Toponomastica salentina

di Gianni Ferraris

Viaggiare in Salento è percorrere strade e paesaggi fatte anche di profumi e colori. Di questo ho già detto e probabilmente ancora dirò. Sarebbe importante per queste terre, avere un turismo qualificato e non il mordi e fuggi estivo, fatto di pochi giorni e via.

E’ terra da vivere in ogni mese dell’anno. Però ci sono aspetti che il viaggiatore assetato non solo di mare deve sapere. Chi, come me, ha un senso dell’orientamento carente, si troverà sperso fra ulivi e vigneti, fra mare e campagna se è sprovvisto di navigatore satellitare.

Infatti la segnaletica in questi luoghi è un oggetto del desiderio, è un modo con cui le diaboliche menti che l’hanno concepita, vogliono sfidare l’incauto viandante. Gli enigmisti famosi, i Brighenti, i Bartezzaghi, non avrebbero saputo concepire queste perle di indicazioni, perché loro facevano parole crociate e rebus. Giochi che hanno una loro logica. Cosa che in questi casi sembra sfuggire.

Supponiamo che vi troviate, che so,  a seguire le indicazioni “Castro”. Bene, ne sarete accompagnati in lunghi rettilinei dove è difficile deviare, la freccia però sparirà immancabilmente al primo bivio. Dovrete in molti casi rallentare per leggere tutta la geografia del basso Salento, Ma di Castro neppure l’ombra. Spesso mancano le circonvallazioni, così sarete costretti ad attraversare centri abitati, ne vale sempre la pena, se non avete fretta. In quel caso vi troverete a seguire la diabolica indicazione: “tutte le direzioni”. Svolterete in vie larghe poco più di un’auto, e farete tortuosi percorsi fra cortili e signore con la sporta della spesa che ingombrano metà della già stretta via, per trovarvi alla fine a 50 metri dal primo micidiale “tutte le direzioni”.

Per snellire il traffico nel centro storico si divertono a farvi percorrere tutto quanto il resto del paese. Solo allora, in lontananza, vedrete una serie di indicazioni, speranzosi arriverete al giusta distanza per leggerle e… Castro di nuovo manca. Non fa parte di “tutte le direzioni”,  forse è da un’altra parte. O può banalmente significare che è il prossimo paese (in quale direzione resterà al vostro intuito scoprire). ”Inutile indicarlo”, sembra abbiano pensato i diavoli della segnaletica.

Se uno arriva da Bergamo sono affari suoi. In fondo le frecce servono a chi ben conosce le strade, ovviamente.  Così ci si affida al caso e si svolta in una via che termina molto spesso, in un vicolo cieco. Magari vi può venire in mente di volerne conoscere il nome. Illusi. Nei casi , non del tutto scontati, in cui sia scritto, molto spesso l’insegna è in pietra grigia, e il nome della via è inciso nella stessa. Il risultato è un grigio su grigio assolutamente illeggibile a meno che non ci si fermi un attimo. Solo di giorno però, dopo l’imbrunire ogni tentativo è vano. In alcuni comuni hanno una maestria invidiabile in materia, sono veramente tenaci nel voler negare le indicazioni.

Discorso a parte è quello dei numeri civici, spesso mancanti o sovrapposti, per cui una casa può essere al n. 45 o, scritto poco sotto, 16. Molto  sovente si è costretti a cercare uno dei pochi numeri indicati e contare le porte per arrivare alla meta, se trovi il 16 e devi andare al 98, la cosa si fa dura.  C’è poi un caso, penso unico in Italia, in cui i civici sono in perfetto ordine, non i pari a destra e i dispari a sinistra, proprio in ordine crescente.  E il bisogno di privacy spinge moltissimi abitanti ad omettere il nome sul campanello o citofono. Forse vince un premio chi riesce ad fare tombola: Senza via, senza civico, senza nome sul campanello vinci uno sconto al centro commerciale.

