Salento, con i suoi miti e leggende

Ulisse e le Sirene di Herbert James
Ulisse e le Sirene di Herbert James

 

di Felicita Cordella

Mille storie salentine narrano di delfini, di sirene, di dei e semidei, di ninfe e satiri.

Una sirena a due code di nome Leucades o Leucasia insieme con due amiche sirene, Partenope e Ligia, cantava e suonava divinamente. Perseguitate e sconfitte da Ulisse, che non cede alle loro seduzioni, le tre sirene si inabissano alla volta di altri mari. Leucasia, nuotando, giunge al Capo di Leuca dove vede un pastore che suona il flauto e se ne innamora. Leucasia inizia il suo canto irresistibile, ma il pastore, Mèliso, ama Aristula. Quando Leucasia sorprende i due amanti, pazza di gelosia, scatena una tempesta. I due giovani, scagliati sulla scogliera, muoiono.

Ma la dea Athena, impietosita, li trasforma nelle due punte che chiudono la baia di Leuca: Meliso e Ristola.

Leucasia è, nel mito, la fondatrice di Leuca, proprio come Partenope lo è di Napoli. Quante leggende sull’origine delle nostre bellezze naturalistiche! Non è inconsueto incontrare lungo la costa pescatori che, mentre riparano le nasse, hanno voglia di raccontarci qualcuno di questi antichi “cunti”.

Citata perfino da Erodoto, la leggenda di un certo Arione al servizio del tiranno di Corinto, Periandro, che si guadagnava da vivere cantando. Imbarcatosi a Taranto su una nave di Corinzi, fu minacciato di essere gettato in mare dai marinai che volevano derubarlo. Egli espresse un ultimo desiderio, chiese di poter cantare accompagnandosi con la sua cetra, poi si sarebbe buttato in mare. Cantò in onore di Apollo e un delfino, incantato dalla sua voce, lo prese sul dorso e lo trasse in salvo. Molte le storie di delfini che comprendono il linguaggio degli uomini.

Pausania parla di un navigatore che, durante il nafragio della sua nave ,viene messo in salvo da un delfino , che lo porta sul dorso fino alla terraferma. E’ Taras, il mitico fondatore della città di Taranto. Nella mitologia spesso il dio Apollo prende le forme di un delfino e a Creta viene adorato come Apollo Delfinio.

Anche il dio Poseidone prende talvolta le fattezze di un delfino e Afrodite, la dea della bellezza nata dal mare, è spesso raffigurata in mezzo a delfini.

Le storie di delfini e di sirene ci riportano alla civiltà cretese, alla Grecia, all’Oriente. Nella civiltà minoica i delfini erano adorati come dei, perché trasportavano i morti nelle isole dei Beati, ai confini dell’universo. In ciò credettero anche gli Etruschi, mentre i Cristiani raffiguravano come un delfino l’anima che raggiunge la salvezza. E talvolta il delfino rappresenta Cristo.

Un cenno merita il mito di Ercole. In una delle sue mitiche fatiche, il semidio scaraventò dall’Olimpo i giganti Luterni e li uccise nella terra dei Messapi.

Dal loro corpo in dissoluzione nacquero le acque sulfuree di Ugento, Leuca e Santa Cesarea. Anche su olivo e olivastro abbiamo interessanti narrazioni mitologiche. L’olivo era per i Greci pianta sacra ad Athena, dea della sapienza.

Ma la bellicosa dea venne a contesa col dio Poseidone, che voleva la pianta sotto la sua protezione. Athena ne uscì vincitrice e da allora l’olivo, oltre ad essere simbolo di prosperità e pace, divenne simbolo della città di Atene e di tutta l’Attica. Dell’olivastro di Messapia, invece, abbiamo notizia da Ovidio, il quale nelle “ Metamorfosi “ narra il mito di un pastore malvagio che maltrattava uomini, animali e piante. Il dio Pan, che vagava nei campi, decise di punirlo trasformandolo in un albero che non dà frutto commestibile, ma amaro: l’olivastro.

Infiniti e affascinanti racconti, dunque ,descrivono e ornano con merletti di memorie le ricchezze di questa nostra terra. Magia di intrecci tra storie e credenze, accadimenti e atavici riti; meraviglia di un immaginario collettivo che si sbriciola in diamanti da mille sfaccettature, in caleidoscopio da sfumature infinite.

