Giuseppe Quintiliano Cuti di Gallipoli e il Galateo

Giuseppe Quintiliano Cuti e Galateo

(Note di possesso su un esemplare del “De situ Yapigiae”)

 

ANTONIO GALATEO, Liber de SITV IAPYGIAE, Basilea per Petrum Pernam MDLVIII. Frontespizio (coll. privata).

 

di Gilberto Spagnolo

Scrive Umberto Eco che “quello che l’infelice non sa è che la biblioteca non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, dove un giorno, nel momento fatale, potrai trovare quello che altri hanno letto prima di te”.

Per un bibliofilo, per chi, come me, è “innamorato” dei libri, “il momento fatale”, “emozionante”, giunge allorquando «Come un frutto proibito» (per usare una felice espressione di Rosario Iurlaro) un libro disperatamente cercato e trovato, un testo soprattutto “antico e raro” entra finalmente a fare parte della propria biblioteca e ad essa dà lustro.

Il libro qui in esame è infatti estremamente prezioso e fortunose circostanze mi hanno portato ad entrarne in possesso diversi anni fa acquistandolo dalla libreria Gaspare Casella di Guido lo Schiavo a Napoli.

È prezioso perché è un esemplare dell’edizione “principe” del De Situ Yapigiae di Antonio de Ferraris (1444-1517) detto il Galateo, l’opera più celebre del più noto degli umanisti salentini, una “sacra reliquia” (come l’ha definita Alessandro Laporta) curata dal marchese di Oria Giovan Bernardino Bonifacio, celebre letterato e “collezionista di libri”, nel 1558 con altri opuscoli a Basilea per i tipi del tipografo Pietro Perna. Lo è ancor di più se si considera la sua grande rarità e soprattutto, come ora vedremo, chi l’ha posseduto, il “cammino” che ha compiuto giungendo integro fino a noi dopo quasi 500 anni, sfidando il tempo e anche gli uomini.

Se non fosse stata pubblicata la Historia della città di Leuche, allo capo della Provincia de Terra d’Otranto allo golfo de capo de Lupo (un’autentica “rarità letteraria” di grande importanza per la storia di Leuca e salentina, tornata alla luce dopo 400 anni e il cui valore è stato posto all’attenzione degli studiosi da una pregevole ricerca di Alessandro Laporta e Francesco Quarto pubblicata a Tricase nel 2008 per le Edizioni dell’Iride) certamente avrei ignorato il “profilo biografico” di questo esemplare dell’opera del Galateo e quali “vicende” lo hanno interessato.

Ha facilitato il compito l’esame “paleografico” infatti di alcune chiose manoscritte poste ai margini di alcune carte e specialmente i nomi degli antichi possessori registrati di proprio pugno sul frontespizio. Qui infatti sono individuabili due note manoscritte dovute ad altrettante mani. Nella parte centrale del frontespizio, immediatamente sotto il testo “Reliquia versa pagina indicat”, con grafia seicentesca e con inchiostro ormai sbiadito si legge: “Nunc vero U. (triusque) I. (iuris) D. (octor) Iulij Caesaris Micetti ex dono D. (on) Felicis Pellegrini de Tricase (ora appartiene a me Giulio Cesare Micetti mi è stato donato da Felice Pellegrino di Tricase”).

Sul margine inferiore della carta, immediatamente sotto l’anno di stampa, sempre con grafia seicentesca, meno sbiadita e ben leggibile, vi è il nome del suo primo possessore: “ex libris U. (triusque) I. (uris) D. (octor) Ioseph Quint. (iliani) Cuti Gallipo (litanum) (già libro di Giuseppe Quintiliano Cuti Gallipolitano)”. Le suddette note “svelano” così le sue singolari caratteristiche e mettono in risalto una serie di considerazioni.

Il “Liber” anzitutto apparteneva alla biblioteca di Giuseppe Quintiliano Cuti, illustre uomo gallipolitano biografato da Bartolomeo Ravenna nelle sue Memorie Istoriche della città di Gallipoli. Figlio di Matteo Cuti “uno dei più rinomati Dottori di legge” viene definito dal Ravenna come il “più dotto tra i preti di Gallipoli allora viventi”. Vicario Capitolare stampò infatti il primo Sinodo Gallipolitano da lui composto e dato in luce sotto il nome del vescovo Don Giovanni Montoya de Cardona.

Poeta, autore di varie opere rimaste inedite “tra le quali un epitome di antichi manoscritti riguardanti l’istoria patria”. L’altro possessore invece, come si è potuto constatare leggendo la presentazione di Alessandro Laporta alla Historia della città di Leuche, è lo stesso che compare sui tre libri che compongono il volumetto miscellaneo scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Bari e ampiamente descritto da Francesco Quarto nel suo saggio.

Scrive, infatti A. Laporta (riporto testualmente): “Micetti non può che rimandare alla famiglia da cui uscirono Giulio Cesare che aveva preso in moglie Lucrezia Cuti di Gallipoli, probabilmente figlia di Quintiliano, ed Antonio, che aveva raccolto le memorie storiche della città di Gallipoli in cui si dice ampiamente anche di Tricase”.

Va detto anche che B. Ravenna biografando Leonardo Antonio Micetti indica la sua famiglia “originaria o vissuta in Tricase” e che “avendo forse avuto dal congiunto, Dottor D. Giuseppe Quintiliano Cuti, i varii manoscritti che avea raccolti formò un volume di Istoria della quale ho fatto menzione nella prefazione. La scrisse verso il 1697”.

Alla luce di queste significative indicazioni “nell’accidentato percorso” del libro, si ritrova “la presenza di questi poco noti campioni della storiografia salentina” (A. Laporta), gli intensi rapporti familiari e culturali che evidentemente legavano le famiglie Micetti e Cuti e le cittadine di Gallipoli e Tricase.

Quintiliano Cuti (le cui iniziali autografe compaiono sul retro del frontespizio, alla fine dell’Epistola Nuncupatoria e in qualche carta dell’interno) interviene nel testo con frequenti correzioni e annotazioni marginali, nonché approfondimenti, citazioni in greco, annotazioni di carattere linguistico (cita un libro di grammatica). A carta 35 “elimina” addirittura il seguente passo: “Exemplo nobis sunt Principes sacerdotum, quibus dum pauperes erant, fatis fuerant oluscula, pisciculi minuti; nunc nec terrae nec maria eorum gular ac libidini sufficuint”. L’esemplare, infine possiede ancora la sua rilegatura originale (pergamena “floscia” cinquecentesca).

Sul retro di copertina in grafia ottocentesca “Prima edizione originale di questa pregiatissima opera”.

Sempre sul frontespizio, a stampatello, in azzurro, le lettere appuntate G.B., forse di un timbro.

Sul dorso, calligrafato a “futura memoria”: Galatei Opera.

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