A proposito di uova pasquali… ecco la sorpresa!

di Armando Polito

* Sapeste quanto gli è costato quel riferimento al vino….

Può capitare a chiunque, sarà successo anche a me e sarei  grato se me lo si imputasse con riferimenti precisi, può capitare, dicevo, che per la fretta, per una fatale distrazione, per un abbaglio chi scrive possa incorrere negli errori più banali, non esclusi quelli ortografici (ne sa qualcosa il nostro buon Marcello che per molto tempo si è dovuto sorbire le numerosissime, sfiancanti rettifiche da me apportate nel corso di poche ore a qualche mio post…). Da quando, poi, il copia-incolla è diventato lo strumento preferito di chi scrive, al pericolo di replicare i propri errori si è aggiunto quello di mantenere in vita e di trasmettere in una spirale maledetta anche quelli altrui. Succede, così, di incontrare in rete le affermazioni più gratuite, per giunta il più delle volte espresse con le stesse, identiche parole; il che ci rende sicuri che la paternità è unica ma anche difficile, direi impossibile o, al più, aleatoria, la sua identificazione.

È quanto successo recentemente al collega autore Paolo Vincenti nel post Uova e colombe nella tradizione pasquale laddove leggo (la numerazione,  mia,  è per comodità di riferimento) :  1) I Romani erano soliti sotterrare un uovo dipinto di rosso nei campi come simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto. 2) La tradizione di colorare le uova è tutta romana. 3) Da Plinio il Vecchio sappiamo che si prediligeva il rosso perché questo colore doveva distruggere ogni influsso malefico. 4) Da Elio Lampridio, la credenza che il giorno della nascita dell’Imperatore Alessandro Severo, una gallina di famiglia avesse deposto un uovo rosso, segno di buon auspicio. 

Basta digitare “uova pasquali” e il motore di ricerca darà una serie sterminata di indirizzi in cui si troveranno, con qualche irrilevante cambio formale, le stesse affermazioni.

Non prendo neppure in considerazione, come di regola faccio quando la citazione della fonte è latitante,  i punti 1 e 2. Il punto 3, però, mi ha procurato un leggero sobbalzo perché non ricordavo che Plinio avesse mai detto una cosa del genere; tuttavia, siccome la Naturalis historia è lunga e la mia memoria potrebbe da un momento all’altro incappare senza che io me ne accorga nelle spire dell’arteriosclerosi, mi sono sobbarcato ad una relativamente rapida (7’ 30’’, ma non è il mio record; forse, memoria a parte, qualche altra facoltà comincia a venir meno…) lettura dell’opera e ho avuto la conferma che il mio dubbio era fondato.

Mi sono a quel punto chiesto come sia potuta nascere quella notizia che ha poi avuto, anche grazie alla rete, così ampia diffusione.  La rete stessa mi è venuta in soccorso. Digitando in Google>Libri la stringa Plinio uova rosse mi è stato possibile scovare il presunto responsabile. Apro una parentesi per dire che, mentre altre istituzioni straniere, anche governative, hanno da tempo provveduto alla digitalizzazione di pubblicazioni per le quali i diritti d’autore sono scaduti e di documenti e libri antichi custoditi in biblioteche ed archivi, in Italia per poter accedere, per esempio, ad un atto notarile dei secoli scorsi custodito in un archivio dello stato bisogna sottoporsi ad un iter burocratico spossante. Se tutto il materiale venisse digitalizzato e immesso in rete per la pubblica fruizione, da un lato preserveremmo l’originale dai danni derivanti dall’uso (questo, però, non dev’essere l’alibi per non pensare a tamponare quelli causati dal tempo…), dall’altro impediremmo a pseudo ricercatori criminali di inventarsi riferimenti ad atti notarili inesistenti per corroborare una loro supposizione nella certezza che nessuno, neppure uno studioso vero, si prenderà la briga di controllare l’esistenza di quel documento.

Ritorniamo al presunto responsabile della sorpresa, anche se a scoppio ritardato, di oggi. Ho detto presunto perché è il più antico che abbia trovato, ma non è detto che sia stato il primo ad aver messo in giro questa balla.

In Nicolò Biscaccia, Prose, Merlo, Venezia, 1834, tomo I, pag. 228 si legge: Che se al tinger le ova a colori, e farne di esse giuochi noi moveremo parola, faremo coscienza esser questa costumanza figlia di un’antichità romana, dicendo Plinio (lib. 19, cap. 3), che i Romani tingevano le ova rosse e con esse facevano festa in onore dei due Dioscori che nacquero dall’uovo di Cigno.

