Giulio Cesare Vanini e Francesco Paolo Raimondi, filosofi taurisanesi (terza parte)

Roma, Ettore Ferrari, Giulio Cesare Vanini (1889), Foto Giovanni Dall’Orto

di Maurizio Nocera

… Vanini, monaco carmelitano col nome di fra’ Gabriele, fu uno studioso accanito che, per la costruzione del suo pensiero filosofico non ebbe altra possibilità che quella di confrontarsi con le idee del suo tempo, che altro non erano se non quelle della Scolastica tomistica e del neoplatonismo plasmato forzatamente sulla dottrina cristiana. Per cui, il suo libertinismo e il suo ateismo non sono il frutto di un’adesione aprioristica alla rinata concezione del mondo naturistica, ma l’inevitabile conclusione di un pensiero fondato sugli scritti di pensatori antichi «come Luciano, Diagora, Protagora, Cicerone, Diodoro Siculo [in altra parte del libro (v. p. 178) a questi aggiungerà anche Lucrezio, Epicuro e Pomponazzi] e gli epicurei e, tra i moderni, Cardano e Machiavelli» (v. p. 106).

Ecco dunque perché, il Raimondi giustamente scrive che «la filosofia vaniniana […] è una filosofia della crisi [del suo tempo] ed è l’espressione di quello sgretolamento degli schemi culturali e mentali consolidatisi nella tradizione che prepara o […] accompagna il radicarsi di uno spirito scientifico moderno. Di qui l’istanza di un’audacia che si spinga fino all’esposizione al pericolo di morte. È questo il senso in cui ricorre più volte nel Vanini l’idea di aver intrapreso una via che non ammette scampo («quid philosopho exoptabilius, quam in literis et pro literis mori?») [che cosa c’è di più desiderabile per il filosofo che morire nelle lettere e per le lettere] e da cui non è possibile fare ritorno: «Noli – te deprecor – vanae gloriolae fuco deceptum, in ea me loca inducere, unde pedem referre non liceat. Sapientiae quidem studium me impellit, at rei magnitudo me revocat [Ti prego, non indurre me, ingannato da una vana piccola gloria, in quei luoghi dai quali non sia consentito ritirare il piede. Il desiderio di sapienza mi spinge, ma mi trattiene la grandezza della cosa]»./ Insomma, la battaglia per la liberazione e per l’emancipazione dell’uomo – che è poi uno dei tratti specifici della cultura libertina – passa attraverso un nuovo sapere che assume una funzione antistorica di demolizione della tradizione ricevuta. E forse in questa rottura con la cultura dominante va individuato il punto di massimo accostamento di Vanini al Bruno dell’ “Asino Cillenico” con la sua violenta polemica contro la falsa sapienza e con il suo prepotente smascheramento della falsità del sapere tramandato. V’è cioè nel Vanini la consapevolezza che l’emancipazione dell’uomo è stata a lungo ostacolata da una plurisecolare cultura di scuola, fondata sulla menzogna; che lo stesso sapere tradizionale, che ci è stato presentato con i connotati della sapienza da precettori incappucciati, si rivela ingannevole […] Ciò significa che la sapienza, in quanto costruzione umana, può fungere da copertura giustificativa di passioni o di interessi di parte. Che è poi quanto accade sia nel privato, quando il saggio è sopraffatto dal desiderio di costruirsi una fama imperitura o un proprio vantaggio economico e si spaccia per profeta mandato da Dio, sia nel pubblico dominio della politica, come accadde ai Romani che da uomini sapientissimi ricorsero alla superstizione per imbrigliare nelle maglie di un credo religioso la plebe» (v. pp. 144-145).