Leuca nelle fonti letterarie, tra storia e leggenda (parte terza)

dipinto di San Paolo nella basilica di Leuca

Il viaggio a Leuca è un viaggio nella letteratura: moltissimi sono gli autori salentini che hanno scritto di Leuca e si sono fatti affascinare dalla sua suggestione. Ne hanno scritto, oltre a tutti quelli già citati, Luigi Tasselli in “Antichità di Leuca” (Eredi Pietro Micheli 1693, poi ristampato in Lecce 1859); Don Geronimo Marciano, in un poemetto, del 1692, in vernacolo, “Viaggio a Leuche, a lengua noscia de Rusce”, pubblicato nel 1996 sulla rivista “Verso l’Avvenire”, con traduzione e commento di Padre Corrado Morciano; Lorenzo Giustiniani nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli” (Napoli 1797); Giacomo Arditi nella “Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto” (Forni Bologna 1879); Girolamo Marciano  in “Descrizione, origine e successi della Provincia di Terra d’Otranto”, pubblicato nel 1855;  e per venire a tempi più recenti, Vincenzo Rosafio con le sue opere  “Leuca e dintorni” (Marra 1970), “Le Chiese del Santuario di Leuca” (Editrice Salentina 1983),  “Il Santuario di Leuca o De Finibus Terrae”(Tricase 1990); il Tanzi, con “Gagliano del Capo e il suo Santuario di Santa Maria di Leuca” (Editrice Salentina 1972) che ci riporta alla secolare contesa fra i comuni di Castrignano del Capo e Gagliano sul possesso del Santuario di S.M. di Leuca; Corrado Morciano, autore di tantissime pubblicazioni sul tema,  a partire da “Leuca, la bianca del sud” (Editrice Salentina 1973), passando per “Grotte rupestri nel territorio di S.Maria di Leuca” (Editrice Salentina 1990),”Il carisma del Santuario della Madonna di Leuca” (Del Grifo, 2000), “La devozione della Madonna di Leuca nel Salento” (Bleve Editore, 2000), e le varie Guide Turistiche, edite dal Circolo Culturale “La Ristola”; anche l’Università di Lecce, con la monumentale opera “Leuca” (Congedo 1978); Giuseppe Milo con “Il Santuario di Santa Maria di Finibus Terrae o di Leuca oggi” (New Cards Editore 1993); Cesare Daquino con “La guida di Leuca” (Capone Editore 1993); “Iscrizioni latine nel Salento. Paesi del Capo di Santa Maria di Leuca”, a cura di Antonio Caloro, Mario Monaco, Antonio Lenio e Francesco Fersini (Congedo 1998,) sulle innumerevoli epigrafi che incontriamo nella nostra visita; Antonio Caloro con “Relazioni del Vescovo di Alessano Celso Mancini” in “La seconda chiesa matrice di Tricase nel Settecento”, a cura di Salvatore Palese e Maurizio Barba (Congedo 2001); Nunzio Stasi con  “Leuca e il Salento” (Nibbio Editore 2002); AnnaRosa Potenza con “Leuca una perla ai confini della terra” (Leucasia 2004) ;  ma come non citare il De Giorgi, che spesso ha trattato Leuca nelle sue opere di geografia, archeologia, idrologia, agraria ed arte. E poi la pubblicistica leucana si completa  con le riviste “Mamma Nostra di Leuca. Bollettino dei pellegrini di Maria”, storica rivista voluta nel 1951 da Mons. Giuseppe Ruotolo, la più recente “Verso l’avvenire”, rivista bimestrale della Basilica, nata nel 1980 (prima come “Voce nuova”)diretta da Mons.Stendardo (Laborgraf Editore) e  “La Spina de Rizzu”, rivista annuale dell’Ass. Cult. La Ristola, nata nel 1974 e diretta da Padre Corrado Morciano.Queste riviste hanno un loro illustre antesignano ne “Il Leuca”, la prima rivista di cultura e costume fondata sul finire dell’Ottocento da Tommaso Fuortes (1846-1915), animatore delle serate della dolce vita leucana (come riporta Alessandro Laporta in “Un secolo di stampa periodica da <Il Leuca> a <Spina de Rizzu>”, in “La Spina de Rizzu”, numero unico 1998) e fratello di quei Gioacchino e Tarquinio Fuotes dei quali è stato recentemente ripubblicato un “Saggio di canti popolari di Giuliano (Terra D’Otranto)” da Sergio Torsello per Edizioni Dell’Iride (2006).

