Aldo De Bernart e la foresta di Supersano

supersano-celimann
Cripta di Coelimanna a Supersano

di Maria A. Bondanese

 

Un dì

per queste balze  

salmodiando salian

di buon mattino

barbuti monaci di S. Basilio.

Li accompagnava

un timido raggio di sole  

tra le rame del Bosco Belvedere

e il cinguettio gioioso degli uccelli      

saltellanti nella guazza.

 

Sembra di vederli quei monaci pensosi, evocati dal verso gentile¹ di Aldo de Bernart che alla profonda cultura, alla perizia di storico, al rigore di studioso univa la dedizione per i nostri luoghi, la cui identità ha insegnato ad amare e riscoprire. Luoghi in cui specchie, dolmen e pietrefitte rinviano ad epoche remote, a un tempo immobile, circolare ed arcano, laddove chiese, torri e castelli, densi di memoria, raccontano come dalla periferia vengano i fili alla trama della grande storia.                                                                                   Il tratto armonioso, l’eloquio dotto e persuasivo, Aldo de Bernart era solito sbalzare fatti e personaggi della realtà municipale con dovizia di particolari e vivida precisione, così da significarne il ruolo nella storia di questo territorio, segnato da lenti ma inarrestabili mutamenti nel suo patrimonio architettonico, viario e paesaggistico. Casali e masserie costellano la campagna salentina offrendosi testimoni silenti di un sistema insediativo antico ma residuale, come tratturi e sentieri, stretti tra filiere di muretti a secco, appaiono relitti di suggestive ma ormai desuete percorrenze.

La via misteriosa, via della ‘perdonanza’, serba però ancor oggi intatto l’incanto che l’esatta e suasiva descrizione fattane da Aldo de Bernart² riesce a trasmettere al lettore. In età medievale, quando viandanti e pellegrini si muovevano «per mulattiere insicure e per sentieri alpestri»³, la via misteriosa o «via degli eremiti»⁴ incardinando, tra le ombre della boscaglia, le chiese rupestri della Madonna di Coelimanna (Supersano) e della Madonna della Serra (Ruffano), costituiva quel percorso di crinale che dai dintorni di Supersano si snodava lungo il Salento delle Serre fino a S. Maria di Leuca.

«Legato alla primitiva antropizzazione di questo territorio quando, presumibilmente, solo dalla sommità delle Serre si poteva avere un quadro territoriale significativo, mentre le valli erano coperte fittamente di boschi e di paludi»⁵, il percorso di crinale lambiva la ‘foresta’⁶ plurimillenaria di Belvedere sulla quale amabilmente, in più di un’occasione⁷, Aldo de Bernart ha voluto soffermarsi, catturato dal fascino dell’immenso latifondo di querce, pressochè scomparso.

Pochi esemplari ne attestano ancora la superba bellezza ma la sua storia è narrata nel “Museo del Bosco”(MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso.

quercia spinosa
quercia spinosa

L’eccezionale polmone verde ricadeva nel feudo di sedici Comuni : Supersano, Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia, che vi esercitavano gli usi civici, ossia i diritti minimi riservati alle popolazioni a fini di sussistenza. Il Bosco era dunque «fonte di ricchezza e per questo oggetto di desiderio e di contesa tra le popolazioni confinanti»⁸ come attesta, tra l’altro, il conflitto che nel XVI secolo oppose contro il feudatario di Supersano gli abitanti di Scorrano, «che lamentavano la soppressione d’alcuni diritti che essi vantavano da tempo immemorabile sullo splendido Bosco del Belvedere» , come quelli di «acquare, pascolare e legnare senz’alcuna servitù»⁹.

La caccia, la pesca, la raccolta di frutti e legna, di giunchi e canne palustri, la coltura di lino e canapa, l’allevamento di pecore e suini erano le attività più praticate all’interno del Bosco, assieme alla produzione di carbone. Tali le risorse del magnifico Belvedere, da conferire ai casali che di esso disponevano un valore di stima superiore a quelli che ne erano privi. Aldo de Bernart ricorda come «Fabio Granai Castriota, barone di Parabita, quando nel 1641 vende a Stefano Gallone, barone di Tricase, la Terra di Supersano con il bosco Belvedere e con il feudo di Torricella e della sua foresta, con i relativi diritti feudali, realizza il prezzo di 40.000 ducati»¹⁰. Cifra ragguardevole per i tempi e addirittura doppia rispetto all’ “apprezzo” che, nel 1531, ne aveva fornito Messer Troyano Carrafa nella compilazione dei feudi confiscati in Terra d’Otranto ai baroni schieratisi contro la Spagna.

