Libri| Sud da Borbone a Brigante

di Pino Aprile

 

Questo è un libro importante e molto ben fatto. Il suo valore consiste nella chiarezza dell’esposizione, nella puntualità (pignoleria, direi) del richiamo alle fonti e nell’intelligenza della scelta dei brani da confrontare e che riescono a riassumere molto. Insomma, sarebbe da segnalare e leggere solo perché un buon libro lo merita.

Invece, il maggior pregio di questo volume (senza nulla togliere all’autore) è in una domanda: perché un lavoro serio come questo non lo abbiamo da tempo immemorabile a cura di titolari di cattedra di storia? Perché il raffronto con quel che scrivevano autori “dalla parte dei vinti” è stato (salvo poche, tardive e lodevoli eccezioni) scartato a priori? Perché la versione degli sconfitti, da Giacinto de’ Sivo (“Storia delle Due Sicilie”), a Raffaele De Cesare (“La fine di un Regno”) è stata irrisa, ritenuta inattendibile per definizione, perché portatrice del presunto risentimento dei vinti che potrebbe deformare i fatti.

Così, la “buona storia” è la versione dei vincitori, che narra come necessaria per un alto fine una invasione senza dichiarazione di guerra, tace di paesi rasi al suolo, di rappresaglie con migliaia di morti, centinaia di migliaia di incarcerati e deportati senza accusa, processo e condanna. Quando chi compie queste cose non vince, ma perde, si parla di crimini di guerra. I fatti e i modi sono sempre quelli nel percorso dell’umanità, cambia il modo di raccontarli: un passo avanti verso una più alta civiltà, nella versione dei vincitori, un delitto in quella dei vinti.

Così, la storia ufficiale finisce per giustificare le cose come sono andate, perché così “dovevano” andare e il racconto attribuisce ai protagonisti un disegno chiaro a loro e, a posteriori, a tutti (salvo botte di sincerità quale quella di Oliver Cromwell, che quando gli chiesero come avesse costruito le basi della potenza britannica, rispose, più o meno, che nessuno va così lontano come chi non sa dove sta andando). Mentre il racconto dei vinti avviene attraverso l’arte: la letteratura (“I viceré” di Federico De Roberto, “La conquista del Sud” di Carlo Alianello, “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa…), la musica (basterebbe “Brigante se more” di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò), la pittura (si pensi a Goya, a Picasso con Guernica…).

Di Carlo riprende la voce inascoltata dei vinti (e molti ce ne sarebbero da aggiungere, dal duca di Maddaloni, unitarista deluso, costretto a scrivere sotto lo pseudonimo di Ausonio Vero, all’anonimo autore dell’imperdibile “Pro domo mea”, che io stesso scoprii essere Vincenzo degli Uberti, grande intellettuale e ingegnere unitarista ferito e ridotto al silenzio) e analizza le cose che raccontano. Lo fa affiancando alle loro opere quelle degli storici ufficiali, come detto. Con il risultato, senza alcuna forzatura, che i vinti dissero la verità. Si può discutere del dettaglio, come sempre, ma meritavano ascolto e considerazione.

Per più di qualcuno non è una sorpresa. Basterebbe ricordare quanto pubblicato, con dovizia di documentazione e indubitabile adesione ai principi risorgimentali, dal professor Umberto Levra (docente di storia risorgimentale all’Università di Torino; presidente dell’associazione degli storici risorgimentali; presidente del Museo del Risorgimento italiano) sul fine della Società di Storia Patria voluta dai Savoia nel 1830 e governata in modo ferreo, almeno sino al 1920, da due-tre famiglie: riscrivere di volta in volta la storia per adeguarla alle politiche sabaude; distruggere i documenti compromettenti, rendere inaccessibili altri. E ancor oggi, stando a quanto affermato da Alessandro Barbero sul dovere degli storici (e non solo), i sabaudisti (questo il nome in cui si riconoscono quei custodi dei fatti nostri) devono mirare a formare uno spirito nazionale più che dirci cosa accadde davvero. Tanto che sia Levra che il colonnello Cesare Cesari, direttore degli Archivi militari, autore di una importante storia del Brigantaggio pubblicata un secolo fa, scrivono che i documenti così “patriotticamente” distrutti sono talmente tanti, che non si potrà mai più ricostruire come andarono veramente le cose. Cesari specifica che il danno maggiore è proprio la sparizione di testimonianze e carte parlanti dei vinti.

Eppure, quello che fu prodotto e divulgato in quegli anni bui, da contemporanei (pur fra tante difficoltà: persecuzioni, processi, esilio, sparizione di opere pronte alla stampa, distruzione di tipografie), è stato accantonato.

E non lo meritava.

Alcuni storici di professione, da Roberto Martucci (“L’invenzione dell’unità d’Italia”) a Eugenio Di Rienzo (“Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee”, pur con un successivo rifacimento al ribasso, poco comprensibile), a John A. Davis (“Napoli e Napoleone. L’Italia meridionale nelle rivoluzioni europee 1780-1860”) ne avevano già dato atto; e tracce possono trovarsi in tanti altri, storici e no, da Paolo Mieli a Carlo Azeglio Ciampi. Ma l’opera di Michele Eugenio Di Carlo è sistematica, onestamente distaccata, senza timori di “sembrare” squilibrata, quindi preconcetta, in un senso o nell’altro.

Un lavoro che sarà di aiuto a quanti, senza pregiudizi, o persino avendone, vorranno guardare con la distanza del tempo quegli avvenimenti. Sarebbe ora, perché fu allora, mentre si fingeva di unificarlo, che il Paese venne diviso fra un Nord acchiappatutto e un Sud ridotto a colonia, con la nascita, a mano armata, della Questione meridionale.

Se lo si volesse unire, bisognerebbe ripartire da dove il filo, anche della verità, fu spezzato.

Il libro di Di Carlo è molto utile.

 

P.S.: il testo è immediatamente disponibile sia in formato cartaceo che e-book al seguente link:

https://www.amazon.it/SUD-BORBONE-BRIGANTE-Sicilie-prefazione/dp/B08LG194QR/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=sud%20da%20borbone%20a%20brigante&qid=1603442453&s=books&sr=1-1&fbclid=IwAR34k2DtATvFgejru9wAZRvOb_qGczdAG-ASOMha9NXdhMiBklnbo9gYl2Q

La scomparsa di don Antonio Minerba ad Alezio

di Ermanno Inguscio

 

Grande sconcerto in tre Comunità salentine: Alezio, Casarano ed Aradeo per l’improvvisa scomparsa del cinquantatreenne don Antonio Minerba. Egli era stato parroco ad Alezio per nove anni nella comunità dell’Addolorata. A Casarano aveva diretto la parrocchia del Sacro Cuore per un decennio, dal 2002 al 2012. Aradeo gli aveva dato i natali nel 1967, dove ancora vivono i suoi genitori, che in quel giorno nefasto dell’arresto cardiaco, lo aspettavano per il pranzo.

Cordoglio immenso è stato espresso da tutte le organizzazioni cattoliche locali, specie quelle giovanili, ma anche delle END e dei Cursillos, e dai sindaci di Alezio Barone, di Casarano De Nuzzo , di Aradeo Arcuti. Tempo tiranno. Ho fatto appena in tempo ad apprezzarne le doti umane e di coinvolgimento nella nona edizione delle Notti di San Rocco (16-18 ottobre 2020), dove mi aveva voluto come relatore, che un sms di Marcello Gaballo, ricevuto davanti al Castello angioino di Gallipoli, me ne ha annunciato la morte, avvenuta il 22 ottobre 2020.

Dopo i deliziosi fuochi pirotecnici di san Rocco di quest’anno in compagnia di don Antonio, ci eravamo lasciati con l’impegno di presenziare a qualche sua celebrazione liturgica presso il Santuario della Madonna della Lizza. Ma su quel sagrato, parrocchiani, amici e parenti, qualche giorno fa, sono state invece celebrate soltanto le sue esequie, alla presenza di mons. Filograna, presule della Diocesi di Nardò-Gallipoli.

In un suo biglietto autografo di ringraziamento, a conclusione della serata rocchina San Rocco e la devozione nel Salento, il 16 ottobre scorso, che conservo gelosamente, così scriveva don Antonio: “Un grande grazie nell’aver condiviso non solo quello che appartiene alla tua cultura, ma ne siamo convinti, al tuo cuore e alla tua vita: l’amore per San Rocco… Grazie di cuore per la tua presenza, per le tue parole e per aver scosso dentro di noi il desiderio di una vera devozione”.

La sua scomparsa, per tutti e per me in particolare, è stata un fulmine a ciel sereno ed ha risvegliato quell’antico dolore di quando, studente liceale, mi è occorso di perdere due altri maestri di vita, preti salesiani di don Bosco, il trentaseienne don P. Pugliese, professore di greco, calabrese di Tropea, e il quarantacinquenne don A. Ruocco, professore di religione, lucano di Rionero in Vulture. Con quelli, almeno, avevo trascorso molto più tempo, avevo condiviso studi, sport, attività teatrali e del tempo libero, ma il tempo datomi dal destino per apprezzare l’umanità e le profonde doti pastorali di don Antonio Minerba, è stato veramente dono di un avaro.

A noi tutti non resta che tenerne sempre impressa la figura nel cuore, con un quotidiano ricordo nella preghiera e con un amicale abbraccio ai suoi due genitori che, prima di noi, lo hanno amato e purtroppo, prematuramente perso.

 

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (terza parte)

Veduta di Oria (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato)

 

di Mirko Belfiore

 

Le numerose residenze risultano interessanti anche per lo studio delle fasi progettuali intercorse per la loro realizzazione che videro all’opera diverse maestranze. In primis il leccese Mauro Manieri, consulente di fiducia degli Imperiale, presente in buona parte delle fabbriche commissionate dalla dinastia.

A questi vanno aggiunti alcune interessanti figure come il romano Filippo Barigioni, stretto collaboratore del Cardinale Giuseppe Renato e il napoletano Ferdinando Sanfelice, affermato architetto sulla scena partenopea.

L’incrociarsi di questi tre nomi, nelle occasioni offerte dal programma di opere pubbliche e di gestione del patrimonio culturale varato dagli Imperiale durante i due secoli di governo è il dato più significativo di questa fase tarda del Barocco pugliese.

Anche se la cronica carenza di documenti non ha consentito sinora di distribuire con decisione la responsabilità per la progettazione e l’edificazione di una buona parte di questi palazzi, resta fondamentale l’opportunità verificatasi da questo incontro, inserito in un ambiente dove si rintraccia un orientamento culturale che fa da ponte fra Barocco e Neoclassico ma, allo stesso tempo, radicato ancora nel Manierismo e suggestionato da spunti Rococò.

Il nome del Manieri è presente in tutte le fabbriche più importanti come la residenza urbana di Francavilla e la Collegiata, il castello di Manduria o il palazzo di Latiano, a dimostrazione del fatto che in questo artista i feudatari trovavano piena fiducia per l’espressione del proprio gusto e dei propri desideri. Il possibile incontro con il Sanfelice viene ipotizzato dal De Dominici, il quale afferma che, durante il soggiorno giovanile a Napoli del Manieri o la presenza del napoletano a Nardò per le progettazioni di alcuni edifici sacri durante i primi decenni del Settecento presso il fratello vescovo Antonio (o, come afferma il Cantone, la presenza simultanea dei due nella fabbrica della Cattedrale di Salerno), possano essere stato il momento in cui essi abbiano potuto scambiare idee e suggerimenti.

Naturalmente, in queste occasioni, il Sanfelice aveva la parte del maestro vista l’età più tarda mentre al Manieri toccava la parte dell’interlocutore, in un ruolo tutt’altro che provinciale.

In questo sodalizio architettonico resta ancora da quantificare l’inserimento di una figura affermata come quella del Barigioni, il quale come architetto aveva grande credito presso il Cardinale Giuseppe Renato e che con molta probabilità fu il progettista del disegno a pianta centrale della Chiesa Matrice di Francavilla, disegno realizzato in occasione della ricostruzione dell’edificio dopo il terremoto del 1743.

Negli articoli successivi verranno presentate le varie residenze della famiglia Imperiale disseminate in terra d’Otranto e analizzate attraverso piccoli excursus storico-artistici e architettonici.

(continua)

Antica carta geografica della Terra d’Otranto (Antonio Zatta , 1774, disegno su carta, 405 x 308 mm, Venezia)

 

BIBLIOGRAFIA

V. Basile, Gli Imperiali in terra d’Otranto. Architettura e trasformazione urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Congedo editore, Galatina 2008.

V. Pacelli, Giovanfrancesco de Rosa detto Pacecco de Rosa, Paparo Edizioni, Napoli 2008.

F. Clavica e R. Jurlaro, Francavilla Fontana, Mondadori Electa, Milano 2007.

B. Croce, Un paradiso abitato da diavoli, Napoli 1891, edizione a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano 2006.

A. Cassiano, Note sul collezionismo, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, collana “il Barocco in Italia”, De Luca editori d’Arte, Roma 1995.

P. Leone de Castris, Lecce picciol Napoli, la Puglia, il Salento e la pittura napoletana dei secoli d’oro, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, collana “il Barocco in Italia”, De Luca editori d’Arte, Roma 1995.

L. Galante, La pittura, nel catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, a cura di A. Cassiano, De Luca editori d’Arte, collana “il Barocco in Italia”, Roma 1995.

M. Vinci, Spigolature sul Castello di Mesagne nel secolo XVIII-XX, in “Lu Lampiune”, anno VII, Mesagne 1991 n°1.

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A.P. Coco, Francavilla Fontana nella luce della storia, Taranto 1941, ristampa fotomeccanica Galatina 1988

C. D’Amone, Storia illustrata di Francavilla Fontana, sesto fascicolo, Francavilla Fontana 1988.

M.A. Visceglia, Territorio Feudo e Potere Locale, Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età Moderna, Coll. L’altra Europa, Guida Editore, Napoli 1988.

M. Paone, Inventari dei Palazzi del Principato di Francavilla (1735), Ed. Tipografica, Bari 1987.

M. Martucci, Carte topografiche di Francavilla Fontana, Oria e Casalnuovo del 1643 e documenti cartografici del principato Imperiali del secolo XVII, S.E.F., Francavilla Fontana 1986.

V. Cazzato, Architettura ed effimero nel Barocco leccese, in Barocco romano e Barocco italiano: il teatro, l’effimero, l’allegoria, a cura di M. Fagiolo e M.L. Madonna, Gangemi Editore, Roma-Reggio Calabria, 1985.

M. Pasculli Ferrara, Arte napoletana in Puglia dal XVI al XVIII secolo, Schena editore, Fasano 1983.

G. Galasso, Puglia tra provincializzazione e modernità (sec. XVI-XVIII), in “La Puglia tra barocco e rococò”, Electa, Milano 1982.

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A. Foscarini, Armerista e notiziario delle Famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra D’Otranto (oggi province di Lecce, Brindisi e Taranto) estinte e viventi, edizioni A. Forni, Bologna 1971.

L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, editori Vincenzo Manfredi e Giovanni de Bonis, Napoli 1797-1805, ristampa anastatica Bologna 1969-1971, libro IV.

P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Lecce 1869, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Bari 1901.

 

Per la prima parte:

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (prima parte)

Per la seconda parte:

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (seconda parte)

Scipione Puzzovivo di Nardò: frammenti

di Armando Polito

Come ben sanno gli addetti ai lavori, si definisce tradizione indiretta la trasmissione di un testo del passato, facente parte di un testo mai pubblicato o andato perduto. In parole povere si tratta di citazioni, impossibile dire se a memoria o meno,  riportate da autori successivi. Possono essere brevi (più spesso è così) che lunghe ed è cura dei filologi raccogliere i frammenti relativi ad una o più opere dello stesso autore in un unico corpo, in pratica un’antologia in cui il compilatore sarebbe stato ben felice di inserire il maggior numero possibile di brani, nella quale non ha voce la sua scelta ma la maggiore o minore ampiezza delle fonti, cioé degli autori citanti.

Se il fenomeno coinvolge tutti i secoli passati, difficilmente si porrà per quelli attuali (e, probabilmente, futuri), in cui il desiderio di esibirsi e di conservare memoria di sé contrasta con una sincera consapevolezza dei propri limiti, il cui ricordo non converrebbe lasciare all’eventuale residuo spirito critico di qualche postero. E se anche molti autori del passato avrebbero fatto probabilmente meglio a ridurre la loro prolificità, per non pochi c’è il rimpianto per un talento che avrebbe meritato un ben diverso destino, alimentato da quel poco che di loro si sa e da qualche frammento che della loro produzione  è rimasto.

Di entrambi i filoni, relativamente alla sfuggente figura del Pozzovivo, fornisco in sequenza gli unici dati a me noti:

1) Pietro Angelo Spera, De nobilitate professorum Grammaticae, et Humanitatis utriusque linguae, Francesco Savio, Napoli,  1641, p. 365:

Scipione Pozzovivo salentino di Nardò, nel quale non mediocremente risplendettero le luci dei filosofi greci, in patria per non pochi anni precettore dei figli dei primi (cittadini) e poeta pregevolissimo in lingua latina  e  toscana, venne infine a Napoli, dove tra persone come lui raggiunse un posto di condizione non inferiore.

2) Giovanni Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò, in Opere di Angelo, Stefano,  Bartolomeo,  Bonaventura,  Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1848, v. I, pp. 333-334 (cito da questa edizione, ma il primo dei due libri di cui consta quest’opera di Giovanni Bernardino era uscito nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Venezia, Zane, pp. 1-315:

Extat MS. apud Jo. Bernardinum Tafuri=Il manoscritto si trova presso Bernardino Tafuri (sulla perdita di tale manoscritto vedi la nota 2 del brano xuccessivo).

pp. 487-488:

In rapporto a questo secondo brano sono doverose le seguenti precisazioni: 

a) sulla sua fine ecco cosa si legge in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, s. n., Napoli, 1804, tomo VII, p. 10:

b) Credo che il Succinto ragguaglio del sito della Città di Nardò sia una variante di Descrizione della città di Nardò che si legge in 2). Un’ulteriore variante dovrebbe essere il Notizia dell’antichissima città di Nardò, e sua Chiesa Vescovile che si legge in  Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico …, op. cit. p. 10, insieme con l’informazione la quale rimase manoscritta, e fu involata dalla casa de’  signori Tafuri  (credo che qui involata non stia nel significato specifico di rubata ma in quello generico di volata via, scomparsa).

c) L’epigramma latino a p. 104 della raccolta del Grandi non è di Scipione Puzzovivo ma di Stefano Catalano, letterato nato a Gallipoli nel 1553 ed ivi morto nel 1620. Nella biografia che di lui scrisse Giambattista de Tomasi di Gallipoli, inserita nel settimo tomo della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli uscito per i tipi di Gervasi a Napoli nel 1820 sono ricordati i seguenti titoli, tutti rimasti manoscritti ed andati perduti: De origine urbis Callipolis (opera dedicata all’amico e concittadino Giambattista Crispo), Descrizione della città di Gallipoli, Vita di Giambattista Crispo.

d) Il libro che il Tafuri cita nella nota 2 e che recherebbe un epigramma del Puzzovivo in onore di Scipione Spina (che fu vescovo di Lecce dal 1591 al 1639) è, com’era facile ipotizzare, quasi irreperibile e l’OPAC segnala l’esistenza di un solo esemplare custodito nella Biblioteca Provinciale Nicola Bernardini a Lecce. Impossibilitato a muovermi agevolmente, lascio ad altri il compito di consultarlo e di integrare, se si riterrà opportuno, questo post. In compenso, però, ne ho trovato un altro , che più avanti commenterò, a p. 8 di Peregrini Scardini Sancticaesariensis epigrammatum centuria, Vitale, Napoli,1603 (come si vede è lo stesso autore del libro dedicato  al vescovo Spina):

Su Pellegrino  Scardino di San Cesario vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/.

3) Giovanni Bernardino Tafuri, Serie degli scrittori nati nel Regno di Napoli cominciando dal secolo V fino al secolo XVI, in Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, 1738, Tomo XVI, pp. 184-185:

… [L’accademia del Lauro] …

4) Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Severini, Napoli, 1753, tomo III, parte III, p. 4:

5) Giambattista Pollidori, De falsa defectione Neritine civitatis ad Venetos regnante Ferdinando I ,  in Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, a cura di Angelo Calogerà, Occhi, Venezia, 1739, tomo XIX, p. 225:

Scipione Puzzovivo Seniora coetaneo del  Marcianob  nel libro che ha il titolo ….

a E il Puzzovivo Iunior  molto probabilmente è lo Scipione Puzzovivo menzionato più volte (ma il testo non dà la certezza che si tratti della stessa persona, dal momento che l’omonimia è sempre in agguato anche in sussistenza di compatibilità cronologica) nel Libro d’annali de successi accaduti nella città di Nardò, notati da D. Gio. Battista Biscozzo di detta Città (cito dal testo edito da Nicola Vacca in Rinascenza salentina, anno IV (1936), n. 4:

A 22 Febraro 1646, andarono carcerati in Napoli, Notaro Alessandro Campilongo, Giandonato Ri, Scipione Puzzovivo, Nobile, e otto altre persone del popolo, per imposture fatteli dal Sig. Conte.

A 13 detto [Gennaio 1654] venne ordine dalla Regia agiunta fatta in Napoli, per la morte del D.r Mario Antonio Puzzovivo, che si conferiscanp, il Sindaco del Popolo,Gio. Donato Ri, e Scipione Puzzovivo, figlio del morto Puzzovivo, ordinando nella Regia Udienza di Lecce,che gli sia data quella gente che è di bisogno per la strada, e che possano andare con armi proibite.

A 20 detto [Gennaio 1654] partì per Napoli Scipione Puzzovivo, per la detta chiamatapartì solo senza il Sindaco del Popolo, havendolo portato sino a Conversano Gio. Ferrante de Noha, suo cugino, di là fu provvisto dal Sig. D. Tommaso Acquaviva di cavalcatura e denaro.

A 5 Marzo 1654 furono chiamati da venti persone dal detto Auditore, esamenandoli se il D.r Mario Antonio Puzzovivo era agente in Napoli della città di Nardò, e se avesse inimicizia con il Patrone, se fusse ammazzato, se Gio. Ferrante de Noha havesse portato  Scipione Puzzovivo in Conversano quando fu chiamato da S. E., se avessero inteso, che Mariantonio Puzzovivo fusse stato annazzato in Napoli, ad istanza del sig. duca delli Noci.   

A 16 Giugno 1654 fu carcerato Gio. Tommaso Sabatino per haver andato per servitore a Gio. Ferrante de Noha, e Scipione Puzzovivo, quando andarono a Conversano, acciò testifica che detto Puzzovivo, quando andò in Napoli chiamato da S. E., andò da Conversano, e negozziò con D.Tommaso Acquaviva.   

b Girolamo Marciano (1571-1628), autore di Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto, opera pubblicata postuma per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855.

Alla data del 1739, dunque, il manoscritto del Puzzovivo ancora esisteva prima di fare la fine di cui si parla, come abbiamo visto,  nella nota 2 relativa al secondo brano del n. 3.

 

6) Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1752, tomo III, parte I, p. 378:

7) Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1752, tomo III, parte II, p. 23:

 

È giunto ora il momento di riportare, enucleati,  tutti i frammenti che le fonti (tra parentesi tonde il numero relativo) appena passate in rassegna mi hanno consentito di individuare.

Frammenti della Descrizione della città di Nardò:

(2) Nardò una delle città più cospicue della Salentina provincia, o s’ave riguiardo all’antichità della sua origine, vantando i popoli Coni per suoi fondatori, o all’eccellenza del suo sito, vedendosi piantata in una amena, e fertile pianura, e sotto d’un Cielo Benigno, o alla nobiltà degli abitanti, potendo andar gonfia, ed altiera sopra d’ogn’altra del Regno di Napoli , vantando, oltre molti nobili, ventiquattro Baroni di Feudi.

(4) L’Amore costante, La Tirannide abbattuta, ovvero la crudeltà di Tiridate vinta dalla costanza di S.Gregorio Armeno, L’Erminia  (Titoli delle opere sceniche di  Raimondo De Vito).

(5) Sotto Ferdinando I d’Aragona patisce ancora molti danni, per la batteria, et assalto fattali dal Campo Venitiano dopo la presa di Gallipoli.

(6) Visse in questo tempo in qualità d’ottimo, ed esperto Medico Gregorio Muci, a cui da più parti concorreva la gente, o di persona, o con lettere per avere di lui la direzione nelle proprie infermità, ed indisposizioni, e quasi di continuo era fuori di casa chiamato ora in un luogo, ora in un altro. E se la Natura gli fu assai proprizia acciò lasciasse parti ben degni delsuo vivace, e spiritoso ingegno, avendo composte molte opere mediche, e filosofiche, delle quali solamente corre per le mani di tutti un suo dotto parere intorno il cavar sangue alle donne gravide, gli fu molto avara a provvederlo di figliuoli  non ostante d’esser stato ammogliato con Prudenzia Filieri. Gregorii Mucii Medici Neritini Opus Practicis perutile. De Vena sectioni in utero gerenti adversus negantes huiusmodi auxilium pro cautione ab Abortu. Neapoli apud Joannem Sulerbachium 1544 in 4°.

Sui dubbi che suscita il titolo del Muci tramandato dal Tafuri vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/06/gregorio-muci-medico-nardo-del-xvi-secolo-suo-libro-fantasma/

(7) L’antica, e nobile Famiglia Longo s’estinse in Alberigo, il quale siccome per la suua gran dottrina apportò somma gloria, e riputazione alla sua Patria,ed al suo Casato, così per amor della verità, e per difesa degl’Amici mancò miseramente di vivere in Roma da un colpo di Archibugio.

Frammento della commedia in endecasillabi sdruccioli Fortunio:

(2) Così vengo or più pronto a te medesimo/per dedicar la mia nuova Comedia.( Questa, è pur ver, fu parte di quel carcere,/ch’io già provai per le colpe imputatemi,/  e Tu per tormi da man de’ Satelliti,/che mi volean straziar per non requiescere/volesti mai finché me render libero/non vedesti da que’ lacci corporei,/onde legata fu per sempre l’anima.

Epigrammi

(3) Quae fuerant Lauri Phoebo sacra pascua quondam/Musarum cultrix Infima turba colit./Aruerant herbis, Cytisi vel flore carentes/saltus,nec Cantum qui daret, ullus erat./Contulit illa atavis felicia serta Camoenis/vaticinor nostris gloria maior erit./At modo quae gaudet Vatum Turba infima dici/certabit, Phoebo tum decus omne feret. 

Quelli che un tempo erano stati pascoli di alloro sacri a Febo (ora) li cura la schiera Infimaa adoratrice delle Muse. Erano inariditi a causa delle erbe, le balze prive pure del fiore del citiso e non c’era chi intonasse alcun canto. Essab ha recato alle antenate Camenec ricche corone. Annunzio: per i nostri ci sarà gloria maggiore. Ed ora quella schiera di poeti che gode a chiamarsi infima gareggerà, tributerà allora a Febo ogni onore.

 

a L’Accademia degli Infimi (per la storia di quest’accademia, sorta sulle cenwri di quella del Lauro, vedi Notizie delle accademie istituite nelle provincie napolitane, in Archivio storico per le province napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli, 1878, pp. 293 e seguenti).

b L’accademia.

c Nome romano delle Muse; molto probabilmente connesso con cànere=cantare e carmen=canto.

 

In quest’epigramma composto da distici elegiaci colgo una dichiarazione di modestia, forse anche troppo ostentata, anche se abilmente, attraverso la ripetizione nel secondo e nel penultimo verso (simmetria strutturale)  dell’accoppiamento delle parole infima e turba con inversione chiastica (Infima turba/Turba infima) e grammaticale in una sottile inversione dei ruoli: nella prima sequenza turba con iniziale minuscola, nome comune con significato iniziale notoriamente dispregiativo  ed Infima con iniziale maiuscola (nome proprio dell’accademia); il contrario nella seconda, dove Turba esprime una sorta di già avvenuta nobilitazione, prontamente ridimensionata, però, da infima abbassatosi ad aggettivo dal significato non certo esaltante. Tuttavia va detto che a p. 55 del tomo II dell’edizione della Istoria uscita per i tipi di Mosca a Napoli nel 1748  in testa al componimento si legge AD SCIPIONEM PUTEVIVUM e, poco prima, che l’autore è Tommaso Colucci di Galatone; insomma, dedicante e dedicatario risultano invertiti e buon senso vuole che l’ultima versione sia quella corretta.

(2,  nota d) Ardua res epigramma solet Scardine videri/nec multis unum saepe placere potest./Namque alii verba, et flores sectantur amoenos,/hic pondus rerum, scommatis ille salem,/fabula nonnullis arridet, priscaque multis/historia in laudem ritè retorta virum./Sed benè cunctorum retines tu corda libello/hoc decies claudens carmina dena tuo/queis neque verborum flores, nec copia rerum,/nec doctrinae laus nec charis ulla deest.

O Scardino, l’epigramma suole sembrare cosa difficile e a molti spesso può non piacere una sola cosa. Infatti alcuni amano le parole e i piacevoli fiori di eloquenza, questi l’importanza degli argomenti, quegli il sale del detto faceto, a parecchi piace la favola ed a molti la storia antica giustamente rivolta a lode degli uomini. Ma tu avvinci felicemente i cuori di tutti includendo in questo tuo opuscolo cento canti ai quali non mancano né fior di parole né abbondanza di argomenti né lode della dottrina né alcuna grazia.

Da notare queis, forma arcaica  per quibus, che ha la funzione di conferire solennità più che obbedire ad esigenze metriche.

Della serie dei componimenti elogiativi posti nella parte iniziale dell’opera di Ferdinando Epifanio Theoremata medica et philosophica, Balliono, Venezia, 1640 fa parte un epigramma del nostro formato da tre distici elegiaci, preceduto dall’intestazione Scipionis Puteivivi u(triusque) i(uris) d(octor) hexastichon ad auctorem: Nec melius quisquam te, Ferdinande, medetur/quos mala vis ferri, vel mala febris agit,/Nec facile invenias, doceat qui rectius artes;/quarum mille locos explicat iste liber./Ad te igitur veniat quicumque aud doctus haberi,/aut fieri sanus cum ratione velit.

(Esastico di Scipione Puzzovivo dottore di entrambi i diritti all’autore:  Nessuno meglio di te, Ferdinando, cura coloro che agita la maligna violenza della spada o una febbre maligna e non si potrebbe trovare facilmente chi insegnui più correttamente queste arti, delle quali questo libro spiega mille punti. Da te dunque venga chiunque voglia o essere considerato dotto o diventare sano con serietà scientifica).

Nella presentazione, ormai datata (http://www.lavocedinardo.it/bacheca3-03/ripresa0503-1.htm), di una sua imminente pubblicazione di una storia di Nardò del XVII Giancarlo De Pascalis così scriveva: … Il resto della storia prosegue segnalando le personalità di spicco nell’ambito culturale della città: in particolare sono da rilevare le presenze di Scipione Puzzovivo (che molti studiosi ritenevano non essere affatto vissuto ma pure invenzione storica del Tafuri) …

Non mi è stato possibile fino ad ora leggere tale documento (estremi della pubblicazione in http://www.storiadellacitta.it/associati%20CV/de%20pascalis.pdf:  Nardò nel Seicento: un manoscritto inedito di Girolamo de Falconibus, nella rivista “NERETUM – Annuario della Società di Storia Patria – Sez. di Nardò”, Congedo, Galatina 2003) e, quindi, non sono in grado di dire cosa eventualmente  aggiunga a queste note la parte dedicata al nostro Scipione, né conosco i nomi di coloro che, forse un po’ troppo frettolosamente condizionati dal vizietto della falsificazione notoriamente caro al Tafuri, hanno pensato che fosse un personaggio fittizio. Per fugare definitivamente questo dubbio credo, visto  che l’epigramma 3, per quanto detto, molto probabilmente andrebbe escluso dalla produzione del nostro, basti  il 2, nota d “ospitato” da Pellegrino Scardino proprio all’inizio della sua centuria. Ho detto ospitato, ma avrei fatto meglio a scrivere esibito, insieme con altri tre, rispettivamente di Giovanni Alfonso Massaro, Filippo Antonio Leone e Francesco Mauro, secondo la consuetudine, abbastanza frequente nella letteratura encomistica di quel tempo, di far precedere l’opera da recensioni poetiche di personaggi di una certa notorietà. L’epigramma in questione, inoltre, testimonia, da parte di Scipione, di un certo mantenimento di contatti  con l’ambiente culturale salentino.

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (seconda parte)

Veduta di Manduria (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato).

 

di Mirko Belfiore

 

In questi insediamenti gli Imperiale seppero lasciare un’impronta del loro operato con risultati artistici oggi ancora apprezzabili e che corrispondono, in parte, a quel “consumo ostentativo” di cui tutta l’area salentina ne fu caratterizzata in molti dei suoi centri più prestigiosi.

Una delle particolarità principali di quest’area sta proprio nel fatto che i profitti di un’agricoltura fortemente commercializzata, basti pensare alla produzione olearia o vinicola, venivano reinvestiti in una “nuova visione feudal-aristocratica della vita” che andò affermandosi a cavallo fra Seicento e Settecento, quando vengono ridisegnate le nuove residenze nelle città e i castelli si ingentiliscono con arredi e decorazioni.

Qui emerge con una certa consistenza una gusto nuovo nell’adibire a palazzo gli antichi manieri fortificati, già usanza in passato, ma che divenne un metodo ancora più in voga presso l’aristocrazia, fra il XVI e il XVII secolo. Le grandi famiglie nobiliari sentono il bisogno di vivere in maniera più consona alla propria condizione e se in principio si accontentano di far restaurare gli antichi manieri, ormai provati da numerosi assalti, terremoti e dall’usura degli anni, ora commissionano restauri sostanziosi che trasformano le strutture in un ibrido fra castello e palazzo.

stemma del casato genovese degli Imperiale

 

Nell’elenco degli aristocratici stilati dal Labrot, fra coloro che nelle varie parti del Regno adottano questa soluzione, compaiono gli stessi Imperiale. Effettivamente gli stessi lasciarono traccia oltre che a Francavilla anche nelle altre dimore usate periodicamente per caccia o villeggiatura (Avetrana, Carovigno, Massafra, Latiano, etc.) seguendo il gusto dell’epoca e traducendo l’immagine lussuosa degli edifici napoletani nelle proprie residenze con interessanti risultati artistici di cui possiamo farci un’idea anche tramite l’analisi degli inventari pervenuteci.

Un progetto concretizzatosi anche alla luce di quei rapporti con Napoli dove i più importanti feudatari avevano residenza stabile e da dove giungeva in periferia un modello che poteva essere replicato. In ambito pittorico, per esempio, la frequentazione diretta delle botteghe napoletane dei grandi artisti poteva tradursi nell’acquisto sia di quadri opera del pittore affermato quanto dei più bravi allievi presenti, con la possibilità di splendere qualcosa in meno.

D’altro canto, e il caso di Domenico Carella e della bottega dei Delli Guanti a Francavilla ha fatto scuola, la strategia di valorizzare gli stessi pittori locali salentini, i quali avevano avuto modo di formarsi a Napoli nelle stesse botteghe, poteva restituire opere d’arte dalla resa più che discreta e al passo con i grandi nomi della scuola napoletana.

Tutto ciò si tradusse in un collezionismo dai risvolti multipli, inteso sia come scelta ponderata e consapevole, finalizzata all’acquisto di opere legate da una tendenza o da un filo coerente quanto alla semplice realizzazione di ricche quadrerie, dove spesso le scelte se non erano casuali, erano dettate da oscillanti motivi di moda, convenienza, gusto e, probabilmente, anche da assembramenti ereditari.

Il più importante di questi elenchi di opere riguardante gli Imperiale è sicuramente quello redatto nel 1735 per conto di Michelle III. La lista ben ci delinea la cospicua collezione d’arte di proprietà del nobiluomo, la quale era costituita da più di 400 pezzi fra opere d’arte di ogni genere e oggettistica di pregevole fattura.

Nella sezione “quadri diversi” molte delle tele rimandano ai grandi nomi della scuola veneta, molto apprezzata, e replicata anche sotto forma di copie dagli originali (come in uso all’epoca) come il Veronese, il Tiziano, il Bassano e il Salviati di cui la Terra d’Otranto come buona parte della costa adriatica fu terra d’approdo per la folta presenza di mercanti veneziani. In aggiunta troviamo i grandi artisti napoletani come il Solimena, il Giordano, il de Matteis, il Pacecco de Rosa o Jusepe de Ribera e una piccolissima sezione dedicata agli esponenti della scuola romagnola come il Guido Reni.

Di questa celebrata collezione sappiamo che il nipote Michele IV Juniore la trasferì in blocco a Napoli presso palazzo Cellamare, sontuosa dimora napoletana sita in via delle Chiae, e di proprietà della nobildonna Costanza Eleonora Giudice, vedova di Giovan Francesco, affittata fin dal 1755 dall’Imperiale per una cospicua somma di ducati. Di questa collezione, alla morte del Principe, sappiamo che venne smembrata e in parte venduta dagli eredi, nella fattispecie dal cugino Vincenzo Imperiale e di cui una piccolissima parte possiamo ancora ritrovarla nel nucleo principale della pinacoteca di palazzo Imperiale a Latiano.