Sta qui, in questa ermeneutica di un nuovo sapere scientifico, profondamente materialista e ateo, che il Raimondi coglie il nocciolo del pensiero vaniniano, ricollocando il grande Taurisanese nel novero di quei filosofi postrinascimentali (mi riferisco a Copernico, Keplero, Galilei, Newton) che diedero una nuova spinta vitale propulsiva all’intera umanità. Scrive Raimondi che in Vanini è netta «la convinzione che l’uomo ha le sue radici nella realtà della natura: entro l’orizzonte naturale si originano insieme la scienza, la ricerca della certezza, l’etica, la politica, la saggezza come guida della condotta, ma anche l’errore, il dubbio, l’incertezza, l’inadeguatezza del sapere scientifico, l’inganno deliberato e la menzogna, le credenze religiose e le superstizioni, la varietà delle opinioni e la relatività dei costumi sociali. La strada della interpretazione razionale del mondo fisico ed umano – scrive ancora Raimondi – è lastricata di cedimenti, di cadute, di travisamenti che sono il segno più specifico della fragilità della condizione umana» (v. pp. 149-150).

Come si può facilmente intuire, siamo di fronte ad una corretta interpretazione del pensiero vaniniano, senza contorsioni linguistiche o subdole parafrasi. Raimondi cerca con ciò di andare al cuore del problema, a quello che è il materialismo ateista di Giulio Cesare Vanini, e con coraggio lo scrive pur sapendo che tale verità ancora oggi può far distorcere le labbra a qualcuno. Tanto da scrivere: «La filosofia naturale di Vanini ha un impianto materialistico e meccanicistico, poiché pone come principi del divenire unicamente la materia e il moto ed interpreta l’universo come un complesso meccanismo simile agli orologi. La materia è eterna, attiva, dotata di moto ed ha la duplice funzione di essere matrice dei processi generativi e principio di corporeità. Tutto ciò che esiste non è che corpo, che la quantità e la figura circoscrivono entro un limite finito. […] La nozione di materia è liberata da ogni sorta di animismo e di antropomorfismo. […] L’eternità della materia coincide con l’eternità del mondo» (v. pp. 211-213).

Che dire? Siamo di fronte allo svelamento di un pensiero, quello di Giulio Cesare Vanini che, grazie alla corretta interpretazione del Raimondi, appare essere, anzi è anticipatore di quel vasto movimento rivoluzionario che, nel XVIII secolo, passò sotto il titolo di Illuminismo producendo uno dei più grandi eventi della storia dell’umanità: la rivoluzione sociale francese del 1789. Su questo terreno, abbastanza scivoloso, conosco le riserve che Antonio Corsano, anch’egli filosofo taurisanese, esplicitò sull’intreccio Vanini / secolo del Lumi, ma su ciò io propendo più per la tesi dell’altro filosofo salentino, Giovanni Papuli il quale, proprio al Convegno di studi su “Giulio Cesare Vanini dal tardo Rinascimento al ‘libertinisme érudit’” (Taurisano, 24-26 ottobre 1985; Congedo, Galatina 2003), i cui Atti furono curati proprio da Francesco Paolo Raimondi – disse che «non si può negare che [Vanini] levi una dura protesta, in nome della ragione naturale, contro le più torbide tradizioni di pensiero che, fra l’altro, stanno a sostegno delle correnti conservatrici operanti sul piano politico» (p. 22).

Per cui non è per noi sorprendente il constatare che, dopo la filosofia naturistica del Taurisanese a cavallo dei secoli XVI-XVII, l’inevitabile conseguenza filosofica fu quella che nel ‘700 vide ergersi la Critica e l’agnosticismo di Emmanuel Kant e, a seguire nell’800 l’ateismo di Artur Schopenhauer e la filosofia della prassi di Karl Marx, e per quanto riguarda l’Italia, il pensiero filosofico politico di Antonio Gramsci.

