Il Salento di Roberto Cotroneo

Siamo onorati e lieti di avere tra le nostre pagine un post di Roberto Cotroneo, che ha accettato di riproporre per i lettori la sua introduzione alla Guida del Salento, Touring Club Italiano. In coda all’articolo alcune sue note bio-bibliografiche; le foto sono della Redazione.

di Roberto Cotroneo

Nel Salento le strade corrono dritte, fiancheggiate dai muretti a secco; corrono dritte tra macchie rosse di terra e tronchi che si avvolgono su se stessi, come fossero sculture. Nel Salento le strade corrono dritte e quando si viaggia in automobile con i finestrini aperti si può sentire il profumo del mare, dappertutto; un mare che avvolge la penisola salentina e la protegge, lasciandosi attraversare dai venti, senza neppure una collinetta o una montagnola che opponga resistenza.

I venti si inseguono, si mescolano, corrono indisturbati per una terra piatta che arriva ad alzarsi solo vicino al mare, dalla parte dell’Adriatico, dopo Otranto, fino a santa Maria di Leùca, e anche oltre. E allora lì, le strade dritte, che da Lecce portano a Gallipoli e a Porto Cesareo, a Maglie, a Otranto, e poi giù giù fino a Lèuca, si fanno tortuose, costiere, a tornanti, e salgono su fino a cento metri a picco sul mare, e allargano l’orizzonte, lo spingono lontano fino alle cime dei monti Albanesi, che si rivelano d’improvviso come un miraggio, e trasformano il mare in un lago smisurato, lo chiudono.

Ma uscendo dalla litoranea puoi tornare a un paesaggio dritto, coltivato e come sospeso: il paesaggio di buona parte di questo Salento che inizia a Lecce e finisce proprio sul tacco d’Italia; spostato a Oriente come se un dio greco, per divertirsi, avvesse tirato verso di sé quello stivale. Prendete una cartina d’Europa e tirate una linea longitudinale che passi per Otranto: vedrete che tocca quasi tocca Varsavia, e che Trieste al confronto può apparire come un avamposto occidentale del territorio italiano.

Terra d’Otranto si chiamava il Salento, terra di Normanni. E la città che le dava il nome era una piccola potenza marinara affacciata sull’Oriente. A chi arrivava dal mare appariva il campanile di quella Cattedrale, dal mosaico meraviglioso, grande quanto tutto il pavimento della Chiesa; e poi dopo si poteva vedere il Castello, e la chiesa bizantina di san Pietro; e le torri per avvistare le navi nemiche. Otranto era una potenza: con i suoi monasteri basiliani, cominciando da san Nicola di Casole, a poco meno di due chilometri da Otranto. Uno dei luoghi più colti e sofisticati nell’Europa del duecento. Lì si copiavano manoscritti preziosi, lì si parlava greco e latino, lì si approdava da Parigi come da Bisanzio. Oggi di quel ricco monastero è rimasto soltanto un pezzo di facciata della chiesa. È completamente distrutto. Ma vedere anche soltanto quelle poche colonne lascia impressionati.

In tutto il Salento si respira un’aria particolare. Soprattutto in quei paesi che si raccolgono nella zona che va da Maglie a Leuca. Un’aria ferma, fatta anche di presenze mai ben chiarite. Terra di dolmen, di grotte preistoriche si straordinaria importanza, di luoghi che paiono magici, anche quando purtroppo sono stati distrutti da una speculazione edilizia selvaggia. Se da Lecce si prende la strada che va verso Leverano,  e poi si arriva a porto Cesareo,  e se lo si fa nei mesi di giugno e di settembre ci si può trovare di fronte a uno spettacolo emozionante, con un mare che neppure le brutte case costruite sulla spiaggia spossono cancellare. Luogo di dune di sabbia bianca, piccolo centro di pescatori che è riuscito a mantenere ancora una sua identità e persino un suo fascino.