La relazione¹¹, contenuta nell’ Archivio General de Simancas, rientrava nei lavori della commissione incaricata, nel 1530, dall’imperatore Carlo V di redigere l’elenco e la stima dei beni sottratti ai nobili ribelli, durante l’annoso conflitto tra francesi e spagnoli in Italia, che aveva travolto anche l’assetto feudale di Terra d’Otranto e giungerà a conclusione solo nel 1559. Al di là delle umane traversie, il Bosco continuava a prosperare lungo una superficie di oltre 32 kmq., delimitata da una linea quasi elissoidale di circa 40 km. di giro, ricca di acque alluvionali che sboccavano, come ricordava il ruffanese Raffaele Marti, «in ramificati canaloni, spesso fiancheggiati dal rovo, dal frassino, dalla vitalba, dalla marruca, dalla brionia» che, intricandosi, ombreggiavano stagni «albergo di scodati e caudati batraci, di luscegnole, d’orbettini, e spesso di bisce d’enormi proporzioni»¹².

Nel fitto bosco di querce, tra cui il maestoso farnetto, la roverella e la virgiliana, si ergevano anche olmi, lecci, castagni, persino il frassino maggiore e il carpino bianco, cui facevano corona piante e fiori del sottobosco e della macchia mediterranea quali alloro, corbezzolo, lentisco, mirto, viburno, pungitopo, rosmarino, gelso, rose di San Giovanni e senza che vi mancassero mele, pere, sorbe, nespole, uva allo stato selvatico. “Delizie” definisce perciò Aldo de Bernart l’incanto e le rigogliose varietà del Belvedere¹³, in cui trovavano asilo cervi, volpi, lontre, caprioli, scoiattoli, lepri, conigli, tassi, martore e puzzole accanto ai voraci lupi e ai possenti cinghiali, di cui l’ultimo sarà abbattuto nel 1864. Paradiso dei cacciatori per l’abbondanza di fagiani, tordi, beccacce e pernici, il Belvedere ospitava anche trampolieri che svernavano presso la palude di Sombrino, formata dalle acque piovane abbondanti in autunno ma che, stagnanti in estate, emanavano «miasmi deleteri, che spandevano la loro influenza pestifera fino a Supersano »¹⁴, propagando l’azione malarica in tutta la zona mediana della provincia. Motivo per cui il Giustiniani, descrivendo “Suplessano” ai primi dell’800, aveva annotato che è «in luogo di aria non sana»¹⁵ .

Nel 1858, uno scavatore di pozzi di Soleto, Giuseppe Manni, riesce a bonificare l’area facendo confluire le acque del Sombrino entro una voragine da lui creata: «e come d’incanto/scomparvero l’acque,/non senza rimpianto./Ne sorsero i campi/fiorenti di Bacco/ma tu Supersano,/per fato divino/perdesti il tuo lago/il lago Sombrino»¹⁶. Supersano, tra l’altro, acquista d’allora fama di località salubre tanto che l’Arditi, rispetto al più antico etimo – Supralzanum – di origine prediale, avanzerà l’ipotesi che il suo nome potesse essere «una pretta ed accorciata traduzione del latino Super sanum, più che sano»¹⁷, con chiara allusione alla bontà del clima.

Ma il Bosco, il cui legname pregiato nel 1464 era stato richiesto per riparare le porte del Castello Carlo V di Lecce¹⁸, subisce un progressivo e drastico impoverimento al punto che lo stesso Arditi nel 1879, scriveva :«Era questo forse nella Provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo se non poche moggia a Nord-Ovest verso Supersano; tutto il resto è ridotto a macchia cavalcante od a terreni coltivati a fichi, vigne e cereali»¹⁹. Non estranea comunque alla fine del Bosco la sua suddivisione in quote, seguita alle leggi eversive della feudalità del decennio riformatore francese.

Dopo lunga contesa con i Principi Gallone, in possesso del Bosco di Belvedere che assicurava loro «la pingue rendita di L.42.500»²⁰, nel 1851 venne eseguita l’ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni che vi esercitavano gli usi civici.