Esemplarmente Raimondi chiude la sua “Monografia introduttiva” così: «La filosofia naturale del Vanini, pur riallacciandosi alla tradizione scientifica rinascimentale, contiene elementi di rottura con essa e sembra collocarsi in una fase di transizione tra una concezione magico-animistica dell’universo rinascimentale e quella quantitativo-meccanicistica della scienza seicentesca. L’impianto della sua fisica si fonda esclusivamente sui principi della materia e del moto […] Gli strumenti concettuali di Vanini restano quelli dell’aristotelismo, ma risentono fortemente della crisi da cui questo era travagliato ai primi del Seicento. Nella sua filosofia naturale non solo non rimane traccia della separazione aristotelica del mondo celeste e di quello terreno, ma subiscono altresì una profonda revisione i concetti di materia e di forma con spunti che talora fanno intravedere elementi di atomismo. L’universo si slarga in una dimensione infinita, perde ogni connotazione teleologica [la filosofia che studia la finalità delle cose], si spopola dell’ingombrante schiera di essenze demoniache e angeliche d’ogni sorta e si riafferma nella totale autonomia da ogni principio esterno e trascendente. Vacillano i pilastri dell’astronomia tolemaica e riaffiorano qua e là velatamente spunti di eliocentrismo. Cadono i modelli esplicativi della mentalità magica e di quella astrologica ed emerge una tendenza, seppure non ancora chiaramente sviluppata, verso una concezione quantitativa del mondo fisico. Si fa strada l’idea di un ordinamento causale stabile che non lascia spazio ad interventi di tipo miracolistico. Crolla la vecchia concezione dell’uomo microcosmo ed entra definitivamente in crisi il correlato antropocentrico» (v. pp. 234-235).

A quest’ultima citazione c’è poco da aggiungere, anzi non c’è nulla da aggiungere, perché rappresenta la summa del pensiero vaniniano, felicemente interpretato dal filosofo che, ai giorni nostri, ha saputo ridare onore e dignità all’Ateo Salentino, parlo cioè di Francesco Paolo Raimondi, la cui onestà intellettuale è così limpida da indurlo ad affermare, nella “Nota editoriale” (pp. 315-317), il desiderio di «esprimere i più sentiti ringraziamenti a coloro che hanno reso possibile [la pubblicazione del libro]. In particolare [Raimondi] sente l’obbligo morale di ringraziare il Prof. Giovanni Reale e il Prof. Giuseppe Girgenti per la disponibilità dimostrata nei [suoi] confronti e per avere creduto nell’opportunità di dare al pensiero del filosofo salentino un risalto che fino ad oggi la cultura italiana non ha saputo dargli».

E ancora, dopo aver ringraziato Sossio Giametta per avere caldeggiato la pubblicazione presso la Casa editrice, Raimondi ringrazia in modo particolare anche «Andrzej Nowicki e Giovanni Papuli che sono stati due essenziali punti di riferimento nelle [sue] ricerche vaniniane e si sono affiancati, nella prospettiva di alto profilo, alle due indimenticabili figure di Antonio Corsano e di Giuseppe Semerari».

A tutti questi nomi citati ovviamente, il curatore dell’opera omnia del Vanini, nel corpus delle sue notazioni, non dimentica di citare anche studiosi come Domenico Fazio, fondatore anch’egli, assieme ad altri nel 2010, del nuovo Centro Internazionale Studi “Giulio Cesare Vanini” con sede a Taurisano e a Lecce. Infine, Francesco Paolo Raimondi non dimentica di dedicare questa sua più che decennale fatica: affettuosamente egli la rivolge «ai [suoi] genitori Michele e Carmela Ranieri, a [sua] moglie Anna Rita e ai [suoi] figli Alessandra, Laura e Michele» (v. p. 5).

Ed ora, permettetemi di concludere con delle considerazioni a margine della presentazione di questo, per noi salentini, importante libro della Bompiani, che riguardano vicende a noi più vicine. Già sapete che il 19 novembre 2010 il Consiglio Comunale di Tolosa, su iniziativa dell’associazione francese “Libero Pensiero” e dell’analoga associazione italiana “Giordano Bruno”, ha deliberato per la posa di un Monumento e di una nuova intitolazione della piazza, che un tempo fu Place du Salin, nella quale, il 9 febbraio 1619, l’Inquisizione assassinò il filosofo taurisanese Giulio Cesare Vanini.

