Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

La cultura del territorio salentino nella prima metà del Novecento

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

 

di Enrico Gaballo

Spigolando nella copiosa produzione letteraria di Luigi Corvaglia[1], il Capo di Santa Maria di Leuca, è descritto e raccontato in modo originale, straordinario e meraviglioso in “Finibusterre”, romanzo “tutto salentino” pubblicato nel 1936 a Milano per la “Società anonima Dante Alighieri”[2] e ristampato da Congedo Galatina 1981, con prefazione di Donato Valli.

Il Capo di Leuca “ai confini del mondo” una delle tante “Mirabilia Italiae”, è descritto con scultorei colpi di penna così: “entro la malìa di un mare di turchese è disteso il Capo scheletro gigantesco. Lo spazza il vento e lo dilava la pioggia; la roccia calva si trascina carponi al mare. Le spiagge flagellate e rose (quasi rosicchiate dal mare) si estendono entro una luce violenta che le illumina senza ombre”[3].

La descrizione del Capo di Leuca è un luminoso affresco, coreografia naturale, vasto palcoscenico entro cui “si muovono gli uomini assorti, come seguendo il ritmo lento di questa monotonia”[4].

Il romanzo “Finibusterre” è rappresentazione di personaggi “che parlano sottovoce o urlano, ma il loro vero linguaggio è ruminazione silenziosa”[5].

Il protagonista della “istoria” è Pietro, “un giovanottone” salentino “benfatto e tutto giudizio”[6] che nella prima metà dell’‘800, all’inizio della Restaurazione, attraverso molteplici avventure e sofferenze nel Salento dei baroni, riesce a realizzare il suo riscatto sociale e morale.

“Finibusterre” è un romanzo storico verista[7] che si contestualizza nella letteratura italiana del primo Novecento ed è “caratterizzato da un classicismo solenne di stretta derivazione rondesca[8] e manzoniana”[9].

Pur svolgendo la sua attività “di letterato di mestiere”[10], restò sempre vincolato alle sue origini salentine.

Infatti, in “Finibusterre” vi è tutto il Salento: gli ulivi, il paesaggio del Capo di Leuca, il fatalismo della gente salentina.

“Cantore” di “Finibusterrae”[11] viene definito il Corvaglia da Gino Pisanò in un suo articolo del 1986 del “Quotidiano di Lecce” perché in questa opera letteraria vi è “la sua vita, la sua preistoria, i suoi ulivi, …l’originalità lessicale”.

Pur svolgendo l’attività di scrittore e di studioso di storia della filosofia, lontano dalla sua terra d’origine, ha “movimentato il dibattito filosofico nazionale sul pensiero di un tormentato filosofo salentino: Giulio Cesare Vanini”[12].

La cultura salentina del Novecento è direttamente collegata con i gangli letterari italiani: Luigi Corvaglia, Giulio Cesare Viola e Girolamo Comi con Roma; Michele Saponaro con Milano. Lecce nel ‘900 predilige i rapporti con Firenze, Roma e Pisa. Vi è in questi letterati di mestiere un indissolubile intreccio tra Nazione e Regione[13].

Il 03.01.1948 a Lucugnano di Tricase sorse l’Accademia Salentina. Durò poco più di cinque anni. Tra i fondatori il citato poeta Girolamo Comi, Oreste Macrì ed altri. Successivamente si associarono Maria Corti[14], Luigi Corvaglia, maestri della critica letteraria come Mario Marti e noti pittori come Vincenzo Ciardo[15]. La cultura salentina residenziale ebbe quindi importanti sinapsi con quella nazionale senza rinnegare la sua perifericità di terrà di confine.

“Finibusterre” è infatti “ai confini del mondo”. In questa terra di mistero in cui il nomadismo si intreccia con il Fato, Luigi Corvaglia è il Vate, il Cantore, come con passione di convinto e verace salentino, lo definisce Gino Pisanò[16].