«Le complesse vicende storico-giudiziarie associate alla Questione demaniale del Bosco Belvedere, dal punto di vista territoriale innescarono profonde conseguenze geografiche nel paesaggio così investito da rapidi mutamenti che, nel volgere di pochi lustri, a far data dalle operazioni di divisione in massa dell’ex-feudo Belvedere e della Foresta, ebbe ad assumere un connotato non più silvano ma decisamente caratterizzato dalle colture agrarie, viepiù affermantisi nella seconda metà del XIX secolo»²¹. Mutato il contesto paesistico, solo il Casino della Varna, stupendo ritrovo di caccia d’impianto seicentesco tuttora esistente nell’agro di Torrepaduli, la cui «mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un’antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa», non più luogo d’incontro di nobili per lieti conviti, «rimane oggi l’unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere»²². La cui memoria però, intesa non come semplice conservazione e inerte deposito di dati ma piuttosto azione creativa e trasfigurazione del passato, è custodita nel Museo del Bosco di Supersano.

Nella memoria, infatti, tutto ci è coevo²³: il monaco filosofo Giorgio Laurezios di Ruffano, insegnante di filosofia morale per i novizi che “salmodiando salian” alla chiesa-cripta della Coelimanna, in una Supersano fantasma del XIII secolo con appena 120 abitanti terrazzani sparsi per le campagne, come ci ha spiegato Aldo de Bernart, maestro di vita, arte, letteratura, la cui missione educatrice e culturale resta operante nella mente e nell’animo di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

 

pubblicato nel volume antologico Luoghi delle cultura Cultura dei luoghi, a cura di Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio, Grifo Editore

 

Note

¹ A. De Bernart, Notizia su Giorgio Laurezios di Ruffano e la sua scuola di filosofia nella Supersano medievale, «Memorabilia» 28, Ruffano, aprile 2011, riportato anche da «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 20

² Cfr. A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina 1994. Di Mario Cazzato è doveroso sottolineare la lunga e fruttuosa collaborazione con Aldo de Bernart nella valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico salentino.

³ Ivi, p. 23

⁴ Cfr. C. Sigliuzzo, Leuca e i suoi collegamenti nel Basso Salento, in Nuovo Annuario di Terra d’Otranto, Vol. I, Galatina 1957,               pp.73-76

⁵ A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, cit., p.15

⁶ Così la chiama il Conte Carlo Ulisse de Salis Marschlins che, percorrendo le contrade del Salento nel 1789, annota come «nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente» (C. U. de Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G.Donno, Lecce 1999, p. 140-141).

⁷ Cfr. A. De Bernart, La foresta di Supersano, «Il nostro Giornale», a. IV-n. unico, Supersano, 8 maggio 1980; A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere in A. de Bernart-M. Cazzato-E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d’Enghien, Galatina 1995, pp. 29-34

⁸ F. De Paola, L’effimero volo delle aquile dei Gonzaga sulle terre salentine (1549-1589) in M. Spedicato, I Gonzaga in Terra d’Otranto, Galatina 2010, n. p. 85

Ivi, pp. 84-86. In merito alla controversia, l’Autore cita la “provvisione regia” del 1582 con cui la Gran Corte della Vicaria di Napoli si espresse a favore dei cittadini di Scorrano contro Scipione Filomarino, allora barone di Supersano

¹⁰ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., p.31

¹¹ Cfr. F. De Paola, “O con Franza o con Spagna…” Note sulla geografia feudale di terra d’Otranto nel primo Cinquecento , in               M. Spedicato (a cura di) Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di Antonio Caloro,Galatina , 2008,                       pp. 85-87

¹² R. Marti, L’estremo Salento, Lecce 1931, pp. 21-23

¹³ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., ivi

¹⁴ C. De Giorgi, La Provincia di Lecce- Bozzetti di Viaggio, 1882, rist. Galatina 1975, Vol. I, p.148

¹⁵ L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 1797-1805, rist. an. Bologna 1984, tomo IX, p. 120.

¹⁶ R. De Vitis, Le “Vore”e il Lago Sombrino in Soste lungo il cammino, Taviano 1990, p. 116.                                                                                                             Per le bonifiche delle zone paludose in Terra d’Otranto, fra cui quella di Sombrino, a ridosso dell’Unità d’Italia,                                              cfr. M.A. Visceglia, Territorio feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età moderna, Napoli 1988, p. 25

¹⁷ G. Arditi, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, rist. an. Lecce 1994, p.577

¹⁸ Cfr. G. Fiorentino, Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archologia ambientale in P. Arthur-V. Melissano (a cura di), Supersano Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina 2004, pp. 23-24

¹⁹ G. Arditi, op. cit., p. 65. L’Arditi aveva conosciuto nelle sua varietà e bellezza il Bosco di Belvedere perchè, nel 1851, aveva ricevuto l’incarico di tracciarne la mappa e stabilire la divisione in quote tra le parti interessate.

