Collemeto e la sua chiesa

Della chiesa di Collemeto a 50 anni dalla consacrazione e di don Salvatore Nestola

 

di Alfredo Romano

Torno ogni estate a Collemeto. Non nascondo che col tempo il viaggio si fa sempre più lungo, più faticoso: ti pare di non arrivare mai. Ma per nulla al mondo rinuncerei a quegli attimi di commozione che ogni volta mi prendono, quando, nei pressi della casa cantoniera, sulla Lecce-Gallipoli, il mio sguardo coglie la sommità delle case bianche in mezzo agli ulivi, e su tutto svetta la chiesa col suo campanile asimmetrico, il simbolo del mio paese.

Il ritorno è bello ed anche amaro a volte. Ci sono cose che hai lasciato e che non trovi più. Il paese va avanti, si trasforma, cambia; i luoghi della tua infanzia spariscono man mano; tanti volti di persone care non ci sono più; altri si affacciano, sempre più numerosi, tanto che a volte hai come l’impressione di essere un estraneo nel tuo paese.

Io, nel mio egoismo, vorrei magari che tutto restasse come prima, fermo a quel giorno lontano di 35 anni fa, quando un furgone mi strappò via per altre terre più feconde. Ma questo pensiero, lo so, è il difetto di tutti gli emigranti, ed io non sono da meno.

Una cosa che non cambia mai però c’è, e se ne sta lì immobile, maestosa: è la chiesa. È grande la chiesa, la… più grande del mondo, a guardarla con quegli occhi di quand’ero bambino, allorché le cose reali sfumavano nell’immaginario e spesso, come in tutti i bambini, assumevano dimensioni fantastiche, gigantesche.

È che io sono cresciuto con la chiesa; io e la chiesa siamo nati insieme, e insieme stiamo invecchiando. Mi conforta sapere che il giorno in cui non ci sarò più, la chiesa sarà sempre lì, con la sua maestosità, testimone della storia di un paese e delle piccole storie di ognuno di noi, che, intorno ad essa, abbiamo vissuto, sofferto ed amato.

Il tre marzo 1949, quando sono nato, la chiesa della Madonna di Costantinopoli di Collemeto, dopo anni di attese, di solleciti e speranze, era pressoché ultimata; mancava solo la sua consacrazione, che sarebbe avvenuta di lì a poco, nel successivo ottobre dello stesso anno.

Il nuovo parroco, don Salvatore Nestola, da poco succeduto a quel don Salvatore Meli che fu l’artefice della costruzione, non aspettò tuttavia la consacrazione per mettere in funzione una struttura che tutti aspettavano… comu anime sante, per dirla come si dice da noi. Egli non si fece tanti scrupoli nel mettere già in funzione il fonte battesimale in marmo pregiato, posto allora all’inizio della navata sinistra.

Bene, io sono stato tra i primi ad essere stato battezzato nella chiesa nuova, e i cinquant’anni della sua storia sono anche i miei, e mi sento di condividere le celebrazioni di un evento che considero storico per la nostra sia pur piccola Collemeto. E poi, la storia, non siamo noi a farla? Non siamo anche noi protagonisti della storia, oltre a re e regine, principi e baroni?

Una chiesa, meglio dire una chiesetta, c’era a Collemeto. Stava (ci sta ancora) alla periferia del paese, sulla via che porta a Galatina. Ma il paese era cresciuto, alla messa della domenica la gente si accalcava fuori, in piedi. Soprattutto era una cappella privata che apparteneva ai Mongiò, e la gente di Collemeto aveva necessità di una chiesa tutta sua, una chiesa che le desse quel senso di identità e di appartenenza che ha ogni comunità che si rispetti. D’altronde, non erano proprio i greci che, nel fondare una città, innalzavano dapprima il tempio e poi le abitazioni? Questo per dire che è innato il bisogno di ogni comunità di ritrovarsi in una struttura che fosse il simbolo della propria fede, delle proprie aspirazioni, della propria vita collettiva.