In “Finibusterre” infatti è condensata la vita dell’autore, “la sua terra, i suoi ulivi”. “Rovistavo un giorno ancor fanciullo tra le carte dei miei parenti… quando mi venne sott’occhio un manoscritto tarmato, una specie di romanzo. S’intitolava “Ulivetani[17]. L’ispirazione a scrivere “Finibusterre” nacque dal ritrovamento di questo “scartafaccio” come lo definisce il Corvaglia, trovato per caso.

Nel romanzo i personaggi sono gente che vive, lotta e spera tra gli uliveti dell’antica e favolosa Terra d’Otranto. Ed ancora a pag. 226 del romanzo edizione 1936 ecco come l’autore del romanzo, da intellettuale disincantato e filosofo controcorrente, in “Finibusterre” si trasforma magicamente in mitico sognatore quando racconta con varietà di immagini la nascita dell’ulivo. In questo scenario bucolico, sogniamo anche noi con grande emozione: Tra i boschi del Salento “un giorno le ninfe intrecciavano danze. Sopraggiunse Méliso, pastore che aveva umore ridanciano e prese a dileggiarle con versacci. Le ninfe, irritate, gli si fecero intorno come vespe, lo toccò la prima: Fatato! Le ganasce si fecero rigide, legnose. Lo toccò la seconda, poi la terza, la quarta…Da tocco a tocco le gambe divennero radici, penetrarono nel terreno, il tronco morto, scorza dura, le braccia, rame d’oleastro ove l’anima restò prigioniera. Figli di Méliso furono i polloni dell’albero. La pianta ebbe frutti, semi, si diffuse. Passarono molti anni. Una delle ninfe, impietosita, tolse la magia, ma Méliso era già secco. Anche nella maggior parte degli olivastri, suoi figlioli, l’anima si era fatta legnosa e non poterono nascere in forma d’uomini… I pochi che tornarono alla vita non riacquistarono quasi più l’abitudine del sorriso, così intima rimase in loro la natura dell’ulivo”[18]. Il mitico Salento del Capo di Leuca è il vero protagonista di questo romanzo.

La produzione letteraria del Corvaglia è molto vasta e si snoda con la pubblicazione di commedie come “La casa di Seneca” 1926; “Rondini” 1928; “Tantalo” 1929; “S. Teresa ed Alonzo” 1931. Con i “Quaderni mazziniani” editi dal 1943 al 1947 espresse con vigore e passione politica il suo pensiero repubblicano nell’Italia post fascista. Intensa l’attività di ricerca sul pensiero filosofico naturalistico – rinascimentale del Vanini e dello Scaligero[19]. ma questa attività speculativa esula dal presente contributo. Solo in “Finibusterre” l’anima del cantore si identifica e quasi si personalizza con la “roccia che si trascina carponi al mare” infinito ed è immagine viva del dramma spirituale ed esistenziale dell’autore[20].

In una società ipertecnologica e globalizzata qual è la nostra, con appariscenti crisi di identità, solo la cultura del territorio, intesa come curiosità, puntigliosa ricerca e conoscenza dei vari aspetti qualificanti la regione, potrà salvarci dall’attuale appiattimento ideologico e dallo spaesamento territoriale. La cultura del territorio, quindi, non è pura disquisizione letteraria, ma è valore sociale immenso soprattutto per le nuove generazioni.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°7


[1] Luigi Corvaglia nacque a Melissano il 27.02.1892. Dopo aver conseguito prima l’idoneità liceale con licenza d’onore e, successivamente, la maturità classica presso il Ginnasio – Liceo di Galatina si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza degli Studi di Pisa dove si laureò nel 1910. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale. Nel 1921 si laureò in Filosofia presso l’Università degli Studi di Torino (cfr. Quintino Scozi, Un paese del Sud, Melissano – Storie e tradizioni popolari, 1981, ETM Matino). Intensa fu la sua attività letteraria: pubblicò varie commedie già citate nel saggio. Nel 1936 pubblicò “Finibusterre”. Dal 1943 al 1946 partecipò attivamente alla vita politica del Dopoguerra e fu tra i fondatori del Partito Repubblicano Leccese insieme ad Oronzo Reale ed al neretino Pantaleo Ingusci. Dal 1943 al 1947 pubblicò i “Quaderni Mazziniani”. Trasferitosi a Roma nel 1947 si dedicò intensamente allo studio ed all’analisi del pensiero filosofico rinascimentale del ‘500. Fu tra i più affermati studiosi di Giulio Cesare Vanini e pubblicò varie opere sul filosofo taurisanese. Si spense a Roma il 26.02.1966.

