Piccolissime porzioni di un’antica civiltà contadina. Prefazione a Volti di carta

di Pier Paolo Tarsi

 

Se un albero scrivesse l’autobiografia,

non sarebbe diversa dalla storia di un popolo

Kahlil Gibran

«Prendi una cosa qualsiasi e scoprirai che è legata a tutto il resto dell’universo». L’uomo che un secolo fa scrisse questa frase – così semplice eppur così densa di significati – si chiamava John Muir. Americano di origine scozzese, fu un attivo naturalista ed ecologista ante-litteram, abituato a esplorare paesaggi selvaggi e a lottare col pensiero e con l’azione per la loro salvaguardia da ogni contaminazione. Capace di comprendere gli elementi come inestricabilmente intrecciati e sussistenti solo in relazione l’un con l’altro, Muir voleva insegnarci con quelle parole come ogni cosa in natura si riveli legata all’altra e sussista in equilibrio dinamico solo come parte di un tutto, non potendo affatto esistere se non come elemento di un sistema che la trascende e la ricomprende. La vita, infatti, si genera e si sostiene ovunque solo nel mezzo di relazioni ininterrotte tra anelli e momenti tutti assolutamente essenziali: solo quando ogni frammento è interconnesso al resto di cui fa parte, e finché ne fa parte, siamo di fronte al meraviglioso fluire del complesso naturale vivente. Quanto fin qua accennato chiarisce anche la ragione fondamentale per cui alterare o, peggio ancora, annientare – come tuttavia l’animale sedicente sapiens continua imprudentemente a fare – un solo tratto di questo continuum, una sua sola infinitesimale parte, significhi in realtà mettere a repentaglio l’intero, il tutto, l’ecosistema, il cosmo organizzato. «Qualunque cosa tocchi, lo fai a tuo rischio e pericolo» chiosava appunto lo stesso Muir a conclusione del pensiero con cui abbiamo inaugurato queste nostre riflessioni: distruggere una qualunque porzione dell’esistente, anche quella più apparentemente ininfluente, significa offendere tutta la vita intera. In natura, allora, nulla è secondario, nulla è inferiore o, peggio ancora, inutile, inessenziale: nella parte – anche la più piccola – vi è sempre contenuta la dignità, la nobiltà e la stessa possibilità di esistenza del tutto.

Perché, si starà forse chiedendo il lettore, introdurre un libro di materia narrativa con questi accenni? Che attinenza hanno queste affermazioni sulla vita naturale con le pagine che seguono? Perché indugiare in tali argomenti? Proviamo di seguito a rispondere a tali legittime domande, mostrando come vi sia una grandissima lezione da trarre dalle leggi della vita naturale anche quando vogliamo introdurci alle cose che riguardano la nostra umana esistenza, tanto quella singola, la storia personale di ognuno di noi, quanto quella collettiva, la storia di un’intera civiltà, di un popolo. Ogni storia narrata e rivissuta soggiace infatti a principi generali simili a quelli del cosmo naturale: tanto che si tratti di una biografia, della restituzione di vicende personale o del tratteggio narrativo di circostanze esistenziali di un solo uomo, di una sola donna, quanto che si tratti della trattazione storica delle vicende complessive di un popolo intero, ogni aspetto del racconto e della ricostruzione si manifesta sempre necessariamente nella restituzione di un legame e di un intreccio con un contesto di riferimento generale obbligato. Comprendere un qualunque aspetto di una storia personale o collettiva implica dunque la paziente tessitura di una ragnatela che tende al generale, all’universale, un tracciato in cui ogni cosa va inquadrata nel contesto delle relazioni con il resto, con lo sfondo tutto, con il mondo di riferimento a cui vogliamo accostarci per comprendere il dettaglio, il particolare. Non potrebbe essere altrimenti: ognuno di noi è ciò che è anche in quanto intimamente legato ad un luogo, ad un tempo storico, ad un linguaggio, ad un insieme di abitudini, costumi e usanze in cui si incarna la propria personale esperienza, la quale prende sempre posto in una rete di connessioni multiple e di ogni tipo con la propria epoca, il proprio universo storico-sociale ed ambientale. Nessun uomo è un’isola, scriveva del resto il poeta. È proprio lo sfondo sociale, l’insieme indefinito dei tratti storico-collettivi – il tutto che ci connette intersoggettivamente come singoli individui di una data epoca o civiltà, ossia come persone, entità relazionali per definizione – a rappresentare il “paesaggio naturale” delle vicende umane, la cornice adeguata alla loro ambientazione. Solo da un tale sfondo di riferimento essenziale possiamo allora distinguere la singola figura della quale vogliamo scoprire l’identità, delinearne i contorni, svelarne il vissuto emotivo e l’esperienza o indagarne il profilo originale e specifico che lo contrassegna come un unicum, come un elemento irripetibile e discernibile dal tutto a cui è connesso, distinguendolo così come singolo elemento dall’universo storico-contestuale che lo circonda e nel quale resta necessariamente invischiato, inviluppato, inquadrato. Non potrebbe essere altrimenti, per ragioni di fondo insopprimibili, inviolabili, costitutive e antropologiche: la natura dell’uomo, infatti, consiste essenzialmente nel non averne una già pre-definita, oggettivabile, descrivibile e afferrabile una volta per tutte; l’uomo – come dicono i filosofi – non è mai un fatto ma un farsi continuo, dinamico, mai stabile, per definizione sempre in fieri, in divenire storico, un processo che si manifesta a se stesso, si auto-afferra e si auto-concepisce sempre e solo nei limiti dei tratti caratteristici del proprio momento storico, nel segno e nel contrassegno di un linguaggio specifico e di una cultura determinata da cui non può mai fare astrazione attingendo una qualche sorta di contemplazione a-storica, assoluta e pienamente trasparente di se stesso: egli è sempre, pertanto, condannato a restare in qualche misura mistero a se stesso, scandalo per se stesso.

