Papaveri e… paparine

 
ph R. Schirosi

Il Salento leccese “Papa – ver” e “Papa – rine”


di Antonio Bruno
Non dirmi che non sai che cosa sono le paparine? Come mai, sei nato e cresciuto nel Salento leccese, le hai mangiate con le olive, le nere olive della cellina e dell’oliarola, e non sai che pianta è quella della paparina? Allora te lo dico io: è il papavero! Non lo sapevi vero? Noi del Salento leccese raccogliamo il papavero in pieno inverno, dicembre – gennaio, quando non ha ancora il fiore, gli tagliamo le radici , eliminiamo eventuali foglie secche, laviamo tutto (adesso mia moglie si arrabbia perchè sostiene che parlo come il Papa ma a fare tutto questo non siamo noi, né io con il plurale maiestatis, ma lei al singolare) e mia moglie prepara! E come non ricordare quello che tutti abbiamo detto da piccoli: Mamma dammi la pappa; infatti il termine Papaver deriva dal latino papo (= pappa) o da una parola celtica con il medesimo significato.

Pare che il papavero rosso sia originario delle regioni medio – orientali e che sia comparso in Europa con l’introduzione delle colture di cereali.
Teocrito (Siracusa, 324/321 a.C. – circa 250 a.C. poeta greco antico) afferma che il papavero nacque dalle lacrime di Venere mentre piangeva Adone . Cercate di immaginare la scena perchè ne vale davvero la pena, ecco che Venere, mentre corre a soccorrere Adone ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia, si punge inavvertitamente con le spine di un roseto e, con il suo sangue, tinge i fiori di rosso e questi fiori sono i papaveri che ricordano ancora oggi il dolore che accompagna sempre la perdita dell’amato.
Il papavero è un alimento non solo per noi salentini leccesi ma anche per gli antichi e infatti adorna il capo di Cerere, Cibele, Venere, Giunone e Mercurio. Nella mitologia Cerere, la dea delle biade che si supponeva avesse insegnato agli uomini l’uso del frumento, avrebbe trovato per la prima volta il papavero nell’isola di Mecona che avrebbe preso il nome dal papavero (papavero in Greco si dice Mecon). E’ facile riscontrare che le spighe insieme ai papaveri sono i simboli della dea Cerere.
Gli antichi rappresentavano la fertilità (Ubertas e da qui le donne ubertose) come una donna con capi di fiori di papavero in mano e con ghirlande, sempre di papavero, sulla testa, ciò per la circostanza che da una pianta di papavero se ne possono avere sino a 32.000 perchè tanti sono i semi che produce. E il Buon successo (Bonus eventus) era rappresentato nel Campidoglio, a Roma, come un giovane che tiene nella mano sinistra delle spighe miste a fiori di papavero.

Eppure il papavero è una specie infestante. Tutti osserviamo i terreni che sembrano spruzzati di rosso, il rosso dei papaveri che imperversa e che ha ossessionato i pittori di tutte le epoche.
E come non raccontarvi del Papavero pugliese (Papaver apulum Ten.) che si distingue per i petali scarlatto rosei con macula scura basale. Dicevo delle grandi distese di papaveri rossi che si possono ancora notare in tutta la penisola e, tra questi, c’è anche il rosa del papavero pugliese. In questo Salento leccese che, citando Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) poeta che qualche bibliotecaria salentina vorrebbe ancora vivo e presente e a leggere le sue poesie, scrivevo di questo Salento leccese che ha un paesaggio sub specie mathematica “In altri termini, un paesaggio è di solito uguale algebricamente a x – 1. Il sottraendo è costituto dal cielo, ciò che rimane è la scena su di esso dipinta” e in quel dipinto del Salento leccese c’è il colore rosso dei papaveri. Quegli stessi papaveri della mia infanzia a San Cesario di Lecce, quando li raccoglievamo ancora chiusi nelle brattee e poi, uno di fronte all’altro, mettevamo il bocciolo tra il dito pollice e medio e facevamo una pressione che faceva scorrere le brattee e poi, suspence…apparivano i petali del bocciolo! Il gioco consisteva nell’indovinare il colore del bocciolo di papavero prima liberarlo dalle brattee. Ricordo perfettamente che nella maggior parte erano di colore rosso ma i boccioli potevano essere anche bianchi o rosa.
Chissà se i bambini del 2010 giocano a raccogliere boccioli di papaveri? Voi che dite? Lo fanno ancora? E se vi è venuta voglia di farlo, fatelo l’anno prossimo, fatelo con i vostri, perchè è così che si conquista l’eternità, nella memoria dei gesti semplici che ci vengono insegnati!
Gli immancabili papaveri spruzzati in mezzo al grano in questo tappeto giallo rosso che sono i colori della squadra di calcio del Lecce. I Colori giallo e rosso e che hanno fatto scrivere a Fabrizio De Andrè
“dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.”