²⁰ A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²¹ M. Mainardi, Il Bosco di Belvedere, «Lu Lampiune», a. V, n. 3, 1989, p. 108

²² A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²³ Cfr. Maria A. Bondanese, Sul tempo ed altro, «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 21

Tutto il Salento per la festività di San Giuseppe

Nardò, chiesa di San Giuseppe, particolare dell’altare maggiore

di Paolo Vincenti

Da Casarano a Palmariggi, da Minervino a Diso, da Sanarica a Poggiardo, da Nardò a Giuggianello, dal leccese al brindisino, in tutto il Salento si festeggia San Giuseppe.

San Giuseppe è uno dei santi più amati dalla comunità cristiana. E non potrebbe essere diversamente. L’umile falegname è il padre terreno di Gesù e riassume in sé tantissimi valori cristiani:  la fede, la castità, la mitezza e la bontà d’animo, la povertà, l’amore paterno. Marzo è il mese in cui la  natura si risveglia dopo il lungo torpore invernale e quindi, fin dalla notte dei tempi, un periodo di transizione, un passaggio fondamentale nel ciclo della natura tra il freddo della stagione che si avvia a conclusione e la dolce brezza portata dalla nuova stagione primaverile. Marzo è il mese di San Giuseppe. Nel Salento, questa festa è molto sentita ed accompagnata da una serie di antiche e coloratissime, oltre che gustosissime, tradizioni culinarie.

La  Taulata de San Giuseppe è uno  dei riti più diffusi di tutto il Salento. Sono tredici le pietanze che compaiono sulla tavolata e ognuna di queste ha una spiegazione: pittule, pampasciuni, alici marinate, legumi, pesce ( pesce frittu o a sarsa), arance, la cuddhura,  l’insalata di San Giuseppe, e ovviamente lu mieru,  il vino rosso; ma su tutte, spicca  la massa di San Giuseppe. E ancora, peperoni, pezzetti di carne al sugo, le pucce, farcite in diverso modo, i lupini, olive nere, ronghetto o stoccapesce, finocchi, maccarruni cu lu zuccaru, ecc.

Il numero delle portate può variare da tredici, come i discepoli di Cristo, compreso Giuda il traditore, a  nove, sette, cinque, a secondo dei paesi; ciò che conta è che sia sempre un numero dispari. Intorno alla tavola, si siedono tredici santi che sono impersonati dagli abitanti del luogo o anche, in alcuni paesi, da altrettanti bambini che devono fare la prima Comunione.

il matrimonio di Giuseppe e Maria in una rara edizione a stampa del XVI secolo (ripr. vietata)

I tredici santi sono: San Giuseppe, la Madonna, Gesù Bambino, San Giovanni Battista, Sant’Anna, San Gioacchino, Santa Elisabetta, San Zaccaria, Santa Maria Maddalena, San Filippo, Santa Agnese, San Giuseppe d’Arimatea, Sant’Antonio, che sono fissi, ai quali poi ogni paese aggiunge i propri santi protettori e altri santi a piacimento, fino ad arrivare al numero di tredici.

San Giuseppe è sempre il primo a sedersi a tavola e, battendo le posate sul piatto, dà inizio al pranzo, anzi alla grande abbuffata. La massa, conosciuta anche come tria, è una pasta ricavata dalla sfoglia di farina impastata con acqua, tagliata a striscioline e mescolata con ceci o cavoli e condita con olio d’oliva e cannella. Che sia con i ceci oppure con i cavoli, non devono mancare sulla massa, come la ciliegina sulla torta,  i frizzuli, delle piccole strisce di massa fritta. Il termine dialettale tria è antichissimo e deriva dall’arabo itrya, che significa “pasta secca”.

La cuddhura, dal greco kollura, ha forma circolare, come la sfera dell’ostensorio, e simboleggia, come il serpente che si morde la coda, il cerchio del tempo che si rinnova; ma il pane è anche un elemento fondamentale della Comunione cristiana e rappresenta, come sappiamo, il corpo di Cristo che si è immolato sulla Croce,  come il vino ne rappresenta il sangue. Su questa specie di ciambella di pane, sono rappresentate la verga fiorita di San Giuseppe, cioè il bastone, un Rosario, e al centro viene messa una arancia oppure un finocchio; queste forme di pane vengono posizionate ai piedi della statua di San Giuseppe o vicino ad un  quadro del Santo.