Mi chiedo a volte cosa sarebbe stata la vita di noi ragazzi senza quei riti che in chiesa scandivano la nostra vita quotidiana, specialmente la domenica. Eravamo in tanti, allora, a servire messa; non c’era famiglia che non avesse in casa un suo chierichetto. Indossavamo una cotta bianca su una tunica rossa, colori che ci facevano un po’ cardinali in erba. Le messe e le altre funzioni serali avevano riti liturgici che non s’imparavano tanto presto. Diventava un onore allora saper rispondere, anche se in un incerto latino, a don Salvatore, e muoversi con disinvoltura sull’altare al cospetto di una chiesa affollata, rispettando i dettami della liturgia.

A volte si era talmente tanti che il gradino più basso dell’altare non bastava a contenerci tutti inginocchiati. Sicché ci si faceva largo a botta di spinte, come fosse un gioco. Non mancavano situazioni comiche anche, che scaturivano da errori e disattenzioni del solito chierichetto ingenuo. A volte bisognava chiudersi le labbra a forza con le mani, per non scoppiare dalle risate. Poi il riso contagiava tutti, ed era un fuggi fuggi generale in sacrestia. E don Salvatore, con santa pazienza, è il caso di dirlo, restava solo sull’altare a spostarsi il leggio o a versarsi l’acqua dall’ampollina, con grande disappunto dei fedeli, tutti a dire: “Ma cce mmaletucati quiddhi vagnuni!”.

Ma non era solo un gioco fare il chierichetto, per quel che io ricordo. C’era anche la coscienza di partecipare a qualcosa di sacro e di misterioso insieme che non aveva spiegazioni, che non si svelava mai, e che forse era bello proprio per questo.

Ma era nel mese di novembre, soprattutto, che si consumava, col sacrificio della messa, il pensiero tragico della nostra gente. Per un intero mese le messe si celebravano alle quattro del mattino, quasi ad assecondare quella comune credenza di abbinare i morti al buio della notte. I parenti del defunto da suffragare arrivavano in chiesa con un ritratto, uno di quelli enormi appesi alle pareti delle nostre case. In mezzo alla chiesa si disponeva un vero e proprio catafalco con i quattro ceri agli angoli; davanti, in posa maiestatis, quel ritratto. Insomma si ripeteva lo stesso rito del giorno della dipartita. Così mi toccava fare le levatacce per servire messa, ma rivivo ancora la seduzione di quelle scenografie lugubri e barocche nelle stesso tempo, di quel coro femminile che eseguiva il dies irae con un’intonazione popolare, quasi danzante, a sdrammatizzare quasi quella sequenza che, nel canto gregoriano, vuole tutta la sua tragica solennità. E poi quelle note surreali e ansimanti di un organo consumato, eseguite da lu Ninu te l’organu, involontaria musica d’avanguardia che frusciava da chissà quali mondi lontani; e ancora quel profumo estasiante di vero incenso, che rivestiva di un magico alone le sagome d’intorno; e quel senso di commozione e di partecipazione che si respirava, non certo inutile per gente che, se aveva una vita di stenti, sapeva pur vivere di ataviche passioni e coltivava nobili sentimenti.

Non c’era cerimonia a cui non partecipassimo noi chierichetti. Oltre alle messe e alle funzioni serali, c’erano i battesimi, le cresime, i matrimoni, le processioni, i funerali. Per non dire che la domenica, dopo la seconda messa, si andava in giro per le case a farsi donare una punta d’olio per la lampada del Sacramento; prima della Pasqua poi si accompagnava don Salvatore a benedire le case. C’era una gara tra noi per stare nelle cerimonie, come se la partecipazione al rito desse un senso al nostro quotidiano, al nostro essere ragazzi del più anonimo paese d’Italia.

Non nascondo che, a distanza di tempo, questo attaccamento al rito mi è rimasto. Il sacro, a mio giudizio, si trova in tutte le cose che guardiamo e tocchiamo. Io l’ho imparato in chiesa, in quella liturgia dei gesti, delle parole e dei suoni che trasformavano e rendevano grande e glorioso tutto ciò che mi circondava. Non abbiamo, oggi più che mai, bisogno di riti, ora che gli ideali collettivi sembrano scomparsi? Ora che ognuno di noi si è rintanato nelle proprie case a coltivare stupide solitudini e interessi particolari?

