La cernia che rese un tomolo di piselli

ph Giorgio Cretì

di Giorgio Cretì

Aveva dodici anni e andava in mare con Carmine, un vecchio pescatore cui mancava una mano, con un pic­colo schifo di non più di nove palmi(1). Suo padre ancora non lo portava con sé, perché riteneva che l’arte del padre, per impararla bene, bisognava stare sotto un altro che fa lo stesso mestiere. Almeno per un po’. D’altra parte, Carmine era una bra­va persona e, malgrado la mutilazione, anche un ottimo marinaio. Da lui Nunzio poteva imparare molte cose.

Con una barca così piccola non andavano molto lontano, ma, quando il mare lo per­metteva, doppiavano Punta Mucurone e si allontanavano, a volte, fino alle Striare dove Carmine conosceva un pascolo sotto una pic­cola sorgente di acqua dolce e, se ne valeva la pena, buttava una botta. Proprio fino a Santa Cesarea non ci arrivavano mai e pescavano sempre tra la Zinzulusa e Porto Miggiano.

Durante il tragitto era sempre Carmine a remare, ma quando si fermavano sopra un banco di sabbia o sopra una colonia di alghe, e bisognava tenere la barca in surplace  senza gettare la màzzara(2), ai remi stava sempre Nunzio.

Carmine non possedeva reti e pescava sempre con la togna(3), ma il pesce che prende­va in quei tempi di miseria profonda, gli era sufficiente per sopravvivere.

Nunzio non sempre si presentava al­l’appuntamento e Carmine, se non lo vede­va arrivare, partiva da solo. Poi, poteva trovarlo so­pra uno scoglio, oltre la Zinzulusa, che pe­scava da terra per conto suo. Le togne dei bambini erano fatte di cordicelle con alla fine legati peli di coda di cavallo strappati alle bestie sulla piazzetta del Porto; Nunzio pescava con quelle e porta­va a casa i pesci che prendeva, tutti pesciolini di scoglio, ottimi per la zuppa che sua madre chiamava brodetto e serviva per mangiare più volentieri il pane. Suo pa­dre a volte si complimentava con lui; altre, però, lo prendeva in giro dicendogli che i pesci grossi non abboccavano ai sui ami per compassione, per non doverselo tirare in mare.

Una sera che era tornato con la bisaccia piena di cefali, gli disse di aver visto una grossa cernia sotto la scogliera.

“Dove?”, Nunzio gli chiese.

“Dopo Romanelli”, disse il padre sorri­dendo.

“Dimmi dove!”, chiese Nunzio ansioso.

“Va là, che la cernia si lascia prendere da te!”, disse ancora il padre schernendolo.

“E tu dimmi dov’è!”, Nunzio insistette.

“Va bene”, disse finalmente il padre, “voglio vedere che cosa sai fare! Sai dov’è la Conca Ricciarda?”

“Sì che lo so. Prima di dove chiamano Trà­sico”.

“Sotto quella chianca(4) che affiora dall’ac­qua. Vai, la cernia sta aspettando te!”

A Nunzio non importava nulla del fatto che suo padre lo prendesse in giro, già gli ba­stava correre scalzo sulle rocce, libero, solo davanti al mare profondo e limpido, verde e azzurro e di tanti altri colori. Non era facile arrivare alla Conca Ricciarda da terra, ma per lui era un gioco perché era agile come una ca­pra.

Lasciò suo padre alla Croce, un orto di uli­vi e di fichi fuori dall’abitato, dalla parte do­ve aveva inizio la pianura, e si avviò con i suoi miseri attrezzi: una togna di coda di ca­vallo ed una lenza di canapa e filo di seta di Spagna, di quest’ultimo, però, ce n’erano so­lo pochi centimetri vicino all’amo. Non ave­va esche e passò dal castello, dove, tra i rude­ri delle vecchie mura, raccolse una manciata di cozze piccinne(5). Con quelle e con un pez­zo di canna se ne andò, balzelloni, giù per il viottolo che scendeva verso il mare, tra tanti piccoli giardini cintati da alti muri a secco dai quali sporgevano rami di fico e di carrubo e pale di ficodindia. Poi iniziò la discesa tra le rocce sopra la Grotta Romanelli, tra piante di cappero isolate ma rigogliose e macchie porporine di mattiola fiorita, abbarbicati alla pietra viva.

Quando giunse sul posto, allo scoglio indi­catogli dal padre, legò il suo pelo di cavallo alla funicella e schiacciò il guscio delle chioccio­line per farne esca: doveva prendere un bel pesce per la cernia. Il sole non era ancora scomparso dietro il monte ed il mare, caduta la brezza pomeridiana, era liscio come una tavola.