Raccontare il frammento, la parte, il singolo, il suo essere individuale, vuol dire allora per un verso saperlo connettere ad uno scenario totale che nella narrazione si deve delineare come imprescindibile prospettiva, come cornice, come il tutto in cui l’individuo propriamente si manifesta e, parallelamente, per un altro verso, distinguerlo da quello: distinguere connettendo, connettere distinguendo, secondo fasi che si implicano dialetticamente nel corso di una medesima – complessa e duplice – operazione narrativa e ricostruttiva. Delineare in modo verosimile o plausibile la vicenda (seppur solo immaginata, non importa) di un qualsiasi individuo particolare implica il tratteggio contestuale della sua civiltà, il richiamo al suo ambito di esistenza spazio-temporale, costringe pertanto a riportare alla luce dell’essere porzioni della totalità di un’epoca nelle manifestazioni storiche caratterizzanti, nelle tradizioni specifiche, nel linguaggio proprio, nel quadro generale dei costumi determinati: cogliere il frammento, il particolare, l’individuale, significa dunque allo stesso tempo raccontare il tutto, lo sfondo, il generale. l’universale. Ce lo insegnavano già i pensatori greci del resto: l’universale è nel particolare. Ma il senso di tutto ciò non è rimasto solo appannaggio dei testi e delle elucubrazioni discorsive di antichi metafisici. Nel celeberrimo film La storia infinita – tratto dall’omonimo libro dello scrittore contemporaneo tedesco Michael Ende – quando il Nulla, l’oblio, procede e avanza divorando il Regno di Fantàsia – l’universo parallelo in cui le vicende principali si svolgono – tutto ciò che miracolosamente si riesce a salvare dalla cancellazione di tale mondo è semplicemente un solo granello di pulviscolo, un piccolissimo, infinitesimale frammento di quella intera realtà. Si badi però, tanto basta dell’essere per arrestare l’impeto annichilente del non-essere: quel solo ed unico granello implica infatti la possibilità di salvare l’intero universo di cui quello era infinitesima parte, poiché  – ed ormai ci è chiaro il senso di ciò – quel frammento umile e singolo riflette la medesima nobiltà e dignità del tutto: per suo mezzo l’universo intero di Fantàsia può essere allora restituito all’essere, nel pieno del suo meraviglioso splendore. Possiamo leggere tutto ciò come una traduzione letteraria attuale di quanto abbiamo fin qui sostenuto, una traduzione del messaggio di quel famoso detto per cui “salvando un uomo salvi l’umanità”, salvando il particolare salviamo l’universale che in esso è implicito.

Allo stesso modo, da residui e granelli eterogenei di un mondo ormai tramontato – sprofondato inesorabilmente quasi del tutto nell’oblio, divorato e annichilito dal rapido e frenetico volgere dei tempi storici – da sparuti e umili frammenti appartenuti al passato dell’umanità salentina, da piccolissime porzioni di un’antica civiltà contadina casualmente e miracolosamente riemerse in una cantina, da tracce ormai mute e scolorite agli occhi dei più, da povere testimonianze del passaggio di esistenze cancellate dal tempo e tutte quante racchiuse in un’unica valigia destinata ad essere gettata – come sarebbe accaduto se, senza sapere nemmeno perché, il signor Marcello Gaballo non l’avesse raccattata da quell’umido scantinato affidandone infine il contenuto all’autrice di questo libro -,  prende spunto e slancio la narrazione dell’ultimo e originalissimo lavoro di Raffaella Verdesca,  opera che si configura pertanto come la sua personale sfida all’oblio, il suo coraggioso e appassionato tentativo di restituzione all’essere di un universo femminile estinto, la sua individuale ricerca del tempo perduto.