I papaveri che vegliano i nostri pasti, questi insistenti papaveri del Salento leccese, divenendo essi stessi pasto in quelle fantastiche minestre con le olive nere che si chiamano Paparine e che raccogliamo imitando le donne del neolitico. Già le donne di più di 12.000 anni fa che, poiché non avevano l’urgenza di raccogliere in quanto erano consapevoli che la pianta non fugge via per difendersi, la pianta non scappa nascondendosi in qualche buco o in anfratto, ma è li ad attendere la mano di quella nostra antenata, la mamma dei nostri avi, e a sua volta nostra mamma, che con calma e con riflessione raccoglieva le piante che poi averebbe somministrato come cibo a marito e figli in quei 16 chilometri quadrati che erano lo spazio vitale per le persone umane più di 12.000 anni fa.

Il Prof. Ferdinando Boero dell’Università del Salento, in una sua bellissima relazione sulla biodiversità a Zollino il 26 giugno 2010 ha affermato che quella vita della donna raccoglitrice e delle persone umane nomadi era il Paradiso Terrestre e che la caduta “Biblica” di Adamo ed Eva dal Paradiso è avvenuta con il Neolitico e l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento in sostituzione della raccolta e della caccia.
Siamo stati cacciati da quel paradiso? Ci siamo ficcati in questa “civiltà” da soli? Una cosa è certa: accanto al giallo del grano c’è il rosso del papavero, accanto alla dolcezza del senso di sazietà dopo aver mangiato il piatto più prelibato per il mio amico Rori, ovvero un ricco e gustoso panino, c’è anche la fatica di doverselo guadagnare lavorando.

Bibliografia
Reivas dell’ Ibis: miti e i simboli delle piante presso i greci ed i romani
M.F. Lochner: Papaver ex omni antiquitate eretum 1719
Barthelms: Explication de la masaique de Palestine 1760
Wildenow Grund der Krauterkunde pag 501
Silvia Lusuardi Siena: signori degli anelli: un aggiornamento sugli anelli-sigillo longobardi
Michele Emmer: Matematica E Cultura 2
Fabrizio De Andrè: La Guerra di Piero
Ferdinando Boero: Relazione di Sabato 26 giugno, Piazza San Pietro a Zollino, nell’ambito della Fiera di San Giovanni, edizione 2010, nel convegno dal titolo “Biodiversità, valore aggiunto per i prodotti tipici”.

2 Commenti a Papaveri e… paparine

  1. Colgo l’occasione offerta da questo ispirato pezzo (nel quale ho intravisto l’agronomo quasi all’ombra del bambino che egli era, dei ricordi di infanzia) per mettere in luce la invisibile necessità – che forse farà persino sorridere qualcuno – di salvaguardare conoscenze qui evocate che si vanno perdendo insieme alle prassi, espresse nella prassi, conoscenze che si acquisivano e si possono acquisire solo facendo, cioè, per venire allo specifico, partecipando alla raccolta delle verdure selvatiche con qualche anziana. Noi giovani abbiamo da re-imparare da zero a riconoscere le paparine, come le altre verdure tipiche spontanee, tra i campi, distinguendole le une dalle altre, le commestibili da quelle che buone o commestibili non sono. Vi sembrerà un’affermazione esagerata ma non temo di sbagliare dicendo che abbiamo perso in pochissimi decenni, nel giro di una due-generazioni al massimo, questa conoscenza affinata e tramandata nell’esperienza di millenni e secoli. La mia generazione (sottoscritto compreso), sarà pure plurilaureata, ma, non ho dubbi, in un campo in qualunque stagione non saprebbe assolutamente distinguere una paparina da una cicoria selvatica e questa dall’erbaccia indigesta!! Non mi stupirei se qualcuno, da qui a pochi anni, ravvedesse la necessità di corsi e tirocini da pagarsi a caro prezzo come l’unico modo per tramandare queste abilità a chi volesse carpirle. Queste conoscenze non sono ancora perdute, piuttosto le direi smarrite, prendendo a prestito una sottigliezza linguistica machiavellica (sovviene infatti qui il liceale ricordo della lettera di Machiavelli a Francesco Vettori: ” Dico questo perché mi pareva di aver non perduto, ma smarrito la grazia Vostra, essendo stato Voi molto tempo senza scrivermi”). Andare a raccogliere verdure per campi non ha più ovviamente un valore di sussistenza, tutto ciò può e dovrebbe valere piuttosto come un ottimo modo per fare sana attività fisica a contatto con la natura, conservando al contempo saperi e…sapori. Il tutto con un gesto antico, sano, naturale, ecologico, a cui fa da logico compimento il gesto domestico del saper continuare a cucinare ancora certi alimenti. Cultura da salvaguardare in breve.

    ps. Lancio infine una proposta: perchè non chiedere al prof. Boero di pubblicare qui sul nostro sito il suo intervento a Zollino citato nel brano? Sono sicuro che per la sempre più numerosa famiglia degli Spigolatori questo sarebbe un dono graditissimo!

    Pier Paolo

  2. Condivido gli argomenti sopra citati per averli conosciuti e vissuti nella mia infanzia salentina(Latiano).Ora vivente nel N.Ovest europeo.

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