Qui, nel “Tallone d’Italia” , fra cartoline e depliant e le prelibatezze della cucina locale, la vita scorre più lentamente se ci si lascia vincere da quella dolce indolenza che ci fa intorpidire nei meriggi estivi, quando cerchiamo riparo dalla canicola nel fresco delle case leucane o in un bagno rigenerante a mare. Leuca è l’approdo, in una mattina d’azzurro e di vento,in una terra gentile ed ospitale, è quel grido “terra!” dopo tanto e tanto mare. Leuca è l’incrocio dei venti, da tramontana a libeccio, da scirocco a maestrale, forse è in una di queste caverne che il mitico  Eolo li raccolse ed è da qui che si

Leuca nelle fonti letterarie, tra storia e leggenda (parte seconda)

di Paolo Vincenti

A Leuca, sacro e profano convivono sincreticamente insieme, in una fusione culturale prodigiosa. Leuca, frazione di Castrignano del Capo, ha origini antichissime: ne parlano lo storico Strabone e Lucano. Qui, nell’antichità, sorgeva un tempio dedicato alla Dea Minerva  e questo tempio era visibile dai naviganti a diversi chilometri di distanza ed incuteva loro un certo timore. Secondo la mitologia, Minerva contese con Nettuno per la signoria di Atene e si stabilì che essa sarebbe toccata a chi di loro avesse fatto il dono più utile alla città. Nettuno, col suo tridente, fece balzare fuori dalla terra un cavallo; Minerva invece fece nascere l’ulivo, che fu riconosciuto di maggiore vantaggio per la città e Minerva ne ebbe la supremazia. La dea era molto amata nella antica Japigia: santuari le erano stati dedicati a Castro, Otranto e Leuca. Secondo la leggenda (Leuca è terra di leggende), Japige fece costruire  un santuario dedicato alla dea quando seppe della vittoria riportata da Minerva nella battaglia contro i Giganti. Inoltre, il fatto che la dea avesse fatto spuntare dal suolo il primo albero di ulivo, le fece guadagnare la riconoscenza di tutti i salentini, che dedicarono a Minerva il mese di Marzo, durante il quale si celebravano le Quinquatrie, feste sontuose in cui si tenevano giochi, sacrifici e danze sfrenate. Durante queste feste, gli uomini di Leuca indossavano abiti morbidi e le donne assumevano atteggiamenti lascivi, perdendo ogni inibizione. In una sorta di estasi collettiva, tutti rubavano, si accoppiavano promiscuamente ed assecondavano i più bassi istinti. Per questo Giove, adirato, incenerì Leuca con il suo tempio e i suoi abitanti. Il Santuario fu edificato, probabilmente, sulle rovine dell’antico tempio di Minerva.  La leggenda vuole che l’apostolo Pietro, approdato a Leuca, nel 43 d.C., convertì gli abitanti al Cristianesimo e da qui iniziò le sue predicazioni in tutto il mondo occidentale; all’apparire dell’apostolo, il simulacro di Minerva andò in frantumi e Pietro, appena approdato sul suolo italico, vi piantò una croce. Nel Seminario di Leuca è conservata un’ara di questo famoso tempio. Il Santuario, distrutto sotto l’Imperatore Galerio,  fu riedificato e consacrato al culto di Maria Vergine, nel 343,secondo la leggenda, da Papa Giulio I, come si legge in una lapide

Leuca nelle fonti letterarie, fra storia e leggenda

 

 (parte prima)

 

di Paolo Vincenti

Il cammino leucadense è un lungo viaggio nella memoria, è un viaggio indietro nel tempo sulle tracce degli antichi pellegrini che si recavano al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, lungo l’antica via della perdonancia. Era una grande tristezza, forse il pentimento per le colpe commesse, o forse la speranza di un domani migliore, a muovere questi viandanti e a farli percorrere a piedi decine e decine di chilometri, per arrivare a Leuca ed impetrare la grazia dalla Madonna di Finibus Terrae. Ed è una grande malinconia, forse malinconia di cose perdute, l’amarezza per gli sbagli commessi o la speranza di potere domani essere migliori, a muovere noi oggi, pellegrini del duemila, sui passi che furono dei nostri avi.  Il cammino leucadense è un viaggio fra cielo e terra, fra infiniti fichi d’india e muretti a secco che delimitano i confini delle campagne,tipici di tutta l’area sud salentina, fra il profumo del mirto e il frinire delle cicale, un viaggio fra le mille fluorescenze che offre questa assolata terra ai confini del mondo. Il cammino dei pellegrini oranti e giubilanti, fra vecchi tratturi e l’odore del mare che si avverte da lontano, è un tendere verso una mèta conosciuta ma non per questo meno anelata: Santa Maria di Leuca e il suo Santuario, il primo d’Italia e d’Europa (almeno a noi piace che sia così), dedicato alla  Vergine Assunta in Cielo, che tutto il mondo conosce e venera come Madonna De Finibus Terrae.