[2] Albrighi, Segati & C., Milano,1936, 1; ristampato a Galatina (LE) nel 1981, con prefazione di Donato Valli.

[3] Finibusterre”, Albrighi, Segati & C., Milano,1936, 10.

[4] Finibusterre”, Albrighi, Segati & C., Milano,1936, 10.

[5] Finibusterre”, Albrighi, Segati & C., Milano,1936, 10.

[6] “Novecento Letterario Leccese” – Valli ed Anna Grazia Doria, febbraio 2002, Pietro Manni S.r.l. Editore, Lecce, 92.

[7] Antonio De Pascali, “Quotidiano di Lecce – Speciale Melissano”, 23.01.1993.

[8] “Rondesca” da “Ronda” rivista letteraria mensile fondata a Roma nell’aprile del 1919, da Riccardo Bacchelli, Cecchi, Boldini ed altri, che riproposero il gusto di uno stile lucido e sorvegliato (cfr. “Dizionario enciclopedico universale”, Sansone Editore, 1995, 1497).

[9] “Novecento Letterario Leccese” – Valli ed Anna Grazia Doria, febbraio 2002, Pietro Manni S.r.l. Editore, Lecce,10.

[10] “Novecento Letterario Leccese” – Valli ed Anna Grazia Doria, febbraio 2002, Pietro Manni S.r.l. Editore, Lecce, 9.

[11] Cfr. “Finibusterrae”, Edizione 1981, con prefazione di Donato Valli.

[12] Giulio Cesare Vanini nacque a Taurisano (LE) nel 1585. Si addottorò in diritto a Napoli nel 1606. Approfondì gli studi di teologia a Padova. Entrato nell’Ordine dei Carmelitani successivamente fu consacrato sacerdote. Viaggiò molto per l’Italia e l’Europa. Nel 1612 in Inghilterra, presente Francesco Bacone, famoso filosofo, abiurò la fede cattolica. Fu fatto prigioniero per aver attaccato la Chiesa anglicana, successivamente tornò al cattolicesimo (cfr. “Dizionario enciclopedico universale” Sansoni Editore, Milano, 1995, 1792).

[13] “Novecento Letterario Leccese” – Valli ed Anna Grazia Doria, febbraio 2002, Pietro Manni S.r.l. Editore, Lecce, 11.

[14] Maria Corti, scrittrice e filologa. La sua attività si è alternata tra problematiche di letteratura antica e classica con particolare attenzione alla letteratura contemporanea. Già docente all’Università del Salento. Tra le sue opere “L’ora di tutti”.

[15] “Quotidiano di Lecce- Paginone”, Gino Pisanò, 3 e 4 gennaio 1993.

[16] “Quotidiano di Lecce- Paginone”, “Il cantore di Finibusterre”, Gino Pisanò, 22.02.1986.

[17] cfr. Introduzione, “Finibusterre”, Edizione 1936.

[18] cfr. “Finibusterre”, Edizione 1936, 226.

[19] Giulio Cesare Scaligero, 1484 – 1558. Letterato, scrisse numerosi versi latini, epistole ed il “De causis linguae latinae”. L’opera più importante è “La Poetica”, pubblicata postuma, nel 1561 sul “Pensiero estetico di Aristotele”.

[20] cfr. Antonio De Pascali, “Quotidiano di Lecce – Speciale Melissano”, 1993.

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