Altra stupenda peculiarità molto diffusa sono i repentini cambi di denominazione delle vie.  Così succede   che via Vittorio Emanuele 2° si tramuti improvvisamente in Via Umberto 1°, giusto per non fare torto a nessun regnante, forse. O, raro sofisma bipartisan, che via Almirante incroci con via della libertà. Come non è raro trovarsi a percorrere un  senso unico che improvvisamente ed inopinatamente diventa divieto di accesso perché cambia il senso di marcia, per cui si deve svoltare e ci si trova in una ragnatela di piccole vie dove è arduo districarsi. Non si sa se questo grande disegno sia improvvisazione o calcolo.

L’impressione è che ogni sindaco ci aggiunga di suo da decenni, senza mai mutare l’esistente, forse per comunicare continuità amministrativa.

E per rallentare le auto nelle loro corse sfrenate si può trovare uno STOP nel bel mezzo di un rettilineo fuori paese, giusto per dare la precedenza ad un uliveto, perché l’unica stradina che si incrocia porta in campagna, ma questa è altra storia. Un Sindaco in vena di facezie, ha addirittura messo 4 stop alle strade che si incrociano. Bella pensata veramente.  Sarà bizzarro, però ha raggiunto il suo scopo, la velocità è rallentata, anzi, è proprio frenata.

E parlando di viabilità, come tacere dell’ utilizzo del clacson? Quasi sconosciuto da noi, qui diventa concerto. Il malcapitato che si trova per primo al semaforo viene travolto da un’onda acustica di dimensioni gigantesche non appena il rosso sparisce, a volte prima. Mi piace pensare che  qualcuno abbia passato alcuni giorni della sua vita a calcolare la durata del  rosso, così inizia a suonare due secondi prima degli altri.  Forse è una gara sulla quale non sono stato messo al corrente. Ma è prassi ormai. Un assolato pomeriggio di settembre, era domenica, mi stavo spostando in una Lecce deserta alle 15, caldo torrido. Semaforo rosso. Finestrini aperti. Davanti a me un’auto con un ragazzo. Scatta il verde, il ragazzo non si muove. Forse era sopra pensiero. Dopo pochi secondi si accorge della distrazione, tira fuori la testa dal finestrino e mi dice “perché non ha suonato?”. Pavlov scoprì qualcosa di simile o sbaglio?

Le soste sulla carreggiata senza apparente motivo   provocano invece una solidarietà diffusa. Nessuno suona, soprattutto nei paesini, se l’auto davanti si ferma e blocca il traffico per scambiare due parole con un pedone o con l’autista di un’altra auto che, a sua volta, provvede a chiudere l’altra carreggiata.

Anche in Salento sbocciano le rotonde. La bizzarra consuetudine di dare la precedenza a chi le occupa, quindi a sinistra, non è sempre ben accolta. Spesso mi sono sentito ingiuriare perchè sono passato, avendone diritto da un punto di vista del codice della strada, non da quello delle consuetudini, evidentemente.

Mi racconta un’insegnante che alcuni suoi ragazzi, tornati da una gita in non so quale città del nord, fossero rimasti impressionati “pensi professoressa, sulle strisce ci lasciavano passare…” .  Nonostante tutto ciò, veramente, vale la pena. In fondo con un navigatore satellitare la vita è più leggera. Oppure se ne può fare a meno, basta chiedere, in ogni dove c’è la polizia comunale. Ultimamente mi è capitato, in un paesino, di cercare  la solita via non indicata, passa la giovane vigilessa, chiedo, e lei, molto cortese, mi dice: “venga con me, andiamo dal tabaccaio che le conosce tutte…” L’avessi saputo prima…

Quello che accomuna invece l’Italia intera è l’utilizzo delle luci di emergenza. Pochissimo usate, per fortuna, per lo scopo che le ha fatte nascere, ovunque sono utilizzate per segnalare un palese divieto di sosta. Bizzarro vero? Ci si mette dove non si può, si azionano le quattro frecce e il gioco è fatto, un messaggio ai vigili :”guarda che sono in divieto di sosta e lo so benissimo, però non farmi la multa perché mi sto autodenunciando”.  Non un segnale di emergenza quindi, ma un “torno subito”. Mi chiedo se può funzionare per la sosta vietata perché non può per un furto? Sempre di violazione di regole si tratta. Un bel cartello fuori “sto rapinando una banca, ma faccio in fretta, vado via subito”. Vuoi che gli agenti lo arrestino?

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