La leggenda della verga fiorita dice che, quando il Buon Dio cercava un padre putativo per Gesù Bambino, che doveva venire al mondo, inviò un angelo sulla terra; l’angelo convocò tutti gli anziani del paese, i quali si accompagnavano con il bastone, ma solo sul bastone di San Giuseppe fiorirono dei fiori di iris e delle piante di ceci e così Giuseppe fu scelto da Dio come padre del Bambin Gesù. Giuseppe era un umile falegname e, da qui, il suo protettorato sui falegnami e, in genere, su tutti i lavoratori.

il primo piatto tipico della festa di San Giuseppe, i cìciri e tria

Il Santo è, inoltre,  protettore dei poveri e delle persone umili  ed  essendo egli stato sempre casto e morigerato, è anche tutore delle ragazze da marito, che a lui si rivolgono per trovare l’anima gemella . Quando Giuseppe e Maria con Gesù nel grembo ( “Maria lavava, Giuseppe stendeva, suo Figlio piangeva, dal freddo che aveva”, recitava una deliziosa canzoncina che ci facevano imparare a scuola da piccoli), sfuggendo alle persecuzioni di Erode, erano alla ricerca di un posto dove stare, tutti chiusero loro la porta e non riuscirono a trovare una dimora che li accogliesse, se non  una fredda ed inospitale grotta di Betlemme. In ricordo di quell’atto di egoismo ed ingenerosità, quasi a consolazione,  si allestiscono oggi le tavolate di San Giuseppe, cosicché il Santo possa idealmente trovare accoglienza ed ospitalità.

Le verdure sono un cibo povero, che rimanda alla primitiva economia di raccolta, basata sui vegetali. I legumi, soprattutto ceci e fave, oltre a richiamare la verga fiorita di San Giuseppe, rimandano alla religione pagana quando venivano offerte ai defunti le primizie della terra. Il pesce è un rimando a Cristo che, durante le persecuzioni dei cristiani, veniva disegnato, sulle pareti delle catacombe, proprio con la forma di pesce.

Gli altri simboli legati a questa festa sono: la palma, che si associa alla Madonna, ed è anche un simbolo di pace (nella Domenica delle Palme si ricorda il trionfale ingresso a Gerusalemme di Gesù, accolto da tantissime palme festosamente sventolanti); la mano, il bastone e la barba di San Giuseppe;  il serpente, che rimanda al peccato, di cui si macchiò Giuda il traditore; e poi il martello e la scala, che alludono alla Crocifissione. Sulle tavolate, sono offerte anche noci, mandorle, noccioline.

Dovrebbero mancare la carne, i formaggi e le uova, cibi vietati in periodo di Quaresima, caratterizzato dalla penitenza e dalle rinunce, ma non tutti i Comuni riescono a farne a meno sulle loro tavolate.

Immancabili, inoltre, le zeppole. Queste gustose frittelle si associano alla festa di San Giuseppe e sono di origine napoletana.

le zèppole, tipico dolce della festa di San Giuseppe

Inventate dai maestri pasticceri partenopei nel Cinquecento, come dolce del Carnevale, in seguito, nel Settecento, esse si legarono anche ad altre ricorrenze, come soprattutto quella di San Giuseppe, e si diffusero in tutta Italia, quindi anche in Salento.

I fiori che ingentiliscono le tavolate devono essere bianchi e gialli, perché così vuole la tradizione. In molti Comuni, le tavolate, anche dette mattre, sono allestite all’interno delle abitazioni private. Coloro che ospitano le mattre sono fedeli, particolarmente devoti al Santo, magari per avere ricevuto una grazia o perché San Giuseppe è apparso loro in sogno, ed allora  enormi tavolate vengono allestite nel locale più ampio della casa e vengono spalancate le porte per permettere a tutti di entrare.

Nel pomeriggio della vigilia, le tavole vengono benedette dal parroco del paese e il giorno dopo, esse possono fare bella mostra di se ai  visitatoti che accorrono da tutto il Salento.

In alcuni Comuni, alla festa si associa anche la tradizionale “Cuccagna”, un antico gioco di piazza che consiste nell’arrampicarsi su di un palo, reso scivoloso dall’aggiunta di grasso, in cima al quale si trova un ricco premio.