(continua)

 

Per la prima parte:

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (prima parte)

Gli Imperiale e le loro residenze in Terra d’Otranto (prima parte)

Veduta di Francavilla (Carlo Francesco Centonze, 1643, disegno su carta, Napoli, Archivio di Stato)

 

di Mirko Belfiore

 

In Terra d’Otranto l’estensione dei possedimenti feudali durante l’età moderna raramente raggiunse dimensioni paragonabili a quelle godute nelle altre province del regno di Napoli, con una significativa eccezione rappresentata dalla signoria degli Imperiale, principi di Francavilla e marchesi d’Oria e Casalnuovo.

Tramite un’attenta e oculata strategia di compravendite, quest’ultimi seppero realizzare una delle aree di potere fra le più estese del Meridione, secondo alcune stime il quarto per ordine di grandezza. In origine fu David “eroe della battaglia dei tre Imperi”, giovane orfano di Andrea Imperiale, il quale dopo aver liquidato le pendenze con gli altri rami della famiglia a Genova e stipulato con il demanio spagnolo un pactum de retrovendendo, entrò in possesso delle terre di Oria, Francavilla e Casalnuovo insieme ai feudi di Paretalto, San Vito, li Mauri, Motunato e Comunale in aggiunta ai casali di San Giorgio ed Erchie.

Si tratta dunque, ed è qui che troviamo la rarità della vicenda, di un passaggio immediato all’investimento feudale senza le trafile militari dei Grimaldi e dei Doria o burocratiche degli Squarciafico, da parte di un figlio di banchieri che divenuto soldato e proprietario di galee si presenta dinanzi al Vicerè Cardinal Granvelle, esclusivamente per acquistarsi una proprietà. L’atto fu redatto il 18 marzo 1572 e il Re di Spagna Filippo II rinunciò ai diritti su quest’area per una cifra di poco inferiore ai cinquantamila ducati, un deposito di centoventicinquemila ducati per il feudo di Oria e uno di quattromila per la dogana di Puglia concedendo all’Imperiale il titolo di Marchese mentre in compensazione a una vecchia concessione, lo stesso David riconobbe al precedente feudatario il Cardinale Federico Borromeo una somma di dieci mila ducati.

Con questa operazione finanziaria, David garantì per sé e i suoi successori una sicura rendita economica su cui fondare la fortuna della dinastia e un punto di partenza per proseguire nel progetto di allargamento dei confini del feudo. Poco tempo dopo, durante la prima metà del XVIII secolo, il nipote Carlo incrementò i possedimenti familiari tramite l’acquisto del feudo di Latiano (1641), baronia che non rimase a lungo nelle sue mani perché la rivendette al fratello Giovan Battista (1654) e da cui prese vita uno dei rami cadetti.

3. Ritratto di Michele III Imperiali Seniore (Anonimo, XVIII secolo, olio su tela, Francavilla Fontana, Castello-residenza).

 

Michele II, quarto Marchese d’Oria e primo Principe di Francavilla, portò avanti il progetto acquistando la cittadina di Massafra (1661) mentre a Michele III seniore si deve l’acquisizione dei feudi di Avetrana (1666), Maruggio, Sava, Modunato e Uggiano Montefusco (1715) e, qualche anno più tardi, delle terre di Carovigno e Serranova (1736). Agli Imperiale di Latiano, infine, si deve nel 1791 l’acquisto del feudo di Mesagne.

Tutti questi possedimenti riconfluirono nel Demanio alla morte senza eredi di Michele IV juniore (1782) il quale lasciò i suoi averi al cugino di terzo grado Vincenzo il quale da subito dovette affrontare in tribunale il Regio Fisco e quel Bernardo Tanucci, ministro delle finanze, intenzionato a eliminare quanto più possibile quella schiera di baronati locali ancora presenti nel Regno delle Due Sicilie e che secondo la sua visione impedivano pieno controllo territoriale al potere centrale di Napoli sulle province più periferiche come quella della Terra d’Otranto.

(continua)

Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (II parte)

Pubblichiamo i brani conclusivi dell’Introduzione alla Messapographia sive Historia Messapiae

 

di Domenico Urgesi

Le fonti di Diego

[…]

Le fonti basilari di Diego sono anzitutto quelle classiche: gli storici greci, Erodoto, Strabone, Pausania, da lui citati sia direttamente che attraverso le riletture umanistiche; allo stesso modo si avvale di Plinio, Virgilio e Festo. Copiosi sono i richiami da autori umanistici; Leandro Alberti e Gabriele Barrio sono suoi punti di riferimento, specialmente nel libro I della Historia Messapiae, come anche Lamberto Ortensio e Biondo Flavio. Non mancano Pontano, Facio, Sabellico, D’Alessandro, anche se in maniera un po’ defilata.

Le fonti della classicità greca e latina ricorrono specialmente nei primi due Libri. Notevole, per la trattazione dell’epoca romana, sembra anche il ricorso alla Historia Augusta, altra opera enciclopedica i cui estensori sono citati e/o parafrasati.

Continui e insistenti i riferimenti agli umanisti salentini, soprattutto Antonio De Ferrariis detto il Galateo il cui Liber de Situ Iapygiae (1558) viene citato molto spesso oltre che parafrasato; nei suoi confronti, il nostro riconosce continuamente un’autorevolezza indiscussa, attestata anche dal corografo Abrahamus Ortelius, che ne stampa un brano nella carta geografica della Apulia quae olim Iapygia inserita nel supplemento (1573) all’atlante Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato più volte ad Anversa a partire dal 1570; è lo stesso brano che Diego commenta nella parte iniziale del suo ms., quella dedicata alla descrizione naturalistica della Iapygia. All’autorevolezza corografica dello stesso Ortelius, Diego si richiama più volte.

Un posto speciale occupa Virgilio[1], sulla scia della lettura fattane da umanisti quali Biondo Flavio e Lamberto Ortensio, ma soprattutto da Auctores di età romana imperiale come Servio Mario Onorato, privilegiato mentore di Diego, di Giunio Valerio Probo, e di Ambrogio Teodosio Macrobio (il quale aveva contribuito a rendere l’opera virgiliana enciclopedica e a diffonderla enormemente). Molto verosimilmente, questi autori che avevano fatto di Virgilio uno dei massimi “sapienti” dello scibile umano mitologico, storico, religioso e filosofico, agli occhi di Diego legittimano la validità storica della mitologia classica. Accanto ad essi, però, non è da sottovalutare l’influenza dell’umanista Natale Conti, la cui Mythologiae sive explicationes fabularum libri X ebbe numerose edizioni tra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600[2]. Sembra mutuata proprio dal Conti, ampiamente citato da Diego, il suo forte richiamo alla mitologia; come per l’umanista, i miti pagani sono completamente assorbiti da Diego all’interno della sua assoluta fede cristiana, alla quale sono ricondotti.

Epifanio Ferdinando

 

Tra i Salentini, oltre al De Ferrariis, molto citato è l’amico e collega del padre Epifanio, Girolamo Marciano (1571-1628); sono anche conosciuti e citati, elencandoli qui in ordine cronologico, Antonello Coniger (XV-XVI sec.), Quinto Mario Corrado (1508-1575) e Iacopo Antonio Ferrari (1507-1588), come pure Giovan Battista Casmirio (XVI sec.) e Giulio Cesare Infantino (1581-1636), la cui opera (a noi nota come Lecce sacra) è citata come “Sacrarum Lupiarum”. Varie volte Diego attesta le sue affermazioni con l’autorevolezza del padre Epifanio.

Ad eccezione della Lecce sacra, pubblicata nel 1634, le opere di Marciano, Coniger, Casmirio e Ferrari, rimasero inedite per lungo tempo; ma, evidentemente, Diego ne possedeva (o, almeno, ne aveva letto) i manoscritti circolanti al suo tempo. L’elenco in ordine cronologico può essere utile: la cronaca del Coniger (Recoglimento de più scartafi de certe cronache moderneet antiche de più coseet rinuate le cose socesse in questa Provincia de Terra d’Otranto), databile al 1512, circolò manoscritta fino al 1700; la lettera del Corrado (Ad Cives Uritanos Oratio) è datata al 1561; la Epistola apologetica del Casmirio[3], databile al 1567, è stata pubblicata solo recentemente[4], ma circolava ms. ai tempi dell’autore; l’Apologia paradossica della città di Lecce del Ferrari (opera ultimata nel 1586[5] ma, benché pubblicata soltanto nel 1707 in Lecce, anch’essa era nota ai contemporanei essendo circolata ms.); la già citata opera (s.d., ma ante 1628) del Moricino (1558-1628), ms. ben noto ai tempi dei Ferdinando e che troverà solo nel 1674 la necessità di essere pubblicata (ma plagiata) dal Della Monaca; la Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto[6] (s.d., ma ante 1628) del Marciano, anch’essa circolata ms. ai suoi tempi. Sul Marciano, in particolare, bisogna rilevare che questo autore è continuamente citato e parafrasato da Diego, a volte esplicitamente, ma più spesso implicitamente.

Innumerevoli i richiami, quasi sempre espliciti, a Giovanni Giovine, Giovanni Antonio Summonte, Marino Freccia, Pandolfo Collenuccio, dalle cui opere Diego attinge notizie e considerazioni in continuazione; meno citati Tommaso Costo e Angelo Di Costanzo. In un’ottica comparativa, alla luce delle notevoli differenze ideologiche e di impostazione storiografica, nonché della loro differente dipendenza dal loro specifico contesto politico, sarebbe da approfondire quanto di codesti Auctores Diego condividesse, e fino a qual punto. Anche perché Collenuccio, Di Costanzo, Costo, Summonte, Freccia, ecc., sono i capostipiti di varie tendenze (filo-angioina, filo-aragonese, antispagnola) che saranno proposte tra XV e XVIII secolo, sulla cui fortuna utilissime sono le considerazioni di autorevoli studiosi quali Aurelio Musi[7] e Antonio Lerra[8] (che qui accenniamo solamente).

Peraltro, un altro illustre studioso, Angelantonio Spagnoletti, sottolinea che «… la ricostruzione della memoria municipale nel Regno di Napoli è organizzata su elementi facilmente riconducibili ad un unico modello: la fondazione eroica e leggendaria della città, la vita del santo protettore, il rinvenimento miracoloso del suo corpo, la costellazione di chiese e di edifici sacri, la cronotassi episcopale…»[9].

Questi autorevoli studiosi hanno, dunque, messo in evidenza il trasferimento agli storici-cronisti-storiografi locali di temi e modelli afferenti ai capostipiti napoletani, quali l’insistenza sui miti di fondazione di origine greco-romana, il tema della fedeltà, la dinamica del potere locale, il peso dell’agiografia, l’emergenza dell’antispagnolismo[10].

Troviamo questi temi in Diego Ferdinando, ma in una miscela del tutto particolare, in cui non sembra prevalere nessuna delle tendenze citate; insistente è, invece, il tema delle origini (incentrato sui Messapi) insieme a quello agiografico (incentrato su S. Eleuterio). La dinamica del potere è accennata nel ricordo della vicenda del pallio, ma soprattutto nel richiamo meticoloso ai privilegi[11] che Mesagne aveva ereditato dai sovrani angioino-durazzeschi, puntualmente elencati da Diego, teso a rivendicare alla propria patria l’antico status di città demaniale.

Ricorre spesso l’utilizzo di fonti ecclesiastiche come Eusebio di Cesarea e Lattanzio, il Venerabile Beda, S. Epifanio, Henschenius, ma soprattutto S. Agostino (il Doctor Gratiae), un epigono del quale, il monaco agostiniano Jacopo Filippo Foresti alias Eremitano, occupa un posto privilegiato nella narrazione del Ferdinando. Ma occorre aggiungere anche un’altra considerazione, più generale e complessiva: dalla narrazione di Diego emerge una Puglia incessantemente battuta da eserciti stranieri e da sciagure naturali; una narrazione che sembra ricalcare l’impianto degli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio, altro suo Auctor prediletto; considerazione che emerge da un sommario confronto tra l’intitolazione di alcuni capitoli del Baronio e di Diego e che meriterebbe, forse, un maggiore approfondimento. Il Martirologio del Baronio (presumibilmente nell’edizione del 1620), in particolare, fu la sua fonte privilegiata per attestare il martirio di S. Eleuterio a Mesagne; e Diego gli rimase fedele anche dopo la revisione fattane nel 1630 da Urbano VIII. Bisogna, però, notare che il Martirologio Urbaniano non chiuse definitivamente la questione del martirio di S. Eleuterio; tant’è che, ancora nel 1660, troviamo affermata, sebbene in maniera critica, la versione del martirio mesagnese in un Martirologio Agostiniano[12].

[…]

Altro autore utilizzato da Diego fu Cieco da Forlì, alias Cristoforo Scanello, autore di una Chronicha universale della fidelissima, et antiqua regione di Magna Grecia, overo Iapigia divisa in tre parti, cioè di Terra di Otranto, Terra di Bari et Puglia Piana, stampata a Venezia nel 1575. La cronaca pugliese dello Scanello ebbe notevole successo, ma fu ritenuta poco autorevole già dagli studiosi dei secoli seguenti; la sua credibilità fu definitivamente demolita nel 1892 da Ludovico Pepe[13].

[…]

Per il periodo angioino-aragonese e quello del Viceregno, Diego si avvale del Summonte, del Giovine, di Paolo di Tarsia, di Paolo Giovio ed altri (compreso il Mannarino), ma soprattutto dei protocolli notarili, dei Tavolari, del “libro dei privilegi[14], conservato in Archivio” come dice lo stesso Diego (ossia il cosidetto “Libro Rosso”), dai quali trae e mette in risalto i numerosi e preziosi diritti concessi specialmente dagli Angioini, dai Durazzeschi e poi da Ferrante e suoi successori.

Nei due capitoli finora ignoti (Sepulchra ed Inscriptiones), i riferimenti sono soprattutto a Luciano di Samosata e ai Manuzio, Paolo e Aldo il Giovane. Nel capitolo sulle epigrafi mesagnesi, Diego espone quelle tramandate sia dal padre Epifanio che da lui viste, e si cimenta nella interpretazione del loro significato, anche per spiegare le incongruenze tra alcune versioni. In verità, alcune epigrafi erano state già pubblicate da Aldo il giovane, sulla base di comunicazioni inviate ai Manuzio da Quinto Mario Corrado (e da Giovanni Antonio Paglia), molto prima che se ne occupassero sia Epifanio che Diego Ferdinando. La vicenda ingenerò un po’ di confusione, poi perpetuata fino a Diego; un nostro supplemento di indagine[15] ha consentito di ricostruirne in parte i contorni (ma ne diamo un accenno nel relativo commento a pié di pagina, nella traduzione).

Uno sguardo particolare merita la polemica insistente (ma espressa cortesemente) che Diego propone nei confronti di Giovanni Maria Moricino[16], l’autore dell’opera Dell’Antichità e vicissitudine della città di Brindisi. Opera di Giovanni Maria Moricino, filosofo e medico dell’istessa città, descritta dalla di lei origine sino all’anno 1604. Una copia di tale opera, di cui l’originale fu disperso, è custodita in Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi: ms. D/12, trascrizione datata al 1761. Essa fu pubblicata nel 1674 dal plagiario Andrea Della Monaca col titolo Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi.

Il Moricino era un medico e filosofo discendente da famiglia veneta, nato nel 1558, morto nel 1628; nel periodo 1604-1605 ricoprì la carica di Sindaco a Brindisi, mentre nel 1613 vi risultava Auditore[17]. Oltre che a Brindisi, visse anche in Mesagne, dove insegnò retorica, logica e geometria a Epifanio Ferdinando; molto probabile, quindi, che una copia del ms. del Moricino fosse stata nelle disponibilità della famiglia Ferdinando. Evidentemente, per poterlo contestare, Diego ne leggeva il manoscritto; e, ad onor del vero, in molti casi ne riconosceva la piena validità. Perché, allora, questa polemica? Quasi certamente, la possiamo capire leggendo ciò che Moricino scrive a carta 16v del suo citato ms.:

[…] Nel che non posso fare di non ridere la vana pretendenza di coloro che pretendono Misagne, picciola Terricciola distante da Brindisi otto miglia, esser Messapia Regia de’ Re Messeni e Capo de Salentini…

[…]

Il contenuto dell’opera

Anzitutto, il confronto storiografico di Diego con la bibliografia e gli studi storici di oggi sarebbe impari; pertanto, nell’edizione critica ci siamo limitati a segnalare gli studi e le ricerche storiche ed archeologiche più autorevoli. Risulta molto più proficuo, invece, metterlo a confronto con la bibliografia dei suoi tempi, sia per capire quali, e di quale tipo, fossero le sue fonti, sia per mettersi in sintonia col suo modo di pensare.

Un breve accenno (ma l’argomento meriterebbe un discorso a parte) alla forma linguistica del codice 1655: il latino di Diego è fatto di lunghissimi periodi, spesso scoordinati, circonvoluti, “torrenziali”, colmi di termini abbreviati; si ha l’impressione di leggere un “racconto orale”; e, forse, l’uso sfrenato delle abbreviazioni, alcune delle quali sembrano inventate proprio da lui, tanto sono inusuali e ardite, è funzionale all’incalzare del racconto. La traduzione ha cercato di essere fedele non solo nella lettera, ma anche nello stile, al testo dell’autore; ma, soprattutto, ha cercato di rendere pienamente il significato di ciò che Diego intendeva esprimere. Compiti non semplici, tant’è che soltanto dopo essere entrati in sintonia con il suo pensiero, è stato possibile individuare i sinonimi più adatti a rispecchiarlo. È utile, mi pare, segnalare l’utilizzo (non eccessivo, tutto sommato) di termini ed espressioni dialettali e pure in volgare, quali “vuttisciana”, “girator di paese”, “porta picciola”, “de corpo a corpo”, “adaquatione”, “porta nova”, “porta di Rusci”, etc., che è oggetto di uno studio in corso di stampa[18]. Interessanti, anche, le numerose varianti latine e vernacole del nome di Mesagne.

Ciò premesso, riassumere quest’opera in poche frasi è impresa titanica, se non risibile. A mio modesto parere, tuttavia, qualche breve considerazione sul suo contenuto è necessaria, per potercisi orientare. Se quello che abbiamo prima appena accennato è l’orizzonte culturale nel quale si muove Diego, sembra di poter affermare che il suo è un terreno piuttosto campanilistico, benché supportato da una vastissima erudizione. Ma, d’altronde, il campanilismo del Ferdinando non è poi tanto esagerato, se solo si mette la sua opera a confronto con quelle (del ‘500 e ‘600) di altre città meridionali, in particolar modo quelle calabresi ricordate da Francesco Campennì[19], in cui sembrano persistere le antiche contrapposizioni tra le varie colonie magnogreche, che riemergono più o meno consapevolmente addirittura in epoca seicentesca: si vedano, in particolare, le contrapposte storie municipali di Cosenza, Crotone e Vibo Valentia[20]. Nel nostro caso, la contrapposizione è quasi a tutto campo, pur in forme erudite, tra la (presunta) centralità mitologica e religiosa di Mesagne e le circostanti città.

In realtà, quello che Diego esplora e approfondisce è un terreno che in area salentina era stato già solcato dal Casmirio, dal Ferrari, dal Moricino, dal Marciano.

Come per costoro, anche il Ferdinando si ispira sostanzialmente ad una linea storiografica che, nel Mezzogiorno, parte dal Galateo e fa il paio con il De antiquitate et situ Calabriae (1571) di Gabriele Barrio. Le vicende dei popoli italici precedenti la civiltà romana sono lette dagli studiosi ed eruditi locali vissuti tra umanesimo ed età moderna, come il fenomeno culturale che fornisce gli specifici caratteri identitari costitutivi di una “nazione”. Così, Diego fonda l’identità della sua città, Mesagne, sulle memorie della “nazione messapica”, che tenta di definire, descrivere ed illustrare sulla base delle fonti di cui poteva disporre, quelle letterarie innanzitutto; a queste aggiunge, poi, le scarne fonti archeologiche che andavano emergendo nel periodo burrascoso del primo ‘600.

[…]

Diversamente dal Mannarino, è del tutto assente, in Diego, qualsiasi intento encomiastico di signori o feudatari coevi o passati; e, mentre Mannarino esalta la Misagne felix, in Diego risulta vano cercare un minimo accenno alla Mesagne reale dei suoi tempi, fatta eccezione per i ritrovamenti archeologici. La celebrazione di Mesagne era, per il primo, funzionale alla benevolenza (per sé e per la città) del feudatario Giovanni Antonio Albricci; mentre per Diego sembra fine a sé stessa, funzionale alla dimostrazione della magnificenza di Mesagne nei confronti di chicchessia.

[…]

Tuttavia, benché scarna, l’attenzione di Diego ai suddetti temi indica (e conferma) la consapevolezza, negli osservatori seicenteschi, dell’autonomia riconosciuta alle autorità comunali di Terra d’Otranto dai sovrani angioini e aragonesi e non da quelli spagnoli (nel sistema neo-feudale), come è stato messo in evidenza da vari recenti studi[21]. Probabilmente, non è senza motivo la puntualità archivistica che a tratti ritroviamo in questa Messapographia: sarà da illuminare nel quadro delle dispute e delle alleanze che sorsero tra l’Università di Mesagne, il potere baronale, quello ecclesiastico e quello Vicereale, un campo di ricerca che merita di essere ulteriormente e sistematicamente solcato[22].

L’intento programmatico, che oggi definiremmo ideologico, di Diego non è dichiarato (ma ce n’era bisogno?); tuttavia, rifulgono chiaramente due obiettivi: ─dimostrare che Mesagne fosse stata Messapia capitale dei Messapi; ─dimostrare altresì una forte preminenza cristiana di Messapia-Mesagne, in quanto sede del martirio di S. Eleuterio, posto cronologicamente nell’anno 121 d.C., secondo i ragionamenti logici di Diego. Da ciò derivano le due caratteristiche fondamentali di quest’opera: la valorizzazione della “nazione messapica” e l’apologia di S. Eleuterio, confluenti entrambe nella grandezza di Mesagne. Mentre rispetto al secondo punto, l’accostamento della storia cittadina a quella del santo patrono non è una caratteristica rara né in Terra d’Otranto, né in tutto il Mezzogiorno, riguardo al primo punto, invece, Diego è l’unico scrittore di storia municipale, nel Seicento salentino, ad illuminare la propria città sulla base di una storiografia messapica.

 

Diego Ferdinando e il Patronato di S. Eleuterio

Tali impostazioni risultano oggi plasticamente erronee; ma non erano assolutamente errate per Diego, e neanche per i suoi contemporanei, se è vero che nei documenti notarili ed ecclesiastici del suo tempo, Mesagne veniva indicata come Messapia (e ciò, in verità, fin dalla metà circa del ‘500). E Messapia veniva, pure, indicata la città nella epigrafe[23] incisa sul frontone del primo ordine della Chiesa Matrice riedificata, che reca la data del 1653. E le statue di S. Eleuterio, con Anzia e Corebo, erano e sono scolpite sul portale maggiore di detta chiesa (ma con un S. Eleuterio stranamente simile alla classica iconografia di S. Oronzo). Se, oggi, l’apologia di S. Eleuterio non ha più alcun senso, non era così nella mentalità (1655) dell’autore mesagnese; ma non era così, evidentemente, anche per i fedeli mesagnesi. Messapia e S. Eleuterio erano strettamente vincolati a costituire la base identitaria dei mesagnesi, come avvenuto in molte altre città salentine[24]. Erano così vincolati, che le statue dei tre Santi furono poste sul portale maggiore, affianco alla epigrafe inneggiante a Messapia, col Santo Eleuterio centrale e imponente, nonostante che la nuova chiesa, appena riedificata, fosse stata intitolata ad Ognissanti, mentre prima era intitolata ai tre Santi, come dice lo stesso Diego in questo ms., e come sarà poi ricordato (nel 1744) dall’Arciprete Moranza (vedi appresso).

Sul culto mesagnese di S. Eleuterio vi sono precedenti studi, ai quali rinviamo[25]. Ma questa, finora ignorata, insistenza di Diego sul presunto martirio mesagnese di S. Eleuterio apre nuovi squarci. Il legame che Diego stabilisce tra la Città ed il “suo” martire sembra ricondurre all’importanza della “parentela” col santo martire, dalla quale deriverebbe una concittadinanza (ossia parentela col sacro)[26] che da sola sarebbe bastata a dare sicurezza e preminenza alla città di Mesagne.

[…]

Da alcune carte nell’Archivio Capitolare di Mesagne, anzi, possiamo forse capire le motivazioni più profonde alla base della lunga dissertazione su S. Eleuterio. Sappiamo che Diego, divenuto sacerdote dopo la morte della consorte, fu accolto nel Capitolo nel 1648[27]. Mentre la nuova chiesa era in costruzione (essendo crollata il 31 gennaio 1649), fu perorata – su iniziativa della Civica Università – l’attribuzione effettiva del patronato alla Madonna del Carmine. Cosicché il 30 aprile 1651, il Capitolo della Chiesa Collegiata, «come in virtù del decreto et Bolla di Papa Urbano di felice memoria», preso atto che la Civica Università di Mesagne aveva «pigliato ed accettato ad Avvocata et Protettrice la gloriosa Vergine Santa Maria del Carmine acciò a suo tempo se ne celebri et solennizzi la festa in conformità di quello che s’ordina nelli detti Decreti pontifici», diede il proprio «consenso a quanto da detta Università era stato conchiuso […] nemine discrepante [corsivo nostro]»[28]. […]

Peraltro, rispetto ad altre Conclusioni Capitolari, questa sembra piuttosto sbrigativa, e il Capitolo, dal numero dei partecipanti – per essere un evento eccezionale – non sembra neanche molto affollato: solo una trentina sui circa 50 titolari. Sembrerebbe quasi che i religiosi capitolari non fossero molto entusiasti. Comunque, tra i Preti, Canonici e Presbiteri partecipanti a detta riunione del Capitolo mancava proprio Diego Ferdinando. Sorge il dubbio che la sua assenza non fosse casuale; che, cioè, Diego non condividesse l’operazione e non avesse partecipato per “motivi di opportunità”.

[…]

Tale dubbio è corroborato da un’altra Conclusione capitolare[29], in cui risulta che, nel mese di aprile del 1660, nel Capitolo (presenti, questa volta, oltre 50 religiosi) si discusse, fra l’altro, una precedente proposta di Diego, che fu accolta:

[il R.do Bartolomeo Leonardo Sasso…] Inoltre propone che il Dr. Fisico D. Diego Ferdinando per rinovare la venerazione de’ Nostri S(an)ti Eleuterio, Corebbo et Antea ne havea fatto fare un Quadro Grande, e desiderava che detto R.do capitolo gli concedesse una cappella per collocarlo, offerendo ducati 100 di capitale a detto Capitolo con obligo di messe e desiderava ancora che l’istesso R.do Capitolo insieme con l’Univ.(ersi)tà comparissero nella Sagra Congregazione in Roma per ottenere che detti s(an)ti ci siano concessi per Compadroni con la Beatissima vergine del Carmine e da tutti parimente fu concluso che citra preiudicium dell’altre concessioni di cappelle che si faranno per essere detto Sig. D. Diego benemerito di Capitali si concedesse detta Cappella [— —] se gli darà l’assenzo di Mons. Ill.mo Arcivescovo e che per l’avvenire non s’intenda con ciò fatto pregiudizio nelle concessioni che si faranno con sì poca somma e gli fu concessa la Cappella all’incontro di quella dov’è collocato il Quadro del S.(acro) Monte che è la 3a à man dritta in ord(in)e nell’entrare dalla Porta Magg(io)re della Chiesa et andare al Presbiterio e che si supplicasse in Roma per ottenere la d(ett)a Compadronanza a spese del med(esi)mo Sig. D. Diego.

Con questa decisione, dunque, fu accolta l’istanza di Diego di dedicare un altare a S. Eleuterio, come anche quella di chiedere alla sacra Congregazione dei Riti che Eleuterio, Antea e Corebo fossero elevati a Compatroni della Città, insieme con la Madonna del Carmine. Curiosamente, però, – sia detto per inciso – una precedente Conclusione Capitolare del 1658 ci informa che il Capitolo aveva accettato anche la nuova proposta dell’Università di proporre S. Oronzo quale protettore di Mesagne[30]. […]

Quanto all’istanza di Diego, non sappiamo se, e come, si sviluppò la perorazione della Compadronanza, ma l’altare di S. Eleuterio fu effettivamente realizzato, come risulta dalla Santa Visita svolta dall’Arcivescovo di Brindisi Francesco d’Estrada[31], che lo ispezionò il 18 ottobre 1660. Esso risulta pure nell’elenco degli altari dichiarati dall’Arciprete Antonio Moranza nel 1744, nella sua relazione consegnata all’Arcivescovo Antonino Sersale durante la Santa Visita[32]:

[…] L’altare di S. Eleuterio martire è della famiglia Ferdinandi, oggi ne tiene possesso il di loro erede il reverendo D. Diego cantore Baccone che ha il pensiero di provederlo di sacre suppellettili.

[…]

Tirando le somme, possiamo affermare che, per Diego Ferdinando, la magnificenza di Mesagne è soprattutto fondata sia sulle antiche (ma pretese) glorie messapiche che su quelle, religiose, dei proto-martiri Eleuterio, Antia e Corebo. Diego ritrova tali glorie nelle fonti letterarie, nei monumenti, nei documenti; i quali tutti attestano, nella sua concezione, che la magnificenza di Mesagne risaliva a ben prima della vendita della Terra di Misagne ai baroni (Beltrano nel 1522, Albricci nel 1591, De Angelis nel 1646). Sembra proprio questo il filo conduttore di tutta l’opera, sebbene non esplicitamente dichiarato.

[…] In conclusione, questa Historia Messapiae è una vera e propria miniera; scavandola ne possono venir fuori sassi, scorie, ma anche molti gioielli (e sono tanti). A tal proposito, segnalo soltanto alcuni brani interessanti:

Un gioco dei fanciulli con le monete

[carta 23r] «… Da ciò l’antica usanza dei fanciulli, ed il gioco di lanciare in alto i denari, e di presagire la sorte scegliendo o “testa” o “Nave”, genera in noi non poca fiducia nell’antichità. La moneta così contrassegnata, [come dice] Macrobio nel primo libro, capitolo 7 dei Saturnali, anche oggi è avvertita nel gioco dei dadi, quando i fanciulli, gettando in alto i denari, esclamano “Testa” o “Nave” in un gioco [che è] testimone dell’antichità».

L’Artopticus: La “frisa” ai tempi di Diego

[95v] «… quello che noi [chiamiamo] Arton, gli stessi Romani lo denominano Pane. Da ciò Artopta in Plinio nel libro 18, cap. 11, o Artopta in Plauto, [vocabolo] con cui chiamavano la donna fornaia, o il vasellame in cui veniva cotto il pane abbrustolito detto Artopticus».

La Vuttisciana

[carta 135v] «Da ciò [gli eruditi] sembrano spiegare la ragione di quella parola [vedi in appresso Vuttisciana], di cui ci serviamo non solo in Messapia, ma in tutta la Regione; vale a dire il giorno in cui non ci asteniamo per nulla dalle attività, poiché Giano, sia che fosse istruito da Saturno che accolse come ospite, oppure che fosse animato dal suo stesso genio e dalla [sua] saggezza, fu promotore dell’[attività] di piantare e seminare, e coltivare i campi {la ragione}, ed insegnò gli altri lavori per il vantaggio degli uomini, e per la coltivazione della terra. Perciò il giorno, in cui si fanno tutte queste cose, veniva chiamato Vuttisciana, vale a dire, “giorno di Giano”, o “ritratto [la personificazione] di Giano”.»

Il primo stemma di Mesagne

[carta 136v] «Inoltre, si vedrà l’effigie del Sole posta tra le spighe di frumento e scolpita su una pietra quadrata in una delle torri che, dal lato Meridionale, racchiudono le mura della nostra Città; e le spighe, poste sotto il Sole da entrambe le parti, che – si pensa – [siano] tra gli antichi simboli di Messapia [Mesagne], vogliono significare che anticamente i Messapi adoravano il Sole.»

Il castello Orsiniano di Mesagne

[205v] «Giovanni Antonio del Balzo Orsini […] A Mesagne, in verità, presso cui era solito recarsi spesso per via dell’aria più salubre e per diletto, costruì una Fortezza o grande Torre nei pressi del Castello vecchio [Castrum vetus] …».

[167v] «E, da una cerchia più grande, forse di tre miglia (da cui prima era recinta) fu ristretta ad una di un miglio, trincerata da fossati, mura, torri e munita di una Fortezza nel lato Boreale ed occidentale. Di questa Fortezza (che era chiamata Castello Vecchio [vetus Castrum]), la parte boreale, subìta la forza del tempo, crollò, ed il Principe dell’Avetrana volle abbattere negli anni passati <1630> la parte occidentale, in verità provvista di archi e fornici…».

Le distruzioni di Mesagne

[117r] «Soprattutto le Città di Messapia [Mesagne] e di Oria, che [si trovano] in mezzo all’Istmo tra Brindisi e Taranto, furono prese con la forza da Annibale e nel contempo date alle fiamme» [nel 212-211 a.C.];

[152v] Totila nel 547;

[166r] I Saraceni nel 914;

[239r-240r] I Francesi nel 1528-29.

Il contributo dei Mesagnesi alla difesa di Otranto dai Turchi, nel 1480

[222v] «Durante questa guerra, inoltre, che fu combattutta {da parte loro} contro i Turchi per riconquistare Otranto, i Cittadini di Mesagne pagarono cento fanti col pubblico denaro; e per i Viveri dell’Esercito inviarono molti moggi di farina, botti di vino e moltissimi animali, come leggiamo in alcune lettere Regie, che i Mesagnesi conservano. In esse, come dicono, il Re ordinò che i Cittadini di Mesagne non venissero afflitti da pagamenti straordinari, poiché [avevano dato] tutte queste cose di cui sopra …. [4 puntini di sospensione] <si vedano le lettere Regie in Archivio e se ne riportino esempi>».

Da rilevare, infine, il ricorso frequente all’etimologia (latina e greca), tanto per rafforzare i concetti espressi e/o argomentarli più compiutamente (emblematico il caso testé accennato di vuttisciana), quanto – invece – per escludere o confutare ipotesi e interpretazioni ritenute erronee. Ancora una volta, il nostro si avvale, per quelle che considera vere e proprie dimostrazioni, della letteratura specifica accreditata ai suoi tempi, tra cui Isidoro di Siviglia e Aldo Manuzio il Giovane (oltre che della propria vastissima erudizione). Sono spunti suggestivi, ovviamente; ma anche su questo specifico aspetto dell’opera di Diego Ferdinando, non c’è che da auspicare l’attenzione e il giudizio degli specialisti.

[…]

 

Note

[1] Sulla ricezione di Virgilio in ambito meridionale, cfr. almeno F. Tateo, Virgilio nella cultura umanistica del Mezzogiorno d’Italia, in Atti del Convegno Virgiliano di Brindisi nel bimillenario della morte (Brindisi 15-18 ottobre 1981), Università di Perugia 1983.

[2] Cfr. almeno, V. Costa, Natale Conti e la divulgazione della mitologia classica in Europa tra Cinquecento e Seicento, in Ricerche di antichità e tradizione classica (a c. di E. Lanzillotta), Tored 2004, pp. 257sgg.

[3] Ms. D/8 in Bib. “A. De Leo” (Brindisi).

[4] Iohannis Baptistae Casmirii, Epistola apologetica ad Quintum Marium Corradum, (a cura di R. Sernicola), edizioni Edisai, 2017.

[5] A. Laporta, Introduzione, in I. A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce, Cavallino, Capone 1977, p. XIV.

[6] Ms. D/3, in Bib. “A. De Leo” (Brindisi).

[7] A. Musi, Storie “nazionali” e storie locali, in Il libro e la piazza. Le storie locali dei Regni di Napoli e di Sicilia in età moderna, Manduria, Lacaita, 2004, pp. 13 sgg.

[8] A. Lerra, Un genere di lunga durata. Le descrizioni del Regno di Napoli, ivi, pp. 27 sgg.

[9] A. Spagnoletti, Ceti dirigenti e costruzione dell’identità urbana nelle città pugliesi tra XVI e XVII secolo, in A. Musi, Le città del Mezzogiorno nell’età moderna, Napoli 2001, p. 37.

[10] Vedi soprattutto Musi, Storie “nazionali” e storie locali, in Il libro e la piazza…, cit., p. 20.

[11] Alcuni si sono fortunatamente salvati e si possono apprezzare in Storia e fonti scritte: Mesagne tra i secoli XV e XVIII: Documenti della Biblioteca Comunale «Ugo Granafei» (a c. di F. Magistrale, M. Cannataro, P. Cordasco, C. Drago, C. Gattagrisi, S. Magistrale), Fasano, Schena Editore, 2001.

