Libri/ Lo stemma di Lecce

 

Lo Stemma di Lecce: momenti e monumenti. La Torre, la Lupa e il Leccio (Lecce, Edizioni del Grifo 2007, pp. 125, euro 12,00) a firma di Giovanna Falco.

Giovanna Falco ha ideato questo volume come una sorta di passeggiata nel tempo, dove la lupa e il leccio accompagnano il lettore nel susseguirsi di alcuni episodi salienti per la storia di Lecce. Michele Mainardi lo presenta come: «un’agile e consequenziale spartizione in paragrafi che aiuta una lettura a due facce: quella più immediata, rapida e succosa propria del testo e l’altra, ricca di richiami bibliografici in nota, che appartiene al gusto della voglia di spiegazioni raffinate, prese dalle fonti, cesellate dalla pazienza della ricerca meditata». Il testo, infatti, è suddiviso in tre capitoli corredati da quattro tabelle riassuntive, numerose postille e una ricca bibliografia suddivisa per argomenti.

L’autrice ha raccolto e messo a confronto, le testimonianze che hanno trattato direttamente o indirettamente le vicende legate allo stemma civico leccese dal Cinquecento ai giorni nostri: documenti, fonti letterarie e monumenti. Sono stati fondamentali per la ricerca gli studi di Jacopo Antonio Ferrari, Peregrino Scardino, Antonio Beatillo, Girolamo Marciano, Giulio Cesare Infantino, Luigi Giuseppe De Simone, Niccolò Foscarini, Filippo Bacile, Marcello Fagiolo e Vincenzo Cazzato, e altri.

 Il primo capitolo è dedicato alla storia dello stemma ed è diviso in due parti. La prima, Il campanile di Sant’Irene, tratta della torre medievale del Duomo, rappresentata su alcuni scudi cinquecenteschi e ritenuta dagli autori seicenteschi un emblema civico: sono state analizzate le fonti e individuati alcuni luoghi in cui compariva. Non ci sono documenti che confermano questa ipotesi. Nessun autore ha consultato documenti ufficiali che attestavano l’uso di questo campanile con l’accezione di stemma di città, né il cambio di figura dalla lupa alla torre e ancora il ritorno all’iconografia della lupa sotto il leccio. Per lo più gli storici riferiscono quanto riportato da altri, o hanno fatto congetture. Si nota, inoltre, una sostanziale differenza tra gli scrittori laici e quelli religiosi inerenti all’ipotetica preesistenza della torre di Sant’Irene: Ferrari è intento a provare le antichissime origini di Lecce e fa risalire lo stemma con la lupa all’epoca romana, ignorando deliberatamente il campanile, il gesuita Beatillo inneggia alla santa di Tessalonica e all’edificio dedicatole.

La seconda parte, La lupa e il leccio, è dedicata alla storia dello stemma attuale: dalla sua comparsa ufficiale negli Anni Trenta del ‘500, dovuta a ragioni di carattere amministrativo. Sono state esaminate oltre alle opere letterarie, alcune fonti archivistiche. Il primo documento in cui compaiono le due figure è un diploma di Carlo V datato 12 marzo 1536: l’imperatore conferisce ad Alfonso Mosco, barone di Melpignano il titolo di cavaliere aurato. La pergamena è conservata presso l’Archivio di Stato di Lecce e presenta le armi di Carlo V, di Lecce e dei Mosco. Altri documenti risalgono all’ultimo trentennio dell’Ottocento, sono depositati presso l’Archivio Storico Comunale. Trattano della blasonatura ufficiale dello stemma e sono datati dal 1870 al 1896, anno in cui la Commissione Araldica voluta dal sindaco Giuseppe Pellegrino e presieduta da Niccolò Foscarini, deliberò “D’argento all’elce sradicato di verde, fruttifero d’oro, ed una lupa di nero attraversante, Corona di città”. Dedicarono approfonditi studi alla questione, consultando numerosi documenti e opere, il giudice Luigi Giuseppe De Simone e poi il barone Filippo Bacile. Gli ultimi documenti riguardano il periodo fascista, quando alla lupa e al leccio fu affiancato il fascio littorio.

Sono controverse le argomentazioni inerenti al significato della lupa e del leccio: il tema affrontato nel secondo capitolo. Qui, nella prima parte, Le figure e i nomi della città, ci si sofferma sulle ipotesi che riconducono l’iconografia dello stemma agli antichi nomi di Lecce (LiceoLupiae, etc.) e alle caratteristiche del suo territorio. La seconda parte, Le figure e i miti, è dedicata alle simbologie pagane e cristiane attribuite alla lupa e al leccio nel corso dei secoli, quando all’originario significato pagano s’intreccia e poi si sovrappone quello religioso.

Il terzo capitolo, I monumenti e lo stemma di Lecce, è suddiviso in quindici parti. Sono elencati, in ordine cronologico (inizi del XVI secolo – 1896 ca.), gli edifici sacri e civili, i monumenti e le opere a stampa in cui compare lo stemma: le vicende storiche di questi manufatti permettono di comprendere le motivazioni politico-religiose che ne hanno determinata l’affissione. Non è stato possibile esaminare tutti gli esemplari considerati nell’Ottocento, perché di alcuni non c’è più alcuna testimonianza. Le opere analizzate sono, o erano presenti: nella cripta del Duomo, nelle chiese di San Sebastiano e di Santa Maria del Gaviglio, nell’Isola del Governatore, nel Sedile, nella chiesa dell’Ospedale dello Spirito Santo, sulla fontana nella piazza dei Mercanti, nelle chiese di Sant’Irene, di Santa Maria della Porta e dei Santi Niccolò e Cataldo, sui frontespizi di Pompeo de’ Renzi, il Duomo, nelle chiese di Sant’Antonio da Padova e di San Lazzaro, su porta San Biagio.

Giovanna Falco è un’appassionata studiosa della storia di Lecce. La sua città, e non solo, è l’oggetto di ricerche compiute nel corso degli anni. Ha pubblicato per due anni, sul settimanale “Notes – Appunti dal Salento” di Lecce, la rubrica “Passato e presente” dedicata alla storia e ai monumenti di Lecce. Il libro sullo stemma di Lecce è la sua prima opera.

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