La sera di San Giuseppe si tiene poi la tradizionale focara. Anche queste focare o focareddhe rimandano a riti pagani antichissimi, cioè ai riti stagionali del fuoco, riti di purificazione agraria. Nella società contadina del passato, si usava bruciare enormi cataste di ramaglie nei campi alla fine della stagione invernale; i contadini accatastavano tutti i residui inutilizzati del raccolto dei campi e appiccavano il fuoco, volendo in questo modo, anche simbolicamente, chiudere una stagione, facendo pulizia, e aprirne un’altra. La festa di San Giuseppe diventava perciò l’occasione più propizia . Recitava un detto del passato: La Madonna ‘mpastava lu pane, l’Angelu li purgia la pasta, a San Giuseppe li vinia la fame; “Maria, se su pronte le cuddhure, sciamu ‘ntaula cu manciamu, ieu, tie e lu Signore; chiama puru Gioacchinu e Anna, cusì se consuma tutta sta manna!”.

Tutto il Salento per la festività di San Giuseppe

Nardò, chiesa di San Giuseppe, particolare dell’altare maggiore

di Paolo Vincenti

Da Casarano a Palmariggi, da Minervino a Diso, da Sanarica a Poggiardo, da Nardò a Giuggianello, dal leccese al brindisino, in tutto il Salento si festeggia San Giuseppe.

San Giuseppe è uno dei santi più amati dalla comunità cristiana. E non potrebbe essere diversamente. L’umile falegname è il padre terreno di Gesù e riassume in sé tantissimi valori cristiani:  la fede, la castità, la mitezza e la bontà d’animo, la povertà, l’amore paterno. Marzo è il mese in cui la  natura si risveglia dopo il lungo torpore invernale e quindi, fin dalla notte dei tempi, un periodo di transizione, un passaggio fondamentale nel ciclo della natura tra il freddo della stagione che si avvia a conclusione e la dolce brezza portata dalla nuova stagione primaverile. Marzo è il mese di San Giuseppe. Nel Salento, questa festa è molto sentita ed accompagnata da una serie di antiche e coloratissime, oltre che gustosissime, tradizioni culinarie.

La  Taulata de San Giuseppe è uno  dei riti più diffusi di tutto il Salento. Sono tredici le pietanze che compaiono sulla tavolata e ognuna di queste ha una spiegazione: pittule, pampasciuni, alici marinate, legumi, pesce ( pesce frittu o a sarsa), arance, la cuddhura,  l’insalata di San Giuseppe, e ovviamente lu mieru,  il vino rosso; ma su tutte, spicca  la massa di San Giuseppe. E ancora, peperoni, pezzetti di carne al sugo, le pucce, farcite in diverso modo, i lupini, olive nere, ronghetto o stoccapesce, finocchi, maccarruni cu lu zuccaru, ecc.

Il numero delle portate può variare da tredici, come i discepoli di Cristo, compreso Giuda il traditore, a  nove, sette, cinque, a secondo dei paesi; ciò che conta è che sia sempre un numero dispari. Intorno alla tavola, si siedono tredici santi che sono impersonati dagli abitanti del luogo o anche, in alcuni paesi, da altrettanti bambini che devono fare la prima Comunione.

il matrimonio di Giuseppe e Maria in una rara edizione a stampa del XVI secolo (ripr. vietata)

I tredici santi sono: San Giuseppe, la Madonna, Gesù Bambino, San Giovanni Battista, Sant’Anna, San Gioacchino, Santa Elisabetta, San Zaccaria, Santa Maria Maddalena, San Filippo, Santa Agnese, San Giuseppe d’Arimatea, Sant’Antonio, che sono fissi, ai quali poi ogni paese aggiunge i propri santi protettori e altri santi a piacimento, fino ad arrivare al numero di tredici.

San Giuseppe è sempre il primo a sedersi a tavola e, battendo le posate sul piatto, dà inizio al pranzo, anzi alla grande abbuffata. La massa, conosciuta anche come tria, è una pasta ricavata dalla sfoglia di farina impastata con acqua, tagliata a striscioline e mescolata con ceci o cavoli e condita con olio d’oliva e cannella. Che sia con i ceci oppure con i cavoli, non devono mancare sulla massa, come la ciliegina sulla torta,  i frizzuli, delle piccole strisce di massa fritta. Il termine dialettale tria è antichissimo e deriva dall’arabo itrya, che significa “pasta secca”.