[12] Vedi Martyrologium Romanum Illustratum Sive Tabulae Ecclesiasticae Geographicis tabulis et notis historicis explicatae…, Authore RP Augustino Lubin Augustiniano…, Lutetiae Parisiorum…, 1660, p. 180.

[13] L. Pepe, Il Cieco da Forli, cronista e poeta del secolo XVI, Napoli, Tip. dell’Accademia reale delle scienze, 1892.

[14] Il rif. è alla raccolta dei documenti, ovvero Libro Rosso, in cui erano trascritte le concessioni, esenzioni, etc., statuite dai Regnanti in favore delle città demaniali. Quello di Lecce, ad esempio, fu pubblicato da Pier Fausto Palumbo in due volumi, nel 1997 e ‘98. Quello di Mesagne, invece, fu disperso, o distrutto, e non ha avuto la fortuna di essere tramandato.

[15] D. Urgesi, Epigrafi latine da Mesagne nelle opere di Aldo Manuzio il giovane, in corso di stampa.

[16] Il medico-filosofo G. M. Moricino (1560-1628) era stato, per tre anni, insegnante di Epifanio Ferdinando per le materie di Retorica, Logica e Geometria. Vedi Profilo, Vie, piazze, vichi e corti…, cit., p. 243; R. Jurlaro, Prefazione, in Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Rist. An. Bologna, Forni, 1972 dell’ed. Lecce, Pietro Micheli, 1674.

Per la sua bio-bibliografia, cfr. anzitutto Biblioteca Napoletana, et apparato a gli huomini illustri in lettere di Napoli, e del Regno, delle famiglie, terre, città, e religioni, che sono nello stesso Regno. Dalle loro origini per tutto l’anno 1678. Opera del Dottor Nicolo Toppi Patritio di Chieti, in Napoli, appresso Antonio Bulifon All’insegna della Sirena, 1678, p. 349. Inoltre, cfr. almeno E. Pedio, Il manoscritto di Giovanni Maria Moricino e la Storia di Brindisi del P. della Monaca, in «Rivista Storica Salentina», VI, 1904, pp. 364-74; Dizionario biografico degli uomini illustri [ma chiari] di Terra d’Otranto, cit., pp. 375-76; R. Jurlaro, Prefazione, in Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima …, cit; G. Jacovelli, Medici letterati brindisini tra 1500 e 1600, in «Brundisii Res», XV (1983), pp. 40-42.

[17] P. Cagnes – N. Scalese, Cronaca dei Sindaci di Brindisi, 1529-1787 (a cura di R. Jurlaro), Brindisi, Ed. Amici della «A. De Leo», 1978, p. 75 e p. 87.

[18] F. Scalera, Dialettismi e volgarismi nella Messapographia di Diego Ferdinando.

[19] F. Campennì, Le storie di città: lignaggio e territorio, in Il libro e la piazza…, cit., pp. 69 sgg.

[20] Ivi, pp. 87-93.

[21] Sull’argomento, vedi anzitutto M. A. Visceglia, Territorio, feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed età moderna, Napoli 1988, pp. 199 sgg., con la sua ampia bibliografia.

[22] Segnaliamo che una prima, fertile, incursione in codesto campo fu compiuta da Luigi greco, in Storia di Mesagne in età barocca, vol. I: I sindaci, l’università, i feudatari, Fasano 2000.

[23] Emendata dagli errori del lapicida, così recita: IN HONOREM SANCTORUM OMNIUM COLLAPSUM MESSAPIA RESTITUIT MDCLIII.

[24] Cfr., in proposito, M. Spedicato, L’identità plurima: i santi patroni nel Salento moderno e contemporaneo, in «L’Idomeneo» n. 10 (2008), pp. 145 sgg.; Id., Santi patroni e identità civiche nel Salento moderno e contemporaneo, Galatina 2009, pp. 9-18.

[25] F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927; G. Antonucci, Il martirio di S. Eleuterio, in Curiosità storiche mesagnesi, Bergamo 1929; L. Scoditti, S. Eleuterio e Mesagne (datt.), 1957; D. Urgesi, Una correzione all’iconografia mesagnese: Eleuterio, Anzia e Corebo non furono martirizzati a Mesagne, in Studi Salentini, LXX (1993).

[26] Interessanti, in merito, le considerazioni di F. Campennì, Le storie di città: lignaggio e territorio, cit., p. 102.

[27] Cfr., per tutti, Profilo, Vie, Piazze…, cit., p. 95.

[28] Archivio Capitolare di Mesagne, Conclusioni Capitolari, Cartella R/2, anno 1651, 30 aprile; v. anche A. C. Leopardi, Il Carmine nella realtà mesagnese, Bari 1979, pp. 70-71; e T. Cavallo, Il Santuario della Vergine SS. del Carmelo e i Padri Carmelitani nella storia di Mesagne, Fasano 1992, p. 74.

[29] A. C. M., Conclusioni Capitolari, ivi, anno 1660, 10 aprile.

[30] Ivi, anno 1658, 6 ottobre.

[31] L. Greco, in Storia di Mesagne in età barocca, vol. III: L’architettura sacra nella storia e nell’arte, Fasano 2001, p. 273.

[32] Ivi, p. 296.

 

Per la prima parte leggi qui:

Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (I parte)

Alezio e “Le notti di San Rocco”


Antonio Maccagnani, San Rocco, statua in cartapesta conservata nella parrocchia di S. Giovanni Battista a Parabita (foto Matteo Minelli)

 

di Ermanno Inguscio

Alezio, l’antica “Villa Picciotti” rivive oggi, come da molti decenni della sua storia, la magìa delle “Tre Notti di San Rocco” e la riproposizione delle antiche “fiere della Lizza” e quella d’autunno (o “di San Rocco”).

La manifestazione di quest’anno prevede l’ evento culturale-religioso che coinvolgerà gli abitanti della cittadina e di tutto il circondario con la tradizionale “fiera di San Rocco”. Essa è attestata ad Alezio sin dal XVIII secolo e un tempo nota come “fiera autunnale”. Oggi, come accennato, le due antiche fiere ( una della Vergine della Pietà e l’altra, quella di S. Maria della Purità) vengono accomunate nella seconda domenica di ottobre. La fiera di San Rocco ricade così in ottobre, soltanto perché in agosto prevale la fiera della Lizza, presso il famoso Santuario. E ciò sebbene san Rocco sia compatrono della città di Alezio e sia anche secondo protettore della stessa Diocesi di Nardò-Gallipoli.

Allietati dalle prime ore del mattino dalle note della Banda “Città di Castellana Grotte”, i suoi abitanti attendono di ascoltare con nuovo entusiasmo la grande “Salva” di botti di domenica 18 ottobre prossimo. In serata, alle 19,30, una grandiosa “fiaccolata” illuminerà la terrazza adiacente il Santuario.

Nel programma religioso-culturale, approntato per tutti i parrocchiani dal sapiente don Antonio Minerva si succederanno nell’ordine, dal 15 al 17 ottobre 2020, tre suggestive serate culturali sul tema della carità, chiamate “Le Notti di San Rocco”.

Venerdì 15, alle ore 19,00, per il tema “San Rocco, il santo della fraternità”, don Lucio Greco illustrerà l’Enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco. Ad Ermanno Inguscio, storico e critico letterario, è stato affidato il compito, nella serata di venerdì 16, di esporre all’uditorio le caratteristiche della devozione al Santo di Montpellier nel Salento. Riflessioni sullo stretto il rapporto tra eventi epidemici (peste, tifo, colera), nati spesso nei porti commerciali della Puglia, e il ricorso al Santo; sarà fatto cenno al complesso stato degli studi agiografici (M. Fliche), al concetto di protettorato, ai “cammini dei pellegrini”, alla diffusione del culto nei Paesi d’Europa e d’Oltreoceano, all’attualità della pandemia in corso del covid-19, alla simbologia classica del culto rocchino e alle attività svolte nei Convegni Internazionali di Montpellier, di Lisbona, di Venezia, di Madrid. Sabato 17, sul tema “San Rocco, il Santo della Carità”, il relatore don Giuseppe Venneri, direttore della Charitas diocesana di Nardò-Gallipoli, nel parlare dei segni della carità nella chiesa diocesana, presenta anche l’APP. TUCUM, strumento con cui supportare azioni operose sul territorio.

Nella mattinata di domenica 18, la solenne Messa in piazza registrerà la presenza del presule diocesano, il vescovo mons. Fernando Filograna. Una comunità in festa, dunque, con il rispetto di tutti gli accorgimenti e le regole anti corona virus, approntati dalle Autorità comunali e dal parroco don Antonio, in un tempo pandemico che quest’anno ha colpito nel mondo 38 milioni di persone (e quasi un milione di morti) in ogni continente e sotto ogni cielo. Oggi ognuno pensa ai progressi della medicina e il comune “sentiment” si orienta allo spuntare di un vaccino liberatorio.

La speranza scatenata dalla ricerca scientifica che ipotizza oltre cento vaccini di prevenzione entro il 2021, non sarà certo in contrasto con la fede nella potenza dell’aiuto sovrannaturale di un Santo, come San Rocco, che per secoli, nel bacino del Mediterraneo, ha più volte salvato intere comunità dalle periodiche pandemie che si presentano sul globo. Un augurio che scienza e taumaturgia, in tempo di covid-19, siano in grado di ristabilire salute pubblica e la ripresa della normalità di relazioni e della stessa economia.

Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (I parte)

Mesagne

Dall’edizione critica della Messapographia sive Historia Messapiae, ms. databile al 1655, recentemente pubblicata da Domenico Urgesi, con la collaborazione di Francesco Scalera, si riportano ampi stralci dell’introduzione.

 

L’inedito codice 1655 della Messapographia sive Historia Messapiae

di Diego Ferdinando: note introduttive 

di Domenico Urgesi

 

Nel panorama storiografico salentino, la storia di Mesagne acquista rilevanza pubblica negli anni ‘40 e ’50 dell’800, con vari articoli pubblicati su «Poliorama pittoresco» da F. D. P. Demitri[1], che vi pubblicò:

  1. Illustri salentini: Epifanio Ferdinando il Vecchio, («Poliorama pittoresco», 1844, pp. 269-70), corredato da una litografia del medico-filosofo;
  2. Mesagne (Ibidem, pp. 355-56 e pp. 371 sgg.), in cui furono anche pubblicate le famose litografie Veduta di Mesagne dalla parte di Occidente e Veduta di Mesagne dalla parte di Oriente, realizzate dal pittore mesagnese Antonio Criscuolo;
  3. Cenno biografico di Giovan Francesco Maya Materdona, (Ivi, 1850, pp. 269-70), corredato da un ritratto del poeta.

Sullo stesso periodico, nel 1858, al tramonto dell’età borbonica, pubblicò Antonio Profilo fu Tommaso[2]:

  1. Teresa dello Diago (Ivi, 1858, pp. 117-18);
  2. Sull’Accademia degli Affumicati di Mesagne, ai miei giovinetti concittadini (Ibidem, pp. 213 sgg.);
  3. La chiesa di Mater Domini in Mesagne (Ibidem, pp. 409-10).

La storiografia mesagnese ebbe un nuovo impulso negli anni ’70, successivi all’unificazione dell’Italia, quando Antonio Profilo[3], giovane e promettente esponente della destra storica locale, fu chiamato da Salvatore Grande a contribuire alla “Collana degli scrittori di Terra d’Otranto”. Fu un’impresa che vide la partecipazione dei più grandi intellettuali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano, Francesco Casotti, Luigi Maggiulli, Pietro Palumbo, Cosimo De Giorgi, Luigi Giuseppe De Simone, e molti altri, con lo scopo di portare alla ribalta della nazione italiana la cultura salentina, nel timore che l’unificazione appena compiuta avrebbe ridotto l’importanza di Lecce e della sua Provincia. In quell’ambito, che è stato definito “ideologia della salentinità”[4], la destra storica salentina ritenne necessario rivendicare l’alto valore della cultura di questo territorio, sia per sventare il pericolo di emarginazione culturale, quanto per limitare gli effetti della subordinazione al nuovo regime.

In quella temperie vide, così, la luce l’opera La Messapografia ovvero Memorie istoriche di Mesagne in Provincia di Lecce per l’avvocato Antonio Profilo fu Tommaso,

[…]

coerentemente all’impostazione del cenacolo culturale succitato, il Profilo dedica una particolare attenzione al ruolo dei Normanni nel territorio salentino e, in esso, di quello mesagnese (non dimenticando – però – i benefici ricevuti da angioini e aragonesi). All’interno del progetto cultural-politico del Grande, teso a rivendicare la dignità storica del tacco d’Italia, dunque, ebbe pubblica dignità la storiografia mesagnese messapografica, che fino ad allora era stata sotterranea, perlopiù inedita.

Infatti, le fonti più note della letteratura storiografica mesagnese sono quelle dovute alla famiglia dei Ferdinando, che si richiamano alla storia dei Messapi e ne adoperano il nome per dare il titolo alle loro opere: […]

La Messapographia di Epifanio Ferdinando

[…]

Nel contenuto, diversamente dalle opere scientifiche, l’Antiqua Messapographia di Epifanio appare soltanto un insieme di brevi trattazioni, benché la materia sia ben strutturata in capitoli concepiti in una sequenza cronologica che abbraccia la colonizzazione della Puglia da parte dei suoi mitici fondatori. La cronologia generale è esplicitamente ecclesiastica, anzi biblica. Epifanio, richiamando esplicitamente i calcoli eseguiti da Eusebio di Cesarea, ma anche Isidoro, Origene, Lattanzio, S. Agostino, etc. (e tuttavia non tutti concordi), stabilisce la creazione del mondo nell’anno 5199 prima della nascita di Cristo; e quest’ultima dopo 2957 anni dal Diluvio Universale, 2015 da Abramo, 1510 da Mosè, 752 dalla fondazione di Roma. Notevoli riflessioni si possono fare su codesto interessante aspetto, ma non è questa la sede opportuna; basti osservare che è la stessa cronologia accettata implicitamente dal figlio Diego che, in merito, nella sua Historia Messapiae, fa riferimento soprattutto al monaco agostiniano Eremitano.

Sembra opportuno, invece, sottolineare che Epifanio nei primi 15 capitoli (circa 114 pagine mss. su 166) si sofferma ad esaminare le vicende mitiche della regione Messapia e delle sue principali città, tra cui Brindisi, Oria, Taranto, Otranto, Lupiae e Rudiae, soprattutto in relazione a Mesagne e al suo presunto fondatore Messapo. […] il suo schema sembra quello già codificato da Biondo Flavio, poi seguito dal Galateo, e da molti altri corografi, come è stato rilevato da illustri studiosi quali Francesco Tateo e Domenico Defilippis[5].

[…]

Esula dal presente lavoro una puntuale comparazione tra le due opere; che sarà utile, comunque, e auspicabile; dal confronto, ne potrebbe venire meglio illuminata l’opera dei due Ferdinando. Intanto, possiamo dire che Diego trae sicuramente spunto dalla Messapographia del padre Epifanio, ma molto se ne distacca.

 

Breve biografia di Diego Ferdinando

Volgiamoci allora alla ms. Historia Messapiae di Diego Ferdinando, non senza aver fatto qualche accenno alla sua vita.

Diego nacque nel 1611, morì (giusto il liber mortuorum) il 14 maggio 1662[6]. Come il padre, studiò medicina. Il Profilo[7] ci dice che:

“Diego, chiamato anche Carlo Luigi, nato a 16 novembre 1611, fece i primi studi in patria sotto la direzione del sacerdote mesagnese Giacinto Monaco dottore di leggi ed egregio predicatore e filosofo […]

Fu dottore medico non inferiore al padre, storico, poeta ed ottimo teologo. Mortagli Margherita Geofilo sua moglie, indossò l’abito talare, addivenne prete e fu accettato nel 1648 nel grembo di questo Capitolo […] tutta volta continuò ad esercitare la sua professione sino ai 13 maggio 1662, giorno di sua morte.

[…] Oltre non pochi lavori in medicina, rimasti inediti ed ora dispersi, scrisse più ampiamente del padre la sua Historia Messapiae che divise in sei libri compresi in due tomi. Meritò gli elogi di non pochi letterati suoi coetanei per questo libro che a parere dei medesimi avrebbe desiderato la pubblica luce […]”

Diego raccolse, quindi, l’eredità storiografica della paterna Antiqua Messapographia, la sviluppò ed elaborò un’opera molto più corposa e approfondita, pur conservando – sostanzialmente – l’impianto “messapografico” paterno. Il Profilo la accredita semplicemente del titolo Historia Messapiae. La Bib. “De Leo” ne possiede una trascrizione eseguita in data imprecisata (ma, presumibilmente, non molto dopo quella di Epifanio) da Ortensio De Leo[8], con il titolo MESSAPOGRAPHIA / SIVE / HISTORIA / MESSAPIAE / Auctore / DIDACO FERDINANDO / Medico et Philosopho / Messapiensi; essa risulta costituita da 4 libri, non 6 come dice il Profilo.

Il titolo Historia Messapiae è accennato anche dal figlio di Diego, Epifanio il giovane, nei succinti cenni biografici che ne tracciò, unitamente a molti altri personaggi mesagnesi, in un’inedita opera in più volumi, databile al 1702, laddove scrive[9]:

“Carlo Afrodisio, per divozione detto Diego, fù D. Medico, e marito di Margarita Gionfalo, doppo la morte della quale, divenuto sacerdote, morì nel 1662 in concetto di huomo pio […].

Fù Diego Medico famoso a suo tempo, ed [vari puntini di sospensione] per lo suo sapere, ché per la bontà di vita. Fù egli Poeta ed Istorico; e lasciò molti manuscritti di Medicina, ed un libro della Storia della sua Padria, che da me si conservano. […]”

Pertanto, è plausibile che il titolo che accennò il figlio Epifanio (Storia della sua Padria), non corrisponda ad altro che alla Historia Messapiae. Codesto stesso titolo è riferito anche nelle annotazioni (non autografe) all’opera di G. B. Lezzi[10] – ms. D/5 della citata Bib. “De Leo” databile all’ultimo quarto del secolo XVIII – dalle quali apprendiamo, fra l’altro, che[11]:

“Ferdinando Diego, detto anche Carlo per sua devozione, nato in Mesagne 16 Nov. 1611. […] Fu, dice il di lui figlio, Diego medico famoso a suo tempo, e per il suo sapere, che per la bontà di vita. Fu egli Poeta ed Istorico, e copiò molti mss. di Medicina, ed un libro dell’istoria della sua Patria, che da me si conservano. Questa storia della sua Patria ha per titolo: Messapographia sive Historia Messapiae Auctore Didaco Ferdinando Medico et Philosopho Messapiense. È divisa in 4 libri, ed è scritta con maggior eleganza ma anche con maggior prolissità che quella di Suo Padre, i quali ci han conservate molte buone notizie, ma molte favole anche adottano che non trovano così facile lo smaltimento. Non vi sono di lui alcune opere alla stampa, se non un’Ode in versi toscani con una breve Orazione agli Accademici di Mesagne in morte di Caterina sua figlia nelle composizioni funebri per essa Caterina pubblicate in Lecce nel 1659 […]. Di costui parla con lode il De Angelis nella vita di Epifanio suo Padre c. 220 e c. 230 […].”

Anche qui, dunque, leggiamo che l’opera di Diego è costituita da 4 libri, non 6. Vedremo, tuttavia, che l’inizio di un quinto libro fu effettivamente elaborato da Diego.

[…]

 

La Messapographia sive Historia Messapiae di Diego Ferdinando

Questa premessa è stata necessaria per stabilire il titolo; e poi per affrontare la descrizione di un corposo esemplare manoscritto della Messapographia sive Historia Messapiae di Diego Ferdinando, finora poco noto. È scritto interamente in latino, con alcune espressioni in greco, qualche termine vernacolare che emerge di tanto in tanto (di alcuni dei quali viene spiegata l’etimologia; ad es. vuttisciana), qualche brano in volgare.

E sulla scelta linguistica del Ferdinando, bisognerà considerarne le cause sia nel clima post-tridentino teso a ripristinare la supremazia morale della cristianità anche mediante il latino[12], quanto nella ricezione e nella persistenza di tali dettami in «…una regione il cui volgare non ha alcuna tradizione letteraria, dove il latino rappresenta per tradizione l’unica lingua colta…»[13]. Infine, non bisognerà tacere della indole personale di Diego, fattosi sacerdote nel 1648, profondo estimatore di S. Eleuterio e ardente partigiano del suo martirio nel territorio mesagnese, agguerrito sostenitore della indipendenza dei Messapi e della superiorità – tra di essi – della città di Mesagne-Messapia. Il latino era, perciò, la lingua necessaria per un’impresa così ambiziosa, probabilmente anche sulla scia del Galateo, verso il quale dimostra una riverenza assoluta. Tanto è per lui evidente l’equiparazione Mesagne-Messapia, che Diego, riferendosi ad un passo del Galateo in cui si fa menzione delle scaramucce franco-spagnole nei pressi di Mesania[14], non si fa scrupolo di equiparare il termine Mesania con Messapia (ossia Mesagne), senza porsi affatto il problema se Mesania potesse avere un significato diverso da Messapia.

[…] sin dall’inizio, balzava agli occhi l’ipotesi che questo codice fosse l’originale, ossia l’opera autentica ed autografa di Diego Ferdinando. Per averne la certezza assoluta, ovviamente, sarebbe stato necessario disporre di una grafia attribuibile senza dubbio a lui; ma, fino a un momento prima della stampa, nonostante le assidue ricerche svolte, essa mancava. Tuttavia, sulla base di ragionevoli considerazioni, sono sempre stato convinto che questo codice non poteva che essere stato scritto di suo pugno; e, in questa affermazione, mi confortava la perizia grafica eseguita da Giuseppe Giordano su varie pagine del manoscritto.

Ora, poco prima di andare in stampa, con la lettura fortuita (grazie a Francesco Scalera) di un articolo online firmato da Marcello Gaballo e Armando Polito, in cui è stato pubblicato un autografo di Diego, quella che era soltanto una ragionevole ipotesi è divenuta una certezza. Si tratta di un certificato medico scritto e sottoscritto da Diego Ferdinando in data 13 agosto 1657, inerente lo stato di grave malattia dell’Abate Guglielmo Massa di Nardò, il quale dimorava a Mesagne in quel periodo. Il documento è stato ritrovato da Marcello Gaballo nell’Archivio Storico della Diocesi di Nardò-Gallipoli, nell’ambito di un progetto di ricerca molto ampio in corso di stampa; lo ringrazio per averci autorizzato ad utilizzarlo in questa sede.

Il supplemento di Perizia eseguita da Giuseppe Giordano attesta inconfutabilmente che la grafia del codice 1655 è la stessa del certificato medico e, quindi, sgombra il campo da ogni dubbio.

Molto nota e citata è, invece, la copia custodita presso la Biblioteca “De Leo”, già menzionata; per semplicità, d’ora in avanti “copia De Leo”; poco nota è – fortunatamente, direi – una copia custodita presso la Biblioteca “U. Granafei” di Mesagne; la possiamo definire, quindi, “copia Granafei”. Le esamineremo, entrambe, più avanti.

 

Descrizione fisica del codice inedito.

Il ms. è costituito complessivamente da 258 carte non numerate. In questo numero è compreso un fascicolo di Sepulchra ed Inscriptiones Messapiae (di carte 4 + 11, cucite insieme con filo di cotone ab antiquo), non legato in volume; vi sono comprese anche 4 carte sciolte, ma delle stesse dimensioni delle altre. Pertanto, risultano legate in volume soltanto 239 carte. Delle 4 carte sciolte, due di esse (la 178 e la 233), dopo attento esame, è stato possibile collazionarle al testo, e numerarle in sequenza coerente ad esso; le altre due sembrano “foglietti volanti” di appunti presi per aggiungere delle glosse o per ulteriori verifiche ed approfondimenti: le abbiamo, perciò, poste in fondo, coi nn. 257 e 258, oltretutto in linea con l’ordine cronologico.

In conclusione, abbiamo: un volume di 241 carte rilegate, più un fascicolo sciolto di 15 cc., più 2 cc. sciolte.

[…]

Il sommario

[…]

Le epigrafi

[…]

La datazione

Il codice di cui parliamo non ha data esplicita, di conclusione o di elaborazione; vi sono soltanto due date nel testo, che fanno riferimento ad avvenimenti testimoniati dall’autore; una è il 1653, nel cap. VIII del libro IV, indicato come «anno elapso» («anno passato») in cui comparivano resti di mura riutilizzati per costruire il campanile della chiesa di San Francesco, attualmente intitolata all’Immacolata; l’altra, nel cap. Sepulchra, al verso della carta 242, fa riferimento al ritrovamento di una antica tomba «nostris diebus repertum, anno scilicet 1655» («rinvenuta ai nostri giorni, ossia nell’anno 1655»).

Il fascicolo Sepulchra ed Inscriptiones Messapiae si ricollega chiaramente al capitolo sugli “epitaffi” (cap. IV del libro IV), di cui sembra essere un completo rifacimento e ampliamento, prossimo a prenderne il posto nella versione che Diego avrebbe voluto ultimare. Non essendoci, in tutto il ms., altre date più recenti, si può assumere il 1655 come terminus post quem, vale a dire come “data prima della quale non può essere stato ultimato”; anche se, data la mole e la complessità, è molto verosimile che Diego avesse cominciato a scrivere l’opera parecchi anni prima.

Queste sono le differenze essenziali tra il nostro codice finora poco noto e le altre due copie finora conosciute. Per tutte queste caratteristiche formali e calligrafiche questo ms., oltre ad essere copia autentica, è il codice originale dell’opera di Diego Ferdinando, ossia il ms. più rispettoso delle sue intenzioni. Pertanto, sembra opportuno definirlo, con la datazione, “codice originale 1655”.

 

Altri esemplari noti

1-La “copia De Leo”.

Della Messapographia di Diego Ferdinando, oggi sono note due copie pubbliche. Una presso la Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi; la definiamo, quindi, “copia De Leo”.

[…]

2-La “copia Granafei”.

Un’altra copia è presente, in fotocopie, nella Biblioteca “U. Granafei” di Mesagne; la possiamo definire, quindi, “copia Granafei”.

[…]

Da questa succinta disamina, ne consegue che la “copia Granafei” è uno zibaldone, la cui sequenza rispetto al codice 1655, come anche l’intitolazione dei capitoli, risulta fortemente arbitraria; e corrotto ne risulta il testo, in molti termini non interpretati correttamente; presenta, inoltre, alcune lacune di testo e vari periodi riscritti dall’ignoto copista a suo piacimento.

Notevoli sono le differenze di contenuto fra i tre esemplari. La “copia De Leo” – pur con molte lacune e distorsioni – è abbastanza fedele al codice 1655. La “copia Granafei”, invece, se ne discosta moltissimo; per cui, possiamo definirla altamente priva di compatibilità con il codice 1655; in conclusione, una falsa Historia Messapiae.

Altre copie circolate

Secondo A. Profilo, circolavano diverse copie della Messapographia di Diego, già lui vivente; […]

Alla luce delle precedenti considerazioni, si può meglio contestualizzare l’opera messapografica di Antonio Profilo. Si può escludere, anzitutto, la derivazione diretta della Messapografia del Profilo dal codice 1655; mentre è evidente la somiglianza della Messapografia di Profilo con la “copia Granafei”, sia nell’impianto generale che nella sequenza dei capitoli; […] Ciò non toglie che, comunque, l’opera del Profilo, prodotta nel quadro ideologico della salentinità[15], sia stata sviluppata in maniera originale e con l’utilizzo di studi ulteriori rispetto al Ferdinando. L’esame filologico e storiografico della Messapografia del Profilo, e della filiazione diretta o mediata da Diego Ferdinando, merita un approfondimento, ma esula dal presente lavoro.

 

 

Note

[1] Questo personaggio potrebbe essere lo zio materno di Antonio Profilo, ossia Demitri Francesco; vedi D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne. Politica e cultura in un comune salentino del secondo Ottocento, in A. Profilo, Vie, piazze, vichi e corti di Mesagne: ragione della loro nuova denominazione, Schena Editore, 1993, (rist. an. dell’ed. Ostuni, Tamborrino, 1894), pp. XII, 398.

[2] Ivi, pp. XIV-XV.

[3] Per l’inquadramento della figura del Profilo, v. D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne…, cit.

[4] Cfr. soprattutto F. Martina, Il fascino di Medusa: per una storia degli intellettuali salentini tra cultura e politica (1848-1964), Fasano 1987, pp. 41 sgg. Ma v. anche M. M. Rizzo, Introduzione, in aa.vv., Storia di Lecce dall’unità al secondo dopoguerra, Roma-Bari 1992, p. 11; e D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne…, cit., pp. XX sgg.

[5] Si segnala, almeno, F. Tateo, La storiografia umanistica nel Mezzogiorno d’Italia, in La storiografia umanistica, I [vol.] (Atti del Convegno internazionale di studi, Messina 22-25 ottobre 1987), Messina, Editrice Sicania 1992; D. Defilippis, La descrizione della Iapigia di Antonio Galateo, in A. De Ferrariis (Galateo), La Iapigia (Liber de situ Iapygiae), Galatina, Congedo Editore, 2005.

[6] Cfr. Liber mortuorum ab anno SS. Iubilei 1650 usque ad annum 1671, c. 55r, in Archivio Capitolare di Mesagne.

[7] Vie, piazze, vichi e corti, cit., pp. 94-5; a p. 95 Profilo parla dei sei libri, ripetendo un’affermazione già fatta nel 1870, in Messapografia ovvero Memorie…, 1870, cit., p. V.

[8] (O. De Leo), Messapographia sive Historia Messapiae Auctore Didaco Ferdinando Medico et Philosopho Messapiensi, in Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” (Brindisi), fondo Manoscritti, ms. D/14, unità codicologica 1.

[9] E. Ferdinando (il giovane), Delle fameglie di Mesagne, ms. 1702, presso biblioteca privata. Cfr. anche D. Urgesi, Alle origini della letteratura storica mesagnese…, in Studi storici su Mesagne e il suo territorio, cit.

[10] Giovan Battista Lezzi nacque a Casarano il 1754, dove si spense il 1832. Frate cappuccino, insegnò nel Seminario di Oria, dove collaborò con il vescovo Alessandro Maria Calefati nel riordino e conservazione di numerosi manoscritti. Fu poi chiamato dall’arcivescovo Annibale De Leo come primo bibliotecario della omonima Biblioteca; e con lui collaborò alla compilazione di molte opere, tra le quali il Codice diplomatico brindisino. Morì il 1832. Per ulteriori notizie, cfr. almeno, A. Stano Stampacchia, Giovanni Battista Lezzi, primo bibliotecario della Biblioteca “De Leo” e biografo salentino, in «Brundisii Res», III (1971), pp. 57 sgg.

[11] G. B. Lezzi, Vite degli scrittori salentini, in Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” (Brindisi), fondo Manoscritti, ms. D/5, p. 405.

[12] Cfr. A. Vallone, Tempi e temi dell’opera di Q. M. Corrado, in Quinto Mario Corrado: umanista salentino del ‘500 (a cura di D. Palazzo), Galatina, Congedo Editore, 1978, in particolare pp. 29 sgg.

[13] F. Tateo, Quinto Mario Corrado umanista, in Quinto Mario Corrado: umanista salentino…, cit., p. 114.

[14] Cfr. A. De Ferrariis (Galateo), Liber de Situ Japygiae, Basilea 1558, p. 67; idem nell’ed. napoletana del 1624, p. 63.

[15] Vedi, soprattutto, F. Martina, Il fascino di Medusa…, cit.; M. M. Rizzo, Introduzione…, cit.

Libri| Messapographia sive Historia Messapiae

La Società Storica di Terra d’Otranto sta continuando l’opera di pubblicazione delle fonti e dei documenti inediti, nella sua apposita collana, nella quale ha trovato spazio un inedito di Diego Ferdinando. L’edizione critica della Messapographia sive Historia Messapiae, ms. databile al 1655, è stata recentemente pubblicata da Domenico Urgesi, con la collaborazione di Francesco Scalera.

Mesagne

Si tratta di un volume in formato 31×22, di pagine 550 complessive. Questo il contenuto ovvero il piano dell’opera:

 

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quinta)

La pace brindisina: l’illusione di un’epoca d’oro

di Nazareno Valente

 

Era dai tempi di Tiberio e Gaio Gracco che Roma si trovava coinvolta in sanguinosi conflitti interni che avevano alla lunga stremato le istituzioni repubblicane riducendole simili a simulacri, privati ormai delle caratteristiche e delle funzioni originarie. Il Senato, un tempo sua massima espressione, era svilito ad un ruolo secondario, di fatto di supporto a chi, con l’aiuto delle milizie, imponeva di volta in volta la legge del più forte. Le trattative che si svolsero a Brindisi nell’autunno del 40 a.C. ne certificarono l’avvenuta emarginazione. Al tavolo dei negoziati sedevano Mecenate, uomo di spicco dell’entourage di Ottaviano, Asinio Pollione, scelto da Antonio più per la caratura che per essere un suo uomo di fiducia, e Cocceio Nerva, che manteneva buoni rapporti con entrambi i triunviri e che fungeva da mediatore. Nessun esponente del senato era presente alle consultazioni, sintomo appunto evidente di come tale consesso fosse fuori dai giochi. E neppure l’altro triunviro, Lepido, fu rappresentato: s’accontentava di stare a galla, preoccupato solo di mantenere l’Africa, allora importante per l’approvvigionamento alimentare dell’Urbe. In definitiva la «res» da pubblica era divenuta una faccenda privata a due. Con ogni probabilità di questa situazione politica non si aveva una perfetta percezione e, di conseguenza, tutto il mondo romano guardava con speranza a Brindisi: le trattative s’erano aperte sotto i migliori auspici e sussistevano tutti i presupposti perché, ricomposto il dissidio, ci si avviasse ad un periodo di pace.

E tutto questo avveniva grazie all’improvvisa morte di una donna; avvenimento questo su cui serve soffermarsi, non solo per questioni narrative.

Fulvia, dopo aver lasciato Brindisi, si era incontrata ad Atene con il marito Antonio che, irritato con lei per i problemi che gli creava con Ottaviano, l’aveva redarguita in malo modo abbandonandola poi a Sicione per iniziare l’avventura che l’avrebbe portato di fronte alle mura sbarrate della nostra città. Amareggiata dalle parole di Antonio, Fulvia s’era ammalata, sino a spegnersi addirittura per il dispiacere. Questa almeno la versione di Appiano e Dione, concordi nel far morire, come un’eroina d’un romanzo d’appendice, l’aristocratica che in altre parti dei loro scritti dipingono con un cuore duro come la pietra. Per quanto un così repentino cambio di attitudini desti stupore, nessuno espresse il sospetto che le cose fossero state aggiustate da una qualche previdente manina. Eppure Fulvia non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per togliere il disturbo: invisa ad Ottaviano e, al tempo stesso, un peso per Antonio, sia per ragioni sentimentali (Cleopatra ormai occupava ogni possibile spazio), sia per questioni politiche per tutte le tensioni che gli procurava con il rivale di triunvirato. Tant’è che Dione riassume la situazione, sottolineando come il tragico evento avesse di fatto appianato ogni cosa: «Appena giunse la notizia, i due deposero le armi e vennero ad un accordo». Cocceio aveva infatti preso la palla al balzo per far rappacificare i due: «ora che Fulvia era stata tolta di mezzo», non c’erano altri apprezzabili motivi di contrasto. Commento quest’ultimo di Appiano, che non avrebbe potuto essere più esplicito. La scomparsa della matrona, oltre ad aver sottratto i nostri concittadini ad un assedio cruento, aveva liberato il campo ad un’intesa che, nelle aspettative, avrebbe dovuto garantire la pace per lungo tempo.

Sicché già nel mese di ottobre le trattative si chiusero nel migliore dei modi e la riconciliazione fu bell’e conclusa. Agli effetti pratici, il triunvirato venne riconfermato, e fatta eccezione per l’Africa lasciata a Lepido, i due si spartirono il resto del mondo romano: ad Ottaviano andarono tutte le province occidentali e ad Antonio quelle orientali. Stabilirono inoltre, tanto per suonare il de profundis per le istituzioni repubblicane, che «quando non desideravano essere consoli loro stessi, lo fossero a turno i loro amici». Per suggellare il patto, si decise infine che Ottavia, sorella di Ottaviano, appena rimasta vedova, sposasse Antonio, anch’egli — come visto — fresco vedovo, realizzando in tal modo pure un saldo rapporto di parentela. Così, quando di fronte alle truppe ed ai nostri concittadini Ottaviano ed Antonio, riconciliati, si abbracciarono, «le acclamazioni furono incessanti per tutto il giorno e per l’intera notte». All’accordo seguì, com’era allora consuetudine, un momento conviviale e «negli accampamenti di Brindisi si svolse un banchetto» dove, mentre Ottaviano si comportò come da tradizione romana, Antonio mostrò la sua propensione per il mondo orientale assumendo l’atteggiamento tipico degli egiziani. In definitiva i due rappresentavano ormai mondi diversi, e pure questo pareva un motivo valido per rendere solido il patto.