A proposito del campanile, ho un ricordo che qui non voglio tralasciare. Tutti sanno che prima, di campanili, ce n’erano due. L’altro fu abbattuto da un fulmine, esattamente in un tardo pomeriggio del 31 gennaio del 1962. Questa data non l’ho mai dimenticata, perché, accanto al danno del campanile, un’altra tragedia fu evitata, e molti dissero che si trattò di un miracolo. Quel giorno, a quell’ora, io ero seduto alla mia scrivania, a studiare, nel seminario di Nardò. Faceva brutto tempo, ed ecco, all’improvviso, un tuono, ma un tuono così forte che io e miei compagni restammo a bocca aperta, quasi avessimo scampato un pericolo. In realtà, quel tuono si era abbattuto a sei km di distanza sulla chiesa di Collemeto, aveva frantumato un campanile ed era penetrato all’interno come un fuoco divoratore, bruciando e devastando perfino le strutture portanti.

Quella sera mia madre aveva fatto celebrare una messa a San Giovanni Bosco, del quale era devota. In chiesa aveva portato anche i miei fratellini. La messa in realtà era stata talmente disturbata dal maltempo, con lampi, tuoni e continue interruzioni di corrente, che don Salvatore decise di tagliar corto con le preghiere finali e mandare via i fedeli in tutta fretta. Questi, uscendo, avevano appena varcato la gradinata d’accesso che… eccoti il fulmine! Per mia madre fu un miracolo di san Giovanni Bosco. Mi raccontava pure che per la larga strada del paese rotolavano come delle grandi palle di fuoco. Un fulmine insomma che equivaleva a un terremoto. Certo, quella sera qualche presentimento deve avere attraversato don Salvatore: ci sarebbe stata una strage altrimenti.

Ecco, io ho un sogno: il ripristino del campanile abbattuto. Mi piacerebbe che la chiesa riprendesse la sua facciata simmetrica che aveva una volta.

Rispetto a tutte le chiese del Salento, che sono pur belle e barocche, la nostra chiesa si distingue per uno stile insolito. Richiama tanto (ma più quando c’erano i due campanili) certe chiese di missioni lontane, per lo più latino americane, che la fanno sembrare quasi un avamposto di terre colonizzate, ancora da convertire, dandole quell’aspetto esotico che la fanno unica. Tra l’altro è una delle ultime chiese ad essere stata costruita con i criteri di un tempo, di gusto classico, un gusto che non muore mai, fuori com’è da ogni moda

La nostra chiesa infatti è lì, è lì da sempre, come se ci fosse sempre stata, non sapresti dire neppure quanti anni abbia. La sua presenza, la sua eterna giovinezza è il contraltare della nostra caducità, ma anche l’emblema della capacità degli uomini di modellare con le proprie mani i sogni e gli eventi della vita; quel desiderio di eternarsi e di sconfiggere la morte.

Voglio spendere ora poche righe per don Salvatore, che ci ha lasciato giusto qualche anno fa. Avrebbe meritato, a questo punto, di vivere qualche anno di più, per godersi la festa del cinquantenario. Dico questo perché la storia di don Salvatore è la storia della chiesa: i muri, le volte, ogni angolo della chiesa, ogni pietra, tutto parla di lui.

Don Salvatore era una persona colta, discettava di greco, latino e teologia con estrema familiarità. Lo era in un paese dove ancora regnava l’analfabetismo. Lui fin da subito scese dal suo piedistallo, non amava accomunarsi a gente di potere, né approfittarsi del prestigio sociale di cui un prete allora godeva. Rimase quel figlio di contadini che era e preferì confondersi con gli umili, semplice tra i semplici. Non era raro trovarlo infatti in osteria a bere e a giocare con chi aveva speso un giorno di duro lavoro. S’intratteneva spesso nelle case, per strada a dare consigli, a risolvere situazioni di famiglie disagiate. Quante volte l’abbiamo visto parlare e scherzare in piazza con gente che provava anche a canzonarlo. Lui non si offendeva mai, sapeva anche ridere di se stesso. Era un uomo pacifico, ma sapeva all’occorrenza essere severo: non sopportava che della gente, per esempio, frequentasse la chiesa per motivi estranei alla fede, e non era raro che la rimbrottasse direttamente dall’altare. Era un uomo alto, slanciato, i suoi passi per strada erano falcate: fu così che nacque il detto affettuoso Papa Tore cu ‘nnu scancu essi fore, detto che è entrato nella storia del nostro folclore.

