SFERRACADDHU, un’erba tra scienza e leggenda

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/albums1.php?id=2294

nome scientifico: Hippocrepis  comosa L.

famiglia: Fabaceae

nome italiano: sferracavallo

nome dialettale: sferracàddhu

Hippocrepis è composto dalle voci greche ippos=cavallo e krepìs=scarpa; alla base del composto c’è lo stesso concetto di somiglianza di cui si parlerà dopo a proposito dell’etimologia della voce italiana. Krepìs è pure il nome di una pianta in Teofrasto (IV-III secolo a. C.): La crepide ha le foglie aderenti al gambo1.

Krepìs continua in latino nelle voci crepis [in Plinio (I secolo d. C.) è il nome di una pianta2, in Apuleio (II secolo d. C.) è variante di crèpida] e crèpida=sandalo; quest’ultimo ha dato vita al proverbio ne supra crèpidam, sutor=ognuno faccia il proprio mestiere: alla lettera: calzolaio, non (andare) oltre il sandalo!3.

Comosa (forma aggettivale da coma=chioma) significa fornita di chioma.

Fabaceae è forma aggettivale da faba=fava.

Sferracavallo è, con riferimento alla forma zigzagante del baccello, da sferra (in mascalcia ferro da cavallo rotto e consunto, da sferrare a sua volta composto da s– estrattiva e ferrare, da ferro) e cavallo.

Sferracàddhu è la trascrizione dialettale fedele della voce italiana: sferra è tal quale; da cavàllu>*callu (sincope)>caddhu (normalissimo passaggio –ll->-ddh-).

Già il fatto che dell’erba (sempre che l’identificazione sia corretta) negli autori antichi, come abbiamo visto, compare solo il nome potrebbe di per sé essere sufficiente ad attribuirle scarso pregio e a considerarla un foraggio come tanti altri, senza proprietà particolari, secondo l’affermazione, pur datata, di Francesco Gera: Lo sferracavallo vivace, hypocrepis (sic) comosa, è anch’esso una piccola leguminosa utile nei pascoli aridi, ove cresce non di rado spontaneamente. Non alza i suoi steli più di venti o venticinque centimetri, e questi sono lisci, solcati, diffusi, ed in cesto, guerniti di foglie late a foglioline ottuse, e di fiori gialli in testa, ai quali succedono dei baccelli guerniti di certi incavi, che imitano un ferro da cavallo; ma le bestie lanose ne sono avidissime, perché offre loro un pascolo delicato, benché poco abbondante.4

Si può dire, però, che ciò che la scienza le ha negato la leggenda le ha abbondantemente concesso. Lascio parlare, anche se all’inizio del discorso comparirà un uccello e non un’erba,  chi ce ne ha tramandato memoria, Giuseppe Pitrè: TORDO BOTTACCIO. Marvizzu, maluvizzu (Mineo), maravizzu (Modica, Scicli, Spaccaforno ecc.)- Turdus musicus.

La leggenda di questo volatile è molteplice e connessa con l’erba invisibile dello sferracavaddu, che converte in oro gli oggetti in essa bolliti, della quale il marvizzu compone il suo nido. Ma come trovarlo se invisibile? Scoperto l’albero ov’esso vola a cibare i figli, due montanari corrono all’assalto; uno si arrampica all’albero, l’altro con un bacile d’acqua sta sotto, perché l’immagine del nido nello specchio dell’acqua è visibile. Questo lo vede, l’altro no; ma guidato dal compagno tanto tasta e brancica finché lo tocca e afferra. Allora cessa la invisibilità e la loro fortuna è fatta. Né questo solo. Due etnei cercarono lo sferracavaddu, portando un sacco ove riporlo. Sorpresi dalla notte e dal freddo si addormentarono su gli alti culmini della montagna stivati nel sacco. Passa Ciringhedda, il diavolo, nel ritirarsi a casa càuda, e vistili esclama: -Ve’, ve’ un uomo con due teste coricato sopra lo sferracavaddu!-. L’udire, il sorgere, il mietere l’erba, empirne il sacco fu tutt’uno, e così arricchirono. Molte storielle consimili corrono per Mongibello, ch’io non registro. Narrano che le greggi, cibandosene, portano i denti patinati d’oro; lo assicurano mille a piena voce, io non l’ho visto. Il malvizzo è un uccello di passo, e il suo nido e l’erba generatrice dell’oro saranno reperibili quanto l’anello d’Angelica e l’ippogrifo di Atlante. È credenza del popolo che il tordo depositando le uova nel nido depositi anche tal pietra che lo renda invisibile. In una canzone popolare lo amante dice all’amata: Chi hai la petra di lu maluvizzu!/Trasisti ‘n pettu ed iu ‘un mi nn’addunai? (Mineo). Questo uccello si conosce subito al becco: A lu pizzu si canusci lu marvizzu. Merri e Malvizzi furono due famose fazioni messinesi.5     

Un collage in cui solo le parole non in corsivo sono mie: se la leggenda più bella, forse unica, che l’alchimia abbia lasciato in Sicilia, è quella dell’erba “sferracavallo”, che gli alchimisti chiamavano Lunaria minor6, non posso tuttavia, con riferimento ai denti patinati d’oro del brano precedente, non ricordare i denti d’oro delle capre dell’isola di Tavolare, dovuti ad un intonaco di fosfato calcico proveniente dal foraggio7.

