fosse questo blog, tu stesso avresti conosciuto l’opera straordinaria di Giulietta? Se la tua risposta è no (e credo che sia no) allora bisogna rendersi conto che si possono sostituire dei nomi e cognomi a questa entità oscura che somiglia troppo alla provvidenza. Saluti

    • Caro Pier Paolo, Il nome e cognome sarebbe stato in altri tempi quello di qualche editore intenditore di talenti e coraggioso valorizzatore degli stessi. Oggi, al di là di qualche eccezione che spero esista, tutto obbedisce al mercato e alle mode effimere, come effimere sono la cultura e, in senso lato, l’umanità di chi le segue. Abbiamo, però, come dici tu, la grande risorsa della rete che, pur tra trappole di superficialità, meschinità e malafede, può assolvere ad un compito nobilissimo a costo zero; e nella sua apparente anonimità può spuntare, per esempio, il tuo nome e cognome che rende possibile la fruizione di quel dono meraviglioso che la nostra conterranea ci ha lasciato. E poi, non solo per aprire il cuore alla speranza, io considero sempre attuali i detti “nemo propheta in patria” e “il tempo è galantuomo”…

  4. Caro Armando, non è il mio nome e cognome che intendo, ma quello di chi come Nino si mette a selezionare i brani e a trascrivere, di chi come Marcello dedica ogni giorno tre ore a impaginare il sito (avete letto bene, tanto ci vuole a correggere refusi, trovare immagini adeguate, impostare le pagine ecc.), di chi come Raffaella commenta con cura e rende vivo questo luogo, di chi come te lo arricchisce quotidianamente di contenuti elevati, di chi come Giovanna contribuisce ogni giorno a mandare avanti la baracca sui social network, di Sandro che ci cura la grafica, di altri che non nomino ma che sono importanti artefici. Insomma, se proprio devo rifarmi a un detto, allora l’unico adeguato mi pare “aiutati che Dio t’aiuta”!

  5. ciò che è scritto è uno schiaffone all’impazienza moderna.
    Pierpaolo avete dei libri di quest’autore?

  6. Caro Corrado, puoi leggere Tre Santi e una campagna (Laterza, 1994). Lo trovi a Lecce nella libreria Adriatica o alla Milella (di fronte al Parlangeli) o se vuoi te lo presto io. Al limite accordati con Nino Pensabene – marito dell’autrice e collaboratore – che ci legge in questo sito per fartelo avere, dato che ne ha ancora alcune copie, a Copertino, il tuo stesso comune.
    Saluti

  7. Col caffè fumante ancora tra le mani, mi sono imbattuto nel racconto di Giulietta Livraghi stamattina. Di colpo sono stato catapultato nella mia infanzia, forse la mia è stata l’ultima generazione che ha conosciuto quella civiltà contadina che racconta sapientemente e con ritmo di tanta poesia Giulietta nel brano di oggi su Spigolature Salentine. Avevo vent’anni e tutto resisteva ancora come prima e la mia infanzia non è stata poi tanto dissimile da quella di mio padre. E quando mi fidanzai con la più bella ragazza del paese, non mi era neanche permesso di stare sola con lei e, se qualche domenica si usciva a fare su e giù per la strada principale, avevo dietro un codazzo di parenti che vigilavano sulla benedetta “virtù” da preservare. Ero insofferente allora, adesso, però, il ricordo si fa di tanta tenerezza e non mi dispiace che il mio amore sia stato solo intensità degli sguardi e strette e baci rubati e parole sussurrate a un palmo dai suoi occhi grandi e luminosi come perle dei sultani d’Arabia. Poi tutto andò a rotoli: era destino si diceva. Non la vedo da allora eppure, al ricordo, resiste un languore e un desiderio che non baratterei con gli amori di largo consumo, per così dire, che oggi finiscono come nel carrello di un supermercato.
    Un grazie postumo a Giulietta Livraghi che si meriterebbe un monumento, tale la sua grandezza e non solo nel panorama salentino. Un grazie anche all’amico Nino Pensabene che di tanto in tanto ci dispensa perle immemori della sua amata consorte che fu.

  8. Eccezionale! Ad dir poco eccezionale. Mentre si legge questo scritto si ritorna molto indietro ai bei tempi che furono. Finito di leggere si ritorna al mondo sintetico e ipertecnologico di oggi, sintetico e privo dei valori che si acquisivano andando a lavorare in campagna!

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