Si, perché Leuca è la mèta ultima, il traguardo estremo, la fine della terra, non nel senso metaforico di terra conosciuta che attribuivano i romani alle regioni del mondo non ancora esplorate (“hinc sun leones”  scrivevano sulle loro rudimentali cartine geografiche), ma nel senso fisico, spaziale, di  ultimo confine territoriale, di ultima frontiera del mondo occidentale, ponte ideale per l’Oriente, imbarco per nuove avventure, partenza per una diversa

Santa Maria di Leuca: fede e storia nei mari dell’infinito

di Giuseppe Massari

Natale, quella festa più importante per la cristianità, quella festa in cui si festeggia la nascita di un bambino particolare. Oltre a festeggiare il nuovo arrivato, perché non ricordare Colei che ha partorito, ha contribuito, con il suo sacro ed immacolato corpo, a mettere al mondo, nella povertà e nella miseria, il Figlio di Dio. Vogliamo parlare e riferirci, con le parole e il pensiero a Maria. Lo facciamo prendendo spunti storici, e in prestito dalla storia, alcune notizie che riguardano l’importante e glorioso Santuario di Leuca.

Santa Maria di Leuca e il suo Santuario continuano a suscitare interesse, non solo in occasione delle festività natalizie, o nei giorni di agosto, in occasione della festa patronale, ma fuori da ogni sospetto festaiolo, da parte dei più grandi circuiti della comunicazione globale. Non è da meno che, ultimamente, la trasmissione Rai, Sereno Variabile, condotta ogni sabato da Osvaldo Bevilacqua, ha dedicato una puntata a questo luogo incantevole dove i destini si incontrano, le fedi si abbracciano, i mari si confondono; dove, dall’alto svetta il Santuario dal quale si sprigionano raggi di luce accompagnati dall’insolito calore che è l’affetto di Maria verso i suoi figli.

Meta indiscussa di tradizione e devozione, tappa obbligata per i sofferenti, per gli ammalati, ultimamente anche per coloro che, fisicamente impediti e impossibilitati, non solo non possono raggiungere quel luogo sacro, ma non possono neanche soddisfare il precetto della messa festiva. Tant’è che, prima Rete 4, poi Rai 1, hanno privilegiato questa chiesa trasmettendo la messa domenicale, o di alcuni giorni festivi. Ma Santa Maria di Leuca è stata toccata, in passato, da altre generose e particolari attenzioni, soprattutto quelle papali. Se la visita di Benedetto XVI, il 14 luglio del 2008, ha avuto la sua giusta eco, non va tralasciata quella particolare cura che altri pontefici hanno avuto e dimostrato quando, con lo sguardo alla padrona di casa hanno consentito le migliori condizioni di culto e devozione verso di Lei, dotando il Santuario di un Penitenziere. E questo è avvenuto il 1726, durante il pontificato di Benedetto XIII, uno dei tre papi pugliesi. I vicari di Cristo, succedutisi  a guidare la Barca di Pietro, hanno contribuito e concorso ad arricchire, questa Porta del Cielo, di indulgenze privilegi a beneficio dei fedeli che correvano ai piedi della Vergine. Vanno ricordati, oltre al già citato Benedetto XIII, papa Giulio I, Innocenzo XI, Pio IX, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, che con Bolla del 19 giugno 1990, concesse il titolo al Santuario di Basilica minore.

Certamente la storia continuerà a ripetersi e a riflettersi nelle azioni di altri pontefici che adorneranno questa Basilica di cure premurose per rendere sempre più gradito l’omaggio a Colei che veglia sui confini del mondo e della Puglia. Dall’ultimo estremo di terra, Maria saluta marinai e viandanti affaticati, in cerca di ristoro spirituale. Saluta, accoglie e protegge le famiglie, l’infanzia abbandonata, maltrattata ed offesa, così come ha salutato e accolto tutti i popoli che, nel corso dei secoli, hanno inciso le loro storie, hanno intrapreso i loro cammini di conquista, hanno attraversato i confini come pellegrini o come turisti, soprattutto Iapigi , Messapi e i figli della Magna Grecia. Leuca potremmo definirla terra di papi e di popoli, ma anche terra di santi e dei grandi della terra, per cultura e per potere. Enea e Re Alfonso di Napoli, ma san Pietro, san Francesco d’Assisi, San Giuseppe Benedetto Labre.