Io so che già le amministrazioni come il Comune di Taurisano, la Provincia di Lecce e la Regione Puglia hanno avuto la sensibilità di porsi anch’esse il problema di come ricordare questo grande Salentino, oggi studiato in quasi tutte le università del pianeta. A Lecce, tra i busti dei personaggi illustri esposti nella Villa comunale c’è ancora il suo profilo marmoreo (di esso ne parlò Vittorio Zacchino nel Convegno taurisanese del 1985) e qui, nella città in cui Egli nacque nel 1585, a fine dicembre dello scorso anno, dopo lungo restauro e su progetto dell’architetto Antonio Ciurlia, assessore alla cultura del Comune, è stata consegnata al pubblico quella che viene considerata essere la Casa natale del Filosofo.

Tutto ciò che è stato fatto finora è tanto, oserei dire anche molto, ma, permettetemi, credo che non sia ancora sufficiente, perché nella nostra comunità di conterranei del Taurisanese, la sua filosofia sembra essere emarginata e segretata, soprattutto nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.

Comprendo bene che non è facile dibattere serenamente e decidere su una questione così difficile e ancora dolorosa per tanti parti, in primo luogo per la Chiesa cattolica, il cui peso della storia è veramente grande considerando i suoi 2000 anni. Se essa, grazie al magistero di papa Giovanni Paolo II, ha impiegato quattro secoli per dire una nuova e più coerente parola su Galileo Galilei, quanti altri anni, spero non secoli, le occorreranno per dirne un’altra sul Filosofo Salentino? Certo, la Chiesa di Roma non è una piccola cosa e i suoi movimenti, data la complessità della sua storia, sono lenti e a volta imperscrutabili. E guardando il passato, soprattutto il secolo XIX non credo che abbiamo contribuito positivamente movimenti come quelli contraddistinti come anticlericali. L’anticlericalismo altro non è che l’aspetto estremista del fondamentalismo confessionale, come una sorta di luddismo nel campo delle lotte operaie.

Ecco dunque perché oggi, in epoca di grandi sconvolgimenti e di crisi devastanti e globali per l’intero pianeta, noi possiamo ben sperare in un’iniziativa del cardinale Gianfranco Ravasi, attuale ministro della cultura del Vaticano, il quale ha dato vita ad un suo vecchio progetto, chiamato “Cortile dei gentili”, entro cui egli promuove un sereno e pacato dibattito tra credenti e atei. Recentemente Ravasi ha dichiarato: «Il punto di partenza è un discorso che Benedetto XVI ha fatto a Natale del 2009, quando ha auspicato che si creasse uno spazio di dialogo tra credenti e non credenti, dove gli uomini possano interrogarsi su Dio anche senza conoscerlo. Il simbolo nasce dal tempio di Gerusalemme. Nel tempio – quello che fu frequentato anche da Gesù – oltre allo spazio riservato agli ebrei c’era un cortile per i pagani, che agli occhi degli ebrei erano come gli atei dei nostri giorni. Chi cercava di varcare quella frontiera rischiava la condanna a morte. Proprio a questo sembra riferirsi San Paolo quando scrive ai cristiani di Efeso che Cristo è venuto per abbattere il muro che divide gli ebrei dai gentili, riconciliando tutti e due in un solo corpo» (v. «L’espresso», 10 febbraio 2011, pp. 88-90).

Ecco, io credo che oggi sia venuto il momento di apertura per tutti noi, credenti e non credenti, e questo grazie anche all’apporto di uomini illuminati all’interno della Chiesa come il cardinale Ravasi, ed è così che, nel segno dell’Ateo Salentino, dobbiamo attrezzarci a non avere fretta, perché la sua crudele ma al contempo eroica morte ci deve far desistere dalle scorciatoie e dagli estremismi fondamentalisti. Ci siano d’esempio e di monito la morte di Socrate, la crocefissione del Cristo e il supplizio della filosofa Ipazia di Alessandria d’Egitto.

Finora qui, a Taurisano, non esiste una piazza al cui centro è eretto un Monumento al grande Taurisanese e tuttavia, oggi, un suo Monumento, sia pure non di marmo, ma di carta ce l’abbiamo. Si tratta di questo Monumento-libro della Bompiani, “Giulio Cesare Vanini. Tutte le opere” che, dopo anni e anni di passione e studio, il filosofo taurisanese Francesco Paolo Raimondi offre alla sua città, ai suoi concittadini e a tutti noi.

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