La cuddhura, dal greco kollura, ha forma circolare, come la sfera dell’ostensorio, e simboleggia, come il serpente che si morde la coda, il cerchio del tempo che si rinnova; ma il pane è anche un elemento fondamentale della Comunione cristiana e rappresenta, come sappiamo, il corpo di Cristo che si è immolato sulla Croce,  come il vino ne rappresenta il sangue. Su questa specie di ciambella di pane, sono rappresentate la verga fiorita di San Giuseppe, cioè il bastone, un Rosario, e al centro viene messa una arancia oppure un finocchio; queste forme di pane vengono posizionate ai piedi della statua di San Giuseppe o vicino ad un  quadro del Santo.

La leggenda della verga fiorita dice che, quando il Buon Dio cercava un padre putativo per Gesù Bambino, che doveva venire al mondo, inviò un angelo sulla terra; l’angelo convocò tutti gli anziani del paese, i quali si accompagnavano con il bastone, ma solo sul bastone di San Giuseppe fiorirono dei fiori di iris e delle piante di ceci e così Giuseppe fu scelto da Dio come padre del Bambin Gesù. Giuseppe era un umile falegname e, da qui, il suo protettorato sui falegnami e, in genere, su tutti i lavoratori.

il primo piatto tipico della festa di San Giuseppe, i cìciri e tria

Il Santo è, inoltre,  protettore dei poveri e delle persone umili  ed  essendo egli stato sempre casto e morigerato, è anche tutore delle ragazze da marito, che a lui si rivolgono per trovare l’anima gemella . Quando Giuseppe e Maria con Gesù nel grembo ( “Maria lavava, Giuseppe stendeva, suo Figlio piangeva, dal freddo che aveva”, recitava una deliziosa canzoncina che ci facevano imparare a scuola da piccoli), sfuggendo alle persecuzioni di Erode, erano alla ricerca di un posto dove stare, tutti chiusero loro la porta e non riuscirono a trovare una dimora che li accogliesse, se non  una fredda ed inospitale grotta di Betlemme. In ricordo di quell’atto di egoismo ed ingenerosità, quasi a consolazione,  si allestiscono oggi le tavolate di San Giuseppe, cosicché il Santo possa idealmente trovare accoglienza ed ospitalità.

Le verdure sono un cibo povero, che rimanda alla primitiva economia di raccolta, basata sui vegetali. I legumi, soprattutto ceci e fave, oltre a richiamare la verga fiorita di San Giuseppe, rimandano alla religione pagana quando venivano offerte ai defunti le primizie della terra. Il pesce è un rimando a Cristo che, durante le persecuzioni dei cristiani, veniva disegnato, sulle pareti delle catacombe, proprio con la forma di pesce.

Gli altri simboli legati a questa festa sono: la palma, che si associa alla Madonna, ed è anche un simbolo di pace (nella Domenica delle Palme si ricorda il trionfale ingresso a Gerusalemme di Gesù, accolto da tantissime palme festosamente sventolanti); la mano, il bastone e la barba di San Giuseppe;  il serpente, che rimanda al peccato, di cui si macchiò Giuda il traditore; e poi il martello e la scala, che alludono alla Crocifissione. Sulle tavolate, sono offerte anche noci, mandorle, noccioline.

Dovrebbero mancare la carne, i formaggi e le uova, cibi vietati in periodo di Quaresima, caratterizzato dalla penitenza e dalle rinunce, ma non tutti i Comuni riescono a farne a meno sulle loro tavolate.

Immancabili, inoltre, le zeppole. Queste gustose frittelle si associano alla festa di San Giuseppe e sono di origine napoletana.

le zèppole, tipico dolce della festa di San Giuseppe

Inventate dai maestri pasticceri partenopei nel Cinquecento, come dolce del Carnevale, in seguito, nel Settecento, esse si legarono anche ad altre ricorrenze, come soprattutto quella di San Giuseppe, e si diffusero in tutta Italia, quindi anche in Salento.

I fiori che ingentiliscono le tavolate devono essere bianchi e gialli, perché così vuole la tradizione. In molti Comuni, le tavolate, anche dette mattre, sono allestite all’interno delle abitazioni private. Coloro che ospitano le mattre sono fedeli, particolarmente devoti al Santo, magari per avere ricevuto una grazia o perché San Giuseppe è apparso loro in sogno, ed allora  enormi tavolate vengono allestite nel locale più ampio della casa e vengono spalancate le porte per permettere a tutti di entrare.