La carne fresca delle chioccioline piaceva ai pesci e Nunzio li tirava su man mano che abboccavano. Quando ebbe tirato su una perchia coloratissima, che gli sembrò sufficientemente grossa,  armò la lenza di canapa e la buttò subito in mare sotto lo scoglio; la legò ad uno sperone di roccia e  continuò a pescare sciurìuli, perchie e scianni(6), tutti buoni per la zuppa della sera.

Il mattino seguente, dopo la messa dome­nicale, così come si trovava, con il vestito della festa, Nunzio partì difilato giù per il viottolo e poi per la scogliera illuminata dal sole non ancora caldo. Correva contento e pensava a suo padre che l’aveva ancora preso in giro, ma a lui non importava nulla perché aveva un buon presagio. Deve suicidarsi, la cernia, gli aveva detto il padre, e lui era sicu­ro, proprio, che l’avrebbe fatto.

E così fu. La cernia era abboccata all’amo di Nunzio il quale non fu nemmeno sorpre­so quando arrivò giù allo scoglio dove aveva legato la sua lenza.  Era veramente grossa – che poi fu pesata ed era di quattordici chili –, ma Nunzio tanto fece che riuscì a tirarla fuori dall’ac­qua. Forse perché la bestia si era stremata di­battendosi tutta la notte, ma vi riuscì.

Di roccia in roccia, la issò a poco a poco fi­no al viottolo. Lì si fermò a prendere fiato. Pensò che avrebbe dovuto portarsi un sacco per metterla dentro, ora si sarebbe sporcato la giacchetta nuova! Ma come faceva a sape­re che l’avrebbe presa davvero! Non sapeva cosa fare, ma l’ansia di porta­re il grosso pesce subito a casa lo fece decide­re in fretta. Fece a quattro capi la lenza di ca­napa, legò la cernia per una ganascia e se la ap­pese ad una spalla. La coda gli arrivava quasi ai piedi e mentre egli camminava, faceva plà, plà, plà e gli sbatteva sui polpacci nudi. Su per il viottolo faceva fatica, ma anche quando l’animale si dibatteva, egli teneva du­ro. Aveva compiuto un’impresa e suo padre l’avrebbe riconosciuto. Ormai la giacchetta ed i calzoni della festa erano tutti bagnati di acqua di mare, ma Nunzio di questo non si preoccupava più.

Giunse a Funna Jana e dovette fermarsi perché proprio non ce la faceva più. Andar su per il viottolo era molto meglio che risalire la scogliera, ma si doveva comunque salire per una scala ripida e sconnessa. Si fermò.

“Nunnu Giovanni?”, chiamò dalla porticina di un orto.

“Che c’è?, uscettu(8)?”, rispose Giovanni Trappetaro affacciandosi subito sul viottolo e rimanendo esterefatto di fronte a quello spettacolo. “Come hai fatto, tu la zanzara, a portarla fin qua?”

“Me la guardi un momento che vado a chiamare mio padre? Non ce la faccio più”.

Da lì alla Croce c’erano appena duecento metri e Nunzio, lasciata la cernia alla custo­dia di Giovanni, corse a chiamare il padre. Non fece il giro per entrare dalla porticina; da dietro il muro cominciò a chiamare: “Mamma, mamma, mamma!” e sentì che sua madre diceva: “Guerrino, il ragazzo sta chiamando, va a vedere che cosa vuole”.

“Mamma, di’ a tata(9) di venire, che io sono stanco e non ce la faccio a portarla”.

“Mi prende in giro!”, diceva suo padre.

“No”, diceva la madre, “il ragazzo è tutto bagnato e sporco, vai a vedere”.

“Dove ce l’hai?”, gli gridò allora il padre.

“A Funna Jana!”, gridò Nunzio ormai senza fiato.

E suo padre andò con lui e trovò Giovanni che ancora parlava da solo di fronte all’impresa del ragazzo e continuava a ripetere: “Quella zanzara, che coraggio ha avuto a portarla fin qua da solo! E dice che viene da Conca Ricciarda!”

“Perché la via era brutta, disse forte Nunzio, ché se fosse stata via nuova sarei stato capace di portarla fino a Diso!”

Vendettero quella cernia ad un certo Laz­zari ed in cambio ne ebbero un tomolo di pi­selli che, unito al raccolto di fagioli della Croce, permise a tutta la famiglia un inverno senza grandi preoccupazioni.

1 palmo  = 25 cm.

Màzara, àncora.

Togna, bollentino.

Chianca, scoglio piatto.

Cozze piccinne, chioccioline bianche che vanno in letargo su erbe, ar­busti, muri e tronchi d’albero (Helicella pisana).

Sciurìuli, perchie e scianni, pesciolini di scoglio.

Nunnu, padrino.

Uscettu, figlioccio.

Tata, babbo.

(“il Rosone” – Anno VII n. 3, 1984)

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