Brindisi fu pertanto partecipe d’un evento che i contemporanei vissero come epocale perché unanimemente ritenuto l’inizio di in’epoca d’oro che avrebbe assicurato prosperità e sicurezza. Ed era un pensiero accarezzato non solo dalla gente comune ma anche nei circoli aristocratici ed in quelli letterari. Lo stesso Virgilio gli dedicò l’ecloga IV, incentrata sulla nascita di un «puer» — il cui avvento avrebbe dovuto portare il mondo, dopo quella mitica, nella seconda età dell’oro e che, invece, d’allora in avanti, ha solo turbato il sonno di generazioni di studiosi incapaci d’individuare in maniera incontrovertibile chi fosse il nascituro. Il clima festoso che accompagnò le nozze di Ottavia ed Antonio, svoltesi di lì a poco a Roma, incoraggiò sempre più le attese.

 

La luna di miele ebbe però breve durata. Sia per gli sposi, sia per i successivi avvenimenti che misero a nudo le crepe d’un accordo di fatto di facciata e in fondo propagandistico. Sesto Pompeo, tenuto fuori dalle trattative, bloccò con la sua flotta i rifornimenti, creando panico e carestia nell’Urbe; in aggiunta Ottaviano ed Antonio trovarono altri motivi per scoprirsi in disaccordo. Ne andò di mezzo pure Virgilio che aveva osato dedicare l’ecloga citata ad Asinio Pollione, allora suo probabile patrono avendolo aiutato a mantenere le proprietà paterne che avrebbero dovuto essere espropriate. La cosa non era piaciuta per niente al futuro Augusto che detestava Asinio quasi quanto disprezzava Antonio e che, da quel momento in poi, volle leggere in anticipo i lavori del mantovano, per censurarlo, se occorreva. Come avvenne nel IV libro delle Georgiche dove il poeta fu costretto a togliere l’elogio di Cornelio Gallo, caduto in disgrazia per presunta attività sovversiva.

L’ecloga IV, dedicata alla pace di Brindisi, delude anche noi Brindisini per il fatto che Virgilio non volle, nemmeno in quella circostanza, riservare alla nostra città il sia pur minimo accenno. Ancora una volta il sommo poeta latino dimostrava di non amare le metropoli troppo caotiche e piene di vita, com’erano allora Roma e Brindisi, e di preferire di gran lunga i sobborghi ben più tranquilli di Napoli da cui di fatto si staccò in rare circostanze.

Andò invece molto meglio ai nostri antenati che — occorre sottolinearlo — nei conflitti sapevano scegliere bene da che parte stare e perfino in questa occasione puntarono sul cavallo vincente. Ottaviano, parecchio riconoscente per l’aiuto ricevuto, fece infatti avviare piani di risistemazioni urbanistica che resero ancor più ricca Brindisi, in più gratificata dal privilegio di ospitare — unica città insieme all’Urbe — un arco in onore di Ottaviano per la vittoria conseguita ad Azio. Sebbene non sia possibile entrare nei dettagli, né risalire alle dislocazioni delle varie iniziative edilizie, le fonti epigrafiche certificano la ristrutturazione del foro e della nostra acropoli, vale a dire la collinetta dove ora è collocata la Colonna romana, confermando la rilevanza delle opere d’architettura urbana compiute in epoca augustea.

Anche se la realtà si mostrò diversa, il «foedus brundusinum» fu un avvenimento che più di tanti altri fece sperare in un periodo di pace duratura. Agli effetti pratici fu solo un punto di svolta negli equilibri politici: esautorato il senato, Ottaviano prese il sopravvento mentre Marco Antonio iniziò la sua parabola discendente. Gli autori attribuiscono il declino di Antonio alla vicinanza di Cleopatra, dando così un’interpretazione basata su un troppo sfruttato stereotipo di genere. Sarei piuttosto propenso a credere che la sua stella si offuscò proprio perché gli vennero meno i consigli di Fulvia.

Privato delle doti politiche e strategiche dell’aristocratica romana, dimostratasi in grado di tener testa ai più prestigiosi uomini del tempo in settori allora ritenuti di esclusivo appannaggio della natura maschile, non seppe più reggere il confronto con Ottaviano, a questo punto destinato a realizzare i sogni del padre adottivo di ripristino delle insegne reali.

(5 – fine)

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

per la parte terza:

https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/09/24/quando-brindisi-saluto-il-nuovo-cesare-parte-terza/

per la quarta parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quarta)

Libri| Pagine d’oro e d’argento. Studi in ricordo di Sergio Torsello

 

PREFAZIONE

di Mario Spedicato

 

Affascinante, ricca e variegata è stata la vicenda intellettuale di Sergio Torsello.

Raffinato cultore di storia locale con una spiccata vocazione civile, ha privato troppo presto la comunità degli studiosi e degli appassionati di storia delle sue approfondite ricerche e della sua visione di cultura come strumento di emancipazione e di progresso per la società.

Questa iniziativa scientifico-editoriale rappresenta l’omaggio che la Storia Patria di Lecce, da me presieduta, e l’Amministrazione Comunale di Alessano intendono tributare alla memoria di uno dei protagonisti del panorama culturale salentino. Il volume raccoglie contributi riconducibili a una pluralità di indirizzi di ricerca coerente con la peculiarità del suo profilo versatile e teso a uno scandaglio fine e minuzioso nel mare magnum degli studi storici. Sorprende ancora scoprire le innumerevoli strade della conoscenza che egli ha esplorato, i pregiati testi che ha riportato alla luce, la fertile letteratura che prodotto. È un lavoro che merita di continuare a trovare prosecuzione anche al di là dei confini salentini.

Personalmente, devo al compianto Antonio Caloro la conoscenza di Sergio. Mi fu presentato in occasione della presentazione di un volume su Alessano, tenuta nel palazzo Legari nel lontano 1999. Da allora è nato un sodalizio che ha elaborato e prodotto una serie di volumi attraverso i quali si è consolidata un’amicizia che è durata fino alla loro morte, ma che invero continua ancora sul piano della memoria e della gratitudine.

La passione per il passato della propria cittadina accomuna le biografie di Caloro e Torsello, insieme al solerte impegno per la ricerca delle fonti, all’elegante gusto per l’erudizione e al premuroso assillo per la ricostruzione bibliografica.

Tutto ciò entra a far parte di un approccio e di un metodo che Torsello rivela anche in altri temi a lui congeniali che ha saputo declinare con il medesimo rigore, per esempio quelli del tarantismo e della tradizione etnografica salentina, come emerge chiaramente dal profilo bio-bibliografico tracciato da Manuel De Carli e Paolo Vincenti.

Il suo nome è indissolubilmente legato alle attività di consulente scientifico dell’Istituto “Diego Carpitella” e di direttore artistico del festival itinerante “La Notte della Taranta”: esperienze intense che lo hanno segnato intellettualmente, ma anche fisicamente, fiaccandolo soprattutto nei mesi estivi particolarmente pesanti per gli appuntamenti programmati, dovendo conciliare con la consueta dedizione il lavoro quotidiano di responsabile del settore culturale del Comune di Alessano e quello, ancora più gravoso, di organizzatore dell’evento musicale di fine agosto, preceduto e accompagnato da workshop, attività editoriali, divulgazione del repertorio etnografico e altri impegni legati alla ricerca di settore e alla formazione.

Dobbiamo alla sua attiva collaborazione se in questi ultimi anni la storia di Alessano e del Salento si è potuta arricchire di ricerche inedite. Devo anche a Sergio se sono riuscito a omaggiare ancora in vita Antonio Caloro con un volume di studi in suo onore che raccoglie una serie di saggi di storia e di cultura salentina, senza trascurare la comunità alessanese.

Sergio, data la giovane età, meritava altre chances per dimostrare e confermare le sue enormi potenzialità di studio, testimoniate in alcuni spunti presenti in questo volume, che vuole essere un doveroso riconoscimento per quello che ha fatto: esso mira a ravvivare e a perpetuarne la memoria e fornisce agli studiosi e agli appassionati un’ulteriore chiave di lettura utile ad approfondire temi sempre nuovi che un’opera aperta come la sua riesce a disvelare.

            

INDICE

11 Presentazione

Francesca Torsello

 

13 Prefazione

Mario Spedicato

 

15 Sergio Torsello (1965-2015). Note bio-bibliografiche

Manuel De Carli, Paolo Vincenti

 

UN INTELLETTUALE TRA CULTURA POPOLARE E MICROSTORIA

27 Il contributo di Sergio Torsello alla renaissance salentina del primo quindicennio del 2000

Francesco Attanasi

 

43 In ricordo di un caro amico: Sergio Torsello

Francesco Accogli

 

51 Di Sergio Torsello, del suo amore per la cultura popolare

Maurizio Nocera

 

55 Una conversazione con Sergio Torsello sull’uso pubblico della cultura popolare

Vincenzo Santoro

 

68 Ricordo di Sergio Torsello e del suo impegno per la cultura alessanese

Raimondo Massaro

 

73 Maria Brandon Albini e Ugo Baglivo nelle pagine di Sergio Torsello

Maria Antonietta Bondanese

 

78 Sergio Torsello: la memoria che resta

Cristina Martinelli

 

86 La collaborazione di Sergio Torsello con la rivista «Annu Novu Salve Vecchiu»

Paolo Vincenti

 

CULTURA E SOCIETÀ IN TERRA D’OTRANTO

95 Ossequi e scambi librari tra Napoli e Terra d’Otranto. Le lettere inedite di Pietro Napoli Signorelli a Giacinto D’Elia

Andrea Torsello

 

103 Umanesimo e filosofia in Terra d’Otranto. A proposito di alcune lettere di Quinto Mario Corrado

Luana Rizzo

 

113 Gerhard Cerull, pittore a Finibusterrae, terra delle piante incantate

Antonio Lupo

 

121 Appunti e segnalazioni sul cognome “Torsello”

Antonio Ippazio Piscopello

 

126 Alessano al tempo degli Angioini

Francesco De Paola

 

139 Da caput conteale a periferia urbana. Alessano nella prima Età moderna

Mario Spedicato

 

148 L’alessanese mons. Francesco Antonio Duca vescovo di Castro, in due atti notarili inediti del 1795

Filippo Giacomo Cerfeda

 

SCIENZE, MUSICA E TARANTISMO

171 Elementi di demonologia nelle opere di Giovan Battista Della Porta e Giulio Cesare Vanini

Donato Verardi

 

180 “Andiamo errati, andiamo errati”. Sabatino de Ursis e la Questione dei riti cinesi nel nome di Dio (1610-1639)

Francesco Frisullo, Paolo Vincenti

 

199 Dissertazioni mediche sul ballo di san Vito, 1675-1875: una proposta di lettura

Alessandro Arcangeli

 

212 Fra Storia e Antropologia. Alcune osservazioni sugli illuministi e sui giacobini davanti al mondo magico

Giuseppe Caramuscio

 

220 Per un aggiornamento della bibliografia di Cosimo De Giorgi

Ennio De Simone

 

243 Identity flows. Fotografia, identità, narrazioni della contemporaneità

Maria Chiara Spagnolo, Luigi Spedicato

 

256 Moduli ritmico-melodici nella trasmissione orale del metro salentino tradizionale

Antonio Romano

 

269 Barbieri-musicisti nell’Italia del Quattro e Cinquecento

Camilla Cavicchi

 

282 Banchetti musicali

Maria Antonietta Epifani

 

303 “Viva viva eternamente”. Quattro villanesche ‘salentine’ per la vittoria sui turchi

Luisa Cosi

 

325 Gli strumenti musicali del tarantismo nella trattatistica gesuita d’età barocca

Daniela Rota

 

337 Wolferd Senguerd (1646-1724), la storia naturale e la specificità pugliese del tarantismo

Manuel De Carli

 

351 Seguendo le tracce del tarantismo spagnolo: casi medici di tarantismo nel XIX secolo

Pilar Leon Sanz

 

374 Nancy, Dora e lo sguardo isterico

Gabriele Mina

 

380 Animali fantastici (e dove trovarne)

Eugenio Imbriani

 

390 Tarantismo en Aragón. La Jota: la otra Tarantela

Manuela Adamo

locandina 7 settembre 2020

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quarta)

Brindisi salvata da Fulvia, l’antimodello romano

di Nazareno Valente

 

Per buona sorte dei nostri concittadini, Marco Antonio si accontentava, per il momento, di utilizzare le macchine d’assalto per qualche schermaglia dimostrativa. Desiderava incutere timore e guadagnare alla sua causa i veterani che militavano nelle fila di Ottaviano, sfruttando il credito acquisito a Filippi quando li aveva guidati contro i cesaricidi. E mancò poco che ci riuscisse. Fu solo il potere suggestivo del nome di Cesare che convinse i legionari a non disertare: per quanto propendessero per Antonio non se la sentivano di tradire il figlio adottivo del loro antico generale.

Qualche defezione ci fu ma non tale da sovvertire la situazione delle forze in campo, che più passava il tempo e più poneva Antonio in condizioni di svantaggio, stretto com’era tra i Brindisini assediati ed i contrattaccanti. Aleggiava però in entrambi gli schieramenti l’intenzione di conciliare i propri capi. E, una sera, alcuni legionari di Antonio, avvicinatisi al vallo presidiato da Ottaviano, si misero a rimproverare i commilitoni d’un tempo di combattere chi aveva salvato loro la vita a Filippi. In risposta si sentirono accusare d’essere venuti a Brindisi per portare la guerra, dopo essersi conciliati con il nemico comune. Oltre a scambiarsi reciproche critiche, i due schieramenti manifestarono il comune proposito di non voler combattere tentando, se possibile, di trovare un accordo. Analoga avversione al conflitto manifestavano la popolazione brindisina ed i centurioni, i quali pensarono bene di coinvolgere un personaggio di prestigio al di sopra delle parti.

Amico al tempo stesso di Ottaviano e di Antonio, Lucio Cocceio Nerva, come già in passato, fu disponibile anche questa volta a fare da paciere. Incontrò separatamente i due rivali; riportò le loro lamentele e le loro reciproche scuse, cercando in tutti i modi di attenuare i motivi del dissidio. Per quanto riguardava la questione spinosa della chiusura delle porte della nostra città, ad Antonio che si lagnava per essere stato escluso «come un nemico», Ottaviano fece rispondere che lui non c’entrava nulla: erano stati i Brindisini a prendere la decisione insieme al tribuno che era presso di loro.

Non è però facile crederci, se si ricorda che Ottaviano pianificava ogni cosa e non amava improvvisare, neppure nelle occasioni più banali. «Persino con la moglie Livia» — ci informa il biografo Sveronio — «non s’intratteneva mai su argomenti importanti senza aver preso prima degli appunti che scorreva, mentre parlava, per non dire né più, né meno, del necessario» Per cui sembra difficile che in una circostanza così delicata, che poteva scatenare una guerra civile, si sia invece rimesso alla volontà dei Brindisini e di un suo tribuno, senza nemmeno interferire. Per cui, di là dalle sue parole di circostanza, il mistero su come e perché si decise di tenere Antonio fuori da Brindisi resta del tutto insoluto.

Anche se le attività belliche erano state sospese, le consultazioni di Cocceio andavano per le lunghe ed i Brindisini rimanevano sui carboni ardenti con tutte quelle macchine d’assedio pronte ad entrare in azione. Il problema era che i due triunviri, timorosi di perdere la faccia di fronte all’opinione pubblica, continuavano a scaricare sull’altro ogni responsabilità dichiarandosi del tutto esenti da colpe. La condizione di stallo si sarebbe protratta per chissà quanto tempo se la fortuna, il caso oppure una mano misteriosa non avesse dato una spinta al destino offrendo un’imprevista soluzione al problema.

A Sicione era infatti morta Fulvia, la moglie di Marco Antonio, che, come abbiamo già visto, sfruttando i malumori dei proprietari terrieri espropriati e dei senatori di parte repubblicana, aveva battagliato con Ottaviano uscendone però sconfitta a Perugia. Per spiegarci come mai la morte d’una donna abbia potuto compiere un miracolo del genere, è necessario soffermarsi su alcuni aspetti specifici della società romana.

Era la primavera del 40 a.C. quando Fulvia, scortata da tremila cavalieri, giungeva fuggiasca a Brindisi, dove nella rada l’attendevano cinque navi da guerra per condurla ad Atene. Fu forse questa l’unica occasione in cui i nostri concittadini la poterono ammirare: era una donna molto chiacchierata per i suoi comportamenti «extra mores», ovvero contrari ai costumi tradizionali, che l’avevano resa tristemente famosa. Velleio Patercolo, un contemporaneo di Ottaviano, scrisse di lei che «di donna non aveva altro che il corpo», rimarcando nella maniera più brutale i lati riprovevoli che rendevano Fulvia una figura inquietante, un esempio in negativo. La società romana assegnava infatti ad una donna un ruolo ben preciso, che già l’onomastica per certi aspetti chiariva. A differenza degli uomini di riguardo, il cui nome si articolava su tre elementi, alle matrone romane ne veniva attribuito uno solo: la forma al femminile del gentilizio paterno, e quindi del «nomen» (il nostro cognome) del padre. Come conseguenza il nome di una nobildonna rimandava in maniera indubbia alla famiglia di appartenenza; sicché una qualsiasi Fulvia non poteva che essere figlia di un Fulvio, così come chi si chiamava Ottavia aveva un padre il cui «nomen» era per forza Ottavio.

Certo erano previste delle varianti che però non alteravano lo schema. A volte si usavano dei vezzeggiativi — la figlia di Cicerone, che di cognome faceva Tullio, era stata ad esempio chiamata Tulliola, invece che Tullia — oppure, in presenza di più figlie femmine, si ricorreva a degli aggettivi per distinguerle: «maior e minor» (maggiore e minore) e, nelle rare famiglie numerose, addirittura ai numeri ordinali. Quindi le matrone erano di fatto individuate con la «gens» di appartenenza e non avevano un prenome che le identificasse all’interno del gruppo familiare, quasi non dovessero avere una propria identità personale.

Tanto per capire che area tirava, basterà menzionare che era opinione ricorrente che una nobildonna non dovesse mai far parlare di sé. Il «pudor» (la riservatezza) doveva infatti conformare la sua condotta, soprattutto riguardo a questioni di esclusiva competenza del sesso forte, quali ad esempio le attività militari e politiche. Il canovaccio prevedeva poi che una matrona, degna di tal nome, dovesse essere «pulchra» (dotata di alte virtù interiori); «pia» (rispettosa dei familiari); «univira» (coniugata, possibilmente, una volta sola); «casta» (parca nei rapporti sessuali, limitati al solo ambito matrimoniale); «fecunda» (in grado di concepire); «pudica» (moderata); «tacita» (silenziosa) e «domiseda» (casalinga). In pratica più di una santa. Per fortuna tutto ciò valeva solo sulla carta; nella realtà, già nella tarda repubblica, le matrone s’erano ritagliate legittimamente un proprio spazio che andava ben oltre i teorici canoni indicati. Si poteva pertanto scantonare, però bisognava farlo con garbo, salvando le apparenze, se non si voleva incorrere nella generale riprovazione. C’erano così non poche aristocratiche che, senza ricoprire cariche pubbliche, si rendevano protagoniste d’un ruolo politico importante, ma lo facevano dietro le quinte, in sordina e senza darlo troppo a vedere.

Fulvia invece non voleva restare nell’ombra: faceva politica alla luce del sole e desiderava essere coinvolta anche nelle questioni militari. E tutto ciò destava scandalo e indignazione anche negli autori meno prevenuti. «Donna che con la spada al fianco si mostrava virile nella guerra», sentenzia sconvolto Floro, che pure non era un bacchettone. Morale della favola, le medesime doti, magnificate in un uomo, diventavano esecrabili se possedute da una donna.

Comprensibile pertanto la sorpresa dei Brindisini quando Fulvia sopraggiunse alla testa della cavalleria: in un porto se ne vedevano di tutti i colori ma mai, a loro memoria, una donna che comandava a bacchetta anche gli ufficiali di più alto grado. La osservarono partire e nessuno si sarebbe immaginato che la sua tragica fine avrebbe voluto dire la fortuna per Brindisi.

Cocceio, che abbiamo lasciato occupato in consultazioni separate con Ottaviano ed Antonio, aveva infatti sfruttato la fortuita ed improvvisa morte di Fulvia per addebitare a lei tutte le cause del conflitto. E questo faceva buon gioco ad entrambi i triunviri: Antonio veniva prosciolto da ogni accusa a spese della moglie; Ottaviano era giustificato a fare con lui una nuova alleanza. Con questo escamotage, Cocceio riuscì così a convincere i due rivali a interrompere le ostilità ed a comporre la faccenda per via diplomatica.

Mentre i nostri concittadini vedevano con gioia smontati gli apparati bellici posti di fronte alle mura, Cocceio convocava Asinio Pollione e Mecenate, rispettivamente rappresentanti di Antonio ed Ottaviano, per trattare con essi gli accordi di pace.

A Brindisi doveva pertanto decidersi il futuro assetto del mondo.

 

(4 – Continua)

 

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

 

per la parte terza:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte terza)

 

Libri| Pagine d’oro e d’argento. Studi in ricordo di Sergio Torsello

Poche settimane fa, ha trovato approdo editoriale, Pagine d’oro e d’argento. Studi in ricordo di Sergio Torsello, a cura di Manuel De Carli e Paolo Vincenti, Calimera, Kurumuny Edizioni, 2020. Il prezioso volume, voluto dalla Società Storia Patria Sezione Lecce, è il frutto di un lungo lavoro da parte dei curatori De Carli e Vincenti, che hanno coinvolto ben 32 autori, provenienti da ambiti diversi, accademici e non accademici, ciascuno dei quali contribuisce nel proprio campo di ricerca ad approfondire uno dei tanti aspetti del sapere in cui si è esplicata la variegata carriera intellettuale di Sergio Torsello (1965-2015), giornalista, letterato, esperto di antropologia culturale e ricercatore attento e scrupoloso, mosso da insaziabile sete di conoscenza. Questa iniziativa scientifico-editoriale, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Alessano, intende tributare un doveroso riconoscimento alla sua incancellabile memoria.

Il volume sarà presentato la sera del 28 settembre 2020, presso Palazzo Legari ad Alessano, alle ore 19.00, alla presenza dei curatori Manuel De Carli e Paolo Vincenti. Dopo i Saluti della Sindaca di Alessano, Francesca Torsello, del giovane ricercatore Andrea Torsello, in rappresentanza della famiglia di Sergio, e di Mario Spedicato, Presidente della Società di Storia Patria di Lecce, prenderà la parola Federico Imperato, dell’Università degli Studi di Bari, che relazionerà sul libro.

 

locandina 7 settembre 2020

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte terza)

Quando i Brindisini sbarrarono le porte a Marco Antonio

di Nazareno Valente

 

La sanguinosa decimazione di Brindisi divenne un esempio della durezza e degli atti eversivi compiuti da Marco Antonio, che Ottaviano aleggiò come un’ombra tra i contenuti della sua propaganda orientata a denigrare il rivale. E per quanto sia un episodio in genere trascurato dagli storici moderni, e del tutto ignorato dalla cronachistica locale, fu ritenuto all’epoca un tema di grande rilievo. Lo testimoniano gli epitomatori dell’opera liviana, che utilizzano le poche righe riassuntive degli avvenimenti di quel tragico autunno (44 a.C.) appunto per narrare la crudeltà di Antonio ed il conseguente atteggiamento ostile delle quattro legioni macedoniche, due delle quali defezionarono in blocco: «Le legioni Quarta e Marzia volsero le insegne da Antonio a Cesare [Ottaviano]; poi anche parecchi altri, per la crudeltà di M. Antonio, che massacrava nei propri accampamenti di qua e di là quanti gli erano sospetti, passarono a Cesare». Nonostante questa levata di scudi, è il caso di sottolineare che Antonio era formalmente dalla parte della legalità: da console era tenuto a mantenere ad ogni costo la disciplina dell’esercito. Ottaviano, invece, essendo un «privatus» (privato cittadino), non avrebbe potuto assoldare truppe, né tantomeno indurre alla ribellione le milizie assegnate ad un magistrato. Eppure la situazione era tale che il Senato accettava tali illegalità per esclusivo interesse politico, nella speranza che il giovane Cesare — ritenuto manovrabile — potesse contenere lo strapotere del ben più pericolo Antonio. Era però un calcolo destinato a rivelarsi errato: sotto l’apparente atteggiamento di salvaguardia delle istituzioni repubblicane, Ottaviano mascherava un proposito addirittura opposto e la volontà di sovvertirle per creare un potere personale. A livello più generale, occorre poi aggiungere che la lotta politica non era condotta in difesa di specifici ideali sociali, quanto piuttosto per dare supremazia alle singole fazioni politiche e, in particolare, ai loro leader.

L’episodio di Brindisi ufficializzò inoltre il conflitto, all’interno dei cesariani, tra Ottaviano ed Antonio; scontro che ebbe fasi alterne e che incluse pure periodi di pieno accordo. Fu in un clima di adesione politica che i due vendicarono l’assassinio di Cesare sconfiggendo i congiurati; conclusero, insieme a Lepido, gli accordi del secondo triunvirato; decisero le liste di proscrizione che includevano, non solo chi aveva partecipato alla congiura, ma anche nemici personali che si voleva eliminare. Fu quest’ultima un’operazione ben più spietata della decimazione di Brindisi, che portò, tra l’altro, all’esecuzione di Cicerone — che il futuro Augusto non difese, pur avendone goduto il sostegno — e a quella di altri illustri personaggi che con le idi di marzo non avevano nulla da spartire.

 

La resistenza repubblicana non era stata però del tutto domata e all’inizio dell’estate del 40 a.C. proprio un proscritto, Domizio Enobarbo, compiva scorrerie sull’Adriatico e, dopo aver preso Siponto, si dirigeva minaccioso verso il nostro porto. In maniera sorprendente, date le alleanze allora in vigore, lungo il tragitto si unì a lui Marco Antonio, proveniente dall’Oriente.

Per spiegare il perché di questo ribaltamento di campo, è necessario riannodare un po’ il filo della narrazione.

Dopo la sconfitta dei cesaricidi a Filippi (42 a.C.), i triunviri si erano divise le province del dominio romano: ad Antonio era toccata la Gallia e l’Oriente; a Lepido l’Africa; tutto il resto ad Ottaviano, che aveva anche il predominio sull’Italia, rimasta formalmente fuori dalla spartizione, non essendo una provincia. Le residue speranze repubblicane erano invece tutte riposte in Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, che con la sua flotta dominava di fatto il Tirreno, e in parte l’Adriatico, creando quindi grossi problemi ad Ottaviano, il quale aveva già altre gatte da pelare. Uscito alquanto ridimensionato dal conflitto con i congiurati, risolto soprattutto grazie alla sagacia militare di Antonio, aveva perso parte del consenso dell’esercito che si mostrava più disposto a seguire il rivale, ritenendolo a ragione il vero vincitore dello scontro. C’era poi il problema dei premi promessi ai legionari: Antonio s’era fatto carico di raccogliere le somme per i donativi; Augusto quello di acquistare le terre da distribuire. Ma, mentre Antonio non aveva avuto eccessiva difficoltà a raccogliere le somme necessarie, Ottaviano si trovò ben presto in crisi, per le tensioni sociali create dagli espropri compiuti per acquisire le terre. Ad aggravare la situazione c’erano poi Lucio Antonio e Fulvia, rispettivamente fratello e moglie di Marco Antonio, che lo contrastavano in ogni modo. Soprattutto il primo sfruttava la carica di console per ostacolare le confische e per strumentalizzare il malcontento diffuso tra gli Italici dell’Etruria e del Centro, aiutato in ciò dalla cognata, che forse era la vera mente del complotto. Spinta, a detta degli storici, da questioni di cuore, Fulvia utilizzava il suo acume politico per accentuare i contrasti con l’obiettivo d’indurre il marito, che in Oriente subiva il fascino della bella Cleopatra, a rientrare in Italia. Il conflitto che ne seguì — la cosiddetta guerra di Perugia — fu però risolto in maniera sbrigativa, e sanguinosa, da Ottaviano (inizio 40 a.C.).

Marco Antonio non aveva preso posizione ma, dopo poco, fu costretto a farlo quando, per circostanze fortuite, si vide sottratta la Gallia, assegnata con le truppe lì stanziate ad Ottaviano. Proprio per ristabilire la situazione, aveva preso accordi con Sesto Pompeo e, unitosi a Enobarbo, faceva pertanto rotta verso Brindisi.

Venuto a conoscenza delle intenzioni bellicose del rivale, Ottaviano non poté fare altro che raccogliere le milizie e incamminarsi per via terra verso la stessa destinazione. Ed era ancora lontano, quando Marco Antonio giunse nelle nostre contrade, trovando però con sorpresa le mura della città sbarrate: negli accordi, l’Italia non faceva parte dei domini di nessuno dei triunviri e non poteva quindi essere soggetta a blocchi del genere.

Chi decise la serrata, è un mistero tuttora irrisolto. A Brindisi si trovavano cinque coorti di Ottaviano, ed Antonio attribuì al rivale il sopruso subito; Appiano, però, nel suo resoconto, è esplicito nell’indicare che furono i Brindisini a «chiudere le porte». In effetti in città erano ancora evidenti i segni dei disastri compiuti da Cesare e Pompeo, quando pochi anni prima se l’erano contesa, ed era del tutto comprensibile che i nostri concittadini non volessero replicare un’esperienza così rovinosa. Appare però allo stesso tempo improbabile che la cittadinanza abbia potuto decidere in tutta autonomia, e contro la volontà dei legionari presenti.

Con tutta probabilità la verità è nel mezzo: i legionari ed i Brindisini si trovarono d’accordo nel vietare l’accesso ad Antonio con il pretesto che assieme a lui c’era un proscritto, Enobarbo, che non poteva entrare in città. Antonio lo considerò, in ogni caso, un atto ostile e «bloccò con un fossato ed una palizzata l’istmo della città» dando così l’avvio al bellum brundusinum, quarta guerra civile dall’assassinio di Cesare.

In tale occasione, lo storico Appiano ci ha lasciato in dono una preziosa descrizione, unica nel suo genere, facendoci intravedere la dislocazione dell’agglomerato brindisino. Egli racconta che l’abitato era collocato su una penisola «di fronte ad un porto a forma di luna e che non era possibile per chi provenisse dalla via di terra di avanzare verso la collinetta», se qualcuno avesse chiuso l’istmo che rappresentava l’unico possibile accesso. In pratica, a suo dire, l’abitato si concentrava per lo più su una lingua di terra, prospiciente il porto interno, in posizione elevata.

Antonio, che conosce la città, avendola presieduta qualche anno prima (48 a.C.), procede a fortificare l’istmo con un fossato e con un muro difensivo, garantendosi così da eventuali contrattacchi. Blocca poi tutt’intorno anche il porto esterno «e le isole che sono in esso, disponendo molti posti di guardia». In pratica rende difficile qualsiasi operazione di soccorso, tanto è vero che il futuro Augusto, pur disponendo di forze di gran lunga superiori, «trovando Brindisi bloccata, non può fare altro che accamparsi nei pressi ed attendere gli eventi».

Gli accorgimenti adottati consentono ad Antonio di tenere agevolmente la posizione e di allestire le macchine belliche necessarie per assalire i nostri concittadini, «con grande imbarazzo di Cesare [Ottaviano] che non era in grado di difenderli». La sue doti militare sono talmente superiori che, pur in una situazione di evidente inferiorità, si permette addirittura il lusso d’intercettare e di sbaragliare un reggimento di cavalleria mandato in soccorso della nostra città assediata.

Ai Brindisini non restano quindi che le proprie forze per difendersi dalle macchine d’assalto, ormai lì pronte ad entrare in azione.

(3 – continua)

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

 

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

Una violenta ed insolita decimazione

di Nazareno Valente

 

La volta scorsa ci siamo lasciati sottolineando la fretta del futuro Augusto che, anticipando i tempi e l’iter giuridico previsto, assunse subito il nome di Cesare, suo padre adottivo, senza attendere l’approvazione dei comizi curiati dove avrebbe dovuto tenere un discorso solenne («contio»). Una simile premura aveva chiari intendimenti politici — precisava sin da subito che era lui l’erede politico di Cesare, e non Antonio — ma pure motivazioni di carattere sociale.

La società romana era sì pragmatica, come i più raccontano, ma al tempo stesso sensibile ai pedigree, ed il nome, per l’appunto, raccontava della posizione sociale posseduta da ciascuno. E, proprio in quel secolo denso di sconvolgimenti e di aspre lotte, s’era consolidata la possibilità di derivare il ceto e la classe sociale dal meccanismo di composizione del nome, ormai basato sulla classica formula dei «tria nomina» (tre nomi). Di per sé, già l’avere tre nomi era indicativo dei quarti di nobiltà goduti, perché, di solito, i comuni mortali non ne potevano esibire più di due e le signore dovevano addirittura farne bastare uno. Per chiarire tali aspetti, è indispensabile dare un minimo d’informazione sulle principali regole strutturali dell’onomastica romana. Esse prevedevano che il nome fosse composto da un «praenomen», un «nomen» ed un eventuale «cognomen». Il «praenomen» (letteralmente, ciò che è prima del nome) aveva la stessa funzione del nostro nome di battesimo e, quindi, caratterizzava un individuo all’interno d’una famiglia, senza implicazioni di altro genere. Il «nomen» era invece il centro del sistema onomastico latino in quanto indicava il «nomen gentilicium» (nome gentilizio) e precisava l’appartenenza di un individuo ad una ben precisa «gens» (la gente ovvero la famiglia d’origine). Comparabile al nostro cognome, esso dava però in aggiunta specifiche indicazioni sul gruppo familiare di provenienza. Dal momento che i nomi di battesimo erano all’incirca una trentina ed i gentilizi in numero comunque contenuto, per evitare i troppi casi di omonimia, si ricorse a identificare gli individui di riguardo con un soprannome, cioè il «cognomen» (letteralmente, ciò che accompagna il nome) che, a lungo andare, diventò ereditario servendo così a distinguere i diversi rami d’una stessa gente d’origine. L’aspetto curioso è che la maggior parte dei «cognomina» metteva in evidenza un difetto e non una virtù, come per altro si usa tuttora con le persone d’un certo peso politico: si pensi a chi è stato soprannominato “mortadella” oppure “il bibitaro” per comprendere il perché di questo vezzo peggiorativo.

Passando, per semplificare, a qualche esempio pratico, Caio Giulio Cesare identificava un appartenente all’illustre gente Giulia, ramo dei Cesari; Cesare che, per la cronaca, voleva dire “peloso”. Oppure, Lucio Valerio Flacco: celeberrima gente Valeria, ramo dei Flacci, caratterizzato quindi dall’avere “le orecchie penzoloni”.

Il futuro Augusto, prima dell’adozione, si chiamava Gaio Ottavio, ed a parte che la famiglia Ottavia non era patrizia ma di censo equestre, non aveva un «cognomen» neppure consolidato — tant’è che c’era chi diceva fosse Turino e chi Cepias — chiaro indice che faceva solo da poco parte dell’élite romana. Sicché aveva anche motivazioni sociali ad assumere quanto prima i tre nomi del padre adottivo, e farsi pertanto chiamare Gaio Giulio Cesare. Ad essere precisi, in questi casi, per ricordare la famiglia d’origine, l’adottato aggiungeva un «agnomen» (letteralmente, ciò che si unisce ad un nome) costituito dalla forma aggettivale in “-anus” del gentilizio posseduto. Per cui avrebbe dovuto a rigore chiamarsi Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Tuttavia, per accentuare il distacco dalle proprie origini, il nostro Gaio Ottavio non inserì mai tale quarto elemento. Malgrado ciò, per gli avversari — che, fino al completamento dell’iter legale, avevano continuato a chiamarlo Ottavio — divenne, esaurite le formalità di rito, ugualmente Ottaviano, tanto per precisare e rendere note le sue origini equestri. E, ironia della sorte, malgrado fosse lontano dai suoi desideri, fu chiamato Ottaviano anche dagli storici, sebbene solo per consentire al lettore di non confonderlo con il padre adottivo.

È quindi a Brindisi che l’erede assunse il nome di Gaio Giulio Cesare, senza attendere che fosse ratificata la legittimità dell’adozione. E lo fece in un contesto militare, acclamato dai Brindisini e dalle truppe lì stanziate. Fu quindi nella nostra città che il futuro Augusto iniziò ad usufruire dell’impatto suggestivo del nome acquisito, sfruttato poi per coagulare su di sé il consenso dei tanti sostenitori cesariani. Tutto ciò non servì a scalfire l’opinione dei suoi avversari, i quali continuarono a ritenerlo politicamente inoffensivo, data la giovane età. Capirono però di lì a poco che stavano commettendo un grosso errore di valutazione, come un episodio, ancora una volta capitato nella nostra città, rese loro evidente.

