La parrucca: forse fummo proprio noi salentini ad introdurla nel mondo occidentale

di Armando Polito

* Perché oggi si è (ac)conciato in quel modo?

**Dice che così gli riesce più facile scrivere quel post per Spigolature salentine…

Probabilmente è la protesi più antica nella storia dell’umanità e il suo successo continua da millenni. Resti di parrucche sono stati rinvenuti in tombe egizie ed i Persiani ne facevano ampiamente uso già ai tempi di Ciro il Grande (VI secolo a. C.) secondo la testimonianza dello storico greco Senofonte (V-IV secolo a. C.): Mandane si reca dal padre portando con sé il figlio Ciro. Appena giunsero e Ciro seppe che Astiage era il padre di sua madre, subito, come fa per natura un fanciullo affezionato, lo abbracciò calorosamente come si fa con qualcuno che si conosce da lunga data e vedendolo truccato con gli occhi dipinti, col viso impiastricciato di colore e la parrucca (komais prosthètois=chiome posticce) secondo il costume dei Medi (tipicamente loro infatti sono queste abitudini, nonché la veste di porpora, la sopravveste, le collane al collo e i braccialetti ai polsi; tra i Persiani, però, quelli che stanno in casa vestono meno pomposamente e vivono più frugalmente), vedendo il trucco del nonno, guardandolo intensamente disse: -Madre, come mi sembra bello il nonno!-1.

schiave dell’antica Grecia alla fontana

Nel mondo greco la parrucca ebbe come nomi più frequenti trìchoma (da thrix=capello) oppure prokòmion (alla lettera ciuffo che sta davanti) accompagnato o no da perìtheton (posto attorno) oppure da prosthetòn (=applicato) ed altri che leggeremo nelle citazioni che seguono; nel mondo romano essa era chiamata capillamèntum (da capìllus=capello) o caliàndrum o calièndrum (dal greco kàllyntron=spazzola, a sua volta da kallýno=abbellire, che è da kalòs=bello), oppure galèrus o galèrum.

Cominciamo dai Greci con una curiosa testimonianza riguardante Mausolo, re di Caria dal 377 al 353 a. C. Diamo qualche notizia preliminare: sposò la sorella Artemisia, che portò a termine il suo monumento funebre da lui stesso iniziato (una delle sette meraviglie del mondo). Fu la sua fortuna, perché da lui ebbe origine il termine mausoleo e ciò lo rese più famoso che famigerato, quale sarebbe stato se fosse prevalso quest’altro ricordo, riguardante il suo dipendente (nuova storia, anzi vecchia…ma veramente lui non ne sapeva niente e i cittadini erano così idioti?) Condalo,  tramandatoci dallo Pseudo Aristotele (contemporaneo del vero, IV secolo a. C.) in Oikonomikà, XV: Condalo, subalterno di Mausolo…vedendo che i Lici amavano portare i capelli lunghi (trìchoma) disse che erano giunti ordini dal re di bandire i capelli a vantaggio delle parrucche (prokòmia) e che dovevano rasarsi. Aggiunse che se volevano versargli una tassa fissata avrebbe fatto mandare dalla Grecia i capelli con cui avrebbe fatto confezionare le parrucche; quelli volentieri versarono ciò che chiedeva e da tanta gente furono raccolte notevoli somme.

E, con finalità non estetiche ma di travestimento, ne Lo scudo (vv. 374-378) del commediografo Menandro (IV-III secolo a. C.):

DAVO Ora però è tempio di agire. Tu, Cherea, conosci un medico straniero, uno sveglio è un po’ sbruffone?

CHEREA Temo proprio di non conoscerlo.

DAVO Bisogna trovarlo.

CHEREA Perché? Posso trovare un mio amico, affittare una parrucca, un mantello e un bastone. Lui poi tenterà di parlare con accento straniero.

