O la borsa o la vita: tagli, tasse e altri impicci all’Ateneo salentino

L’Anfiteatro di Lecce occupato simbolicamente dagli studenti il 30 novembre 2010

di Giorgia Salicandro

Tasse “democratiche” per dare a tutti l’opportunità di studiare o un centro formativo d’eccellenza, con i relativi costi ricadenti sugli studenti, che faccia da traino per la crescita del Salento? La questione costituisce da anni il nodo irrisolto di un acceso dibattito, entro e fuori il mondo accademico. Eppure ormai, alla luce della “falce” del Miur sugli Atenei pubblici, in particolare quelli meridionali, il problema all’Università del Salento sembra aver abbandonato l’una e l’altra posizione trasformandosi piuttosto nel “come sopravvivere”.

La contribuzione studentesca a Lecce è stata per anni – sino al 2008 – in assoluto molto bassa, senza tener conto del contesto economico poco florido del Salento. Nel 2008 una delibera del Consiglio d’Amministrazione autorizzava l’aumento a tappeto a tutte le fasce Iseeu (l’indicatore della situazione economica degli studenti e delle loro famiglie) e introduceva pesanti deterrenti economici per i fuoricorso. Questi infatti penalizzano economicamente l’Ateneo dopo l’introduzione da parte del Miur delle nuove norme di distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario, del quale un 7 % erogato su base premiale – ma i cui criteri, che comprendono anche il tasso di occupazione a tre anni dalla laurea, sono stati fortemente criticati dai rettori del Sud.

In generale, gli aumenti sono stabiliti in rapporto inversamente proporzionale ai fondi per la spesa corrente ricevuti dal Governo: meno un milione nel 2009, e altri 4 in meno nel 2010. “Ormai le voci di spesa variabili dipendono dalla contribuzione universitaria” ha dichiarato il rettore Domenico Laforgia in occasione della Conferenza d’Ateneo dell’8 marzo scorso. In effetti, per l’anno accademico in corso l’Amministrazione ha stabilito il recupero di un extragettito di 1,6 milioni di euro attraverso un’operazione di “aumento indiretto” della contribuzione. In pratica, non sono state istituite nuove tasse, ma rigidi criteri per l’accesso alle esenzioni per motivi di reddito. Questa manovra, approvata dal Cda dello scorso luglio, ha scatenato le proteste degli studenti, in primis dell’Unione degli universitari, che ha lanciato la campagna mediatica “Io non merito l’aumento”, raccogliendo centinaia di foto di iscritti aderenti alla causa.

La portata della protesta ha spinto l’Amministrazione, in un primo momento arroccata sulle proprie posizioni (“Non torneremo indietro” aveva dichiarato il rettore Laforgia) a ridiscutere il provvedimento in Commissione tasse, dove gli studenti dell’Udu hanno ottenuto un doppio risultato: vincolare ulteriori nuove entrate esterne alla copertura dell’extragettito e “spulciare” nel Bilancio per trovare eventuali “fondi di cassa” da redistribuire a favore degli studenti.

Sul primo punto non si è fatta attendere la Regione Puglia, che con delibera dell’8 marzo ha stanziato un fondo straordinario di 3 milioni di euro agli Atenei pugliesi, di cui 700mila a quello salentino. “Picche” invece da Provincia e Comune di Lecce, che hanno dichiarato la propria impossibilità a sostenere economicamente l’Ateneo dati i tagli subiti a loro volta dal governo centrale. Sul secondo punto, invece, pare che nulla o quasi abbiano ottenuto gli studenti, dopo che la Commissione bilancio riunitasi l’11 marzo ha bocciato la proposta dell’Udu che prevedeva il recupero di 422mila euro da vari fondi comunque destinati agli studenti (tra cui la metà del fondo per le attività extracurriculari, come seminari e cineforum, che gestisce il Consiglio degli studenti); mentre l’ok della Commissione è andato allo sblocco di soli 47mila euro provenienti dal Fondo di riserva. Entrambe le questioni, tuttavia, sono “in progress”e potrebbero esserci sviluppi inaspettati nel prossimo futuro.

Ma perché tanto accanimento sull’introduzione di criteri di merito per l’accesso alle esenzioni? Dietro la battaglia dell’Udu non c’è solo una difesa dello status quo degli studenti. Il problema è doppio e riguarda da un lato la scelta di criteri penalizzanti, come l’obbligo di acquisire 54 crediti all’anno, sostenendo praticamente tutti gli esami, in un contesto universitario ancora fortemente viziato dalle carenze dei servizi che finiscono inevitavilmente per incidere sulla velocità del percorso universitario; dall’altro, nasce dal contesto economico poco florido del Salento, di cui testimone è l’appartenenza dell’80 % degli iscritti alle prime due fasce Iseeu. D’altro canto, l’intesa firmata dall’Università con la Guardia di finanza di Lecce ha portato e continua a portare all’emersione di centinaia di migliaia di euro di tasse indebitamente non pagate (ad oggi oltre 130mila euro), “grazie” a dichiarazioni dei redditi mendaci, che confermano la triste tendenza italiana all’economia del sommerso.

Intanto, i tagli del Miur uniti al quasi totale blocco del turnover rendono sempre meno accettabile la prospettiva di nuovi aumenti, a fronte di biblioteche costrette ad aprire a metà per carenza di personale, impossibilità di utilizzare spazi edilizi che pure esistono per la rarità dei custodi, e importanti progetti di ricerca “in bilico”, dato lo scarso radicamento – a differenza di altre parti d’Italia – di un solido tessuto produttivo che possa investire nella sperimentazione universitaria, specialmente in quella poco lucrativa.

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