Vecchie fotografie casualmente risparmiate all’estinzione totale, singoli volti di donne restituiti dalla valigia, tracce residue di storie e percorsi umani, minute e talvolta improbabili fonti in cui si sedimenta la memoria di ciò che è stato,  divengono ispirazione per la penna della Verdesca e danno l’abbrivio ad una narrazione in grado di restituirci un intero e variegato mondo femminile tramontato. Nelle vesti di ritratti, l’autrice tratteggia un complesso universo nel quale prende corpo lo spettro emotivo indefinito e multiplo dell’intera esistenza umana, delineata in esperienze di dolore e soprusi, rassegnazione o lotta ma anche speranza, coraggio, malinconico riscatto, irrisione amara o superba, talvolta persino gioiosa e ilare comicità: dimensioni multiple che ogni racconto ci rappresenta e svela nella forma incarnata del particolare, riportando tuttavia alla luce dell’essere una vera e propria tipologia universale umana al femminile di caratteri, vissuti, esperienze e personalità che si dischiudono gradualmente nei vari capitoli.

Il mondo che ne emerge complessivamente, vario, eterogeneo e vivificato da emozioni plurime – come in ogni intero degno di tale nome – non deve essere affatto inteso come un fedele rispecchiamento storicamente fondato di vicende reali e fatti riportati alla luce da un qualche dettaglio, proponendosi piuttosto come un universo verosimile, raccontato per svelare i possibili vissuti soggettivi e le tonalità emotive che colorano l’animo dei suoi abitanti, le figure femminili che lo costellano, alla cui memoria e umana celebrazione tende la narrazione.

Anche quando il racconto si concentra sullo svolgimento di fatti, persino laddove esso si ancora al reale prendendo lo spunto da piccoli resti documentali restituiti dalla ritrovata valigia, dipanandosi a partire da umili ma autentiche fonti storiche come può essere il verbale di una multa che ha del comico se non dell’assurdo, oppure una fradicio frammento di carta da imballo, trasformato in messaggero d’amore, ossia in biglietto con cui inviare un tenero e stentato messaggio ad un marito lontano, lo scopo dell’autrice non volge mai verso qualche rispecchiamento storicamente fedele di determinate vicende esteriori ma punta al tratteggio dello spettro emotivo intimo, ai vissuti plausibili dei personaggi femminili coinvolti, alle condizioni esistenziali ed interiori delle donne che in tale universo abitano, vivono, soffrono, gioiscono e si esprimono, usando un linguaggio dialettale credibile, fedele e accuratamente adattato – in quanto mezzo espressivo dell’interiorità umana – alla forma specifica dei diversi luoghi salentini in cui le storie sono inscenate.

L’universo nel quale ci permette di addentrarci e navigare questo libro si configura dunque come un complesso viaggio dentro stati emotivi inscenati in un contesto tramontato, un vagabondare rimembrante in tempi perduti, rievocati in controluce, declinati secondo i colori e la sintassi dell’animo delle donne, rivissuti con la memoria del loro sentire: un tragitto di sicuro fascino per il lettore, oltre che – crediamo – un percorso intimo e individuale che riguarda l’autrice stessa. Con questa suggestiva raccolta di racconti infatti, Raffaella Verdesca – salentina di origini – è tornata alla sua personalissima maniera nella terra natia, da cui la vita l’ha allontanata sin dal tempo degli studi universitari. Con ciò, ai nostri occhi, giunge a maturazione il compimento di un suo lungo e forse inconsapevole viaggio di ritorno e ricongiungimento, iniziato nelle vesti di autrice da molto lontano. Sorvolando rapidamente l’ormai vasta opera di questa scrittrice, notiamo infatti – volgendo così alle conclusioni di queste pagine –  come questa abbia ambientato il suo gioiello letterario d’esordio in uno scenario assolutamente altro e distante, ossia l’India, sia giunta poi solo molto dopo, con uno dei suoi ultimi lavori, ad una cornice in gran parte italiana, narrando una storia che si sviluppa per lo più tra Roma e la Sicilia, per approdare infine, con questo lavoro, nel suo Salento. Della sua terra d’origine Raffaella Verdesca ci svela nelle pagine che seguono il passato femminile nelle sue forme più intime e pertanto inafferrabili, quelle cioè del vissuto emotivo, restituendoci la profondità interiore di un mondo di donne a cui possiamo ridare nuovi confini e contorni, esplorandole attraverso ritratti da leggere, da sfogliare e da meditare, per riscoprire cosa di quell’universo umano ancora sopravviva, ossia, con le parole dell’autrice, «l’insegnamento di un Salento al femminile capace di dignità e dolore, speranza e riscatto, padrone del coraggio di credere ancora».

3 Commenti a Piccolissime porzioni di un’antica civiltà contadina. Prefazione a Volti di carta

  1. Se con questa lunga e appassionata disquisizione si voleva suscitare l’interesse a leggere il libro di R: Verdesca,l’intento è pienamente riuscito:
    Condivido pienamente come l’atomo sia parte costitutiva di un tutto imprescindibile e quanto la narrazione del passato sia lievito di un presente vivo di quelle memorie.E’ urgente una corsa in libreria , complimenti all’autrice e al suo paladino.

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