Più a sud c’è Gallipoli, araba e ambigua, nel senso più squisitamente letterario. Capace di avvolgersi su stessa senza compiacersene, di negarsi ai distratti, di non mostrare la sua storia a tutti ma celando i suoi conventi, i suoi palazzi, le sue chiese. Opposta a una Otranto che è più piccola, più bianca, più greca e che i turchi li ha subìti, e che le sue ricchezze invece le mostra al mondo con l’orgoglio di una città martire. E mostra ricchezze e martirio assieme. Perché le ossa di quegli ottocento decapitati dai turchi nel lontano agosto del 1480 sono ancora visibili, a tutti, dietro immense teche di vetro, in una cappella della Cattedrale. A Otranto il martirio si racconta ogni giorno, a Otranto sembra che i turchi possano ancora arrivare. E le torri vedette che si rincorrono una con l’altra  per tutta la costa certe volte paiono abitate da sentinelle immobili, pronte a gridare aiuto per poi fuggire al riparo.

Sono opposte Otranto e Gallipoli: mondi diversi, inconciliabili. Come opposti sono i due mari che si fondono nel Salento, l’Adriatico e lo Jonio. L’Adriatico che proprio a Otranto finisce (e non a Leuca come credono in molti), e che pare sempre agitato, e che ha colori freddi, tonalità bluastre e, chissà perché, non invoglia alla pesca. Quando soffia lo scirocco a Otranto il mare è terso, pulito. A Gallipoli e Porto Cesareo invece i vestiti aderiscono alla pelle, e l’aria profuma di salsedine. A Otranto il mare sembra un monumento, qualcosa da guardarsi, tenendosi a distanza, ma se vai poco più a sud, a Castro, dove a dispetto di tutte le cartine geografiche è già mar Jonio, del mare non puoi fare a meno. Castro è città sul mare, Otranto è città con il mare, e la differenza si sente.

In mezzo a questi avamposti sull’ignoto c’è una terra di ulivi che ha un colore straordinario; con al centro un’altra città dove il perdersi più che un incidente di percorso è un dovere dell’intelletto: Lecce. Barocca in tutto, anche nelle relazioni sociali. Dove il barocco più che uno stile architettonico è un modo di vivere il tempo. Il tempo di Lecce passa per le sue stradine tortuose, per i luoghi che non riconosci mai, perché le strade cambiano prospettiva di continuo. Dove ogni strada, ogni palazzo, ogni cosa sembra pensata per condurti in quella piazza, dove c’è il Duomo: che si apre come fosse una soluzione alle inquietudini di tutta una città. Una piazza chiusa, ricca e lineare, elegante e, di notte spettacolare, con quelle luci che la illuminano dal basso e che le donano ricchezza scenografica. Città di pietra, Lecce, una pietra che ha permesso agli artigiani di modellare e fare ricca una città: perché lavorabile con facilità, morbida, persino troppo friabile. Città di pietra dove, ma questo accade in molti luoghi del Salento, persino le voci si attutiscono e i luoghi sembrano obbedire a un tempo diverso, un tempo che si curva su stesso, e tiene le vite sospese, e smorza gli umori, ma non le passioni. Dove soltanto la luce, forte, la luce meridiana, pare possa avere il privilegio di dividere il mondo in due parti nette, taglienti; ombra e bianchi bagliori dei muri bianchi delle case. Città avvolgente, luogo ultimo, finis terrae per una città che vive di sfumature dell’immaginazione.

[Roberto Cotroneo, introduzione a Guida del Salento, Touring Club Italiano]

Roberto Cotroneo è nato ad Alessandria nel 1961. Ha pubblicato i romanzi: Presto con fuoco (1995, premio Selezione Campiello 1996), Otranto (1997), L’età perfetta (1999), Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome (2002), Questo amore (2006), Il vento dell’odio (2008), E nemmeno un rimpianto. Il segreto di Chet Baker (2011). La raccolta di racconti: Adagio infinito e altri racconti sospesi (2009). E i saggi: All’indice. Sulla cultura degli anni Ottanta (1991), Se una mattina d’estate un bambino. Lettera a mio figlio sull’amore per i libri (1994. Nuova edizione 2008), Eco: due o tre cose che so di lui (2001), Chiedimi chi erano i Beatles. Lettera a mio figlio sull’amore per la musica (2003), Manuale di scrittura creativa (2008). Ha curato l’edizione delle opere di Giorgio Bassani per “i Meridiani” Mondadori (1998) e il volume che raccoglie i testi di Fabrizio De André (Parole e canzoni, 1999). I suoi libri sono tradotti in numerosi paesi. Vive a Roma.

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