I riferimenti bibliografici a Plinio addirittura si estendono in un intervento a firma di P.C.M.O. (l’abbreviazione tradisce una straripante dose di presunzione o, piuttosto, una non assunzione di responsabilità?) dal titolo Dell’uso di mangiar l’uova in tempo di Pasqua apparso  ne Il propugnatore religioso, anno I, v. I, Paravia, Torino, 1836, pag. 77: Scrive Plinio nel lib. 19, capo 3, e nel lib. 24, capo 11, che i giovani Romani tingevano rosse le uova , e con esse giuocavano, facendo festa in onore forse delli due Dioscuri, i quali nacquero di Giove dall’uovo del cigno.

A questo punto, forse per un patologico eccesso di scrupolo, sono andato a ricontrollare sul testo pliniano ed ho avuto conferma  che nei libri e capitoli indicati si parla di tutt’altro argomento.

Se Plinio come fonte, dunque, è una spudorata invenzione, non lo è, invece, Elio Lampridio, che nel capitolo XIII della  Vita di Alessandro Severo (cito da Historiae Augustae scriptores sex, Tipografia della società, Biponto, 1787, pagg. 265-266) così scrive: Omina imperii haec habuit: primum, quod ea die natus est , qua defunctus vita Magnus Alexander dicitur: deinde, quod in templo eius mater enixa est: tertio, quod ipsius nomen accepit: tum praeterea, quod ovum purpurei coloris, eadem die natum, qua ille natura est, palumbinum, anicula quaedam matri eius obtulit: ex quo quidem haruspices dixerunt, imperatorem quidem illum, sed non diu futurum, et cito ad imperium perventurum (Ebbe questi presagi del potere imperiale: in primo luogo perché nacque in quel giorno in cui si dice morì Alessandro Magno; in secondo perché sua madre lo partorì in un tempio; in terzo poichè prese il nome dello stesso Alessandro Magno; ancora perché una vecchietta aveva donato a sua madre un uovo di colomba di colore purpureo, nato nello stesso giorno in cui era nato lui, evento che secondo gli auruspici indicava che sarebbe stato imperatore ma non a lungo e che sarebbe giunto rapidamente al potere).

Oltre alla considerazione che l’uovo non era di gallina e che pure la colomba non era “di famiglia” non credo di dire qualcosa di assurdo se mi sento legittimato a credere che tutta la storiella sia frutto di colpevole contaminazione tra la presunta testimonianza di Plinio e quella reale di Lampridio e che tutto si riduca ad una sorta di perverso e pervertito  sillogismo all’inverso, per cui la sequenza  solo formalmente corretta sarebbe: 1) Da Plinio il Vecchio sappiamo che si prediligeva il rosso perché questo colore doveva distruggere ogni influsso malefico. 2) La tradizione di colorare le uova è tutta romana. 3) I Romani erano soliti sotterrare un uovo dipinto di rosso nei campi come simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto1. Peccato che lo sviluppo del sotterramento presente nella terza proposizione venga vanificato dalla falsità della prima e dall’assenza di supporti documentari della seconda.

E devo chiedere scusa io, dopo le frittate fatte da altri fin da tempi antichi, per aver rotto le poche uova ormai rimaste nel paniere?

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1 In Giorgio Camporese, Lo specchio di Venere, Lulu.com, s. l. , 2008,  pag. 57 leggo, senza, ancora una volta,  straccio di riferimento ad alcuna fonte: Presso l’antica Roma era d’uso comune il detto Omne vivum ex ovo (ogni vita proviene dall’uovo) e i contadini avevano la consuetudine di seppellire un uovo dipinto di rosso nei campi per propiziarsi un buon raccolto.  Sarà il Camporese il padre del dettaglio del seppellimento, dopo che è stato capace di far risalire all’antica Roma un detto che in realtà è dovuto a E. Haeckel (XIX-XX secolo) e che è la rielaborazione del precedente ex ovo omnia di W. Harvey (XVII secolo)? Approfitto dell’occasione per far notare che l’opera in questione ha sfruttato uno dei numerosi servizi di autopubblicazione esistenti in rete grazie ai quali chiunque può rendere pubbliche, naturalmente pagando…, le sue genialità ma anche le sue scemenze, rispetto alle quali ultime l’editoria tradizionale aveva almeno il merito, fino a qualche anno fa,  di fungere da filtro e da barriera. In rapporto al testo qui citato il mio giudizio negativo, comunque, è limitato al brano estrapolato e non è detto che il resto non sia un capolavoro, ma, visto che in tre righe sono condensate due bestialità, è legittimo nutrire seri dubbi…

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