Leggendo Luigi Corvaglia…


di Gianni Ferraris

 

Ah le differenze. Leggo Corvaglia e le sue riflessioni  psicologiche su baresi e leccesi, leggo e imparo. Come ogni cosa scritta con il cuore ti invita a volare. Il pragmatismo produttivo e maschio contrapposto alla “mollezza burrosa” e femminile. Che vita strana, che strane sensazioni.  Sono scivolato attraverso l’Italia intera. Dalle terre dei Savoia, si proprio quelli che hanno saccheggiato il sud,  che fra loro parlavano un forbito francese. Quelli che ci hanno lasciato eredi che, in quanto a religiosità, paiono molto più vicini a S. Vittore  piuttosto che ad altri santi. Poi sono rotolato sulla rossa Emilia Romagna. “Dove inizia la Romagna? Dove finisce l’Emilia?”  “entra in una casa qualunque e mostrati assetato, se ti offrono un bicchiere d’acqua sei in Emilia, se è vino sei in Romagna” mi disse un giorno qualcuno. Semplice no? Quasi banale. Anche lì rivalità.

Ad Alessandria si parla degli astigiani con un malcelato senso di superiorità: “sono contadini”. Noi alessandrini no, siamo cittadini. E al mio piccolo paese, Solero,  la lotta con l’altro paesino, a tre chilometri, è infinita e dura da sempre. Forse da prima della fondazione di Alessandria stessa, che i nostri paesi contribuirono a edificare verso il 1100.  Là, nell’altro paese, Quargnento, è nato Carlo Carrà, da noi no. Ma non importa. Noi, in compenso, abbiamo ben due feste patronali. San Bruno da Solero e San Michele. Quest’ultimo ha una chiesetta dedicata, aperta solo il mese di maggio per i rosari che si recitano la sera. Quando ridipinsero la facciata, l’imbianchino, Carlo detto Carlone per la notevole stazza, si assunse il compito di rivitalizzarne anche l’affresco. Per carità, nulla di importante, solo che prima del “restauro” aveva addirittura le sembianze del santo, con tanto di drago. Dopo il lavoro, beh, è diventato qualcosa fra il naif e il diabolico. D’altra parte Carlone aveva altra vocazione, lui era per tutta la provincia “il DJ Carlone”. Caricava su un furgoncino  qualche quintale di strumenti e girava per le feste strapaesane a mettere liscio e musica varia per far ballare le persone. Non aveva la patente, Carlone, qualcuno guidava per lui. Quando un incidente lo portò via assieme al suo motorino, venne sostituito da un altro personaggio senza patente che divenne “il DJ Francone”, stazza simile, simile filosofia di vita, solo che lui non faceva l’imbianchino, aveva un passato da rappresentante e si muoveva per i paesini in autostop. Beh, a Solero, quando si vuole mandare al diavolo qualcuno gli si indica al strada e si dice “Vai. Tre chilometri in leggera salita e sei arrivato”.

Già, le differenze. Sono passato a trovare amici a Chieti, “Pescara? Lascia perdere…”  E  sono stato, poco però, a Bari. Bellissima veramente. E’ molto, come dire? Città.

Il Salento  è un’altra cosa. Lo avverti sulla pelle, nei colori, nell’aria che respiri. E’ vero, qui c’è sudamerica, qui ci sono i sud.   La lasciva, ammaliante, provocante, eccitante, inquietante Lecce, stravaccata fra ulivi e contraddizioni. La città barocca che  mi ricorda il manuelino portoghese. Lecce con gli anziani la domenica mattina  in piazza sant’Oronzo, a leggere il giornale, o semplicemente a guardarsi attorno ascoltando passare quei giapponesi sorridenti, o quel gruppo di toscani che hanno il tempo contingentato. Sentivo la loro guida che diceva “allora, avete 15 minuti per un caffè, poi tutti qui puntuali che vediamo il centro storico”. Ma che diavolo, siamo a Lecce, mica a Prato.