Il dato dell’identificazione (o della confusione?) della sferracavallo con la lunaria (per giunta maior e non minor) risale a M. Pietro Andrea Mattioli, della cui opera8, dopo il frontespizio, riproduco la parte che ci interessa (pagg. 520-521).

L’alone leggendario che circonda la nostra erba ebbe pure ospitalità letteraria grazie a Vittorio Imbriani che in appendice alla novella Il figliolo del pecoraio9 riporta parte del testo di una cinquecentina, del quale cito la parte che ci interessa: Ultimo ne fecero certi, come da una insula lì vicina, venivano huomini mirabili, audacissimi e crudeli, quali Ferulari chiamano, perché da ferule maravigliosamente edificati sono, e poi temprati con suco de sferracavallo, imopedimento certo d’ogni pungente ferro, o che taglia, amacca e seca. E spesso spesso sollevano la insula, molestando predare: e che eran ritornati in Ferulara (perché così la insula se appella) a refrescar del magico suco la dura tempratura, e siccata li giorni passati dalli caldi raggi del potente sole; e in quel tempo aspettavano il rabbioso stuolo devere, refattosi, lì retornare. Noi, de tanta novitade fatti attoniti, suspensi alquanto, perché natando sulcavano le acque presti e leggieri, e non potean da alcun tormento per acuto o grave, che fosse, esser dannegiati, pensamo inusitato modo, da superare questi perversi, iniqui e scelerati. Demo buon animo dunque alli nuovi amici, promettendoli vittoria; e certificamo lor salute. Ascolta, amico mio, cosa mirabile e de che maniera. Fessemo una rete, larga de passi pur assai, e longhezza tanta, che la insula tutta circondava, de mistura ottima, che abrusia dentro l’acqua e conserva ogni liquore, de solfore, dico, salnitrio, bitumine, oglio de sasso, camphora, rasa, oglio de lino, e simigliante cose. Non tanto presto la rete fo distesa, che ecco per le onde, equalmente natando venia la mala gente, con impeto de ululi, e squassar nell’acqua con le bracce, testa, gambe e piedi. Spumava il mare, l’aere devenne nubilo, la terra tutta incominciò tremare. Spaventaronsi li nostri hospiti. Ma noi, sicurati dall’arte, demo segno de vittoria. Finalmente giunti al lito uniti e in fretta, tutti in poco d’hora se insaccaro nella rete…   

Ma, per finire,  se ai Ferulari non giovò il succo di sferracavallo, le capre ricordate dal Pitrè avrebbero suscitato addirittura un reale o presunto interesse reale…10

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1 Historia plantarum, VII, 8, 3

2 Naturalis historia, XXI, 59: Caule foliato est et crepis et lotus (Hanno il gambo fogliato la crepide e il loto); troppo poco per tentare di capire se Linneo diede il nome alla nostra erba, magari per una sorta di supposta parentela, nonostante l’aggiunta del cavallo,  con la crepide pliniana, che, peraltro, è ricalco da Teofrasto.

3 Ne supra crèpidam, sutor è tratto, con adattamento anche della punteggiatura, dall’aneddoto riportato da Plinio (Naturalis historia, XXXV, 85): Feruntque reprehensum a sutore, quod in crepidis una pauciores intus fecisset ansas, eodem postero die superbo emendatione pristinae admonitionis cavillante circa crus, indignatum prospexisse denuntiantem, ne supra crepidam sutor iudicaret, quod et ipsum in proverbium abiit (Dicono che [il pittore Apelle] rimproverato da un ciabattino poiché in un sandalo aveva fatto un occhiello in meno, dopo che nel giorno successivo lo stesso individuo ringalluzzito dalla precedente critica ebbe a ridire sulla gamba, esasperato guardò torvamente il critico dicendo che un ciabattino non aveva il diritto di giudicare oltre il sandalo, espressione che divenne proverbiale).

4 Nuovo dizionario di agricoltura, tomo XXII, Antonelli, Venezia, 1844,  pag. 571

5 Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, v. XVI (v. III della sezione Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano), Lauriel, Palermo, 1889, pagg. 386-387.

6  V. Giuffrida-Ruggieri, Appunti di etnografia comparata della Sicilia, in Rivista di antropologia, Istituto italiano di antropologia, Roma, 1901, pagg. 250-251.

7 Menzione di un Intervento di Giuseppe Gené in una seduta dell’VIII congresso italiano di zoologia, in Antologia italiana, giornale di scienze, lettere ed arti, anno II, tomo IV, pag. Pomba e C., Torino, 1848, pag. 310.

8 Discorsi ne’ sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale, Pezzana, Venezia, 1744, pag. 520.

9 Fa parte de La novellaja fiorentina: fiabe e novelline stenografate in Firenze, Vigo, Livorno, 1877, pag. 360, nota 6.

10 http://www.tavolara.it/re.htm

Un commento a SFERRACADDHU, un’erba tra scienza e leggenda

  1. belle queste conoscenze della nostra flora spontanea: Grazie a voi impariamo a conoscerle e ad amarle: Quando le incontriamo ci nasce il sorriso e possiamo salutarle perchè sappiamo il loro nome.e ci sentiamo
    più ricchi dentro .

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