Nel pomeriggio della vigilia, le tavole vengono benedette dal parroco del paese e il giorno dopo, esse possono fare bella mostra di se ai  visitatoti che accorrono da tutto il Salento.

In alcuni Comuni, alla festa si associa anche la tradizionale “Cuccagna”, un antico gioco di piazza che consiste nell’arrampicarsi su di un palo, reso scivoloso dall’aggiunta di grasso, in cima al quale si trova un ricco premio.

La sera di San Giuseppe si tiene poi la tradizionale focara. Anche queste focare o focareddhe rimandano a riti pagani antichissimi, cioè ai riti stagionali del fuoco, riti di purificazione agraria. Nella società contadina del passato, si usava bruciare enormi cataste di ramaglie nei campi alla fine della stagione invernale; i contadini accatastavano tutti i residui inutilizzati del raccolto dei campi e appiccavano il fuoco, volendo in questo modo, anche simbolicamente, chiudere una stagione, facendo pulizia, e aprirne un’altra. La festa di San Giuseppe diventava perciò l’occasione più propizia . Recitava un detto del passato: La Madonna ‘mpastava lu pane, l’Angelu li purgia la pasta, a San Giuseppe li vinia la fame; “Maria, se su pronte le cuddhure, sciamu ‘ntaula cu manciamu, ieu, tie e lu Signore; chiama puru Gioacchinu e Anna, cusì se consuma tutta sta manna!”.

Quando il gallo cantava la mattina

di Rocco Boccadamo

Talvolta, accadeva nel guado fra le residue ombre del buio e gli affioranti barlumi, dai contorni viepiù nitidi e indorati, dell’aurora, nell’immaginifica veste di giovinetta tenera e mite; talvolta ancora, nell’incedere, con movimento lento e lieve, di gruppi di nubi chiare e leggere, in spettacolare passeggio sull’appena dischiusosi tappeto azzurro, oppure all’atto dell’emersione dei primi, sottili raggi dell’immenso astro, dall’orizzonte dell’altra, liquida, distesa.Parimenti, in circostanze di tempo cupo e intristito, punto sempre fermo, anelito, testimonianza, grido o, se così si vuol dire, suono o semplicemente voce, ecco l’inconfondibile e ineguagliabile chicchirichì.

Lungo il tracciato dei mitici e, agli albori, considerati portentosi binari delle linee Sud Est, nella sezione incedente fra la mediana e il termine del Salento, si ergeva la stazione di Sanarica, strutturalmente simile alle altre umili casupole di fermata, salita e discesa, e però dotata, aggiuntivamente, di un accessorio speciale: un pozzo d’acqua sorgiva, sormontato da una pala fatta ruotare dal vento e, dopodiché, azionante una pompa d’aspirazione e attrezzato, infine, con una sorta di grande rubinetto, anch’esso girevole e orientabile.

A Sanarica, con il prolungamento della sosta per alcuni minuti, si rifornivano della materia prima dell’acqua le grandi caldaie a vapore delle locomotive, acqua poi riscaldata e fatta arrivare ad ebollizione e pressione grazie e corpose palate di carbon fossile lanciate e rovesciate con forza, dall’aiuto macchinista, nel “forno” delle stesse macchine.

Tra sbuffi incalzanti, ondate di nero fumo a spargersi copiose sulla superficie del gigante a vapore e parimenti a ricoprire la divisa, il berretto, quando non anche il volto dell’operatore, così lo stantuffo prendeva abbrivo possente e ritmato, i cerchi del convoglio rinnovavano il movimento scorrendo sulla strada ferrata, con lentezza ma con sicurezza, colmando chilometri: un mondo, le cose, la gente, andavano avanti, verso avventure, destinazioni, obiettivi, mete, o, semplicemente, occupazioni quotidiane.

Nell’arco della stagione bella, piena e calda, fra un raccolto e l’altro, alle luci dell’alba, padri e  figli contadini sortivano, incedendo silenziosi per non turbare il sonno continuante a beneficio delle donne di casa, fuori dagli usci, in direzione dei poderi, in piano o alle marine, fra piccole distese uniformi o fazzoletti frammisti di terra rossa e roccia.

Il loro obiettivo, o missione, era un lavoro faticoso e, insieme, di pazienza, appellato, dagli addetti, “roncare”, consistente nello strappo, lo sradicamento,

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