“Ci vediamo alle 19”. Dopo un anno ho capito tutto, ora arrivo  alle 19,30 perché non mi piace essere in ritardo. Testardo di un piemontese, un anno intero per capire. Lecce è così. E quella scritta che vedo ogni giorno “Bari merda”. E le Puglie, quante sono? Due, tre, molte. Nel foggiano si parla il provenzale. Nel Salento a volte ascolti il grico. Strana l’Italia a volte. Novi Ligure è in Piemonte, in Calabria trovi Guardia Piemontese.

Già, che ci faccio in questo sud Salento? Potrei dirla con il mio conterraneo famoso, l’avvocato di Asti che suona coricato sul suo pianoforte, come quando il corpo e lo strumento diventano un tutt’uno. Una simbiosi di suoni e movenze plastiche. Cantava Paolo Conte:

“ …io sono qui, sono venuto a suonare,

sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare…”

Certo, lui parlava di una verde milonga, parlava di sud America, lontana come l’oleandro e il baobab di un’altra canzone. Ma dentro c’è la voglia che abbiamo noi, persone di campagna, di vedere il mare. Lecce è così, puoi sostituire la samba con la taranta e il gioco è fatto. Quel che conta è la filosofia, è l’essere. Tutto sommato, importante  è esserci.

Impressioni di viaggio, guache, scarabocchi di memoria.

Macchè, non sto parlando dei giornali del mattino, lì sopra c’è scritto solo di qualche politico arrestato, ordinaria amministrazione in sostanza. D’altra parte il 10% dei politici ha rapporti con la giustizia, qualcuno in galera ci deve pur finire prima o poi. E c’è l’auto bruciata. Normalità. E c’è la serie A che arriverà forse domenica prossima “Però è sicura ormai”. Venerdi scorso i tifosi hanno dovuto riporre i petardi nella custodia, la squadra non ha vinto. Anche la fontana di Piazza Mazzini, con quelle orrende luci verde bandiera non ha accolto ragazzi festeggianti. E si parla del Gallipoli calcio che non ha i soldi per comprare l’acqua minerale. E di quella ragnatela incombente sulle teste quanto desolatamente inutile. Però quando funzionerà tutto, a Lecce ci saranno bus talmente grandi che neppure a Milano. Saranno stupendi quando li si vedranno girare con a bordo tre pensionati e l’autista.

No, parlo della storia che torna prepotente, parlo del mare che si porta via le spiagge. “Il mare fa il suo lavoro, corrode le coste” mi dice l’amico Riccardo mentre guardiamo dall’alto quelle imponenti scogliere. Là sopra, dove vedi bene mare e cielo che si fondono all’orizzonte. Intanto, nonostante le sigarette, senti il profumo di origano e mentastra.  E parlo della Lecce austera, avvenente, lasciva, che si concede ai turisti. Però lei sa e seleziona. Quelli che si limitano a guardare una chiesa e stupirsi per la bellezza architettonica non riusciranno a entrare nell’anima delle sue catacombe. Non potranno farci l’amore.  E lo sa anche il calzolaio che mi guarda passare, seduto dietro il suo desco, e mi osserva accennando un saluto. Forse aspetta le mie scarpe da riparare, chissà.

…la sua origine d’Africa, la sua eleganza di zebra,
il suo essere di frontiera, una verde frontiera…
una verde frontiera tra il suonare e l’amare,
verde spettacolo in corsa da inseguire…
da inseguire sempre, da inseguire ancora,
 

 fino ai laghi bianchi del silenzio …

 

Prosegue Conte. La sua origine d’Africa, già, essere frontiera. Perché qui, in fondo, è terra di frontiera. A Brindisi sbarcano turisti. Su tutta la costa sbarcano clandestini, quelli che, per fortuna, sono passati attraverso le maglie di chi li vuole ricacciare in mare. Suonare e amare, amare e danzare. La taranta  ha ritmi di note che si infuocano, che  avvolgono. Poi, alla fine, quando hai fame, un piatto con verdure sempre lo trovi per nutrirti. E puoi bere un rosato fresco e stare lì, guardare quel che accade. Pensare i pensieri che arrivano. O parlare della libecciata dell’altro giorno. E posso farlo anch’io, proprio come quelli che sanno davvero di libeccio. E va bene, è solo un bluff, però ti senti parte di questo mondo.

