Un albanese illetterato di Calabria finito a far tabacco con i leccesi

Domenico Amato, un albanese illetterato di Calabria, finito a far tabacco con i Leccesi a  Civita Castellana

di Alfredo Romano

L’addetto al censimento invano scrutava l’aperto orizzonte, a metà strada sulla via di Terrano, per una casa, un muro, qualcosa. Domeni­co Amato insomma.
Né un fazzoletto rosso legato in cima a uno dei due pali che segnano l’ingresso d’una carreggiata che s’incurva fino a perdersi nell’orrido, po­teva rappresentare per il suddetto una traccia sufficiente.
Fu così che Domenico Amato non venne censito e, buon per lui, vi­sto che le statistiche (non si sa mai) vanno magari a spiare quel po’ di prosciutti e capocolli conservati per l’inverno.
In realtà quella carreggiata portava in quell’interrata e abusiva casa di Domenico che il figlio muratore ha tirato su di festa in festa aggrappan­dola sui fianchi di un fosso malvagio.  Cacciato letteralmente dalla Tenu­ta Terrano, Domenico ha dovuto vendere i suoi tre aridi ettari di terra calabrese in cambio di un povero appezzamento a Civita Castellana. Niente paura, niente trattore, le mani bastano a ridurre in fertile polvere quei massi di tufo lunare, le mani per dar luce e respiro a un terreno di vecchia sterpaia.
Le mani di Domenico. Osservatele: sono rami d’un tronco nodoso dove s’aprono fessure di carne che non conosce suture. il gelo le spacca e il caldo non basta a chiuderle, e Domenico, con gesto di sfida, vi spegne pure tranquillo, sul palmo, l’ultimo morso di sigaretta.
Non chiamate profanamente orto il suo variopinto giardino. Pomo­dori insalate e cocomeri fanno gola (peggio che Tantalo) a quei mono­toni pioppi che sfilano alti ai margini del torrente. Strani spaventapasseri vi s’aggirano, vestiti dei suoi abiti smessi, un berretto militare con l’imman­cabile striscia rossa a dirvi, passerotti e no, che Domenico è lì con una zappa più grande di lui ad affondare zolle mai smosse.
Alto è l’arco della zappa, ritmato, scandito da un oooh! di gola soffoca­to, a misurare il tempo di un orologio che non c’è, ma di un sole che s’alza e tramonta sull’ultimo sterpo rubato, a far legna, a una vecchia siepe.
Domenico, chi sei? Piccolo e magro i turchi ti cacciarono dalla terra d’Albania 500 anni fa e ti fu vano l’eroismo di Scanderbeg nel tuo rifu­gio sui monti di Calabria a Carfizzi.
Niente è cambiato da allora, e a 70 anni insegui ancora il mito d’una terra promessa: “E adesso ti dico pure io una parola. Quando siamo nati siamo nati tutti nudi.  Uno solo ha 100, 200, 300 ettari, uno solo tutto il mondo.  Dove l’hai comprato?  Da Alfredo. E Alfredo? Da quel giovanotto. E il primo il primo? L’ha fregato a Gesù Cristo, s’è imposses­sato lui, è tutto mio! Perché noi siamo nati per mangiare in aria? La terra doveva essere di quello che la zappa, di quello che la lavora!”
È nata nella tua vicina Melissa questa tua filosofia. Lontano sentivi gli spari dei poliziotti sui contadini che occupavano le terre incolte “per fare pane per i propri figli” come dici tu. Saranno gli sposi al paese ti spiegava il cugino Mariano e tu non po­tevi che credere.
Tu infatti non hai mai odiato i padroni, non sei capace di odio e an­cora oggi ti fai in quattro per un impiegato, un carabiniere, un politico che escono da casa tua con le borse piene in cambio di promesse mai mantenute.
Sono anni che ti promettono la luce. E già, perché, se non lo sapete, da anni Domenico vive al buio. Pur a quattro passi dalle linee elettriche l’Enel chiede fior di milioni per l’allaccio. Così anche quel pozzo artesiano che ti sei fatto scavare per il fabbi­sogno d’acqua non ti serve a niente senza corrente. Quindi anche senz’acqua. Stazionano ai quattro angoli esterni della casa vecchi fusti di petrolio a raccogliere l’acqua piovana. Per bere, Mafalda, la moglie, va a mendicare l’acqua presso un caseggiato lontano.
Caro Domenico, abbiamo interessato tutti onestamente per la tua luce, la tua acqua, beni per noi tanto scontati. Ma forse che un altro, più intrigante, non avrebbe trovato quella so­luzione così perfidamente negata a uno sconosciuto contadino calabre­se? Ungere Domenico, ungere bisogna; ma tu sai solo sputare sulle cal­lose mani per farle meno ruvidamente scivolare su manici di zappa con­sumati.
T’ho visto qualche tempo fa un po’ sperduto sotto i portici del Comu­ne con in mano una cartolina speditati dall’Ufficio anagrafe allo scopo di finalmente censirti, benché trascorsi più di due anni. Forse non scherzavi troppo nel credere fosse una cartolina precetto. Così ci hai ripetuto per l’ennesima volta dell’8 settembre del ’43 quando, sbandato, percorresti a piedi mille e più chilometri da Udine a Catanzaro.
Abbracci, quanti me ne hai dati!  E solo perché talvolta t’ho spianato la strada della burocrazia nemica, a te che per vivere basta un bicchiere, una sigaretta, un po’ di sole e una tessera del PCI del ’67, consunta, ge­losamente custodita nel portafoglio.  A tutti la vai ostentando, non certa­mente per chiedere qualcosa (alla tua età ormai) ma solo forse per dire chi sei, da dove vieni, le speranze e i sogni che ti hanno cullato su per quelle solitarie mulattiere attraversate, anzi l’alba, a dorso d’asino, gli occhi chiusi su bianche e comode lenzuola, roba di signori: “Faceva si­mile cosa cu ddue sumarri, cu i pettorali, cu ll’aratri, l’hai visti? A mète­re a manu tuttu giugnu e metà lugliu e mangiavàmu al sole.  Dopu, quandu trebbiavàmu ‘u granu, cu lla trebbia, cu ll’ara puru, cu i boi, cu ‘u mulu, cu llu sumarru, giravàmu sempre tutta la jurnata, al sole, a acostu, puru settembre. E quandu trebbiavàmu ‘u granu, dopu che ll’avìeme pulizzatu, ai sacchi (ai tomi li chiamamu nui) te menzu quintale, e menzu quintale te l’altra parte, a u bastu, e camminavàmu a pieti tre ore e menza, quattru ore, puru cinque, tuttu in salita comu la montagna te Sant’Oreste, a pieti, senz’acqua pe’ strata, i pieti schiattàvane di sangue, rrivava a casa pe’ mortu!”
Caro Domenico, ti regalerò una chitarra nuova perché quella tua vecchia di tanti anni fa è ormai rotta e si scorda sempre. Il manico poi è così stretto che le tue callose dita fanno fatica a muoversi negli spazi tra le corde.
Perché Domenico, se non lo sapete, prima che faccia buio, sa pure allietarvi al ritmo d’una tarantella calabrese, a rimembrarvi vecchi balli sull’aia, a­mori e sguardi goduti nel giro di un valzer, strappati alla vista di mamme severe e a un mattino di fatica che non tarda mai a venire.

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