Pochi mesi dopo le idi di marzo, agli inizi di ottobre del 44 a.C., Antonio raggiungeva Brindisi. Ha l’incarico di prendere il comando delle quattro legioni dell’esercito stanziato in Macedonia che, per l’annullamento della spedizione partica, erano state fatte rientrare nella nostra città, e di condurle in Cisalpina. Ha brigato non poco per ottenerne la guida, fiducioso che il loro apporto possa favorirlo nella contesa per la successione politica a Cesare. Ma le attese vanno subito deluse. C’è un clima di velata contestazione che serpeggia tra le fila dei legionari, mentre il console prende la parola per salutarli. Il motivo è presto detto: sono tutti veterani fedeli a Cesare ed imputano ad Antonio di non averne vendicato l’uccisione, scendendo in più a patti con i congiurati. In realtà l’accusa non è del tutto giustificata, perché Antonio non era nelle condizioni ideali per poter intraprendere un’azione di forza contro i cesaricidi, inizialmente sostenuti sia dal Senato, sia da gran parte della popolazione.

L’insoddisfazione della truppa, pur in parte spontanea, è però per lo più causata dalle trame di Cesare Ottaviano che, qualche giorni prima, aveva inviato a Brindisi suoi emissari proprio allo scopo di sobillare i legionari offrendo loro pure del denaro. L’opera di corruzione conta innanzitutto sull’appoggio dei centurioni che, avendo in passato soggiornato ad Apollonia, hanno avuto modo di familiarizzare con Ottaviano e che, in aggiunta, grazie al grado e all’esperienza posseduti, godono d’un buon ascendente sul resto della milizia.

In un primo momento, Antonio cerca di placare la contestazione con le buone, garantendo a ciascuno un soldo di cento denari; ma il donativo, invece di calmare i soldati, ne aumenta ancor più il risentimento, perché si vocifera che Ottaviano abbia promesso un compenso cinque volte superiore. Poi, riconosciute le tracce della corruzione ottavianea, reagisce con sdegno: accusa i legionari di irriconoscenza e, soprattutto, di non aver smascherato gli uomini che, per conto d’un «giovanetto precipitoso» (così definisce Ottaviano), avevano tentato di corromperli. Il dissenso s’inasprisce e, a detta dello storico Appiano, i soldati «alle sue espressioni irose rispondono intensificando le grida e abbandonandolo». A questo punto, per ricondurre la truppa all’obbedienza, al console non restano che le maniere forti.

Negli eserciti romani si teneva memoria del comportamento di ciascuno; per questo Antonio chiede ai tribuni, suoi luogotenenti, d’indicare i più turbolenti e, tra questi, secondo la regola militare della decimazione, ne trae a sorte uno su dieci per mandarli a morte. In genere però la decimazione interessava i soldati semplici; nella circostanza, invece, coinvolge in modo rilevante anche i centurioni, molto considerati dall’opinione pubblica. Ottaviano può così sfruttare l’episodio per incentivare la diserzione che infatti interessò due delle quattro legioni macedoniche che, in maniera del tutto illegale, decisero di passare in blocco ai suoi ordini.

La durezza riservata ai centurioni fu pure utilizzata da Cicerone che, nella sua celebre III Filippica, accusò Antonio d’essere quell’uomo malvagio che a Brindisi aveva fatto massacrare, nella casa che l’ospitava, «il fior dei centurioni, il cui sangue, mentre spiravano ai suoi piedi, era andato a schizzare fin sul volto della moglie». Si trattò quindi d’un evento che, sebbene sconosciuto ai più, destò grande scalpore: a Brindisi era stata compiuta un’azione eversiva in quanto contraria ai principi sanciti dal «mos maiorum», vale a dire dalle consuetudini e dalla tradizione romana.

Meno di nicchia l’episodio che si narrerà la prossima volta quando, sempre nella nostra città, i due contendenti cercarono di trovare un accordo che ponesse fine al loro dissidio.

(2 – continua)

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

di Nazareno Valente

 

Se è scontato che tutte le strade portano a Roma, è anche vero che in antichità quelle che andavano, o venivano, dall’Oriente passavano immancabilmente per Brindisi.

A quei tempi la nostra città aveva poche uguali ed era celebrata da letterati, poeti e storici tanto è vero che, se a qualcuno venisse la briga di censire i testi antichi, scoprirebbe che, a parte Roma, nessuna metropoli dell’Occidente romano vanta un così consistente numero di citazioni. Sono infatti rari gli avvenimenti d’un certo significato storico, in particolare se accaduti sul Mediterraneo, da cui Brindisi fu esclusa, non solo per la sua importanza strategica, ma anche in virtù del suo peso economico. E questo si verificava in maniera puntuale nei momenti di evidente tensione sociale, come accaduto nel I secolo a.C. quando l’Urbe attraversò un periodo assai agitato, lacerata com’era da violenti dispute interne.

Abbiamo già visto come la nostra città abbia fatto da scenario al primo significativo scontro della guerra civile, che permise poi a Cesare di avere il sopravvento su Pompeo (11 e 12 ottobre 2017). Al termine della contesa, il vincitore debellò l’avversario dando al contempo pure la spallata conclusiva alle istituzioni repubblicane, che avevano già mostrato palesi crepe nelle lotte cittadine precedenti. Sebbene Cesare non fosse divenuto formalmente un re, lo era nondimeno nella sostanza, essendosi sostituito al Senato ed al popolo nell’esercizio dei principali poteri statali. Era di fatto lui che decideva sulla pace e sulla guerra; aveva facoltà di servirsi degli eserciti; disponeva delle finanze; proponeva gran parte dei magistrati; stabiliva i governatori provinciali ed aveva finanche il potere di creare nuovi patrizi. E tutto ciò lo faceva in forza di quelli che lo storico Svetonio chiamava gli «onori eccessivi» («nimios honores») che gli erano stati di volta in volta conferiti. Vale a dire, il consolato a vita, la dittatura perpetua, il soprannome di “padre della Patria” e la «sacrosanctitas», che lo rendeva inviolabile prevedendo addirittura la pena capitale per chi gli avesse arrecato danno.

Per andare dietro a tutto, il dittatore s’era creato un gruppo composto da persone di sua fiducia, scelti dalla nobiltà provinciale ma pure da suoi liberti e servi personali. A sentire Svetonio, Cesare aveva affidato il Tesoro statale e la cura della finanza pubblica a suoi schiavi; il comando delle tre legioni di stanza ad Alessandria al figlio d’un suo liberto e la gestione amministrativa delle province a magistrati di sua esclusiva nomina. E, pure quand’era assente, non mancava di gestire il governo dell’Urbe tramite suoi uomini di fiducia che firmavano i decreti a suo nome, dopo aver ricevuto istruzioni con lettere che facevano uso di un codice segreto basato su errori grammaticali inseriti di proposito nello scritto.

Non c’è quindi da sorprendersi se c’erano velati mugugni dovuti anche al fatto che, da un punto di vista formale, le istituzioni repubblicane sussistevano ancora, per quanto del tutto svuotate delle loro peculiari caratteristiche. Sebbene lo spirito repubblicano s’andava spegnendo sempre più, c’era comunque chi rimaneva ancorato agli ideali passati e viveva con sofferenza l’affermarsi d’un potere personale eccessivamente opprimente. Ed è su questi idealisti che l’oligarchia senatoria fece leva per modificare la situazione politica, non tanto perché desiderosa di tornare alle antiche virtù repubblicane, quanto piuttosto per riappropriarsi del potere perduto.

La congiura unì nemici a persone che avevano ottenuto da Cesare onori e cariche e si compì alle idi di marzo (15 marzo) del 44 a.C. all’apertura della riunione del Senato. Mentre Antonio, ritenuto il braccio destro del dittatore, veniva tenuto lontano dalla scena da Trebonio, un altro cospiratore, Servilio Casca, sferrava la prima delle ventitré pugnalate che uccisero Cesare. Ironia della sorte, sia Trebonio, sia Casca avevano beneficiato dei favori e della clemenza di chi stavano pugnalando. Ma non erano gli unici che avevano un debito di riconoscenza con lui, sicché non destò meraviglia che, nel corso del funerale del dittatore, un cantore, impersonando il morto, gridasse agli astanti: li ho quindi salvati perché divenissero i miei carnefici? («men servasse, ut essent qui me perderent?»).

Era questo un verso d’una famosa tragedia (“Il giudizio delle armi”) composta da un nostro illustre concittadino, Marco Pacuvio, che concorse ad alimentare lo sdegno dei presenti.

Il 18 marzo, due giorni prima del funerale, il Senato aveva aderito alla richiesta di Pisone Cesonino di dare esecuzione al testamento che Cesare aveva consegnato in custodia alle Vestali. L’apertura del documento riservò più d’una sorpresa: i nove dodicesimi dell’asse ereditario andavano al pronipote Gaio Ottavio, il futuro Augusto, che in aggiunta veniva adottato dal dittatore. L’erede, poco più che diciottenne, si trovava in quel momento ad Apollonia (una città a sud di Durazzo) mandatovi proprio da Cesare per fargli fare esperienza di vita militare al suo seguito nella programmata spedizione contro i Parti. Ed è qui che Ottavio riceve il messaggio, mandatogli in tutta fretta dalla madre Azia, che gli annuncia unicamente l’uccisione di Cesare.

Dopo essersi consultato con Vipsanio Agrippa e Salvidieno Rufo, i suoi amici più fidati, il giovane decide di rientrare in Italia: ignora cos’era avvenuto dopo il cesaricidio e, soprattutto d’essere stato adottato dal dittatore, nonostante ciò preferisce attraversare lo Ionio evitando di fare rotta per Brindisi, nel timore che i congiurati abbiano preso il sopravvento e che possano aver predisposto qualche trappola a suo danno. Approda così, per prudenza, in una località a sud della nostra città per poi dirigersi “fuori della via battuta” verso “Lupie” (Lecce). Qui fa base, sino a quando non gli arrivano informazioni più precise sugli avvenimenti e non riceve copia del testamento. Solo allora, dopo aver per altro appurato che i cesaricidi non stanno tramando nulla contro di lui, si convince infine di avviarsi verso Brindisi.

Questa la narrazione di Nicolao di Damasco e di Appiano che, però, lascia spazio ad una banale domanda: se non sapeva d’essere stato adottato da Cesare, che motivo aveva Ottavio per temere che i congiurati potessero avercela con lui? Di conseguenza appare del tutto ingiustificata la circospezione che l’aveva indotto a preferire un tragitto più tortuoso e lungo rispetto a quello che l’avrebbe condotto a Brindisi. S’aggiunga inoltre che i mezzi di locomozione d’allora non consentivano di spostarsi in tempi neppure lontanamente comparabili con quelli attuali: un tratto — ad esempio, da Roma a Brindisi — per il quale noi sprechiamo poche ore, veniva comunemente fatto in un paio di settimane, per cui anche la minima deviazione comportava un aggravio ed una grossa perdita di tempo. Quel tempo che in effetti il futuro Augusto non sembra d’aver perso in inutili esitazioni nel suo viaggio di avvicinamento a Roma, se Cicerone, in una lettera ad Attico, lo dà per arrivato in Campania già alla metà di aprile. Il che rende improbabile, pure in base ai tempi di percorrenza, il tortuoso cammino prospettato dai due storici. Quella di Nicolao e di Appiano sembra pertanto la classica ricostruzione compiuta con il senno del poi, magari condizionata dalla propaganda augustea intesa ovviamente a valorizzare le doti strategiche possedute già in età giovanile da Ottavio ed a far credere che, sin dal suo esordio politico, incuteva rispetto e timore nei suoi avversari.

Per questo, appare di gran lunga più attendibile la versione di Cassio Dione che, proprio basandosi sul fatto che i contenuti del testamento di Cesare erano ancora ignoti, dava per scontato che Ottavio si fosse diretto subito verso Brindisi, senza quindi ritenere necessaria la prudenziale tappa intermedia di Lecce. In tale ipotesi, è quindi nella nostra città che Ottavio riceve copia del testamento, venendo così a conoscenza d’essere stato adottato dal dittatore.

Comunque sia andata, su un punto, invece, i tre storici antichi si trovano d’accordo: fu a Brindisi che Ottavio abbandonò il suo nome e assunse quello del padre adottivo, facendosi chiamare da allora in poi Cesare. I suoi avversari politici, ma anche ad esempio Cicerone, continuarono almeno per il momento a chiamarlo Ottavio, e non solo per un aspetto formale: la procedura per l’adozione, che prevedeva l’accettazione dinanzi al pretore urbano e l’approvazione dei comizi tributi, non era stata neppure avviata. Per i patrizi romani era un modo spocchioso per distinguersi dai parvenu, in genere incuranti delle antiche tradizioni repubblicane.

E, nella prossima puntata, vedremo meglio perché.

(1 – continua)

 

Flora spontanea: il Salvione giallo. Usi popolari, proprietà,curiosità

di Gianfranco Mele

 

Il salvione giallo (Phlomis fruticosa) è una pianta perenne della famiglia delle Lamiaceae. Vegeta nelle garighe e negli incolti. Fiorisce in estate e le sue foglie, aromatiche, sono simili a quelle della salvia. Ha difatti proprietà in comune con la Salvia officinalis, e quindi è stata utilizzata in cucina anche come succedaneo di questa pianta.

Phlomis fruticosa è facilmente coltivabile, e viene spesso utilizzata come pianta ornamentale. Cresce bene in posti molto soleggiati. E’ tipica delle regioni balcaniche ma cresce anche nel sud Italia, e si è naturalizzata in alcuni luoghi dell’ Inghilterra sud-occidentale e della California.

In Salento è notevolmente diffusa.

salvione giallo (Phlomis fruticosa)

 

In medicina popolare il salvione giallo era utilizzato come rimedio per la tosse e il mal di gola, e i cataplasmi delle sommità fiorite venivano impiegati per curare le ferite.

Altri usi di questa pianta nella tradizione sono per combattere il mal di stomaco, per problemi di digestione, per favorire la perdita di peso e come rimedio per combattere i crampi.

Uno dei nomi dialettali dato in alcuni paesi salentini, “sucamèli” (var. sucamèlu, sucamèle), rivela un antico uso, in special modo da parte dei ragazzini, che solevano succhiare il nettare dolce dei fiori freschi. Questa usanza era in realtà volta anche a piante d’altra specie, genere e famiglia, purchè risultasse gradevole gustare il nettare dei fiori: così, “sucamèli” erano chiamati anche anche l’ erba viperina (Echium vulgare), la Nicotiana glauca ed altre piante diverse fra loro.

Altri nomi dialettali: cannamèli, cantamèli (Lecce), pedecàgna (Carpignano), sarva (Santa Cesarea, Ruffano, Spongano) sarvia (San Cesario, Otranto), sfaca (Corigliano, Martano), sfaga (Calimera, Martano), spaca, spaga (Lecce, Soleto).

Il nome “sugamele” è riportato anche dal botanico pugliese Martino Marinosci nella sua opera del 1870 (“La flora salentina”). Lo studioso ottocentesco rileva crescita abbondante di questa pianta nel brindisino, e tra i suoi nomi volgari riporta anche “salvia falsa”, “salvia selvaggia”, “spaco volgare”. Le proprietà e gli usi che indica il Marinosci sono: “antisettica, diuretica, antiodontalgica, bollendosi nel vino per colluttorio nel dolor di mole”.

Il libro di Martino Marinosci

 

L’infuso di fiori secchi era utilizzato come bevanda dolce e dissetante.

Gli utilizzi di questa pianta descritti da Costantini e Marcucci nella loro ricerca sui rimedi popolari salentini sono simili a quelli della Salvia officinalis: come sostitutivo del dentifricio frizionando le foglie sui denti, come rimedio antinevralgico, come rimedio alle febbri terzane (tisana di foglie di Phlomis unite a foglie di ulivo e ad un pomodoro), e infine come digestivo (foglie secche macerate nel vino marsala).

In fitoterapia alternativa viene impiegato contro afte, stomatiti, alitosi, alopecia, disturbi cardiaci, bronchite, angina, diarrea, difficoltà digestive, menopausa, diuresi scarsa, eczemi, disturbi mestruali, ipotensione, punture di vespe, spossatezza, sudorazioni notturne.

Nella cucina tradizionale araba viene impiegato per la preparazione di zuppe e stufati.

Gli oli essenziali di Phlomis fruticosa hanno attività antibatterica ed antimicotica. La ricerca ha inoltre dimostrato che il Salvione giallo ha proprietà ipoglicemiche, antiossidanti, antimutageniche.

Alcuni studi si sono concentrati, incuriositi dall’utilizzo del salvione giallo nella medicina popolare di vari paesi come antiinfiammatorio, sull’approfondimento scientifico di tale aspetto: in effetti, sia le radici che le parti aeree di questa pianta hanno rivelato una significativa attività antinfiammatoria paragonabile al diclofenac (un farmaco anti-infiammatorio non steroideo tra i più utilizzati).

Phlomis fruticosa, “Verbasco selvatico” nel testo del Mattioli

 

Nel Dioscoride del Mattioli questa pianta è annoverata tra i verbaschi ed chiamata “Verbasco selvatico”, con la caratteristica di produrre “fronde simili a quelle della salvia” e un “fiore giallo della splendidezza dell’oro”. Viene indicata come pianta tintoria per i capelli (tramite l’utilizzo dei fiori) e che, “messa in qualsiasi luogo tira a sé le tignole”. Inoltre, è descritta dal Mattioli come utile alle infiammazioni e alle malattie degli occhi (la decozione delle foglie). E’ considerata utile, insieme a vino e miele, ad alcuni tipi di ulcera, e con aceto alle ferite; rimedio, infine, ai morsi degli scorpioni. Un altro utilizzo descritto è quello delle foglie più grandi in cui venivano avvolti i fichi secchi per impedirne la putrefazione.

Pare che ad alti dosaggi il salvione giallo abbia effetti psicoattivi: produrrebbe stimolazione, eccitazione, euforia. Non è ben chiaro a cosa siano dovuti tali effetti, probabilmente all’alto contenuto di terpeni.

 

BIBLIOGRAFIA

Nardone D., Ditonno N.M., Lamusta S., Fave e favelle, le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro di Studi Salentini, Lecce, 2012

Medagli P., Accogli R., Turco A., Zuccarello V., Albano A., Fiori spontanei del Salento, Edizioni Grifo, 2016

Marinosci M., La flora salentina, Volume secondo, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1870

Costantini A., Marcucci M., Le erbe le pietre gli animali nei rimedi popolari del Salento, Congedo Editore, 2006

Ristic, M. D., Sonja Duletic, Jelena Knežević-Vukčević, Petar Marin, Antimicrobial activity of essential oils and ethanol extract of Phlomis fruticosa L.(Lamiaceae) Phytotherapy Research, 2000

Dellai, Afef, et al., Screening of antimutagenicity via antioxidant activity in different extracts from the flowers of Phlomis crinita Cav. ssp mauritanica munby from the center of Tunisia, Drug and chemical toxicology, 2009

Sarkhail, Parisa, et al., Antidiabetic effect of Phlomis anisodonta: effects on hepatic cells lipid peroxidation and antioxidant enzymes in experimental diabetes, Pharmacological Research, 2007

Boukhary R., Raafat K., Ghoneim A., Anti-Inflammatory and Antioxidant Activities of Salvia fruticosa: An HPLC Determination of Phenolic Contents, Evid Based Complement Alternat Med., 2016

Mattioli P. A., I Discorsi di Pietro Andrea Mattioli nei sei libri di Pedacio Dioscoride Anarzabeo Della Materia Medicinale, Venezia, 1563.

Libri| I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi

A Maggior Gloria di Dio. I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi: da Radio Vaticana allo Sri Lanka, a cura di Paolo Vincenti

 

Prefazione di Mario Spedicato

In questi ultimi anni la ricerca storica ha focalizzato l’attenzione sul ruolo esercitato da non pochi salentini nel settore della scienza, delle arti e dello sviluppo economico-sociale. Sono stati disseppelliti uomini di grande e indiscutibile valore culturale di cui si era persa la memoria, caduti nell’oblio per una colpevole distrazione. Sono emersi via via dalla polvere degli archivi personaggi cui il Salento dovrebbe essere fiero di aver dato i natali, ma che per ragioni oscure sono stati a lungo relegati nel dimenticatoio. La sorpresa più grande è stata quella di scoprire che un numero sempre crescente di queste straordinarie figure si sono formate nella Compagnia di Gesù. Hanno scelto di abbracciare la religione di S. Ignazio di Loyola e di servire la Chiesa in ogni parte del mondo, gesuiti che in modo particolare hanno svolto la loro missione evangelizzatrice lontani dal Salento, ma del Salento sono rimasti fulgida espressione. Riposizionando la ricerca storica su questo terreno, ancora scarsamente esplorato, si è potuto ricostruire il contributo da loro fornito all’elevazione spirituale dei popoli e, conseguentemente, verificare a largo spettro quanto noi uomini contemporanei siamo debitori alla missione svolta nelle diverse epoche in cui è emerso il loro protagonismo.

Siamo ancora all’inizio di un lavoro che richiederà anni per censire tutti i gesuiti salentini che meritano l’attenzione storiografica finora negata. Qualcosa però è stata fatta e ci pare opportuno segnalare lo sforzo che chi scrive ha prodotto in questo ancora lungo percorso di ricerca. Abbiamo iniziato con l’emersione di due gesuiti che sono saliti agli onori degli altari, Francesco de Geronimo di Grottaglie e il salentino di adozione Bernardino Realino, poi recuperato un gesuita di San Cesario di Lecce, Adriano Formoso, missionario in Sud America nel ‘600, rivalutato un altro gesuita missionario di Martina Franca, Michele Salpa, fondatore nel 1610 dell’Università degli Studi di Vilnius in Lituania, e, per ultimo, riscoperto un gesuita di Ruffano, Sabatino de Ursis, missionario e scienziato nella Cina dei Ming[1].

Ora questo quadro storiografico si arricchisce del lavoro di Paolo Vincenti sui due gesuiti Stefanizzi, interessanti figure del recente passato che danno lustro alla città di Matino, centro che ha dato loro i natali. Una meritevole iniziativa, patrocinata dall’Associazione Autori Matinesi, che va oltre modo apprezzata. L’urgenza del momento, l’empito delle emozioni o il vincolo di affetto personale non sono i migliori alleati dello storico, perché possono fare velo a quella lucidità che sempre chi si occupa di ricerca storica deve mantenere, insieme al rigore dell’analisi documentaria, per consegnare ai lettori e alla comunità degli studiosi un prodotto scientificamente irreprensibile. Tuttavia il curatore dell’opera non corre nessuno dei rischi sopra richiamati in quanto né l’amicizia personale, né alcun debito di affetto e di riconoscenza lo legano ai personaggi trattati nel libro e nemmeno ragioni di sterile campanilismo. Il suo non è da considerare un lavoro agiografico, quindi, ma una ricerca nata da un interesse erudito nei confronti dei due padri protagonisti del volume che, uniti dalla comune appartenenza all’ordine religioso dei gesuiti, si segnalano alla nostra attenzione per meriti indiscutibili, sia pure in ambiti diversi. Padre Antonio Stefanizzi, scomparso nel 2020 all’età di 102 anni, è stato un esperto di tecnica radiofonica tanto che ha ricoperto per molti anni l’incarico di Direttore di Radio Vaticana, l’emittente dello Stato Pontificio. Questo incarico lo ha portato a collaborare strettamente con molti Papi e a partecipare ad importanti convegni ed incontri di studio non solo in Italia ma in tutto il mondo. Proficua la sua esperienza americana, avendo egli studiato alla Fordham University di New York, dove ha potuto collaborare con il premio Nobel Victor Franz Hess, lo scopritore dei raggi cosmici. Professore di matematica e fisica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, è stato autore di molti interventi, soprattutto sulla rivista “La Civiltà cattolica”, sui temi a lui più congeniali. La formazione scientifica di padre Stefanizzi ben si inquadra in un ordine quale quello dei gesuiti notoriamente aperto alla scienza e alla tecnica fin dai suoi esordi. E in questo senso, gli autori del profilo bio-bibliografico, Francesco Frisullo e Paolo Vincenti, ben sottolineano la continuità di padre Stefanizzi con tantissimi illustri gesuiti scienziati del passato ai quali dedicano un apposito capitolo. Allo stesso modo, prendendo spunto dall’esperienza americana e dal prestigio di cui godeva come studioso padre Stefanizzi nel Nuovo Continente, gli autori offrono un altro saggio in cui elencano una serie di gesuiti missionari negli Stati Uniti, fra Ottocento e Novecento, con figure quali quelle di Vincenzo e Vito Carrozzini, Alessandro Leone, i due fratelli Salvatore e Carlo Personè, Eugenio Vetromile, ed altri, fornendo alcune interessanti notizie del tutto inedite. Padre Antonio ha vissuto da protagonista l’esperienza del Concilio Vaticano II, ed anche dopo la fine del suo impegno a Radio Vaticana, ha continuato a servire la Santa Sede come consulente del “Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali”, ed è stato fra l’altro, uno dei fondatori del Centro televisivo vaticano.

Non meno interessante si presenta la parabola umana di padre Angelo Stefanizzi, missionario per moltissimi anni in Sri Lanka. Egli parlava correntemente tre lingue: inglese, singalese e tamulico. Si dedicò all’assistenza della povera gente, in particolare dei lavoratori nelle piantagioni di the a Tamil, e all’assistenza dell’infanzia abbandonata e delle ragazze disagiate, oltre che alla tutela del lavoro, promuovendo nel territorio la formazione professionale per i giovani e avviando preziose esperienze di scuola-lavoro. Si ascrive a suo grande merito quello di avere lavorato alla pacificazione dello Sri Lanka, insanguinato per molti anni da una fratricida guerra civile e aver messo in comunicazione anche le diverse fedi religiose presenti sul territorio, cosa che gli valse l’appellativo di “Padre Gandhi” con cui era conosciuto. Padre Angelo si pone in continuità con altre figure di gesuiti missionari nell’estremo Oriente, molte delle quali segnalate da Francesco Frisullo e Paolo Vincenti in un altro capitolo del libro. In particolare, gli autori si soffermano sulle figure di missionari pugliesi e salentini come Vincenzo Antoglietta, Francesco Riccio, Giuseppe di Mesagne, Giovanni Andrea Lubelli, Giovanni Giuseppe Costa, ecc. Degna di nota, ci è parsa, all’interno di questo contesto, l’attenzione riservata ad altri due gesuiti matinesi, padre Giuseppe Angelè e padre Cosimo Guida, precursori di padre Angelo nella missione in Sri Lanka, dei quali si ricostruiscono le vicende biografiche con notizie inedite. E un utile excursus è quello che dedicano alla storia dell’isola dello Sri Lanka e della missione che ha accolto lo stesso padre Angelo.

Il volume è ulteriormente arricchito da un saggio di Livio Ruggiero sugli esperimenti scientifici dei gesuiti sull’elettricità a Lecce. Nel 1859 infatti il gesuita Nicola Miozzi accese a Lecce una lampada ad arco in occasione della visita del Re Ferdinando II. Il Miozzi aveva già effettuato un esperimento nel 1852 e queste sue dimostrazioni sono state forse tra le prime del genere in Italia. P. Miozzi insegnava fisica nel Collegio S. Giuseppe di Lecce e stimolò un grande interesse per l’elettricità in Giuseppe Candido, un giovane seminarista che si dedicò con grande passione alla costruzione di apparecchi elettrici per la sua casa, tanto da potersi considerare un precursore della domotica[2]. Per alimentare i suoi apparecchi Candido ideò la pila a diaframma regolatore, che ottenne una menzione onorevole all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e dal 1868 al 1874 costruì una rete di quattro orologi da torre sincronizzati elettricamente, un primato per la città. Nel 1898 Lecce realizzò un altro primato con il tram elettrico fino a S. Cataldo, che con i suoi 12 chilometri era la più lunga linea a trazione elettrica d’Italia[3]. Anche la figura dei due religiosi scienziati si pone in stretta continuità con quella di padre Antonio Stefanizzi, che ha coniugato per tutta la vita il formidabile binomio scienza e fede, sul quale ci offre una approfondita riflessione Maria Antonietta Bondanese nel saggio inserito nel volume, che vale la pena riprendere nelle sue linee essenziali per dare sostanza anche ai problemi, non trascurati e storicamente elaborati, dalla stessa Compagnia di Gesù[4].

Il Discorso sulla dignità dell’uomo di Giovanni Pico della Mirandola è il “manifesto” di un Umanesimo che valorizza l’individuo nelle sue capacità razionali senza però negarne l’intima tensione al divino. Ma la modernità, privilegiando una ragione strumentale, lascia insoluti gli enigmi dell’esistenza. Uno strumento, il cannocchiale, disincanta il mondo, infrange il thaumazein e distoglie la riflessione dal “perché” una cosa è, sulla questione del “come” essa è. Esclusa la contemplazione dal suo orizzonte, l’homo faber, che “tanto può quanto sa”, assoggettava il mondo mediante la tecnica, sospeso tra due estremi, il sogno di “addomesticare” la natura, anche la propria, e la desertificazione esistenziale della mancanza di significati. Oggi, la portata, gli obiettivi e le conseguenze della tecnologia sono così inediti da imporre una nuova dimensione della responsabilità, non più circoscritta al singolo individuo ma estesa all’agire collettivo. Occorre allora riconoscere che esistono diversi livelli del sapere, fra i quali stabilire integrazione e differenze. Cade, in particolare, questo l’assunto del saggio, l’idea della irrilevanza reciproca tra scienza e fede, esito di un’antropologia sdivinizzata che intendeva congedare il soprannaturale. Su questo versante è opportuno tenere aperta la riflessione e il confronto all’interno del mondo dei saperi umani. Questo ci viene suggerito dai due Stefanizzi, la cui densa biografia non potrà essere esaurita, per ovvie ragioni, dall’ottimo lavoro di Paolo Vincenti.

 

Note

[1] Per il De Geronimo si rinvia a Mario Spedicato (a cura di), Nelle Indie di quaggiù. S. Francesco de Geronimo e i processi di evangelizzazione nel Mezzogiorno moderno, Atti del Convegno di Studio, Grottaglie, 6-7 maggio 2005, Galatina, EdiPan, 2006; sul Realino si veda Luisa Cosi- Mario Spedicato (a cura di), Defensor Civitatis Modernità di padre Bernardino Realino Magistrato, Gesuita e Santo. Atti del Convegno Internazionale di Studi a quattrocento anni dalla morte (1616-2016) Lecce 13-15 ottobre 2016, Società Storia Patria Sezione di Lecce, Lecce, Grifo Editore, 2017; sul Formoso: Antonio Fernando Guida, Adriano Formoso da San Cesario di Lecce 1601-1649. Un gesuita salentino nelle Missioni del Sudamerica, Società di Storia Patria Puglia, Sezione di Lecce, Trepuzzi, Maffei Editore, 2015; sul Salpa si attende la celebrazione del convegno di Vilnius per la pubblicazione degli Atti; su de Ursis si rinvia alla recente monografia di Francesco Frisullo e Paolo Vincenti, L’apostolato scientifico dei gesuiti nella Cina dei Ming. Il missionario salentino Sabatino de Ursis, Società di Storia Patria Puglia Sezione di Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2020.

[2] Si veda, al riguardo, Livio Ruggiero- Mario Spedicato, Giuseppe Candido tra pastorale e scienza,Società di Storia Patria Puglia Sezione di Lecce, Galatina, EdiPan, 2007.

[3] Cfr. Carmelo Pasimeni, Il Tram del Mare. La tramvia elettrica Lecce-San Cataldo, Lecce, Conte Editore, 1998.

[4] Sul tema all’interno della Compagnia di Gesù vi è una solida tradizione storiografica ben documentata da  Ugo Baldini, «Legem impone subactis». Studi su filosofia e scienza dei Gesuiti in Italia 1540-1632, Roma, Bulzoni, 1992; Idem, Saggi sulla cultura della Compagnia di Gesù (secoli XVI-XVIII), Padova, CLEUP,2000.

Libri| I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi

A Maggior Gloria di Dio. I Fratelli Antonio e Angelo Stefanizzi: da Radio Vaticana allo Sri Lanka, a cura di Paolo Vincenti

Introduzione di don Giorgio Crusafio:

Padre Angelo e Padre Antonio Stefanizzi: due frutti della nostra terra.

 

Sono lieto che la monografia sui fratelli gesuiti P. Antonio e P. Angelo Stefanizzi sia stata affidata alla valente penna di Paolo Vincenti, stimato e apprezzato storico del nostro Salento.

Ho gradito l’invito a scrivere qualcosa su queste figure eminenti della nostra storia di Matino: essi sono, insieme con la sorella Suor Agata, i frutti prelibati della santa famiglia di Giosuè Stefanizzi e di Cristina Boccardo.

Andando molto indietro negli anni, ricordo il papà, Giosuè, piccolo coltivatore diretto, quando, a pomeriggio, tornava dalla campagna e rimetteva il biroccio e l’asinello nella piccola stalla di Via Immacolata. Quella famiglia era il fiore all’occhiello dell’arciprete del tempo, don Giacomo Blasio, parroco zelante e ricco di iniziative. A lui si deve la vocazione di ben 5 gesuiti di Matino: i fratelli Stefanizzi, Padre Giuseppe Angelè, Padre Donato Tamborrini e Padre Cosimo Guida.

La mia conoscenza di Padre Antonio risale agli anni ’50 del secolo scorso, quando, già direttore della Radio Vaticana, si prendeva ogni anno 3 giorni di “ferie” nel mese di agosto da passare in famiglia. Non mancava mai la visita al parroco del tempo, Mons. Aniceto Marsano: lo salutava e poi celebrava la S. Messa. Io, seminarista di liceo, gliela servivo. Poi papà Giosuè con il biroccio e l’asinello lo accompagnava in campagna, in contrada “Murra”, dove villeggiava in una casetta a tegole. Celebrava le altre due messe nella piccola cappella costruita per devozione di Rocco Caputo. Con la morte dei genitori le sue visite a Matino divennero sempre più rare.

Quando divenni parroco, negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, presi l’iniziativa di far commemorare ogni anno il “miracolo di S. Giorgio” del 1867 da uno dei numerosi sacerdoti diocesani e religiosi di Matino. Invitai più volte Padre Antonio per tale commemorazione, che cadeva il 27 febbraio, ma egli declinava sempre l’invito perché non poteva assentarsi dal Vaticano. Quando poi andò in pensione da quell’importantissimo incarico, fu lui che si autoinvitò e portò una preghiera al nostro patrono S. Giorgio, da lui composta e che viene recitata nella ricorrenza della sua festa il 23 aprile.

Qualche giorno dopo la commemorazione del miracolo, improvvisammo nella parrocchia di S. Giorgio una semplice manifestazione canora in suo onore. Io ero a fianco del festeggiato e, come il mio solito, ero abituato a muovermi ogni tanto. Padre Antonio, invece, rimase “immobile” per tutta la manifestazione. Evidentemente così era abituato a stare, vicino al Papa, nelle varie celebrazioni liturgiche.

Un altro particolare ho saputo da lui: egli era al seguito del papa S. Giovanni Paolo II nel suo primo viaggio apostolico in Messico. Quel viaggio durò diversi giorni e più di una volta i cattolici messicani a mezzanotte lo svegliavano con i loro caratteristici canti. Il Papa, benché stanchissimo, si affacciava per salutarli e benedirli. Di ritorno da quel lungo e faticosissimo viaggio, il Sommo Pontefice concesse a tutto il suo seguito 15 giorni di riposo. Lui, invece, dopo pochi giorni, aveva ripreso il suo ritmo di lavoro.

Quando il 3 febbraio del 2010 giunse la notizia del decesso del fratello missionario, nell’esprimergli il mio cordoglio, gli comunicai che avremmo suffragato il fratello il 7 dello stesso mese. Egli, allora ormai novantaduenne, si sentì in dovere di venire da Roma, insieme con la sorella Suor Agata, per presiedere a quella celebrazione. Sorprese tutti per la sua invidiabile salute e per la sua piena lucidità.

Nel 2017, in occasione del suo 100° genetliaco, ho avuto il piacere di partecipare a Roma alla sua festa insieme con il Sindaco di Matino, che gli consegnò una targa-ricordo. Padre Antonio ebbe molto piacere ed era sufficientemente lucido. Semplice e fraterna fu la festa che la Comunità dei Gesuiti, presso cui risiedeva, gli aveva approntato. Purtroppo al suo funerale non abbiamo potuto essere presenti, a causa della pandemia del coronavirus.

Passo ora a Padre Angelo. Ero nel Seminario Vescovile di Nardò e frequentavo la terza media. Una sera del mese di marzo 1948, mentre in Cappella recitavamo il Rosario, accompagnato dal Rettore, entrò un missionario vestito di bianco e ci rivolse un breve saluto: era Padre Angelo, che era in partenza per l’India, dove avrebbe completato gli studi di Teologia, avrebbe imparato la lingua “Tamil” e poi sarebbe stato ordinato sacerdote nel 1949.

Negli anni ’50 del secolo scorso ero nel Seminario Pontificio di Molfetta; sfogliando una rivista missionaria dei Gesuiti, m’imbattei in un articolo su Padre Angelo. Egli era alla guida di un furgoncino scoperto, su cui erano visibili attrezzature varie per qualche filmino che il missionario doveva fare. La didascalia, più o meno, diceva: anche il missionario Padre Angelo Stefanizzi per la sua evangelizzazione usa gli strumenti che la tecnica di oggi offre, come il fratello Padre Antonio, direttore della Radio Vaticana.