Lecce e la consapevolezza di avere una storia pesante alle spalle. Uomini e donne di cultura, statisti. Quasi a rivendicare un futuro guardando al passato. Però c’è un presente che invece si vive ogni attimo, ogni momento, proprio perché così sono i sud. “Voi europei vivete ieri e domani, vi scordate oggi…” mi scriveva qualcuno dal lontano centro America. Un altro sud del mondo, in fondo. No, lasciamoci andare al presente. E poi Lecce mica è come il resto dell’Europa. Vuoi mettere il nord con queste terre? Qui si parla il grico, mica robetta da niente.  Si può vivere ogni attimo l’attimo che passa. Forse è anche questo il ritardo all’appuntamento delle 19. Perché per strada ci si perde in un caffè al bar, in ghiaccio d’estate. TI fermi per salutare l’ amico incontrato per caso. “Caffè al banco?  Hai fretta?” “Per carità, no.”  In fondo, sotto la statua di sant’Oronzo ci si può pure fermare un attimo. E vedere i fasti passati dell’anfiteatro. E immaginare boati di folle che lo gremivano. E lui, il santo, sta lassù ad ascoltare le rondini che gli volano attorno. Come quella notte l’estate scorsa in cui il duo dito benedicente sembrava indicare la luna piena. E lo sciocco guardava il dito. E gli anziani siedono sotto il Sedile incartato con improbabili pubblicità. La Lecce antica cozza con un computer che serve a finanziarne il restauro. Così va il mondo anche al sud. Ma si, rincorriamo il sogno di quei 67 milioni di euro che  il superenalotto promette a chi indovina. Oppure quella frittura mangiata dove si sente profumo di mare, a pochi chilometri da Lecce,  là dove abbiamo rubato fichi. O ancora,  perdersi nel labirinto di vicoli del centro storico e guardare il negozio di cose di pietra leccese. O imbattersi nel ragazzo, sempre lui, sempre lo stesso, che quando entri da porta Rudiae ti chiede 20 centesimi.  E Lecce è villa Reale. Pensavo, ingenuo e disinformato, che si trattasse della villa del re. Già, provengo da terre sabaude, lassù una villa reale è tale in senso stretto. Domenica ci sono stato per i giardini aperti “però non si può fotografare”. Gli indiani d’America non volevano essere ritratti, pensavano che la foto rubasse loro l’anima. Questa è altra storia però.  Ci tengono molto alla privacy. E noi,  intruppati al seguito di una guida che era felice quasi fino all’orgasmo perché quei sette ettari furono preservati a giardino. “Privato però” “Meglio privato che con palazzi, pensi che hanno modificato il piano regolatore per farlo” evidentemente il signor Reale aveva la possibilità di forzare anche il piano regolatore. Certo, meglio un giardino che dei palazzi. Beh, almeno una volta ogni tanto lo lasciano anche vedere. E pensavo che un giardino senza bimbi che giocano, in fondo, non è un giardino felice. E’ un oggetto, qualcosa di inanimato. “Plastico nella sua bellezza” e io pensavo “plasticoso nella sua  imbalsamata immobilità”. Forse, anzi, certamente più austero, però molto… regale, appunto. Chiuso nel suo palazzo. E i principini che giocano non possono sporcarsi, non è fine. Chissà quando incontrerà il bimbo dalla strada che gli urla che il re è nudo….

Però siamo fiduciosi, e cito ancora una volta lui, l’avvocato di Asti:

 Un’altra vita per noi

Oltre il basilico e le fragranza

E la sua barbarica baldanza,

un’ altra vita per noi

oltre il dialetto che hanno i santi,

arcano come certi amanti…

un’ altra vita verrà, e un’ altra vita sarà…

 

Ndr: l’articolo cui l’Autore fa riferimento è possibile leggerlo in

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/05/11/bari-e-lecce-psicologia-di-una-diversita/


Un commento a Leggendo Luigi Corvaglia…

  1. Complimenti Gianni! Riflessioni così autentiche che hai saputo offrirci con l’abituale delicata ironia.

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