Curarsi con la cicoria selvatica (Cichorium intybus L.)

di Antonio Bruno

Cicoria selvatica oppure nel Salento leccese Cecora resta o ancora Cecureddhe per l’etnia dell’estremo Sud Salento. Cichorium intybus L. è conosciuta sin dal neolitico, raccolta dalle donne e usata come cibo ma anche come farmaco.

Dalla Nuova Zelanda semi da cui si ottengono Cicorie con alto contenuto delle sostanze medicinali.
Mio padre la comprava pagandola a caro prezzo e non la chiamava mai singolarmente cicoria selvatica ma al plurale: le cicorie selvatiche (cecore reste). Ricordo invece che mia zia Maria a Chiavenna, in provincia di Sondrio, armata di coltello ne raccoglieva, indisturbata, a borse. Le donne della valle le chiedevano perchè mai raccogliesse quell’erba e lei, schiva, diceva che era molto apprezzata dai suoi conigli, anche se, mia zia Maria, non ha mai allevato conigli in vita sua.

A Lecce si festeggia ogni anno la sagra di queste piante gustose e selvatiche “la Sagra della cecora resta” , anche se il mio amico Leonzio in quel di Frigole, le semina e le raccoglie e quindi gli strappa quel selvatico

Sulle tracce della marìula

di Armando Polito

Rispondo alla gentile richiesta avanzata da Antonietta Cesari il 10 u. s. in margine ai commenti relativi a Curarsi con la cicoria selvatica di Antonio Brun, e lo faccio con un post dedicato, perché l’argomento, anche per i dubbi residui, merita un approfondimento che richiede molto di più dello spazio di norma concesso alla semplice risposta ad un commento.

Dal vocabolario del Rohlfs: marìula (Casarano, Novoli, Parabita, Specchia, Uggiano La Chiesa), marìvala (Alessano, Corsano), mariòla (Lizzano, Manduria, Maruggio; maròjele (Ceglie Messapico). Specie di cicoria selvatica, Hedypnois tubaeformis. [greco tà amaròulia=lattughe]. Vedi marògghie.

Marògghie (Mottola), maròjele (Ceglie Messapico), marùgghiele (citato per Martina Franca da una tesi di laurea manoscritta del 1940, con l’avvertimento che contiene parecchi errori), specie di cicoria selvatica, radicchio; [greco amaròulion=lattuga]; vedi marìula.

Io non so da dove il Rohlfs abbia tratto la voce greca (nel primo caso al plurale, nel secondo al singolare). So solo che in greco esiste maròulion=lattuga1 , voce che al maestro sicuramente non poteva sfuggire. È, perciò, con grande umiltà che per la voce in questione ipotizzo da parte sua  un tutt’altro che incomprensibile, ma non necessario, incrocio tra maròulion e amàru=amaro [nel Leccese a Salve, nel Tarantino ad Avetrana e nel Brindisino a Carovigno e a Mesagne; a Nardò è maru, ma la voce di cui mi occupo oggi (marìula) a quanto ne so non esiste, anche se il Rohlfs registra un suo quasi omofono mariùla=coccinella, che, però, non ho mai sentito].

Per quanto riguarda l’identificazione, stranamente, almeno per me, succede quanto già verificatosi per l’etimologia. Non esiste in botanica, per quante ricerche abbia potuto fare nel poco tempo a disposizione, una Hedypnois tubaeformis; però, proprio la seconda parte del nome scientifico (che alla lettera significa a forma di trombetta) mi ha consentito di ipotizzare che probabilmente la nostra pianta è la Hedypnois rhagadioloides (L.) F.W. Schmidt, in italiano radicchio tubuloso, radicchio pallottolino (nella foto2).

Ulteriori ricerche mi hanno fatto conoscere l’esistenza di una sua subspecie, la

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