Trascorse molti anni tra le piantagioni di thè dello Sri Lanka, senza mai venire a Matino. Seppi poi che qualche volta il fratello che era a Roma era andato a trovarlo, ma Padre Angelo era assente: a piedi nudi era tra le piantagioni di the e a Padre Antonio non restava che attenderlo nella sua cameretta, perché il missionario non era rintracciabile.

Il mio primo incontro con Padre Angelo risale agli anni ’70, ed era la sua prima venuta a Matino dopo la partenza per le Missioni. Mi premurai di presentarlo al preside della Scuola Media e farlo incontrare con gli alunni di terza Media, ai quali raccomandai di riferire ai fratelli e alle sorelle più grandi, che a pomeriggio il missionario avrebbe incontrato i giovani di Matino nel salone parrocchiale. Speravo in una numerosa presenza giovanile, invece accolsi il missionario con volto mortificato. Cercai qualche giustificazione, ma egli mi interruppe: non ti preoccupare, don Giorgio, vedo che per voi è più difficile il lavoro pastorale. Avessi io organizzato un incontro formativo, tutti i giovani del villaggio avrebbero partecipato, anche se la presenza cattolica nella Missione è solo del 2%.

Poi è venuto altre volte a Matino, anche per incontrare possibili benefattori per le sue varie iniziative di promozione sociale. Quando potei averlo a pranzo nella mia famiglia, non finiva di ringraziarmi e lo ripeteva nelle varie lettere che ci scambiavamo.

Negli anni ’80 e ’90 ero parroco alla parrocchia del S. Cuore di Matino ed era mia gioia presentarlo alla Comunità ogni volta che veniva. L’ultima volta venne col bastone e, nel salutarlo con commozione, mi disse: don Giorgio, questa è l’ultima volta che ci vediamo. Io vado a morire laggiù tra la mia gente e là voglio rimanere per sempre.

Negli ultimi anni, sulla sedia a rotelle, era assistito da un giovane indù con tanta premura, ma soprattutto aveva chiesto che la sua piccola camera avesse di fronte la Cappella della Comunità, quasi in continua adorazione verso la divina Eucarestia, da cui aveva attinto ogni giorno la forza per il suo faticoso lavoro apostolico.

Alla sua morte alcuni giornali dello Sri Lanka davano la notizia scrivendo: “è morto il Gandhi dello Sri Lanka”.

Un’opera fondamentale per la cultura storica di Mesagne

Mercoledì 9 settembre 2020 – Castello di Mesagne: si presenta un’opera fondamentale per la cultura storica mesagnese

 

L’inedito codice dal titolo Messapographia sive Historia Messapiae, scritto in latino da Diego Ferdinando attorno al 1655 (ora trascritto e tradotto da Francesco Scalera e Domenico Urgesi) rivela l’identità culturale in età barocca di una piccola città del Mezzogiorno, Mesagne-Messapia, sita nelle propaggini settentrionali del Salento, che allora si chiamava Terra d’Otranto.

Secondo l’Autore, due sono i pilastri fondamentali dell’identità morale e religiosa della piccola comunità: -la mitica fondazione della città da parte del leggendario eroe greco Messapo, primo Re dei Messapi, che avrebbe insediato la propria Reggia a Mesagne; -l’apporto della fede cristiana a Mesagne, da parte del Vescovo Eleuterio e della madre Anzia nel 121 d.C., ed il loro seguente martirio nella città messapica romanizzata.

Nelle 516 pagine del manoscritto rivivono i fasti della presunta capitale dei Messapi, a partire dalle mitiche vicende fondative che rinviano al ciclo Omerico, ai contrasti con i vicini amici Brundusini e i conflitti con i nemici Tarentini, nella resistenza ai Romani e nei rapporti con le imprese di Annibale, fino alle testimonianze epigrafiche di età romana imperiale.

Nella narrazione di Diego Ferdinando, la piccola città messapica risorge continuamente, dopo le devastazioni dei Goti in secolare conflitto con i Bizantini, le incursioni dei Saraceni, le razzie subite dai Francesi e dagli Spagnoli nelle guerre per la conquista del Regno di Napoli. Il regno di Carlo V, infine, determina la discesa di Mesagne dal dominio regale a quello baronale. Sembra spegnersi così, nella mente dell’Autore, l’antico fulgore ancora vivo nei privilegi, ricevuti dai sovrani angioini e aragonesi come premio per la fedeltà a loro riconosciuta dai mesagnesi, eppur rivendicati con orgoglio.

L’opera è stata trascritta con rigorosi criteri filologici, e poi tradotta nel rispetto più fedele possibile alla lettera e allo spirito dell’Autore, da Francesco Scalera e Domenico Urgesi, il quale l’ha corredata di dettagliate note introduttive.

Il volume, di complessive 560 pagine, si avvale delle prefazioni dei proff. Mario Lombardo e Rosario Jurlaro. La perizia grafica di Giuseppe Giordano (dott. in Tecniche Grafologiche) attesta l’autenticità autografa del manoscritto. Gli indici alfabetici delle fonti autoriali del Ferdinando, dei nomi e dei luoghi, completano il corposo volume di grande formato (cm 31x 22 circa).

La presentazione sarà conclusa da Giancarlo Vallone, Prof. Ordinario di “Storia delle istituzioni” – Università del Salento.

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (III parte)

di Mirko Belfiore

 

In questo quadro eterogeneo, un significato particolare lo riveste la vicenda degli Imperiale, una famiglia genovese di grandi tradizioni affaristiche che, a partire dalla fine del XVI secolo, si insediò stabilmente nella Terra D’Otranto volgendo le proprie attenzioni sui feudi di Oria, Francavilla e Casalnuovo (odierna Manduria).

stemma del casato genovese degli Imperiale

 

I membri di questa dinastia erano prima di tutto esponenti della finanza genovese, interessati ad accrescere il proprio patrimonio attraverso una serie di investimenti sul territorio e una chiara strategia matrimoniale volta alla fusione con la società locale. Un esempio lo ritroviamo con l’unione fra Aurelia Imperiale e Petraccone V Caracciolo, duca di Martina Franca, unione concordata prima ancora di stabilire quale delle figlie di Michele II Imperiale e Brigida Grimaldi dovesse essere la sposa del patrizio napoletano. Rimasero comunque forti e stabili i legami con la città di Genova, non solo per la presenza in Liguria di diversi componenti della famiglia e l’iscrizione al Libro d’oro della nobiltà ma anche per l’incentivarsi di unioni coniugali con famiglie patrizie come gli Spinola e i Grimaldi.

Il passaggio feudale dei possedimenti poc’anzi menzionati, avvenne in un’atmosfera di stampo chiaramente affaristico. Il marchesato di Oria e i territori ad essi annessi dopo il governo di Gio. Bernardino Bonifacio, fuggito a Ginevra nel 1541 perché inquisito per eresia, rimase de facto nelle mani del genovese Matteo Adorno, per passare nell’agosto del 1563 al cardinal Carlo Borromeo, nipote e collaboratore del pontefice Pio IV, con una rendita di dieci mila ducati e il titolo onorifico. La concessione del feudo decadde subito dopo la morte del Pontefice e dopo una serie di operazioni finanziarie a larghissimo raggio, nel maggio 1571, Filippo Spinola lo acquista per 83 mila ducati, con patto de retrovendendo, una vera e propria manovra fittizia volta a favorire l’interesse del nobile Davide Imperiale. Quest’ultimo era il giovane orfano di Andrea Imperiale, valoroso combattente nel 1572 durante la battaglia navale di Lepanto, protagonista con le sue quattro galee durante alcune fasi dello scontro.

Incisione raffigurante un episodio dell’assedio turco di Taranto, in primo piano, sulla sinistra, il marchese d’Oria Davide Imperiale a cavallo (da C. A. Mannarino 1596)

 

La particolarità di questo complesso piano di acquisizione e che un figlio di banchieri, decide di acquistare un territorio pagando moneta sonante senza dover percorrere le trafile militari dei Grimaldi e dei Doria o burocratiche dello Squarciafico, sottolineando una ben precisa scelta politica e sociale.

 

Bibliografia

D. Balestra, Gli Imperiali di Francavilla. Ascesa di una famiglia genovese in età moderna, Edipuglia, Bari 2017.

E. Papagna, Sogni e bisogni di una famiglia aristocratica. I Caracciolo di Martina in età Moderna, Franco Angeli Storia, Milano 2002.

A. Musi, Mercanti Genovesi nel Regno di Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, Coll. “L’identità di Clio”, Napoli 1996.

G. Galasso, Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (XVI-XVII secolo), UTET, Torino 1994.

A. Musi, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo stato moderno, Guida editori, Napoli 1991.

A.P. Coco, Francavilla Fontana nella luce della storia, Taranto 1941, ristampa fotomeccanica Galatina 1988.

R. Villari, Storia moderna, Laterza, Bari 1987.

R. Colapietra, I genovesi in Puglia nel ‘500 e 600’, in “Archivio Storico Pugliese”, Bari 1982 (XXXV).

A. Foscarini, Armerista e notiziario delle Famiglie nobili, notabili e feudatarie in Terra d’Otranto (oggi provincia di Lecce, Brindisi e Taranto) estinte e viventi, edizioni A. Forni, Bologna, 1971.

F. Caracciolo, Il Regno di Napoli nei secoli XVI e XVII – Economia e società, Università degli Studi, Messina 1966.

G. Coniglio, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo V, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1951.

P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Lecce 1869, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Bari 1901.

 

Per la prima parte:

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (I parte)

Per la seconda parte:

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (II parte)

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (II parte)

di Mirko Belfiore

 

Il 5 maggio 1533 un diploma imperiale restituiva la grazia di Carlo V Asburgo a Ferrante Orsini, duca di Gravina, conte di Campagna e signore di Matera, Sant’Agata e Vaglio, uno di quei nobili ribelli che si batté a sostegno della rivolta antispagnola durante la spedizione del conte di Lautrec. Anche se formalmente graziato dall’Imperatore, l’Orsini vide parte dei suoi possedimenti divenire proprietà di Onorato Grimaldi, patrizio ligure, al quale vennero aggiunti i territori di Canosa, Terlizzi e Monteverde; questa può essere definita la prima vera testimonianza di un infeudamento genovese in Puglia.

Le provincie del Vicereame di Napoli in età moderna.

 

L’epopea che vede protagonista il comandante francese Odet del Foix, si inserisce nelle vicende belliche per il predominio politico nella Penisola italiana, e l’assedio di Napoli del 1528 fu l’ultimo atto di uno scontro che vide le truppe francesi marciare per i territori italiani nel vano tentativo di recuperare la propria autorità nell’area. Nel Meridione poi, la volontà era quella di ribaltare gli esiti di quella sconfitta inflitta a Luigi XII durante le battaglie del 1503, ad opera del comandante delle truppe spagnole Gonzalo Fernández de Córdoba, vittorie che sancirono il definitivo passaggio del Regno di Napoli agli spagnoli. Le motivazioni di questo accanimento militare nei territori del Sud Italia, non aveva solo cause politiche da far valere nel complicato scacchiere mediterraneo, ma si concentrava sulla centralità del polmone granario pugliese, indispensabile per le strategie annonarie dei due contendenti.

Il monumento equestre di Gonzalo Fernández de Córdoba

 

Al primo documento, se ne aggiunge un altro del 12 settembre del 1555, sottoscritto da Andrea De Mari, Antonio Fornari Casella e Damiano Pallavicino, contratto ai fini commerciali che ben ci delinea i principali protagonisti di un gruppo di potere che, per un quarantennio, avrebbe rappresentato la voce imprenditoriale più robusta nell’esportazione del grano pugliese.

Il contratto, oltre a essere un interessante spaccato delle vicende che caratterizzavano la finanza dell’epoca, sottolinea efficacemente la spregiudicatezza con cui i genovesi vollero radicarsi nelle strutture statali e locali del Vicereame. Il modus operandi mette in risalto la pesante subordinazione a cui l’economia pugliese fu sottoposta nei decenni a venire, il tutto inserito in un’atmosfera di carica feudale che anticipa il successivo massiccio insediamento signorile. Tutto ciò dimostra come gli imprenditori della Repubblica di San Giorgio seppero divenire i principali interlocutori delle attività commerciali pugliesi, bypassando sia i feudatari locali di antico lignaggio che le dissestate Università. Una struttura burocratica, quella pugliese, dove sempre più frequenti furono le immissioni di genovesi nelle cariche pubbliche (tra il 1503 e il 1649, fra gli elenchi dei Percettori provinciali e degli Arrendatori troviamo più di una ventina di nominativi di origine ligure) e grazie alle quali, gli stessi, poterono consolidare il loro potere e il loro prestigio. Emblematica fu la vicenda di Umberto Squarciafico, precettore della Terra D’Otranto nel 1543, il quale abbandonò quasi immediatamente l’attività bancaria per inserirsi nella struttura burocratica dello Stato, come preludio all’insediamento feudale. In effetti, sebbene la presenza ligure nel Vicereame si fosse attuata in molteplici maniere, l’acquisto di terre fu sicuramente l’attività prediletta fra la fine del XVI secolo e i primi anni del secolo successivo. Di fronte alla crisi, ormai palese, della monarchia spagnola e di fronte alla certezza che “i commerci e le finanze non portavano ad una sicurezza permanente, il desiderio di terreni divenne ancora più ardente”, ebbe così inizio un massiccio trasferimento di capitale verso la terra e del resto: “ogni ritorno alla terra si traduce quasi automaticamente in un senso di nobiltà, in un’affermazione di potere”. Questo senso di nobiltà, i genovesi riuscirono a ottenerlo proprio nel Regno di Napoli, dove ancora una volta si mostrarono fedeli alleati della monarchia spagnola. Infatti, fu proprio questa ristretta élite feudale a fare da “contrappeso” alla pressione della nobiltà locale, quest’ultima avversa al nuovo padrone asburgico. Carlo V sostituì i feudatari ribelli con persone sicure e devote, come nel caso di Andrea Doria e la città di Melfi, principato confiscato nel 1531 al principe ribelle Giovanni Caracciolo e concesso in segno di stima dal Monarca spagnolo all’amico Ammiraglio. In questo periodo, il Mezzogiorno d’Italia era forse il solo paese del Mediterraneo dove terre e feudi erano accessibili a chiunque detenesse capitali per acquistarli e i banchieri della Superba, che di capitali ne detenevano in abbondanza, preferirono convertirli in feudi e relativi titoli nobiliari, radicandosi ulteriormente nel Viceregno. Analizzando i processi feudali di alcuni insediamenti in Terra d’Otranto possiamo rilevare la presenza di alcuni dei nomi più importanti della nobiltà ligure fra cui, gli Spinola a Galatina, gli Squarciafico e i Pinelli a Copertino, i Doria, i Grillo e ancora gli Spinola a Ginosa, i Serra a Carovigno e infine gli Imperiale a Francavilla. Tralasciando alcune rare eccezioni, i nuovi padroni amministrarono i loro feudi in un’atmosfera di puro e semplice sfruttamento signorile, seguendo modelli parassitari e tradizionalistici. Il processo di insediamento non coincise con il miglioramento delle condizioni delle Università né con un’attività agricola o artigiana più dinamica anche perché molti si limitarono a fruire delle loro ricchissime rendite senza interferire nella vita interna del feudo o, addirittura, senza risiedervi stabilmente.

 

Bibliografia

A. Musi, Mercanti Genovesi nel Regno di Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, Coll. “L’identità di Clio”, Napoli 1996.

G. Galasso, Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (XVI-XVII secolo), UTET, Torino 1994.

A.Musi, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo stato moderno, Guida editori, Napoli 1991.

R. Villari, Storia moderna, Laterza, Bari 1987.

G. Doria, Conoscenza del mercato e del sistema informativo: il Know-how dei mercanti-finanzieri genovesi tra XV e XVII secolo; E. Otte, Il ruolo dei genovesi nella Spagna del XV e XVI secolo, in “La Repubblica internazionale del Denaro tra XV e XVII secolo”, a cura di A. De Maddalena e H. Kellenbenz, Il Mulino, Bologna 1986.

R. Colapietra, I genovesi in Puglia nel ‘500 e 600’, in “Archivio Storico Pugliese”, Bari 1982 (XXXV).

G.Romano-A.Tenenti, Il Rinascimento e la Riforma (1378-1598), UTET, Torino 1981, p. 14.

E.Grendi, Andrea Doria, uomo del Rinascimento, in “Archivio Storico Ligure”, ns XIX, Firenze 1979.

J. Macek, Il Rinascimento Italiano, a cura di L. Perini, Ed. Riuniti, Roma, 1972.

F. Caracciolo, Il Regno di Napoli nei secoli XVI e XVII – Economia e società, Università degli Studi, Messina 1966.

G. Coniglio, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo V, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1951.

 

Per la prima parte:

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (I parte)

 

Radici in fiamme

di Pier Paolo Tarsi
Oggi mi sono concesso una lunga camminata con Tris ripercorrendo lo stesso tragitto che tempo fa, all’inizio dell’estate, mi permise di notare che un giovane uomo aveva preso a curare un uliveto non distante da casa mia e da tempo abbandonato a se stesso. Mi rallegrò molto constatare allora che qualcuno aveva ripreso a lottare, a sperare e resistere nel suo piccolo metro quadrato di civiltà ereditata. Un appezzamento con una trentina d’alberi non ancora fortemente intaccati dalla xylella.
Mi illudevo, evidentemente. Ripassando di là mi si è presentata oggi una scena orribile che non riesco a togliermi ancora dagli occhi e dalla mente. Quell’uomo stava caricando sul suo camioncino gli ultimi pezzi di legna, calmo, serafico, fischiettando al tramonto. La metà di quell’uliveto era stato ridotto a brandelli, pezzi buoni per il camino nell’inverno alle porte; quel che restava di ogni albero, un tronco mozzato qua e là e radici inabissate nella terra, era in fiamme. Anni fa, quando ancora la gente credeva che la xylella fosse un frutto esotico ed io ancora credevo nella mia gente, dalle pagine di un giornale locale scrivevo che perdendo gli ulivi questa terra avrebbe perso tutto. E fui profetico. Tentavo di spiegare che noi siamo un popolo di terra, non gente di mare, come molti, anche salentini, erroneamente pensano, confusi forse dai cataloghi per le vacanze altrui.
Non che si dovesse malinconicamente ed erroneamente tentar di perpetuare un dato passato, pretendere stupidamente di arrestare il flusso della nostra storia. Solo che avremmo dovuto ben guardarci dall’interromperla, tranciando legami e radici. Da allora quasi niente. Da una parte un fronte scientista che ad oggi non ha saputo proporre che far quanto prima il deserto; dall’altra qualche santone verboso. In mezzo tante chiacchiere da politicanti di tutti i colori, nessuno escluso. E tanta, tantissima ignoranza. Quella vera, quella che niente ha a che fare con l’analfabetismo o con ciò che si può imparare all’università.
A un uomo si può insegnare in modo relativamente facile a scrivere, a risolvere una complicata equazione o a programmare la più strepitosa delle app. Queste sono competenze che non ci fanno uomini o donne, sono cose che ci rendono semplicemente delle scimmie particolarmente abili in qualche ambito.
Quel che è difficile davvero da insegnare a delle scimmie per farle diventare uomini e donne è il sentire il valore delle cose ricevute e il valore di ciò che lega le nostre effimere vite agli altri e all’eterno fluire dei tempi. Difficile davvero non è far apprendere a delle scimmie il secondo principio della termodinamica ma portarle a chiedersi cosa implica per loro stesse il compiere una data azione, o ancora portarle a domandarsi del mistero della propria identità. Forse ha ragione Briatore. Bisognerebbe affidare questa terra ormai immemore e senza speranza a quelli come lui per farne finalmente un colorato non-luogo, insignificante forse ma pieno di traffici e soldi, di fregna con cui mirare i tramonti dai lidi attrezzatissimi ubicati tra un gasdotto e l’altro.
Beati, abbronzati e con in mano una frisa deluxe o un mojito, da sorseggiare prima di rientrare nei deserti edificati da faraonici villaggi turistici in cui far trenini fino all’alba. Pensateci: Belen tra noi tutto l’anno e non solo per una notte.
Caro il mio Tris, per noi nemmeno un sentiero di campagna da attraversare in santa pace. Le radici bruciano, il deserto avanza, fuori e dentro di noi. E non è colpa della xylella stavolta. Andremo a fare due passi da qualche altra parte, prima o poi bisognerà rassegnarsi e cambiare aria una volta per tutte.

Il mimetismo del Geco comune

 

di Sandro D’Alessandro

 

Sulla base di ciò che è stato affermato nei paragrafi precedenti riguardo le capacità mimetiche del Geco comune e di quanto sarà qui evidenziato sulla variazione di cambiare colore in base a quanto presente nel campo visivo dell’animale, l’apparato visivo del Geco comune assumerebbe un rilievo di eccezionale importanza, in quanto la sua caratteristica di predare gli Insetti di notte sarebbe correlabile in misura assolutamente non trascurabile ad una sua particolare acuità visiva anche nelle ore di scarsa illuminazione.

Il particolare della pupilla estremamente modificabile, al punto da poter essere ridotta ad una sottile linea, rende conto della capacità del piccolo Rettile di adattare la sensibilità dell’occhio all’illuminazione circostante. Si confronti al riguardo la dilatazione della pupilla del piccolo Geco in quelle, fra le foto successive, in cui detto foro è evidente e la si confronti con quella sottilissima visibile nella foto n° 5 in cui, benché l’animale non sia esposto alla luce solare diretta, esso è circondato da una luce abbagliante, riflessa com’è da un imponente ed esteso muro di colore chiaro tutto attorno all’animale. Tale straordinaria capacità di dilatazione e di restringimento rende conto della capacità che ha l’animale di adattarsi per una certa misura all’oscurità.

 

Foto n° 1 – In questa, che è la prima della sequenza di fotografie scattate nell’arco di tre minuti ad un piccolo Geco comune individuato su una casa in pietrame grezzo, si nota l’animale sulla porta di una casa: dalla foto, che appare purtroppo molto sfocata, è possibile evidenziare come il colore del Rettile, per quanto non definibile come “mimetico”, abbia tonalità molto prossime a quelle della porta stessa, specie se queste vengono confrontate con quelle che si rilevano nelle foto successive. (Foto: Sandro D’Alessandro)

 

Con la premessa che il Camaleonte non è, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, una specie “esotica”, per il semplice fatto di essere presente Italia per lo meno da diversi secoli – se non da millenni[1] – il Geco, il comunissimo animaletto così frequente da vedere sui muri delle case, meglio se diroccati[2], è un Rettile a tutti gli effetti autoctono nel nostro Paese.

Anche se purtroppo alcuni problemi a carico del supporto informatico su cui erano state memorizzate hanno portato alla perdita delle foto più rappresentative ed eloquenti in assoluto, le più indicative in tal senso, quelle (scattate in un’altra occasione) a corredo del presente articolo possono essere ugualmente ritenute in grado di documentare in modo inoppugnabile quanto scritto in queste pagine.
Nelle seguenti foto, dalla n° 1 alla n° 6, viene mostrato lo stesso piccolo Geco comune in una serie, ordinata cronologicamente, di scatti della durata complessiva di circa 3 minuti. L’evidenza delle variazioni di colore del piccolo animale è stata resa possibile dall’adozione di una sequenza di scatti fotografici a brevi intervalli, scatti che hanno permesso di registrare le variazioni di colore dell’animale a seconda del colore dell’immagine ambientale così come essa appariva volta per volta al piccolo Sauro. Preciso che ciò che era visto dal Geco non corrispondeva esattamente a ciò che viene visto da chi osserva le foto, in quanto l’animaletto poteva vedere anche chi (il sottoscritto), scattando le foto dietro l’obiettivo, si avvicinava volta per volta all’animale. È opportuno tenere conto di questo (con la precisazione che lo scrivente indossava una tuta in tinta unita grigia mentre scattava le foto) per avere contezza delle variazioni di colore delle prime quattro foto della serie.

 

Foto n° 2 – In questa foto, anch’essa purtroppo sfocata perché, come le altre, scattata senza flash – che avrebbe falsato i colori – in condizioni di penombra ed a distanza non eccessivamente ravvicinata, si vede come l’animale, dopo aver visto un soggetto di un altro colore, ha cambiato tonalità, adeguandola al colore grigio della mia giacca fino ad apparire nel suo complesso in contrasto con la colorazione della porta. (Foto: S. D’Alessandro).

 

Appare davvero singolare la spettacolare variazione di colore di questo piccolo Geco comune. Si tratta di un esemplare che, avvistato da alcuni metri di distanza su una porta di una casa in pietrame a secco mentre era in possesso di un colore compatibile con quello del legno della porta, ha iniziato progressivamente a cambiare colore. Il colore del Geco è infatti diventato grigio, assumendo una colorazione discroma con quella dell’ambiente circostante, man mano che mi avvicinavo; a distanza di mesi, nel riosservare le foto, il perché della colorazione grigia ha costituito per me un dilemma…. finché non mi sono ricordato che indossavo una giacca grigia! Le foto riportate nell’articolo hanno un valore documentale, in quanto, anche volendo prescindere dall’adeguamento della livrea dell’animale al colore “ambientale” dominante (rivelatosi essere volta per volta il colore della porta, quello della mia giacca – non rilevabile dalle foto – e quello del muro, visibile nelle foto seguenti), esse testimoniano la variazione del colore dell’animale.

Tecnicamente, riportate nell’ordine in cui sono state scattate, tali foto sono state acquisite con la modalità di scatto “in sequenza” e lo scatto è avvenuto a distanza di secondi o frazioni di secondo l’uno dall’altro, nel corso del mio tentativo di avvicinamento in maniera poco brusca per non allarmare l’animale e non indurlo ad una fuga precipitosa.

 

Foto n° 3 – In questa foto, molto più nitida delle precedenti perchè scattata a distanza ben più ravvicinata e non sottoposta ad alcuno zoom, si nota come, passato l’effetto sorpresa e dopo aver adeguato all’istante la sua colorazione al nuovo colore apparso nel suo campo visivo, il Geco assume nuovamente una colorazione prossima a quella della porta, verso cui ha rivolto nuovamente il suo sguardo. E’ importante sottolineare che in nessuna delle foto è stato usato il flash al fine di non falsare i colori, il che avrebbe reso impossibile il confronto fra esse (Foto: S. D’Alessandro).

 

La variazione documentata permette di fare alcune riflessioni. In primo luogo, il Geco comune cambia colore adattandosi a quelli che sono i toni dell’ambiente circostante ma, in caso di un fattore di disturbo o comunque di un fattore che desta la sua attenzione, l‘animale può fissarsi sul colore di quest’ultimo ed acquisirne i toni. Perché ciò si verifichi devono probabilmente essere fatte salve due condizioni: la rilevanza  del  fenomeno  e  la “sorpresa” (discostamento  dalle  condizioni  abituali,  che  l’animale  si aspetta) che essa ingenera nel Geco.

Il processo potrebbe essere spiegato con la necessità dell’animale di adattarsi istantaneamente alle condizioni ambientali in cui esso si trova: così, nel passare da un substrato roccioso ad uno in cui sia invece presente vegetazione, è opportuno che esso vi si mimetizzi in poco tempo, in modo da non dar modo alle sue eventuali  prede –  o ai  suoi eventuali  predatori  –  di notare  l’animaletto  (che,  vale  la pena  di ricordarlo, si  caratterizza  per  una  relativa  lentezza  di  movimenti  e  per  una  intrinseca incapacità  nel mantenere per molto tempo velocità idonee a raggiungere le prede di cui si nutre o a sfuggire agli attacchi dei predatori).

Foto n° 4 – Il Geco cambia bruscamente il proprio colore, adeguandolo alla tonalità grigia della mia giacca, che occupa la quasi totalità del campo visivo dell’animale: nella foto è infatti possibile vedere come, a differenza della foto precedente, lo sguardo del Geco non sia rivolto verso la porta, bensì al di sopra di essa. Dal confronto con le altre foto si evidenzia che non si tratta di uno schiarimento strumentale, dovuto ad un “adattamento” della esposizione, della sensibilità ISO o di altri automatismi della fotocamera alle condizioni di minore distanza di messa a fuoco e di diversa colorazione dovuta alla presenza più ravvicinata del “fotografo”, dato che la colorazione della porta, se confrontata con la foto immediatamente precedente, risulta addirittura più scura (Foto: S. D’Alessandro).

 

Con molta probabilità l’assunzione di una data colorazione è indipendente dalla volontà“ del Geco, ma viene assunta automaticamente in base ai toni che dominano l’orizzonte visivo che esso ha a disposizione.

In caso contrario, bisognerebbe attribuire al Geco una capacità di controllo di incredibile precisione, pressoché fotografica, nel rilevare i colori,  le variazioni di tonalità e le successioni dei colori che si stemperano l’uno nell’altro, adeguando i toni del corpo e persino “frammentandolo”   in   termini  cromatici   in   relazione   all’ambiente   circostante.

E’   infatti sorprendente l’efficienza dell’animaletto nel cambiare colore, adattando il suo corpo persino a quelle che sono le sfumature dell’ambiente circostante. Considerata l’abitudine del piccolo Sauro di cacciare gli Insetti presenti nelle sue vicinanze, è plausibile che il suo sguardo metta a fuoco i soggetti posti nell’immediatezza e si fissi su tonalità cromatiche non troppo distanti, stante la stringente necessità che esso ha di mettere a fuoco piccoli particolari a breve distanza. A meno che il soggetto avente una data colorazione non sia molto grande, tale da occupare buona parte dell’orizzonte dell‘animale. In questo caso non è evidentemente richiesta una grande accuratezza dell’immagine come invece nella precisione con cui l’animale riproduce le colorazioni ad esso contigue, ma è sufficiente l’adozione di un mantello“ coerente con i toni dell’ambiente posto superiormente.

 

Foto n° 5 – Dopo aver proseguito il suo percorso, il piccolo Geco comune ha superato la porta ed ha proseguito verso il muro sul quale erano fissati gli stipiti, cambiando ulteriormente colorazione ed adattandola istantaneamente ai toni del substrato cementizio sul quale si è venuto a trovare per il tempo di pochi secondi. Notare la pupilla estremamente sottile come adattamento all’elevata luminosità. (Foto: S. D’Alessandro).

 

Nell’esaminare   alcune   delle   foto   a   corredo   dell’articolo,   che   testimoniano   in   maniera incontrovertibile la capacità del Geco comune di cambiare colore adattandolo a quello dell’ambiente, appare inoltre evidente la possibilità che l’animaletto ha di “frammentare” la colorazione del suo corpo, scomponendone l’immagine al punto da adattarlo alle sfumature di colore che insistono in corrispondenza delle diverse parti del suo corpo.
Una cosa sorprendente è che ciò – al pari peraltro dei Molluschi cefalopodi come Polpo e Seppia – avviene anche in parti del corpo che sono presumibilmente al di fuori della capacità visiva dell’animale, il quale non avrebbe pertanto la possibilità di regolare a livello centrale, per mezzo delle informazioni provenienti dalle immagini visualizzate, le diverse tonalità di colore che il suo organismo assume.

Un’altra cosa che appare strabiliante è che anche l’occhio del Geco assume il colore del proprio campo visivo, fatto questo ben evidente nelle foto n° 4 e 5 che, come già detto, si riferiscono allo stesso Geco. Da quest’osservazione deriva una subitanea variazione della colorazione che avviene a livello dei pigmenti oculari forse prima ancora che nel resto del corpo, e da qui si potrebbe essere indotti a pensare che la colorazione del corpo sia sincrona con quella delle sclere dell’occhio, se un’ipotesi del genere non fosse è prontamente smentita dall’osservazione che il corpo del Geco imita i dettagli della colorazione del substrato anche in corrispondenza di quelle parti del corpo al di fuori del campo visivo dell’animale.

 

Foto n° 6 – Dopo aver percorso pochi centimetri rispetto alla posizione della foto precedente, il Geco si piazza su un substrato in cui prevalgono i toni rossicci, acquisendone immediatamente la tonalità. (Foto: S. D’Alessandro).

 

Foto n° 7 – Complice anche una non eccessiva nitidezza della foto, lo stesso Geco delle foto precedenti diventa quasi invisibile, confondendosi con le colorazioni e con le sfaccettature del muro in pietrame grezzo. (Foto: S. D’Alessandro).

 

Ritornando al fatto che il Geco assume colorazioni differenti anche in zone del suo corpo al di fuori del suo raggio visivo, ciò potrebbe dar vita ad ipotesi sicuramente suggestive ma poco sostenibili, come ad es. quella di giungere a presupporre una sorta di “intelligenza” del corpo dell’animale, che in ogni suo millimetro quadrato prenderebbe cognizione dei toni e delle sfumature di colore presenti nell’ambiente circostante  e  “si  regolerebbe”  di  conseguenza,  acquisendone  non  già  i  cromatismi,  ma  addirittura l’andamento e le sfumature delle linee, che vengono assunte con una precisione geometrica che ne riproduce finanche le discontinuità.
Di fatto, la minuziosità con cui esso è in grado di riproporre colorazioni, toni  e sfumature anche in parti del suo corpo che sono al di fuori del suo campo visivo, caratteristica che ricorda in un certo qual modo il Camaleonte ma anche organismi appartenenti a categorie sistematiche ben differenti, come Polpi e Seppie, è una caratteristica molto difficile da spiegare.

Foto n° 8 – Quasi invisibile nel suo accostamento cromatico alle tonalità del muro, un Geco comune sfrutta la capacità che ha di ancorarsi saldamente alle superfici permanendo “a testa in giù” in attesa di una preda. (Foto: S. D’Alessandro).

 

Peraltro, si rileva come una dipendenza dalle tonalità percepite con l’immagine visiva esista innegabilmente; ciò è particolarmente evidente nella foto n° 9, ma rende ragione anche delle colorazioni documentate in molte delle altre immagini a corredo di questo lavoro.
Come appare evidente nella foto appena menzionata, i Gechi comuni hanno la possibilità di adattare il colore del proprio corpo a quelle che sono le picchiettature dell’ambiente, al punto che tali animali potrebbero essere in grado di rendersi pressoché invisibili ad uno sguardo poco attento, se non ci fosse la tridimensionalità della loro figura a dare risalto al loro corpo, che risulta in ogni caso ben più appariscente di quello che può sembrare in foto.
Per contro, essi non sembrano particolarmente idonei a mutare colore quando sono sugli alberi come il loro ben più famoso cugino, il Camaleonte, rispetto al quale i nostri Gechi potrebbero essere indicati come una sorta di “specie vicariante”, potendo essi fare sui muri ciò che il Camaleonte fa sulle piante.
La foto precedente rende ragione dell’accostamento  dei toni del Geco a quelli dell’ambiente: ognuna  delle  sfumature  di  colore  del  muro  è  stata  assunta  dall’animale,  che  ne  ripropone  anche l’andamento a chiazze. Da notare poi che, come già visibile in altre foto precedenti, perfino il colore dell’occhio è perfettamente in linea con i colori dell’ambiente.

 

Foto n° 9 – Due Gechi comuni sul muro in una mattina di primavera inoltrata: essi presentano visibilmente colorazioni molto diverse, che sembrano accordarsi ai toni presenti nelle immediate vicinanze dei loro rispettivi orizzonti visivi. (Foto: S. D’Alessandro).

 

L’adeguamento del colore del corpo alle tonalità dell’ambiente adiacente può essere illustrato nella foto sopra, in cui sono raffigurati due Gechi comuni fotografati sul muro di una vecchia casa colonica: come si vede, essi presentano una livrea visibilmente diversa, senza che sia apparentemente dato modo di capire quale sia il motivo di questa differente colorazione.

Ad un esame più approfondito, in pieno accordo con l’ipotesi fatta precedentemente, si notano nelle immediate vicinanze dei Gechi delle variazioni di colore sul muro che appaiono del tutto concordi con le rispettive colorazioni dei due animali: si nota infatti una marcata corrispondenza fra ciò che è nei primi piani del campo visivo di ogni Geco e, rispettivamente, le livree dei due animali, che si accordano perfettamente con la tonalità e la distribuzione dei colori delle zone di muro ad essi immediatamente adiacenti.
Osservando la foto con una certa attenzione, è infatti possibile rilevare come il Geco posto superiormente, di colore più scuro, è su un tratto di muro caratterizzato sia da una colorazione scura dei Licheni che lo ricoprono che dalla presenza di piccoli anfratti che determinano condizioni di ombreggiamento e di chiaro/scuro; viceversa, il Geco posto inferiormente, caratterizzato da tonalità giallastre con picchiettature bianche, è su un tratto di muro con Licheni di colore giallastro e biancastro, oltre che senza crepe o anfrattuosità.