Questa, in sintesi, in pillole, la storia di una terra generosa e generosamente donata da Dio agli uomini, a tutti gli uomini, perché costruissero la sua tenda, la sua casa, l’edificio in cui nessuno potesse scartare la testata d’angolo e in cui ognuno doveva e deve sentirsi a casa propria. Santa Maria di Leuca è il miracolo della storia di fede. E’ il miracolo della natura ancora incontaminata e di una storia ancora da scoprire nei suoi ipogei, nei suoi anfratti, nei suoi meandri nascosti, nella sua cultura archeologica attraversata e costruita da fenici, cretesi, greci, romani e raccontata, come ci suggerisce uno storico del posto, il sacerdote Vincenzo Rosafio nel suo libro: “Il Santuario di Leuca o De Finibus Terrae”, da Erodoto, Strabone, Virgilio e Plinio. Santa Maria di Leuca, allora, si conferma terra non solo di preghiera, ma di studi, di approfondimenti, per portare alla luce del suo sole tutto l’invisibile, tutto ciò che è giusto conoscere e fare apprezzare nel contesto di un cammino culturale, proiettato a diventare universale, perché fonda le sue radici e ha una base di partenza che è la fede.

Fede e cultura, il binomio di una identità da scoprire, correggere, incoraggiare, esaltare nella bellezza e nello splendore di una coscienza ravvivata, ritrovata e non perduta, nonostante l’immensità del mare e l’infinto che si dipana all’orizzonte.

A Santa Maria di Leuca, una Madonna dalla carnagione bruna

di Rocco Boccadamo

 

Di S. Maria di Leuca, per le sue peculiari connotazioni di incomparabile attrattiva paesaggistica all’estrema punta dell’italico tacco, esiste una diffusa conoscenza ormai a tutto campo, non solo in Italia, ma anche all’estero. Dell’ascesa qualitativa di detta località, da sempre particolarmente cara ed amata come poche altre, i salentini non possono che sentirsi orgogliosi, anzi felici. Nello stesso tempo, si rende però opportuno che, da parte di tutti, vengano «difese» con sano spirito di gelosia le naturali e preziose bellezze del piccolo centro e dei relativi dintorni: l’accostamento di un sito della propria terra e delle proprie radici ai più rinomati posti del turismo di élite deve costituire senza dubbio motivo di soddisfazione e di gratificazione, ma non indurre a trascurare eventuali eccessi e spinte all’iperattivismo di qualche operatore senza scrupoli (col rischio di deturpazioni e scempi ambientali), allettato dal miraggio di speculazioni a portata di mano e di facili profitti. Ad ogni modo, a parte la doverosa cornice di approccio, qui si vorrebbe soprattutto porre in evidenza una particolare inquadratura di osservazione, che, forse, ai più sfugge. All’interno dell’antico Santuario di S. Maria de Finibus Terrae, ora elevato al rango di Basilica, dominante un ampissimo orizzonte a fianco dell’imponente faro che svetta sul promontorio a punta e terminale della penisola salentina, alla sommità dell’altare trovasi collocato un quadro, assai venerato, con l’effige della Vergine. Il volto della Madonna, difformemente dalle sfumature di colori cui si è tradizionalmente abituati osservando analoghe riproduzioni classiche o attuali, in questo caso reca un colorito non chiaro o roseo, ma decisamente bruno. Al che, viene da pensare che l’estro e il pennello dell’autore si siano con precisa volontà ispirati fedelmente all’incarnato tipico delle donne del sud in genere, e delle donne di queste plaghe in particolare, incarnato che si presenta spesso bruno o olivastro: dunque, la Madre di Dio che si pone allo sguardo della gente giustappunto con l’identico volto di molte, di tutte le madri comuni. Quanta profonda espressività in tale volto e in tali tratti! Quanta aderenza alla vita e ai suoi travagli, turbamenti e sogni! In chi scrive, l’effige della Madonna di Leuca ha determinato un’emozione forte e intensa sin da epoca lontana, a partire cioè dalla prima opportunità di ammirarla in occasione del pellegrinaggio itinerante del quadro per tutti i paesi del Capo, svoltosi nell’anno 1949, e dalla visita di devozione al Santuario, effettuata insieme con la famiglia, nel maggio del medesimo anno.Nel gruppo, era presente anche una giovane mamma di trentadue anni (la quale portava in grembo il sesto figlio), una mamma che, ancora giovane, nell’estate 1966 se ne è volata lassù a raggiungere la sua Madonna bruna.

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