Quando il giorno era finito e tutti tornavano a godersi il tepore familiare in attesa della notte, don Salvatore si ritirava nella sua canonica. La finestra della sua camera si affacciava su Piazza Italia. Quante volte, passando, abbiamo intravisto le fessure di luce dietro gli scuri: don Salvatore aveva ripreso le sue letture classiche, che, insieme alla fede, dovevano essere una buona panacea per le sue notti solitarie. Forse, anche sulla notte tarda, lui era ancora lì, a vegliare sul gregge che gli era stato affidato. Qualcuno, pensando alle fessure di luce, si sarebbe rivoltato tranquillo nel letto, come a sentirsi protetto.

Don Salvatore non era un santo, se per santo s’intende lo star rintanato a pregare e a meditare, isolato dal mondo. A lui mi piace pensare come a una presenza importante, come a un compagno di viaggio che ha segnato le tappe della nostra vita. Non mancava certo di qualche difetto: anche lui aveva le sue debolezze. Ma proprio per questo ha impersonato una umanità vera, sincera, proprio per questo era possibile entrare in familiarità con lui, stargli vicino senza remore, senza soggezione alcuna.

Erano anni in cui i nostri genitori, gravati da tante fatiche, non avevano molto tempo per la nostra educazione. Don Salvatore ha saputo tenerci raccolti, ha saputo educarci. Forse oggi non ce lo ricordiamo, ma sicuramente ci sono dei valori nella nostra vita che ci derivano dai suoi insegnamenti.

C’è un episodio che testimonia da che parte stava don Salvatore. Un giorno, a servire la messa al matrimonio della figlia di un ricco signore di Santa Barbara, si portò appresso una banda numerosa di chierichetti. C’ero anch’io tra questi. Dopo la cerimonia fu offerto un sontuoso rinfresco in una grande sala. Noi tutti a bocca aperta di fronte a tanto sfarzo e leccornie da gustare. Stavolta non si trattava più di rotolarsi per terra per raccattare i confetti lanciati sugli sposi, come si usava a Collemeto. Don Salvatore pretese un posto a sedere per ognuno di noi che, privi di abiti adeguati per l’occasione, ci salvammo lasciandoci addosso le vesti di chierichetto. Con poca dimestichezza nell’uso delle stoviglie, capitò che uno di noi ruppe un pregiato piatto di porcellana. Ci furono delle rimostranze per questo, ma don Salvatore intervenne in nostra difesa, a difesa della nostra disarmante semplicità, e non poteva essere un piatto rotto a rompere l’incantesimo che stavamo vivendo.

Personalmente, a don Salvatore, se penso al mio corso di studi, devo pure qualcosa. In seminario non nascondo che ero un tipo ribelle, non soffrivo certa disciplina fine a se stessa, di ogni cosa volevo farmene ragione. L’ultimo anno (ne avevo 16) rischiai l’espulsione, col rischio di perdere esami ed anni di studio. Quale mio parroco, don Salvatore fu convocato per essere informato del provvedimento. Lui, al cospetto del rettore, allargò le braccia come per sdrammatizzare: “Ma non è un cattivo ragazzo … è solo vivace… io lo conosco… ha preso da suo padre!”.

Il giorno del suo funerale, nella calca della chiesa c’ero anch’io. Se pure in fatto di fede coltivo da anni un certo scetticismo, quel giorno non potevo mancare. Degli oratori si avvicendavano al microfono per rendere le loro testimonianze. Ero lì lì per farlo anch’io, ma sono stato trattenuto da un moto interno di commozione. Forse sarebbe bastato dire a tutti: “Don Salvatore appartiene alla storia di Collemeto, di noi qui presenti e di quelli che verranno. I muri di questa chiesa non smetteranno di parlare di lui, un uomo che a tutti ha regalato un sorriso e una di quelle pacche sulle spalle come solo lui sapeva dare”. Ecco, le belle pacche di don Salvatore era l’ultima cosa che avrei voluto dire.

Civita Castellana, 12 ottobre 1999

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