Con le stesse finalità, riferite al campo militare, la parrucca è usata da Annibale secondo la testimonianza di  Polibio (III-II secolo a. C.) nel capitolo 78 del III libro della sua opera storica: Mentre l’esercito era in attesa usò pure uno statagemma singolare, certamente cartaginese. Temendo l’incostanza dei Galli e le insidie per la propria vita, in quanto recente era la loro alleanza, fece realizzare delle parrucche (perithetàs trichas, alla lettera capelli messi attorno, posticci) adattate alle forme che si addicono alle più svariate età e le usava cambiandole continuamente, per cui risultava irriconoscibile non solo a quelli che lo vedevano per la prima volta ma anche a chi lo conosceva.

Quasi un piccolo saggio sulle acconciature in genere e sulle parrucche in particolare è quanto ci ha lasciato nell’Onomastikòn (II, 29-30) il grammatico Polluce (II secolo d. C.): Tipi di acconciatura: giardino (kepos), tonsura circolare2 (skàfìon), ciuffo (prokòtta, poco più avanti lo stesso autore ne spiegherà l’etimologia), altra tonsura circolare3 (peritrochalàte). Si parla di prokòtta quando uno ha una lunga chioma solo davanti, cioè nella parte anteriore della testa (kottìs). I Dori così chiamano la testa. Quelli poi credono che la prokòtta non sia nemmeno un’acconciatura ma gli stessi capelli che si trovano sulla fronte. Chiamavano  anche triste acconciatura (pèntimos kurà)  la caduta o la rasatura in caso di ftiriasi, come dice il comico Eubulo. Era chiamata in qualche modo acconciatura (in greco kurà) pure la chioma di Ettore. Anassilao dice: la chioma di Ettore che dura un giorno. Timeo dice che questa acconciatura deve essere più corta intorno al viso e più lunga attorno al collo. Alcuni facevano crescere la chioma lateralmente o dietro, o sul viso in onore dei fiumi o degli dei. E veniva chiamata ricciolo  (in greco plochmòs) o frangia (in greco skollys) o ciocca di capelli. Non considererei la crocchia (in greco kosýmbe). Non è infatti cosa attica la kosýmbe, ma piuttosto il kròbylos, altrimenti detto penèke (forse da pene=tessuto) e prokòmion prosthetòn, non solo per le donne ma pure per gli uomini: quando hanno pochi capelli ne fanno uso.Qualcuno chiama questa protesi pure bella capigliatura (èutrichon).  

Passiamo ora agli autori latini.

Tito Livio (I secolo a. C.-I secolo d. C.) nel capitolo I del libro XXII della sua opera storica, a proposito di Annibale: Aveva risotto al minimo i rischi cambiando ora veste ora i coprimenti del capo (tegumenta capitis). La circollocuzione sarebbe stata  troppo generica perché con sicurezza si potesse cogliere l’allusione all’uso di parrucca se essa non fosse ricalcata sulla già vista testimonianza di Polibio.

Orazio (I secolo a. C.-I secolo d. C.) nella satira 8 del I libro, ai vv. 48-49: Avresti dovuto vedere cadere i denti a Canidia e l’alta parrucca (calièndrum) a Sagana.

Svetonio (I-II secolo d. C.) nel De vita Caesarum, IV, 11, a proposito di Caligola: Neppure allora poteva tuttavia soffocare l’indole crudele e depravata sì da non partecipare con grandissimo piacere alle pene e alle esecuzioni inflitte e frequentava di notte bettole e bordelli celato da una parrucca (capillamèntum) e da una lunga veste.

Giovenale (I-II secolo d. C.) nella satira VI, vv. 115-121 così ci informa sul conto di Messalina: La moglie, non appena aveva sentito che il marito (Claudio) dormiva, osando da augusta puttana indossare una cuffia da notte e preferire una stuoia al talamo palatino, lo lasciava accompagnata da non più di un’ancella ma entrava nel caldo lupanare con una parrucca (galèrus) bionda che nascondeva la capigliatura nera…

Per onorare il titolo sono ora costretto pure io a fare il famoso passo indietro e tornare ad un autore greco che ha lasciato del nostro passato un ricordo che, se corrispondesse alla realtà, farebbe felice Bossi (ammesso che, sia pure con la collaborazione del figlio, fosse in grado di sfruttarlo…).

Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.) nel libro XII de I deipnosofisti introduce una citazione roportando le parole di Clearco di Soli (IV-III secolo a. C.): E (si abbandonò alla mollezza) pure la stirpe degli Iapigi che erano originari di Creta, venuti (in Puglia) per cercare Glauco ed ivi stabilitisi. I loro discendenti, dimentichi del senso della misura che improntava la vita dei Cretesi, giunsero a tal punto prima di mollezza, poi di tracotanza che per primi truccandosi il viso e portando parrucche (prokòmia perìtheta) indossarono vestiti sgargianti e considerarono cosa vergognosa lavorare e darsi da fare.

Se dobbiamo dar credito a Clearco gli introduttori dell’uso della parrucca nel mondo occidentale saremmo stati, dunque, proprio noi salentini. E ci è poco di conforto, gli amici di Taranto non ce ne vogliano, quanto scrive Pompeo Sarnelli, che nel tomo III di Lettere ecclesiastiche, Bortoli, Venezia, 1716 dedicò al tema un intero capitolo4 dal titolo Discorso historico, e morale contra l’abuso delle perucche negli Ecclesiastici, dal quale riportiamo quanto segue: Clearco ha parlato della Japigia propriamente detta. E son di parere, che intendesse de’  Tarentini, che in quei tempi fiorivano nella Japigia, e che si abbandonarono in ogni sorte di lusso, e di morbidezza5. Nella stessa pagina per corroborare la sua tesi cita una sfilza di autori6: e se Orazio7 (I secolo a. C.) per motivi cronologici può essere preso in considerazione, per gli altri8 , compreso Giovenale?, gli amici tarantini avranno buon gioco a dire che si tratta di un vecchio luogo comune…

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1 Ciropedia, I, 3

2 Taglio che lascia i capelli solo alla sommità della testa.

3 Meno spinta della precedente.

4 Pagg. 151-163.

5 Pag. 153.

6 A dire il vero il Sarnelli ricalca tale e quale (con l’omissione di Giovenale, per cui vedi alla fine di nota 8, e di altri minori e più recenti) l’elenco presente in Girolamo Morciano (XV secolo) che dedica al lusso di Taranto il capitolo XX del suo lavoro postumo Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto (nell’edizione rivista da Domenico Tommaso Albanese e pubblicata a Napoli dalla Stamperia dell’Iride nel 1855 alle pagg. 260-265).

7 Sermones, II, 4, 34: Pectinibus patulis iactat molle Tarentum (La corrottaTaranto si vanta per i suoi grossi pesci pettine) ; Epistulae, I, 7, 44-45: Parvum parva decent; mihi iam non regia Roma  sed vacuum Tibur placet, aut imbelle Tarentum (A chi è modesto si adattano le cose modeste; a me non piace la Roma dei re, ma la serena Tivoli e l’imbelle Taranto).

8 Gallio Sollio Sidonio Apollinare (V secolo d. C.), Carmina, 5, 435: Ipsaque, quae petiit, trepidaverat uncta Tarentum (E per quelle stesse cose la profumata Taranto aveva trepidato); Giovanni Pontano (XV secolo) I, XVII, 19: …madens Tarentum (…la rammollita Taranto);  Macrino Salmonio (pseudonimo di Giovanni Salmon, letterato del XVIII secolo): Et Sybaris sequitur luxus, madidique Tarenti (E poi viene il lusso di Sibari e della rammollita Taranto). Ecco la testimonianza di Giovenale (I-II secolo d. C.), Satira VI, Atque coronatum et petulans madidumque Tarentum (E l’inghirlandata e la sfacciata e la rammollita Taranto).

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