A ben vedere la faccenda rende conto in modo molto circostanziato della straordinaria complessità delle forme di vita, anche di quelle ritenute a torto “minori” (termine che potrebbe anche ingenerare, in chi lo sente, la falsa convinzione di un’estrema semplificazione delle strutture, semplificazione del tutto inadeguata a descrivere non già il Geco o un altro appartenente alla Classe dei Rettili, ma una qualsiasi forma vivente).
Per definizione, il concetto stesso di “vivente” è assolutamente incompatibile con il concetto di “semplice”: se ciò poteva essere accettabile nei secoli scorsi, quando, a causa dell’estrema semplificazione dei mezzi di ricerca, non si aveva nemmeno una pallida idea della complessità che caratterizza a tutti i livelli il mondo vivente, non è assolutamente scusabile oggi, in un’epoca in cui l’estrema sofisticatezza dei mezzi di indagine non lascia né può più permettersi di lasciare spazio ad approssimazioni che, anche a livello terminologico,  che non sono più giustificabili né tantomeno scusabili.
Chiunque abbia un minimo di esperienza nell’osservazione delle cose della natura non può non rendersi conto che la vita in sé è a tutti i livelli l’espressione stessa di una complessità straordinaria, ben difficilmente percepibile “ad integrum” e difficilmente rinchiudibile in parole, idee, teorie, paradigmi, ecc. umani allo stesso modo che come se si trattasse di enunciare una regola matematica o di descrivere un processo chimico.

 

Note

[1] Leggasi a tale proposito “Oriundi d’Oriente”, dello stesso autore, pubblicato sulla Rivista “Silvae” e disponibile sul web https://www.academia.edu/3767530/Oriundi_doriente

[2] Il Geco si avvantaggia della vicinanza con l’Uomo, potendo  nei  pressi  delle  abitazioni  sfruttare  l’illuminazione artificiale che richiama gli Insetti di cui si nutre; tuttavia, è innegabile che questo animale, in presenza della nostra specie, venga di regola ucciso o comunque allontanato per paura o per superstizione.

 

Per i paragrafi precedenti:

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (prima parte)

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (seconda parte)

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (terza parte)

 

Dialetti salentini: “pete” e derivati

di Armando Polito

– Ne ha fatta di strada l’Umanità! – si sente spesso dire, ma sarebbe opportuno chiedersi se altrettanta ne ha fatta la nostra umanità. Credo che le due immagini di testa (separate cronologicamente da cinque millenni e mezzo) la dicono lunga, soprattutto se operiamo una parallela contrapposizione con un’altra coppia in cui siano rappresentate le condizioni antiche e quelle attuali del nostro pianeta , al quale abbiamo fatto le scarpe con la nostra presunta superiorità, senza rispetto per gli altri esseri viventi, animali e vegetali, e pure minerali, che costituiscono l’ambiente.  Continuiamo a pretendere di avere un  piede  in due scarpe illudendoci che il nostro sciagurato modello di sviluppo, basato unicamente sul profitto, possa in qualche modo conciliarsi con i problemi ecologici che, per quanto riguarda la soluzione, appaiono ormai più che inderogabili, irreversibili. Mi verrebbe da dire che abbiamo curato più i piedi che la testa e che il passaggio dall’agricoltura (senza la chimica …) all’industria ci ha portati a dimenticare il vecchio proverbio Contadino: scarpe grosse e cervello fino.

Dopo questa sparata o, per i pacifisti, pistolotto (da epistola, con la pistola non ha nulla a che fare …), consapevole che qualche lettore possa imputarmi (ma deve esibire le prove …) di aver scritto questo posto con i piedi, entro in argomento.

Comincio dal capostipite, cioè da pete, che corrisponde all’italiano piede, rispetto al quale presenta una maggiore fedeltà fonetica per quanto riguarda il comune etimo: il latino pede(m), accusativo di pes/pedis, connesso con il greco πούς (leggi pus), genitivo ποδός (leggi podòs)1. Per i nessi in cui è usato a designare metaforicamente  qualcosa di particolare, oltre a pete ti puercu (piede di porco, l’attrezzo degli scassinatori, ma, col significato particolare (evoca la forma del piede dell’animale)ad Alessano di nuvola presaga di temporale e a Salve di arcobaleno che resta imperfetto, il vocabolario del Rohlfs registra, solo per Nardò, pete di lupu col significato di arcobaleno incompleto2; solo  per Galatone pete ti mosche e solo per Ruffano nella variante pete te mùschie a designare il bagolaro (Celtis australis L.)3; pede de capra per Leuca (peti ti crapa a Brindisi), a designare il bivalve chiamato in italiano Arca di Noè4.

Passo ora ai principali derivati di pete, con la preghiera al lettore di segnalarmi eventuali, tutt’altro che improbabili omissioni, soprattutto laddove la voce pone interrogativi o consente di fare riflessioni di un certo interesse.

PETALE (in italiano pedale), latino pedale(m) forma sostantivata col significato di oggetto della larghezza, lunghezza o altezza di un piede, dell’aggettivo corrispondente che significa della larghezza, lunghezza o altezza di un piede, dalla radice ped– di pes (genitivo pedis) + suffisso aggettivale. 

PITALORA (non conosco corrispondente italiano)= tralcio nato sul tronco della vite. Dal precedente in una forma *pitale, da non confondersi conl’omonimo ,designante il vaso da notte, che è dal greco πιϑάριον (leggi pithàrion), che significa orcio.

PITANTE (il corrispondente italiano pedante ha, con lo stesso etimo, un altro significato)=passeggero, soprattutto nell’espressione pitante ti mare (persona che ama frequentare i luoghi in riva al mare). La voce è participio presente di un inusitato *pitare, a sua volta dal latino medioevale pedare usato nel senso di misurare a passi.

PITATA (in italiano pedata, participio passato di un inusitato *pedare, forma verbale da piede, della quale permane il composto appiedare.

PITICINU sinonimo di picciolo, peduncolo. Come le voci italiane appena ricordate è diminutivo sostantivato dell’aggettivo  del latino medioevale pedicus5=relativo al piede, dal citato pes.

PITICUNE usato (non a Nardò)  nel significato di ceppaia. Stesso etimo del precedente, ma con suffisso accrescitivo.

‘MPITICUNARE è usato nel significato di mettere in condizione di non muoversi o in quello traslato di impegnare totalmente . La voce è dalla preposizione in (con aferesi di i- e normale passaggio –n->-m-davanti a -p-) + una forma verbale derivante dal precedente piticune.

__________

1 Da una radice indoeuropea ped– presente anche nell’inglese foot.

2 Pur essendo di Nardò, è la prima volta che incontro questa locuzione e sarei grato a chiunque fornisse qualche notizia (o fondata supposizione) circa l’origine della metafora. Posso solo dire che qualche collegamento è ipotizzabile con il piede di lupo o Lycopus europaeus L. [Lycopus è dal greco λύκος (leggi iùcos)=lupo + πούς (leggi pus)=piede], in rapporto ai colori dominanti del perianzio (bianco, rosa, rosso, purpureo (vedi   https://www.actaplantarum.org/flora/flora_info.php?id=4911. Tuttavia questo comporterebbe un doppio passaggio metaforico (dal mondo animale a quello vegetale e da questo all’atmosferico), per cui è più probabile che l’imperfezione abbia evocato l’immagine del piede dell’animale come credo sia successo per il pete ti puercu di Salve.

3 Anche qui il passaggio metaforico dal mondo animale a quello vegetale dovrebbe essere basato su un rapporto di somiglianza, ma non riesco ad intravvederlo, sfruttando, questa volta, la scheda presente in https://www.actaplantarum.org/flora/flora_info.php?id=1825. Faccio presente che il piede di mosca (o piede sporco), indicato con ❡ o ¶,è un antico segno tipografico che in passato segnava la ripartizione di un capitolo e che negli attuali programmi di videoscrittura segna la fine di capoversi e paragrafi; non credo proprio che la nostra metafora possa avere questa origine dotta.

4 A Nardò chiavatone. Probabilmente le sue decantate proprietà afrodisiache hanno propiziato la paretimologia (parziale, perché protagonista, come vedremo, è sempre il chiodo)da chiavare (non nel suo significato letterale di inchiodare ma in quello metaforico alludente al coito maschilisticamente inteso, tanto per cambiare …. Mi sarei aspettato, sotto questo punto di vista, un chiavantone (accrescitivo del participio presente attivo  e non di quello passato che, per i verbi transitivi, come chiavare,  ha significato passivo …).  In realtà chiavatone è accrescitivo, sì, ma da clavatus  (=a forma di clava), a sua volta da clava, che ha la stessa radice di clavis=chiave e di clavus=chiodo (in fondo un chiodo è la forma più semplice di chiave). Chiavatone, perciò, nasce dalla sua somiglianza con una clava, poi la fantasia popolare ha fatto il resto …  Ne approfitto per ricordare che fungu ti crapa è chiamato a Nardò quello che con nome italiano è detto piede di capra (Albatrellus pes caprae), per cui il nome neretino evoca la forma e non una particolare predilezione caprina per esso.

5 Da non confondere con l’omografo del latino classico pèdicus=relativo ai fanciulli, che è trascrizione del greco παιδικόϛ (leggi paidicòs), a sua volta da  παῖς (leggi pàis)=fanciullo. Il pèdicus (da pes) è stato quasi riesumato nell’italiano pèdice [(detto anche  deponente),   segno, lettera, numero che, in formule chimiche o in espressioni matematiche, è collocato in basso rispetto ad altri segni], che è formazione moderna modellata sul latino àpicem (non a caso àpice, tipograficamente parlando, è il contrario di pèdice), che significa sommità.

Nardò, due pergamene certamente (una addirittura, una bolla papale), due scultori forse, anzi, decisamente no!

di Armando Polito

Dopo le ultime “creazioni” di Christo e di Cattelan il lettore si chiederà, letto il chilometrico titolo che farebbe invidia a a quelli di tanti  libri a stampa dei secoli scorsi, quali saranno mai questi scultori prima annunziati e subito dopo schizofrenicamente rinnegati alle prese con pergamene. Anche se avessero rimediato gli onori della cronaca, avrei perso il mio tempo con loro solo per un liberatorio sfogo intriso di sarcasmo. La questione, invece, è stata, almeno all’inizio, maledettamente seria e ci porterà, comunque, a ritroso nel tempo per più di quattro secoli.

Comincio col presentare la bolla, non di sapone né finanziaria …, cioé quella con cui papa Gregorio XIII sancì l’elezione di Cesare Bovio1 a vescovo di Nardò il 15 aprile 1577.

Riproduco la pergamena, che è custodita nell’archivio della curia vescovile di Nardò, da http://www.sapuglia.it/Schedatura/Pergamene/iviewer/viewer/viewer.php?id_perg=7780&offset=0, aggiungendo di mio la trascrizione (le abbreviazioni sciolte in parentesi tonde, le lacune integrate2 nelle quadre), la traduzione e le dovute note.

bolla diocesi Nardò

Gregorius ep(iscopu)s servus servo(rum) Dei Dilecto filio Cesari Electo Neritonen(si) Sal(u)t(em) et A [p(osto)licam) Ben(edictionem)].

Apostolatus officium meritis licet imparibus nobis ex alto commissum quo ecclesiarum omnium regimini divina dispositione presidemus utiliter exequi coa[diuvante Domi]no cupientes soliciti corde reddimur et solertes ut cum de Ecclesiarum ipsarum regiminibus agitur committendis tales eis in Pastores preficere studeamus,  qui [Populum] sue cure creditum sciant non solum doctrina verbi, sed etiam exemplo boni operis informare commissasque sibi ecclesias in statu pacifico et tranquillo velint et [valeant], auctore Domino salubriter regere et feliciter gubernare Dudum siquidem provisiones Ecclesiarum omnium tunc vacantium et in posterum vacaturarum ordinationi et disp[ositioni nostre] reservavimus decernentes ex tunc irritum et inane, si secus super his per quoscumque quavis auctoritate scienter vel ignoranter contigeret attentari. Et deinde ecclesia N[eritonensis auctoritati] apostolice immediate subiecta cui bone memorie Ambrosius Episcopus Neritonensis dum viveret presidebat per obitum dicti Ambrosii Episcopi qui extra Romanam Curiam  de[bitum] persolvit pastoris solatio destituta Nos vacatione huiusmodi fide dignis relationibus intellecta ad provisionem eiusdem ecclesie celerem et felicem de qua nullus preter [nos hac] vice se intromittere potuit sive potest reservatione et decreto et sistentibus  supradictis ne ecclesia ipsa longe vacationis exponatur incommodis paternis et solicitis [studiis] intendentes post deliberationem quam de preficiendo eidem ecclesie personam utilem et etiam fructuosam cum fratribus nostris habuimus diligentem demum ad te Rectorem [ecclesie] beate Marie Virginis Assumptionis nuncupate Licien(sis) in presbiteratus ordinem constitutum et ex civitate Bononien(si) oriundum cui apud Nos de literarum scientia vite munditia honestate morum spiritualium providentia et temporalium circumspectione aliisque multiplicium virtutum donis fide digna testimonia perhibentur direximus oculos nostre mentis. Quibus omnibus debita meditatione pensatis de persona tua nobis et eisdem fratribus ob tuorum exigentiam meritorum accepta eidem ecclesie Neritonen(si) de ipsorum fratrum consilio Apostolica auctoritate providemus teque illi in Episcopum preficimus et pastorem curam et administrationem ipsius ecclesie Neritonen(sis) tibi in spiritualibus et temporalibus plenarie committendo in illo qui dat gratias et largitur premia confidentes quod dirigente Domino actus tuos prefata ecclesia Neritonen(sis) per tue diligentie laudabile studium regetur utiliter et prospere dirigetur ac grata in eisdem spiritualibus et temporalibus suscipiet incrementa. Iugum igitur Domini tuis impositum humeris prompta devotione suscipiens curam et administrationem predictas sic exercere studeas solicite fideliter et prudenter quod ecclesia ipsa Neritonen(sis) Gubernatori provido et fructuoso Administratori gaudeat se com(m)issam. Tuque preter eterne retributionis premium benivolentiam nostram et nostre sedis benedictionem et gratiam exinde uberius consequi merearis. Volumus autem quod antequam possessionem seu quasi regiminis et administrationis dicte ecclesie Neritonen(sis) vel illius bonorum aut maioris partis eorum assequaris seu in illis te immisceas fidem catholicam iuxta articulos pridem ab eadem sede propositos iuxta formam quam [sub b]ulla nostra   mittimus introclusam in manibus venerabilium fratrum nostrorum Archiepiscopi Idruntusin(ensis)  et Episcopi Castren(sis) seu alterius eorum quibus et eorum cuilibet per alias nostras literas man[dam]us quatenus ipsi vel eorum alter professionem a te recipiant seu recipiat antedictam omnino profiteri et facte huiusmodi professionis fidei formam in scriptis tuo sub sigillo per proprium [n]uncium ad sedem autem quantocitius destinare tenearis alioquin provisio et prefectio huiusmodi nulle sint. Datum Rome apud Sanctumpetrum Anno incarnationis dom[inic]e millesimoquingentesimoseptuagesimoseptimo decimo septimo (ante) Calendas Maii nostri pontificatus anno [quin]to.

Da notare che nella prima linea le iniziali G di Gregorius, D di dilectus, C di Cesari, E di Electo, N di Neritonen(sis), la S di Sal(u)tem hanno l’estetica dei capilettera imitanti le miniature medioevali; inoltre, in modo meno appariscente, delle linee verticali uniscono al capolettera la s di servus e di servorum, la l di dilecto, la f di filio, la s di Cesari e la l di Electo.

Ecco la traduzione:

Gregorio vescovo servo dei servi di Dio al diletto figlio Cesare eletto a Nardò (rivolge) il saluto e l’apostolica benedizione.

Desiderando che l’ufficio dell’apostolato a noi affidato dall’alto pur con impari meriti, con il quale per divina disposizione presiediamo al governo di tutte le chiese, sia eseguito utilmente con l’aiuto di Dio siamo resi solleciti nel cuore e solerti affinché, quando si tratta di affidare Il governo delle stesse chiese, curiamo di dare l’incarico di presiederle a pastori tali che credano che il popolo sia stato affidato alla loro cura non solo per l’insegnamento della parola (di Dio) ma anche vogliano e valgano con l’esempio della buona azione educare e con l’aiuto di Dio reggere e felicemente governare in uno stato pacifico e tranquillo li chiese a loro affidate. Da tempo poiché abbiamo riservato al nostro governo e comando la cura di tutte le chiese allora vacanti e in seguito destinate ad esserlo giudicando da allora  nullo o inutile se diversamente su queste cose toccasse di transigere da chiunque con qualsiasi autorità consapevolmente o inconsapevolmente e di conseguenza la chiesa di Nardò, immediatamente soggetta all’autorità apostolica, alla quale presiedeva finché era in vita il vescovo di Nardò Ambrogio di buona memoria priva di conforto per la morte del detto vescovo Ambrogio che fuori della curia romana assolse al dovere di pastore, Noi per una sospensione di questo tipo compresa mediante relazioni degne di fede per una cura celere e felice della medesima chiesa circa la quale nessuno eccetto noi questa volta potè o può intromettersi con riserva o decreto e stanti le cose prima dette intendendo che la stessa chiesa non sia esposta lungamente agli inconvenienti della sospensione dopo la diligente deliberazione che abbiamo avuto con i nostri fratelli sul preporre alla medesima chiesa persona utile e anche fruttuosa alla fine abbiamo diretto gli occhi della nostra mente a te rettore della chiesa leccese chiamata della Beata Vergine dell’Assunzione post nell’ordine dei presbiteri e oriundo della città di Bologna, dal quale sono offerte a noi testimonianze degne di fede sulla conoscenza delle lettere, la purezza di vita, l’onestà dei costumi, la prudenza delle cose spirituali e l’avvedutezza di quelle materiali e altri doni di molteplici virtù. Meditate con la dovuta profondità tutte queste cose, circa la tua persona gradita a noi ed ai medesimi fratelli per esigenza dei tuli meriti provvediamo con apostolica autorità su decisione degli stessi fratelli alla chiesa di Nardò e ti eleviamo a capo di quella e a pastore affidando plenariamente a te la cura e l’amministrazione della stessa chiesa di Nardò nelle cose spirituali e temporali in (nome di) colui che dà le grazie e largisce i premi confidando che dirigendo il Signore le tue azioni la predetta chiesa di Nardò grazie al lodevole impegno della tua diligenza sarà retta utilmente e prosperamente diretta e conseguirà graditi progressi nelle cose spirituali e temporali. Accettando dunque con pronta devozione il giogo del Signore posto sulle tue spalle impegnati ad esercitare la cura e l’amministrazione predette così sollecitamente, fedelmente e prudentemente che la stessa chiesa di Nardò goda di essere stata affidata ad un governatore provvido e fruttuoso. E tu possa meritare oltre al premio dell’eterna ricompensa la nostra benevolenza e la benedizione della nostra sede e di conseguire più abbondantemente da questo gratitudine. Vogliamo poi che prima che tu consegua il predetto possesso sia quasi di governo e amministrazione della detta chiesa di Nardò o dei suoi beni o della loro maggior parte, o che in essi ti immetta, che tu faccia aperta dichiarazione di fede cattolica secondo la forma che sotto la nostra bolla mandiamo chiusa nelle mani dei venerabili nostri fratelli l’Arcivescovo di Otranto ed il vescovo di Castro o di uno di loro. Ad essi ed a ciascuno di loro per altre nostre lettere diamo l’incarico che essi o uno di loro ricevano o riceva da te la dichiarazione di fede, che tu sia tenuto a fare in tutto la predetta professione e a far pervenire quanto più presto possibile a questa sede per iscritto la forma di professione di fede di tal genere fatta sotto il tuo sigillo tramite proprio messaggero, che in caso contrario il provvedimento e la nomina a capo di tal fatta siano nulli. Emesso a Roma presso San Pietro nell’anno dell’incarnazione del Signore 1577 il 15 aprile, del nostro pontificato anno quinto.

La bolla in calce mostra ben cinque scritture spurie, cioè estranee al testo ma aggiunte senz’altro subito dopo la sua stesura. Riproduco in dettaglio ingrandito quella che ci interessa.

Leggo più o meno agevolmente Franc(iscu)s Bellottus p(ro) Mag(istr)is.

La traduzione sarebbe: Francesco Bellotto per i maestri. Credo che il riferimento sia ai magistri plumbi (alla lettera maestri del piombo), cioè a coloro che realizzavano il sigillo, della cui presenza la bolla oggi presenta solo tracce, com’è detto nella scheda di catalogazione che l’accompagna. Ciò che, però, a prima vista fa sobbalzare, a patto di averlo sentito nominare, è Francesco Bellotto, cioè il nome di uno scultore neritino del secolo XVI3.

E, tenendo conto che di lui ben poco si sa, uno sobbalza credendo di averne rinvenuto, addirittura, la firma e giunge pure a supporre che nella realizzazione del sigillo di Gregorio XIII ci sia il suo zampino. Poi comincia a riflettere ed a nutrire qualche dubbio, a cominciare dal fatto che a livello cronologico siamo proprio al limite. Un controllo effettuato sulle altre cinque bolle di Gregorio XIII conservate nel detto archivio ha fatto rilevare la presenza della firma del Bellotto in due altre bolle, sempre del 15/4/1577. Nella prima  (il papa assolve Cesare Bovio da ogni censura o pena ecclesiastica in cui sia eventualmente finora incorso):

 

Nella seconda (il papa dispensa Cesare Bovio dalla rinunzia alle cariche e ai beni che teneva a vita prima della sua elezione, concedendogli, cioè, di conservare la chiesa di S. Maria dell’Assunzione di Lecce, de iure patronatus di D. Filippo De Matteis, la chiesa di S. Andrea dell ‘Isola e quella di S. Maria de Formellis, di Brindisi:

Nel corso di questo controllo, poi, è avvenuto qualcosa che da un lato ha definitivamente messo da parte il sospetto di aver fatto una scoperta, se non eccezionale (!), quanto meno interessante (tanto più, come ho detto, che del Bellotto sia sa poco o niente), dall’altra di prendere una madornale cantonata con un’ipotesi abbastanza evanescente, seppur suggestiva.

In calce ad un’altra pergamena, questa del 23/6/1577, in cui Cesare Bovio, in presenza del Capitolo, impartisce istruzioni per il servizio nella Cattedrale di Nardò, leggo, sempre in calce, quanto segue.

Placidus Buffellus ca(ncell)ar(ius) causarum ep(iscopa)lis neritonens(is) Not(arius)

Placido Buffelli cancelliere delle cause, notaio neritino del vesc

Faccio presente che Buffellus alla lettera sarebbe Buffello, ma ho tradotto Buffelli per l’uso invalso nel latino di declinare al singolare anche i cognomi dalla forma evocante il plurale. Un esempio per tutti, connesso con l’epoca e col territorio: il Galateo, com’è noto, dedica il De situ Iapygiae a Giovan Battista Spinelli e Spinelle (vocativo singolare=o Spinelli, ma alla lettera sarebbe o Spinello) ricorre più volte,senza contare la stessa procedura adottata per altri cognomi “plurali” di autori di opere latine, com’è regola fino al XVIII secolo.

Placido Buffelli, dunque, non è una forzatura, e legittima il ricordo di Placido Buffelli di Alessano 1635-1693), anche lui scultore, autore, fra l’altro, di tre fastosi altari realizzati nel 1668 nella cattedrale di Nardò.

Le date appena ricordate, però, a differenza di quanto era successo per il presumibile scultore neritino, non lasciano scampo e sanciscono un caso di omonimia, il che, d’altra parte, era sospettabile tenendo  conto dei titoli che nella pergamena ne accompagnano il nome.

E desolatamente bisogna prendere atto, non solo per la proprietà transitiva, che, se il notarius Buffelli non è lo scultore alessanese, nella bolla da cui siamo partiti il magister plumbi Bellotto non è lo scultore neritino. Insomma, poteva essere uno scoop, è stato un flop …

La pergamena con la firma di Francesco Bellotto direi che non viene da Nardò,o perlomeno tutti i firmatari non sono locali. Probabilmente fanno parte della Curia romana

Invece l’altra riporta i membri del Capitolo della Cattedrale di Nardò, tutti abati, che firmano la pergamena:

Gio: Francesco Nestore arcidiacono

Cesare Sizzara preposito

Leonardo Gaballo cantore

Antonio Massa tesoriere

Ercole  Sombrino arcipresbitero

Ferrero Campanella canonico

 A… Phontonius (Fontò)  canonico

Leonardo Trono canonico

Pietro Scopetta  canonico

Giulio Cesare Rapanà  canonico

Domenico Antonio Vernaleone  canonico

Gio: Antonio Giulio canonico

Vincenzo De Matteis  canonico

Domizio…  canonico

Lucio Guerrieri   canonico

Cola Piccione  canonico

Domenico Bia  canonico

Gio: Carlo Colucci  canonico

Gio: dello Pinto  canonico

Gio: Antonio de Pantaleonibus  canonico

Placido Buffelli actuarius causarum episcopalis

Placido Buffelli, notaio, nel 1596 vive a Nardò. Aveva sposato Claudia della Penta , con cui aveva generato Nicola nel 1585, Desiderio nel 1589, Virginia nel 1590, Betta nel 1583, Ippolita nel 1588. La famiglia proveniva da Alessano e viveva in Nardò “pro exercendo offitio auctuarii” nella curia vescovile di Nardò.

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1 La biografia più completa è quella manoscritta di Pietro Pollidori (1687-1748) De sacris, et profanis antiquitatibus Neritinae urbis et dioecesis, anch’essa custodita nell’archivio della curia di Nardò. Una copia manoscritta fu fatta nella seconda metà del XVIII dall’abate canonico bibliotecario Michele Foggetta ed è inserita in una miscellanea custodita nelle Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi (ms_B/54, cc. 33r-59r).

2 Operazione facilitata dall’abbondante uso di locuzioni formularie agevolmente ricavabili da documenti analoghi.

3 Condivido, infatti l’osservazione contenuta nella prima delle righe in blu, che sono di Marcello Gaballo.

Liborio Salomi e il capodoglio di Punta Palascia (II parte)

di Riccardo Carrozzini

 

Fig. 5 – Lo scheletro ricomposto, a Maglie (da Teresa Salomi, come le successive fino alla fig. 5e)

 

La vendita venne infine effettuata al Museo di Zoologia e di Anatomia comparata della Regia Università di Pisa, il cui direttore era il prof. Sebastiano Richiardi, che offrì un corrispettivo di lire mille più spese di trasporto a suo carico. La spedizione venne effettuata nel maggio 1903. In una lettera di quello stesso mese al Richiardi, il Presidente Garzia lo informa dell’avvenuta spedizione ed aggiunge: “Le accludo una relazione, di questo egregio giovane Sig. Salomi Liborio, appassionatissimo cultore di Scienze naturali, il quale, sotto la direzione dell’insegnante prof. Consiglio di questo Liceo ha curato la preparazione e l’imballaggio del cetaceo“. Brani di questo documento, trascritto integralmente più oltre, vengono citati nell’articolo di Braschi – Cagnolaro – Nicolosi in precedenza citato. La scansione della relazione, di 8 pagine, mi è stata mandata il 22 maggio 2014 dal dott. Nicola Maio, dell’Università di Napoli, al quale è stata fornita da uno degli autori.

Fig. 5a – Particolare arto anteriore

 

Fig. 5b – Particolare parte posteriore del cranio

 

Fig. 5c – Particolare delle costole

 

Fig. 5d – Particolare delle prime vertebre

 

Fig. 5e – Particolare della mandibola

 

Da una lettera della Giunta provinciale amministrativa di Terra d’Otranto del 3 luglio 1903 (prot. 10775), che si esprime in ordine ad una deliberazione dell’Istituto Capece, risulta che il Salomi, “avendo questi col suo lavoro contribuito al maggior vantaggio dell’amministrazione”, ricevette come compenso per l’opera prestata la somma di £. 50,00.

Fig. 6 – La lettera in francese per la vendita dello scheletro (Fondaz. “Capece”)

 

Fig. 7a – La lettera al prof. S. Richiardi, pag. 1

 

Fig. 7b – La lettera al prof. S. Richiardi, pag. 2 (Fondaz. “Capece”)

 

Vi è poi una lettera del Prof. S. Richiardi, del Museo di Pisa, il quale aveva, evidentemente, anticipato di tasca sua le £. 1.025,00 pagate all’Istituto Capece per lo scheletro. Richiardi faceva rilevare che la quietanza di pagamento rilasciata dal Capece era sbagliata perché intestata a Salvatore e non a Sebastiano Richiardi, la qual cosa gli aveva impedito fino ad allora (10 maggio 1904) di essere rimborsato dall’Università di Pisa, e pregava il Presidente Garzia di inviargli una nuova quietanza correttamente redatta. Riferiva, nella stessa lettera, che “il Fisetere [9] è montato, mancano però l’ultima vertebra, una delle ossa del bacino, n. 8 denti, n. 3 ematoapofisi od ossa a V, n. 20 pezzi degli arti – dovrebbero essere 30+30”.

Fig. 8 – L’articolo di Braschi – Cagnolaro – Nicolosi citato nel testo

 

Do’ anche conto delle spese sostenute dall’istituto Capece in occasione del recupero di questo scheletro: si trova, infatti, tra la documentazione, un rendiconto finale (denominato “Conto cetaceo”) delle spese sostenute, che ammontarono a lire 576,85; detratte queste dalle lire 1.025,00 avute come corrispettivo, risultò un guadagno netto, per l’Istituto Capece, di lire 448,15.

Fig. 9 – Il “Conto cetaceo” (Fondaz. “Capece”)

 

ig. 10 – Il compenso di 50 lire a Salomi (Fondaz. “Capece”)

 

Lo scheletro del capodoglio è ancora esistente presso la Certosa di Calci, dove l’Ateneo pisano ha il suo Museo di Storia naturale, dotato di una stupenda galleria che contiene gli scheletri di numerosi cetacei (si vedano le foto in calce alla presente).

È trascritta infine fedelmente, di seguito, la relazione di Salomi di cui si è fatto cenno più sopra, scritta su carta intestata del Liceo – Ginnasio Capece (una pagina di questa è l’ultima foto in calce), nella quale si autodefinisce “perduto amatore di Zoologia” e dalla quale si può chiaramente evincere, dai molti particolari e dalle descrizioni, chi era, quanto a conoscenze e competenze nel settore, Liborio Salomi già a 20 anni; questo documento è il più lungo testo con firma autografa che sono riuscito a trovare [10].

 

Relazione di Liborio Salomi

Ill.mo Signor Direttore,

Prima di ogni altro mi permetta presentarmele quale un appassionato di Storia Naturale. Ho venti anni e sono in procinto di conseguire la licenza liceale in questo Liceo, dopo di che vorrò dedicarmi completamente allo studio delle scienze biologiche che ho coltivato sin da ragazzo. Ero ancora tale quando cominciai a catturare insetti e a sezionare quanti mammiferi, uccelli ed altri animali mi capitassero fra le mani; e poi ho continuato sempre più a sentirmi attratto dalle tante bellezze di cui è ricca la natura, e possiedo una discreta raccolta di insetti indigeni, di resti fossili, di uccelli imbalsamati da me stesso, di animali in alcool, fra i quali un bellissimo aborto mostruoso di Ovis Aries etc.. Qui in Maglie mi conoscevano già tutti per appassionato di Scienze Naturali, allorché un caso speciale venne a mettermi in maggiore evidenza. Fu questo l’arrivo in Otranto di un Capodoglio. Nello scorso anno infatti, nel 18 gennaio 1902 i soldati del Semaforo, addetti al servizio di Otranto nella località così detta “Palascia”, avvisarono che in alto mare galleggiava uno scafo di bastimento capovolto. A tale avviso, i poveri marinai otrantini, sperando di trovare in esso dei tesori che valessero a sollevare alquanto la loro miseria, si misero in mare con sette barche, ma grande fu la loro delusione quando, giunti al voluto scafo, riconobbero in esso un immane pesce, a dir loro già morto da parecchi giorni. Assicuratolo con una forte gomena attorno la coda lo rimorchiarono nel porto, donde il Sindaco, per ragione d’igiene pubblica, lo fece trasportare non lungi da Otranto, nella località detta “Rinule” a circa tre chilometri dall’abitato. Ben presto la notizia dell’invenimento di questo grande cetaceo si sparse per quasi tutta la provincia e da ogni parte di essa si recarono ad Otranto delle persone per vederlo. Tra queste ci fui anche io ed altri compagni di scuola, accompagnati dal sig. Giuseppe Consiglio, professore di Fisica e Scienze Naturali in questo Liceo. Dapprima vedemmo il cetaceo da sugli scogli e poscia con delle barche potemmo osservarlo da vicino. La putrefazione era già cominciata nell’interno, e ad ogni cavallone un po’ forte e quindi ad ogni conseguente muoversi del cetaceo, veniva fuori dalla sua bocca un puzzo penetrante e insopportabile. Provvisto di una discreta macchina fotografica il prof. Consiglio ritrasse l’animale, e la fotografia sebbene non molto chiara è abbastanza sufficiente per mostrare come esso giacesse sul fianco sinistro e come, ad arguirlo dalla bava bianchiccia che vedesi intorno alla bocca, fosse inoltrata in esso la putrefazione. Essendo lo Stato padrone di tali mostri che si rinvengono sulle coste italiane, il sindaco di Otranto annunziò al governo la scoperta del Capodoglio, perché si pigliassero serii provvedimenti onde distruggerlo, potendo riuscire, con la sua putrefazione, di grave danno per gli abitanti delle spiagge vicine. Si attendeva invano ordine dal Ministero, allorché il preside di questo Liceo, il sig. Giuseppe Gabrieli [11], attualmente bibliotecario all’Accademia dei Lincei, pensò che fosse conveniente all’Istituto Capece l’acquistare lo scheletro di un Capodoglio, sì importante nello studio della Zoologia ed Anatomia comparata e così raro nello stesso tempo. Si telegrafò dapprima alla Capitaneria del porto di Taranto, e avendo questa risposto che il cetaceo era in potere del Ministero di P. Istruzione, il presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Capece, il sig. Cav. Raffaello Garzia, fece delle pratiche presso di esso, il quale rispose che il cetaceo era a disposizione del gabinetto di Storia naturale di Maglie. Fu così che io, alunno della 2a liceale, e perduto amatore di Zoologia, ebbi dalla Onorevole Commissione di questo Liceo il piacevolissimo incarico di andare ad Otranto per dirigere la scarnificazione del cetaceo e sorvegliare a che nessuna parte dello scheletro venisse menomamente lesa. L’operazione per denudare le ossa fu di somma difficoltà e dispendio, sia per la località che non mi permise di trarre a secco il cetaceo, sia per la poca praticità del personale addetto al lavoro, sia in ultimo per i tempi piovosi. Potei constatare subito trattarsi di un individuo di Physeter macrocephalus, di sesso femminile. La pelle era completamente intatta, ciò che esclude l’idea che l’animale fosse morto per ferita. Dei denti, in massima parte cariati, mancavano otto, ciò che, tenendo anche conto della coda completamente liscia, mi fece pensare trattarsi di un individuo assai inoltrato negli anni. La putrefazione avvenuta mi impedì assolutamente di fare qualsiasi osservazione anatomica sui tessuti molli, e mi tolse anche l’agio di constatare se nella vescica orinaria vi fossero dei calcoli, e delle incrostazioni di simil natura sulle pareti dell’intestino. Ciò che mi colpì grandemente furono i muscoli tutti invasi, nel loro spessore, da corpuscoli un po’ più piccoli dei granelli di pepe, di color bianco-giallognolo e che alla osservazione microscopica sembrano delle uova di Elminti [12]. Fosse la morte del Cetaceo stata causata dall’esistenza di qualche parassita? Mancando di libri da riscontro non ho potuto venire a conclusione alcuna, eppure potrebbe trattarsi di qualche specie nuova o poco studiata di Elminto. Circa lo scheletro fui dapprima sommamente meravigliato di trovar distaccate le ossa facciali del lato sinistro, ma ben presto potei attribuir ciò al peso della massa muscolare sopraincombente del lato destro. Ebbi massima cura di conservare le ossa del cinto pelvico tanto importanti nello studio dell’anatomia comparata. Dopo 13 giorni di continuo lavoro le singole ossa furono trasportate a Maglie ed infossate nella calce viva per farle spolpare e sgrasciare completamente. Circa un mese fa le ho tolte da essa per pulirle definitivamente ed ora sono in viaggio per Pisa. Anche l’imballaggio è costato lavoro e fastidio, ma per la scienza bisogna far tutto, ed io mi reputo fortunatissimo di aver lavorato, ancor sì giovane, per la preparazione dello scheletro di un Capodoglio che di ora in poi adornerà (me l’auguro) le ricche sale del Museo pisano, vanto e gloria del nostro chiarissimo Savi [13]. E voglio sperare che ella trovi lo scheletro in buono stato, in modo che il mio lavoro non sia andato completamente perduto, e che voglia attribuire qualche piccolo difetto alla mancanza dei mezzi necessarii per la preparazione di tali scheletri e alla mia poca pratica con essi. Prima di fare l’imballaggio ho situate le ossa alla meglio onde fare la fotografia dello scheletro intero, e fra giorni mi farò un pregio di mandargliela insieme a quella del cetaceo in mare ed altre ritraenti diverse ossa e regioni singole dello scheletro, ed una rappresentante un frammento di membrana endoteliale dello sfiatatoio [14]. Lo scheletro come le sarà facile constatare è lungo, così disarticolato, m. 10,30, ma con i dischi intervertebrali misurava m. 11, pur essendo lungo m. 12 rivestito dalle masse muscolari. Nell’imballarlo ho messo nel gabbione oltre al capo anche l’atlante l’epistrofeo saldato alle altre cinque vertebre cervicali ed al processo odontoide rudimentale, le vertebre dorsali, le lombo-caudali e le costole. Nel cassone ho messo lo sterno, il primo paio di costole, i denti, le ossa del cinto pelvico, alcune ossa del capo che trovai da esso distaccate, le clavicole, le scapole, gli omeri, le ossa, saldate verso la loro estremità, dell’antibraccio, le ossa carpali con le rispettive falangi (1) [15] ed alcune ossa articolate alla faccia inferiore delle vertebre lombo-caudali, e che non so invero cosa siano, pur avendo cercato di riscontrare varii testi di anatomia comparata. (Che anzi le sarei obbligatissimo se volesse indicarmi a quali dello scheletro umano corrispondano queste ossa e che ufficio compiano nei cetacei). Di queste ossa vi è una nel gabbione che per l’azione della calce ha l’estremità libera un po’ bruciata, ma credo che ciò non pregiudichi lo scheletro; ché nella relazione del Gasco [16] sulla Balena catturata a Taranto, ho letto come anche nello scheletro di essa alcune parti siano state sostituite da legno. È mai possibile evitare qualche piccola avaria in scheletri così colossali e nello stesso tempo risultanti da ossa spugnose e fragili in sommo grado? Avrei desiderio di scrivere una piccola monografia su questo Cetaceo, ma a causa della mancanza di materiale di studio, rimando tal lavoro al primo anno di studii universitarii, che veramente non mi son ancor deciso dove fare. Potrà darsi che venga a Pisa; è un centro di studii tanto rinomato! Giorni fa leggevo nella Mammologia [17] Italiana del Cornalia di uno scheletro di Physeter, arenato nel 1868 in Calabria e da lei egregiamente preparato per l’Università di Bologna. Credo, se non mi sbaglio, che manchi ancora in Italia un elenco completo dei cetacei giunti morti o dati a secco sulle sue spiagge; e sto curando, tanto per contributo a tale elenco, di raccogliere notizie precise su tutti i cetacei rinvenuti sulle coste della penisola salentina. Pochi anni or sono ad Ugento, sullo Ionio, dettero a secco contemporaneamente parecchi capodogli, ma per la putrefazione avvenuta, il governo, a richiesta delle autorità locali, mandò due navi per curarne il loro affondamento in alto mare.

Giorni fa fui chiamato da alcuni cavatori di pietra per vedere delle ossa che avevano trovato a nove metri di profondità: Recatomi sul luogo ebbi a constatare trattarsi dei resti di un Equus caballus mastodontico, quaternario. Ho quasi tutti i denti, che sono veramente bellissimi. Di resti di Equus ed altri animali quaternarii trovansi spesso nelle nostre cave ed io ho una discreta raccolta, ma mi mancano molti scheletri di animali odierni per farne gli studi comparativi. Se crede ella che tali resti fossili possano servirle a qualche cosa, non dovrà che avvisarmene, ed io sarò fortunatissimo di farglieli avere. E così dico pure di qualsiasi prodotto naturale della penisola salentina.

Mi permetta intanto di ossequiarla e professarmele suo dev.mo

Liborio Salomi di Angelo

Maglie il 12 maggio 1903

Fig. 11 – Lo scheletro del capodoglio alla certosa di Calci (Foto dal prof. Roberto Barbuti, Università di Pisa, come le successive fino alla fig. 14)

 

Fig. 12 – Sulla mandibola si può leggere “Otranto, gennaio 1902”

 

Fig. 13 – Un’altra vista dello scheletro

 

Fig. 14 – Una vista della Galleria cetacei con lo scheletro recuperato da Salomi in primo piano

 

Fig. 15 – Una pagina della lettera-relazione di Salomi

Note

[9] Sinonimo di capodoglio, derivata dal nome scientifico latino.

[10] Ringrazio il prof. Barbuti, già citato in precedenza, che si è messo in contatto col dott. Alessandro Corsi, direttore della Biblioteca di Scienze naturali dell’Università di Pisa; questi ha autorizzato la pubblicazione della relazione.

[11] Giuseppe Gabrieli, da Calimera (LE), padre di Francesco (quest’ultimo deceduto nel 1996, uomo di sconfinata cultura che fu uno dei più grandi orientalisti italiani e Presidente dell’Accademia dei Lincei), orientalista anch’egli, mentre era Preside del “Capece” vinse il concorso per bibliotecario dell’Accademia dei Lincei di Roma e lasciò la Presidenza del “Capece” per assumere il nuovo prestigioso incarico.

[12] Elminti: nome caduto in disuso, che non designa un gruppo zoologico definito, ma genericamente i vermi, in particolare quelli parassiti.

[13] Dall’Enciclopedia on line Treccani: Savi, Paolo. – Naturalista (Pisa 1798 – ivi 1871), figlio di Gaetano, prof. di storia naturale nell’Università di Pisa (dal 1823); socio corrispondente dei Lincei (1860). Autore di molti notevolissimi lavori sulla geologia della Toscana, in cui sostenne la teoria attualistica di Ch. Lyell, e di due importanti opere ornitologiche.

[14] Evidentemente presso l’Università di Pisa non vi è traccia di queste foto, visto che nell’articolo prima citato è stata pubblicata una foto fornita dalla dott. Elena Valsecchi, pronipote di Liborio Salomi. Forse le foto sono quelle pubblicate in questo volume, in possesso della figlia Teresa.

[15] Qui vi è la nota (1) nel manoscritto, e a piè di pagina è scritto: le ultime vertebre caudali.

[16] GASCO, Francesco Giuseppe: famoso naturalista (Mondovì 3 nov. 1842 – Roma 23 ott. 1894). Dal Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 52 (1999), di Maria B. D’Ambrosio: … Nel 1877 il G. vinse la cattedra di zoologia e anatomia comparata all’Università di Genova, e qui si occupò anche del Museo zoologico che arricchì di nuovi reperti fra cui lo scheletro di una balenottera arenatasi a Monterosso in Liguria; contemporaneamente pubblicò una relazione, iniziata a Napoli, su una balena arenatasi a Taranto nel febbraio del 1877 che identificò nella balena dei Baschi, Balaena Biscajensis (euglacialis). Nel 1878 le sue ricerche sulla osteologia dei Cetacei lo spinsero a visitare i più importanti musei europei fra cui quelli di Parigi, Londra, Copenaghen, Leida e Bruxelles, dove più ricche erano le collezioni cetologiche e molto quotati i cultori di questo ramo della zoologia. Invitato dal direttore del Museo di Copenaghen X. Reinhardt a studiare lo scheletro di un esemplare catturato nel 1854 a San Sebastiano sulle coste spagnole, giunse alla conclusione che si trattava della stessa specie della balena di Taranto. …

[17] La mammologia è la scienza che studia i mammiferi, classe di vertebrati con caratteristiche come ad esempio pellicce e un complesso sistema nervoso. La mammologia si dirama anche in altre discipline, quali la primatologia (studio dei primati) e la cetologia (studio dei cetacei).

 

Per la prima parte v. qui:

Liborio Salomi e il capodoglio di Punta Palascia (I parte)

Liborio Salomi e il capodoglio di Punta Palascia (I parte)

di Riccardo Carrozzini

Liborio Salomi (Carpignano Salentino, 1882 – Lecce 1952) è lo scienziato / geologo / naturalista / tassidermista, amico e collaboratore di Cosimo De Giorgi, al quale succedette nella cattedra di Scienze naturali e nella direzione del Museo – Gabinetto di Scienze presso l’Istituto “O. G. Costa” di Lecce. Di lui mi sono occupato nel volume Liborio Salomi, un illustre salentino quasi sconosciuto [1]. Ne riporto di seguito uno stralcio, che vede coinvolti gli addetti al Faro di Punta Palascia (Otranto), in ciò stimolato da Cristina Manzo, che ci delizia con i suoi bellissimi articoli sui Guardiani del mare (https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/08/07/i-guardiani-del-mare-si-raccontano-e-i-piu-belli-sono-nel-salento-iv-parte/). E che in quello del 7 agosto parla proprio di quel faro, che sul web (non ricordo dove) ho trovato essere stato costruito nel 1869, sul luogo di una delle nostre tante torri cinquecentesche, all’epoca già allo stato di rudere, che fu interamente demolita. Ho un po’ ridotto e adattato il testo alle esigenze di questo sito: si tratta della vicenda (che vide Salomi protagonista nel 1902-1903) del recupero dello scheletro di un capodoglio, la cui carcassa in decomposizione venne avvistata proprio dai soldati del semaforo. Sarei curioso di sapere se esistono i diari dell’attività di quel faro (allora era presidiato) e, in caso affermativo, se in quello del 1902 la vicenda è stata riportata.

 

Poco più che diciannovenne, da studente del secondo Liceo dell’Istituto “Capece” di Maglie, Liborio Salomi mise già alla prova tutte le sue capacità partecipando attivamente al recupero e alla preparazione dello scheletro di un grosso capodoglio morto, il cui corpo venne avvistato al largo di Otranto il 18 gennaio 1902 [2].

Il corpo di questo enorme pesce (che in realtà, come si sa, è un mammifero), visto in lontananza, fu scambiato, dai “soldati del semaforo, addetti al servizio di Otranto, in località così detta Palascia”, per il profilo di un natante naufragato; alcuni gruppi di pescatori si diressero perciò, a bordo di sette imbarcazioni, verso questa sagoma indistinta visibile al largo, sperando di trovarvi chissà quale bottino.

Rivelatosi per quello che era, il corpo del cetaceo, già in stato di decomposizione, venne trainato a Otranto, da dove il Sindaco dell’epoca ordinò che venisse rimosso e spostato in località “Rinule” [3], a causa del fetore che emanava, in attesa che chi di dovere decidesse il destino di quella enorme carcassa. Esiste una foto, in possesso di Teresa Salomi (figlia dello scienziato, ancora vivente), appena leggibile e che, malgrado ciò, ho pensato ugualmente di pubblicare, del corpo del cetaceo trasportato nel porto di Otranto.

Fig. 1 – Il capodoglio nel porto di Otranto; sul molo un gruppo di curiosi (Foto da Teresa Salomi)

 

Frattanto la notizia era giunta a Maglie, dove il Presidente del Consiglio d’Amministrazione del Liceo Capece, avv. Raffaele Garzia, si interessò alla questione, manifestando il suo interesse anche presso il Ministero della Marina. Questo, con telegramma in data 24 gennaio, concesse il cetaceo al Ministero dell’Istruzione e per esso al Preside del Liceo Capece a “scopo scientifico”. Con telegramma del giorno successivo il Sindaco di Otranto comunicava al Preside che il Prefetto lo aveva reso partecipe di quanto sopra e che pertanto il cetaceo recuperato era nella disponibilità del Liceo Capece “subordinatamente intero pagamento spesa ricupero ed in caso rifiuto lo abbandoni ricuperatori”. Lo stesso giorno (25 gennaio) il Consiglio d’Amministrazione del Liceo Capece, convocato in via d’urgenza, adottava la deliberazione n. 51, con la quale si stanziavano £. 150,00 per l’acquisto “dello scheletro del cetaceo giacente nelle acque di Otranto”.

Il Salomi, già conosciuto nella sua scuola per la sua competenza e per gli interessi nel settore della preparazione di animali imbalsamati e scheletri, fu incaricato di recuperare, per l’Istituto “Capece”, lo scheletro del cetaceo, e si recò dove il corpo era stato portato, procedendo [4] alla rimozione di tutte le carni e le parti molli in decomposizione [5] e al dissezionamento dello scheletro; organizzò e sovrintese anche al trasporto dello scheletro stesso, ormai privato degli organi interni e in gran parte ripulito dalle masse carnose, a Maglie, dove le ossa vennero seppellite nella calce viva per una loro completa ripulitura.

Tra la documentazione reperita vi è poi una lettera del Presidente Garzia al prof. Giuseppe Consiglio [6] con la quale il docente veniva pregato “di compiacersi procedere al diseppellimento delle ossa del cetaceo, e provvedere per pulirle, facendosi aiutare da qualche alunno, se lo crede, per evitare spese all’Istituto”. Qui rientra in gioco il Salomi, che effettua la pulizia finale delle ossa dissotterrate e procede alla ricomposizione dello scheletro, come testimonia la fig. 5, in possesso della figlia Teresa e già pubblicata (sia pure in una versione “speculare” fornita dalla pronipote di Liborio dott. Elena Valsecchi) nell’articolo Braschi – Cagnolaro – Nicolosi (si veda la nota 2); la foto mostra lo scheletro, sommariamente ricomposto a Maglie, con accanto la figura inconfondibile del giovane Salomi [7].

Fig. 2 – Il frontespizio del fascicolo che contiene tutti i documenti della vicenda
(archivio Fondazione “Capece”, Maglie)

 

Non si capisce bene perché, ma le originarie motivazioni dell’acquisto, di cui si trova traccia nella delibera n. 51 (“per arricchire il materiale scientifico dei nostri Gabinetti”), vennero successivamente meno, tanto che venne deciso –credo unicamente per motivi economici, ma non ho trovato documentazione che confermi questa mia supposizione- di alienare lo scheletro, forse al miglior offerente, inoltrando la relativa offerta anche oltr’alpe.

Fig. 3 – La deliberazione n. 51 (Archivio Fondazione “Capece”)

 

A tal proposito si segnala una lettera a stampa in lingua francese, su carta intestata, anch’essa in francese, non si sa se mai spedita (è, infatti, senza indirizzo), che trascrivo integralmente nella mia traduzione:

“Data del timbro postale – Il nostro Istituto ha acquisito, da qualche mese, lo scheletro di un capodoglio, restituito morto dal mare Adriatico nei pressi di Otranto il 19 gennaio 1902. Si tratta di un physiter macrocephalus femmina, il cui scheletro raggiunge la lunghezza di 15 metri [8] e la circonferenza di 7 metri all’altezza della parte anteriore del tronco. Non è ancora montato, ma tutti i suoi pezzi – mancano solo 8 dei 25 denti della mandibola destra – sono stati scarnificati con cura e seccati con la calce. Desideriamo venderlo o scambiarlo con altro materiale scientifico di zoologia in buono stato. In attesa di ricevere proposte, siamo pronti a fornirvi eventuali chiarimenti richiesti (foto, inventario dei pezzi, ecc.). Il Presidente dell’Istituto Raffaele Garzia.” La lettera è indirizzata, sempre a stampa, “ai Signori Direttori d’Istituti di scienze naturali, di Musei zoologici, etc.”, senza ulteriori specificazioni.

Fig. 4 – La lettera al prof. Consiglio (Fondaz. “Capece”)

 

(continua)

 

Note

[1] R. Carrozzini, Liborio Salomi, un illustre salentino quasi sconosciuto, Ed. Milella, Lecce 2015, ISBN 978–88–7048–581–3. Chi volesse saperne di più può cercare Liborio Salomi tra gli articoli della Fondazione Terra d’Otranto.

[2] Nell’archivio della Fondazione “Capece”, la cui sede è ubicata nello stesso stabile dell’omonimo Liceo, a Maglie, si trova, nella busta n. 9, un fascicoletto con la documentazione relativa a questa vicenda; in altre buste vi è anche traccia di alcuni mandati di pagamento relativi alla stessa. Ringrazio il Presidente della Fondazione dott. Dario Vincenti e l’addetta all’archivio dott. Giovanna Ciriolo per la grande disponibilità dimostrata e per l’autorizzazione a pubblicare la documentazione in loro possesso. Altro doveroso ringraziamento al prof. Roberto Barbuti, vice-Direttore del centro Interdipartimentale – Museo di Storia Naturale e del Territorio dell’Università di Pisa per le foto dello scheletro, l’articolo sullo stesso (S. Braschi,     L. Cagnolaro, P. Nicolosi, Catalogo dei Cetacei attuali del Museo di Storia Naturale e del Territorio                       dell’Università di Pisa, alla Certosa di Calci. Note osteometriche e ricerca storica, in Atti Soc. tosc. Sci. nat., Mem., Serie B, 114, 2007) ed altre notizie fornite. Ringrazio infine il dott. Nicola Maio dell’Università di Napoli, studioso dello scheletro dei cetacei dei musei italiani, con il quale ero in contatto per altre vicende relative al Salomi e che mi ha permesso di trovare e pubblicare la lettera/relazione di Salomi che si può leggere in questo articolo.

[3] Piccola cala ubicata circa 650 metri a nord della “punta” posta sulla costa a nord dell’insenatura principale della città di Otranto, ossia dopo l’odierna Riviera degli Haethei.

[4] Con l’aiuto di manovalanza non particolarmente qualificata, vedere relazione di Salomi trascritta più oltre.

[5] Il lavoro durò complessivamente tredici giorni; Teresa Salomi riferisce di aver appreso direttamente da suo padre che in quella occasione qualcuno gli insegnò a fumare il sigaro toscano, il cui “odore” riusciva in qualche modo a coprire o almeno a mitigare gli effetti dei miasmi nauseabondi emanati dall’enorme carcassa in decomposizione.

[6] prot. n. 110 in data 31 maggio 1902, fig. 4

[7] Si vedano anche le figg. 5a, 5b, 5c, 5d e 5e che raffigurano particolari dello scheletro prima del suo assemblaggio.

[8] I pochissimi articoli finora pubblicati sul Salomi, ed anche quanto riferitomi dalla figlia Teresa, in realtà concordavano sul fatto che la lunghezza del capodoglio sarebbe stata di 22 metri; la cosa mi insospettì fin da subito per due ordini di motivi: per quanto a mia conoscenza 22 metri era una dimensione più che rispettabile persino per una balenottera (i capodogli, più piccoli, non credevo arrivassero a tale misura), ed inoltre dalla fig. 5, in cui è visibile anche il Salomi, si desume facilmente che la lunghezza doveva essere notevolmente inferiore; il prof. Barbuti mi ha scritto infatti, il 15 gennaio 2013, che “non è lungo 22 metri bensì 12,57 metri”, evidentemente così com’è ancora esposto a Pisa; nella lettera riprodotta nella fig. 6 si parla di una lunghezza di 15 metri; Salomi nella sua relazione (ved. oltre) parla di una lunghezza massima di 12 metri.

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (I parte)

di Mirko Belfiore

Nel Vicereame di Napoli, dalla seconda metà del XVI secolo, si assistette allo sviluppo di uno dei più lunghi e proficui rapporti politico-economico che la storia europea ricordi, quello fra la Corona spagnola e la Repubblica di Genova.

Un gruppo di potere, rispondente alla potente oligarchia mercantile ligure, forte di una posizione privilegiata all’interno delle complesse dinamiche finanziarie iberiche, seppe sbaragliare concorrenze molto agguerrite come i banchieri toscani, portoghesi e tedeschi, inserendosi in un mercato vastissimo connesso ai domini dell’Impero spagnolo. Quest’ultimo oltre a concernere vasti territori inseriti nell’Europa occidentale (Spagna, Portogallo, Fiandre, territori tedeschi, Ducato di Milano, Vicereame di Napoli) comprendeva vasti domini siti nel Nuovo Mondo, nonché diversi punti commerciali disposti lungo le coste africane e asiatiche, entità sovranazionale passata alla storia come l’Impero dove non tramontava mai il sole.

mappa massima estensione Impero spagnolo (XVI secolo)

 

Nei primi decenni del XVI secolo, in questo complesso ed eterogeneo organismo, i genovesi si fecero spazio e divennero protagonisti, in prima battuta, tramite la fornitura di galee (navi da carico o da combattimento) e in seguito come i principali referenti di un fitto e redditizio sistema di accordi finanziari denominato asientos. Essi indicavano l’accordo stipulato fra un individuo privato o una compagnia commerciale e la Corona di Spagna, per cui la stessa concedeva nei territori soggetti al proprio governo, tramite il pagamento di diritti stabiliti, lo sfruttamento in situazione di monopolio di determinati settori commerciali.

Ritratto di Andrea Doria (Sebastiano del Piombo, 1526, olio su tavola, 153x107cm, Roma, Galleria Doria Pamphili)

 

Questo straordinario risultato fu agevolato dalla nuova linea politica che l’ammiraglio Andrea Doria, uomo forte della Superba nei primi decenni del Cinquecento, condusse nei confronti dell’alleato-padrone, l’Imperatore Carlo V d’Asburgo. Il patriziato locale riunito nel cosiddetto sistema di Alberghi, consorzio di famiglie nobili legate da vincoli di sangue o da comuni interessi commerciali, delineò un nuovo modello economico, spostando il baricentro finanziario del Vecchio Continente verso la piccola ma influente Genova, inaugurando quel periodo aureo conosciuto come il Sieglos de los Genoveses. Ricapitolando, dunque, la potenza e la ricchezza della Repubblica non fu il risultato di un’azione militare strategica su terra o su mare, ma costituì l’esito di un disegno politico-finanziario complesso di cui l’aristocrazia della Repubblica ne fu la protagonista indiscussa.

Ritratto di Carlo V d’Asburgo a cavallo (Tiziano Vecellio, 1548, olio su tela, 332×279 cm, Madrid, Museo del Prado)

 

Questa condizione favorevole permise ai genovesi di divenire, in pochi decenni, i principali partner finanziari degli imperatori Carlo V e Filippo II, i quali vista la cronica difficoltà nel reperire denaro liquido, dovettero richiedere ripetutamente enormi capitali, i quali venivano corrisposti in tempi brevi ma con tassi d’interesse dalle cifre esorbitanti.

Ritratto di Filippo II d’Asburgo (Tiziano Vecellio, 1550-1551, olio su tela, 193x111cm, Madrid, Museo del Prado)

 

Ma già alla fine del Cinquecento, a questa iniziale fase speculativa molto proficua, si sostituì una seconda, volta a contenere le continue e inesorabili interruzioni di pagamento dichiarate dal governo centrale di Madrid, sorte al manifestarsi in Europa di quei segni di una recessione economica che nei territori della Corona era figlia di un sistema coloniale basato solo sulla sistematica spoliazione delle risorse minerarie provenienti dal Nuovo Mondo e dall’immissione senza controllo di oro e argento.

Parte attiva in questa parabola discendente è sicuramente rappresentato dalla presenza di numerosi focolai di rivolta sparsi nei territori dell’Impero come la guerra contro le Sette Province Unite, i movimenti centrifughi sfociati nelle rivoluzioni del Portogallo, della Catalogna e del Regno di Napoli o la difesa delle rotte mediterranei dagli assalti turchi; tutte campagne militare dispendiose e particolarmente deleterie per le già fragili casse asburgiche. Il punto di svolta si ebbe quando alle ripetute insolvenze ad opera dell’imperatore Filippo II, intercorse durante gli anni 1575, 1596, 1607 e 1627, i banchieri liguri si convinsero a ideare strategie finanziarie alternative; se gli Asburgo non sarebbero stati in grado di far fronte ai debiti contratti, essi avrebbero pagato i numerosi debiti con terre demaniali, uffici, monopoli o donativi. I genovesi, quindi, focalizzarono le loro attenzioni in uno dei mercati fra i più prolifici del Sistema Imperiale Spagnolo, il Regno di Napoli, dove ci fu un vero e proprio radicamento sistematico e ramificato.

Immagine di Genova risalente al XVI secolo

 

Si passava dalle colture tessili e lanifere all’accaparramento di cariche pubbliche, dal commercio di grano e vino alle attività creditizie, per giungere all’ingresso nel debito pubblico di numerose Università mentre un numero considerevole di terre demaniali passò per le mani di famiglie nobiliari genovesi per un valore di quasi due milioni di ducati, comprendenti oltre un migliaio di centri abitati.

In questo contesto variopinto va inserita l’affinità che molte famiglie genovesi ebbero con l’atmosfera di omertà e di corruzione tipicamente meridionale, un elemento di costume e cultura alla quale questi nobili non rifuggirono e che, specificando le dovute eccezioni, fu una caratteristica peculiare di tutto il panorama genovese nel Vicereame.

La resa di Breda, episodio relativa alla guerra contro le Sette Province unite (Diego Velasquez, 1634-35, olio su tela, 307x367cm, Madrid, Museo del Prado)

 

Bibliografia essenziale

A. Musi, Mercanti Genovesi nel Regno di Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, Coll. “L’identità di Clio”, Napoli 1996.

G. Galasso, Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (XVI-XVII secolo), UTET, Torino 1994.

A Musi, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo stato moderno, Guida editori, Napoli 1991.

R. Villari, Storia moderna, Laterza, Bari 1987.

G. Doria, Conoscenza del mercato e del sistema informativo: il Know-how dei mercanti-finanzieri genovesi tra XV e XVII secolo, in “La Repubblica internazionale del Denaro tra XV e XVII secolo”, a cura di A. De Maddalena e H. Kellenbenz, Il Mulino, Bologna 1986.

R. Colapietra, I genovesi in Puglia nel ‘500 e 600’, in “Archivio Storico Pugliese”, Bari 1982 (XXXV).

E. Grendi, Andrea Doria, uomo del Rinascimento, in “Archivio Storico Ligure”, ns XIX, Firenze 1979.

F. Caracciolo, Il Regno di Napoli nei secoli XVI e XVII – Economia e società, Università degli Studi, Messina 1966.

G. Coniglio, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo V, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1951.

I guardiani del mare si raccontano e i più belli sono nel Salento (IV parte)

Faro di Punta Palascia, Capo D’Otranto, Lecce
(https://www.repubblica.it/viaggi/2018/08/30/news/tra_fari_e_lanterne_le_sentinelle_del_mare_piu_importanti_d_italia-205243146/)

 

di Cristina Manzo

Non è visibile dalla litoranea che da Otranto conduce a Porto Badisco, si trova in prossimità di una base militare. Si parcheggia l’auto in uno spiazzo sterrato e in dieci minuti, con una tranquilla camminata, ci si arriva lungo un sentiero che si fa strada in mezzo alla natura, tra rocce e vegetazione, avvolti dai profumi della macchia mediterranea e da un silenzio quasi surreale.

La vista è così suggestiva da togliere il fiato: il guardiano del mare si staglia sulla scogliera tra il blu del cielo e l’infinita distesa azzurra del mare. Non esistono parole sufficienti a spiegare la sensazione che si prova ammirando e respirando tutto questo incanto, sembra quasi di essere in capo al mondo. L’ho visitato in diversi periodi dell’anno e sempre, in ogni stagione, io sono rimasta incantata. L’ho visto al tramonto quando mi appostavo calandomi giù dalla scogliera per le nottate di pesca, l’ho visto al buio ammantato di stelle mentre la sua luce illuminava l’infinito, l’ho visto all’alba del mondo colorarsi di rosa, l’alba di tutte le albe che nasce dal mare, anzi dall’incontro di due mari, dove la sera il sole si rituffa scomparendo come una palla incandescente che sfrigola nell’acqua.

Per me resta sempre il faro dei fari, il più bello, il più speciale. Abbiamo condiviso i segreti di un grande amore custoditi per sempre tra il mio cuore e il suo silenzio. Una storia nata ai piedi di un altro faro, in verità, quello di San Cataldo, quindi sono stati ben due i guardiani del mare importanti, nella mia vita. San Cataldo, Capo d’Otranto, Porto Badisco, la Palascia, la stazione metereologica sono le parole chiave della mia giovinezza.

Negli anni novanta tantissimi giovani frequentavano quel luogo in estate, sulla piana della scogliera vi era anche un’area per i campeggiatori. Era un posto che ispirava libertà e magia. Dalla Palascia lo sguardo prendeva il volo, aprendo l’anima a un immaginario senza confini, disancorato dalle catene della vita.

La stazione meteorologica di Otranto-Punta Palascia è la stazione meteorologica di riferimento per il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare e per l’Organizzazione Meteorologica Mondiale relativa alla località costiera di Punta Palascia presso Otranto. L’osservatorio, gestito dalla Regia Marina fino al termine della seconda guerra mondiale, è rimasto presidiato fino al 1978 presso il faro di Punta Palascia. In seguito, in conseguenza della dismissione dell’osservatorio meteorologico, è stata attivata nella medesima area di ubicazione una stazione meteorologica automatica di tipo DCP della rete del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare[1].

Sembrerà difficile da credere ma il maggior afflusso di turisti il faro di Punta Palascìa lo registra la notte di San Silvestro. Il motivo? Ci troviamo a Capo d’Otranto, il punto più a Est della Penisola. Così la sua terrazza è il luogo d’Italia in cui, idealmente, salutare per primi il nuovo anno. D’estate, invece, il faro di Otranto è meta degli amanti delle escursioni, essendo posto alla fine di un sentiero circondato da natura e scogliere a picco sul mare. Ma è anche il punto d’accesso alla ‘Grotta dei Cervi’, insenatura naturale che custodisce testimonianze storiche del periodo neolitico. È uno dei due fari italiani – assieme a quello di Genova – tutelati dalla Commissione Europea, facente parte dei cinque fari del mar mediterraneo.[2].

Qui nasce e muore la romantica storia dell’ultimo guardiano del faro che abitò tra le sue mura prima di consegnare le chiavi alla Intendenza di finanza nel 1978 e, con la sua morte, se ne va anche un pezzo di storia del Salento. “È venuto a mancare all’età di 88 anni l’ultimo guardiano del faro di Punta Palascìa. Elio Vitiello era nato nel 1931, arrivò a Otranto nel 1956 dal faro del Molo di San Vincenzo a Napoli portando con sé la tradizione di famiglia, faristi sia il padre Agostino che il fratello Benedetto. A Otranto Elio trovò anche l’amore e si sposò e la sua luna di miele fu proprio al faro con la sua Rosina Greco, idruntina. Vent’anni di vita nel faro tra intemperie e giornate di sole, venti e isolamento. Era stato, così, l’ultimo guardiano del faro. Un mestiere da letteratura, a guardare il mare e scrutare l’orizzonte, un lavoro duro e solitario, per veri amanti dell’avventura, pronti a dare l’allarme se qualcuno era in difficoltà tra le onde”[3].

Elio si porta dietro un mondo magico che non esiste più, un mondo romantico ma duro, fatto per quelli che resistono alla solitudine, per quelli che riescono a isolarsi e a stare bene soli con il mare, occupandosi solo di un faro e della sua luce. Non sembra una storia vera, sembra la trama di un romanzo, ma non lo è. I due sposini vanno li, in quel luogo estremo. Venti anni di vita al faro, lui che non sospettava nemmeno, il primo giorno che entrò nel grande edificio dell’Ottocento, che sarebbe stato l’ultimo guardiano del faro. Nessuno più sarebbe rimasto le notti a scrutare il mare, a guardare anche il più minimo segnale per prestare soccorso.

Quando Elio cominciò il suo cammino di guardiano al faro della Palascia era un periodo difficile: ogni giorno, intorno a mezzogiorno, al limite delle acque territoriali, “a vista nei giorni di bel tempo” gli albanesi, per provocare, facevano le loro esercitazioni di tiro navale in mare”. Si sentivano le esplosioni, li, su quel faro tra la Cortina di ferro ed il mare. I suoi ricordi erano tanti: – « Pasqualino, il massaro della Masseria Caprara, ci portava il formaggio fresco e quasi sempre si fermava a pranzo, i pescatori di Otranto e Castro, i marinai della Metauro che rifornivano il faro di acqua, camminando sugli scogli in un equilibrio incredibile, sui sandali. E poi gli amici che, per tenerci compagnia, scendevano e si fermavano a condividere un pasto, prima del turno di servizio. E poi lui, il faro, quasi una creatura vivente, con i suoi tempi, i suoi bisogni: Funzionava a vapori di petrolio, una grossa lampada riscaldava il petrolio e questo evaporava bagnando la retina ed incendiandosi, né più né meno che come una grossa lampara. E poi il servizio, l’attenzione alla luce ed alla rotazione: aveva sette ore di autonomia ed era controllata da un orologio, ma ogni notte bisognava percorrere i 132 gradini che portano alla lampada e stare di vedetta, col mare in burrasca ed il vento che entrava da tutte le parti.

Solo nel 1966 arrivò l’elettrificazione» – . Dopo l’abbandono, la lente venne portata via da lì, il Faro di Palascia smise di ruotare. La lampada di Palascìa è a Messina, un’altra lampada, sempre dell’Ottocento è lì. Ma quella luce che girava lungo la costa era diversa. La vita al faro era condivisa con sei persone, loro due e la famiglia e del reggente Colaci. – «Aprivo le finestre ed i delfini saltavano sotto la riva, indimenticabile» – , raccontavano insieme, con gli occhi lucidi, lui e sua moglie Rosina. E poi, ancora, i ricordi di questo lavoro, duro e bellissimo, ma impossibile da fare senza passione. Il sistema di segnalazione lungo la costa idruntina comprendeva vari fari e fanali.

Il faro della Punta possedeva l’alloggio del fanalista (ancora oggi esistente, a pochi metri dallo stesso). Qui l’incaricato del servizio era costretto a controllarne il corretto funzionamento, ma non solo. Dalla sommità dello stesso faro, più volte ogni sera, doveva verificare se il fanale galleggiante posto presso la secca di Missipezze fosse acceso. Missipezze era un pericolo molto serio per la navigazione, almeno fino a che non entrò in funzione definitivamente il Faro di Sant’Andrea. Un mondo duro e semplice, affascinante e pericoloso, ma pieno anche di amore e romanticismo. Un ultimo saluto, dalla sua Palascìa, al vecchio guardiano che va via, questa volta per l’ultimo viaggio[4].

La bella notizia è che è partita proprio dal tacco d’Italia la riscossa dei fari, infatti quello di punta Palascia preso in carico dall’università del Salento e dal comune è diventato il primo faro-museo, sentinella della storia. In nessun’altra lanterna, prima, è stato realizzato un progetto simile e, così importante, e la torre ottocentesca che sorge in un vero paradiso naturale, può, ormai essere visitata da tutti, con la nascita di un osservatorio naturale su ecologia e salute degli ecosistemi mediterranei con una mostra sulle lagune e foci fluviali che si apre insieme alla seconda vita del faro. La nuova lanterna per la riaccensione è arrivata da La Spezia.

E così, sul sentiero ricavato tra gli scogli su cui, un tempo, il guardiano del faro passava con il suo asino per raggiungere il paese, ora arrivano studenti, turisti, studiosi dell’ecosistema marino che in questa zona sembra fatto di magia, con il vento che sibila da una parte, con i delfini e le alghe rare o i fiori selvatici che crescono profumando di salsedine dall’altra. Punta Palascìa è il luogo in cui il giorno comincia prima che nel resto dell’Italia: siamo sul lembo estremo più ad est dell’Italia (18°31’22” di longitudine) e il «nuovo corso» dei fari, che in Italia sono un po’ dimenticati, non poteva che cominciare qui. Il faro della Palascìa, costruito nel 1850 ha guidato non poche navigazioni in Adriatico. La sua storia è lunghissima. La casa a due piani sulla quale è poggiata la grande torre in carparo è stata da sempre la dimora dei faristi, due famiglie che hanno vissuto in questo eremo (collegato alla superstrada con una mulattiera) fino agli anni Sessanta. La figlia dell’ultimo guardiano del faro era una bambina quando ha lasciato questo luogo misterioso, e oggi guarda alle vecchie finestre con ammirazione. La ristrutturazione dell’edificio è stata lunga e non facile. Il luogo è bello ma certamente impervio. Grazie a fondi pubblici e ad accordi tra Comune di Otranto, Regione Puglia, Università di Lecce, Marina Militare, il faro torna alla gente. Gli ambientalisti, i cittadini hanno condotto lunghe battaglie per salvare questo angolo di Puglia: nel Capodanno del 2000 invece di festeggiare il nuovo Millennio in un ristorante, centinaia di persone furono a Palascìa a manifestare con le fiaccole contro la ventilata fine del faro. La vittoria è venuta quando il Comune di Otranto ha ottenuto in concessione il faro dall’Agenzia del Demanio, ricevendo i finanziamenti del Por 2000-2006 (600 milioni di vecchie lire) e poi i contributi di 100mila euro (programma Leader 2000-2006) oltre ai 300mila euro del «Pis 14»[5]. Quando di notte si guarda un faro, stando in mezzo al mare, non si distingue la torre bianca nell’oscurità, ma solo il fascio di luce che attraversa l’infinito, una cometa che ci guida verso il destino e la salvezza, un raggio sospeso nell’aria, lanciato da una sentinella messa lì solo per servire il prossimo. Un guardiano del mare e un guardiano del faro prigionieri del tempo e dello spazio con lo scopo di averla vinta sulla tempesta che impedì a Leandro di raggiungere Ero, senza quel fuoco che lo guidasse nel buio. Forse il primo caso di costruzioni realizzate dall’uomo per un così alto scopo altruistico. Le torri costiere sentinelle del mare. A me sarebbe piaciuto molto vivere in un faro, e a voi?

 

Note

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Capo_d%27Otranto

[2]https://www.repubblica.it/viaggi/2018/08/30/news/tra_fari_e_lanterne_le_sentinelle_del_mare_piu_importanti_d_italia-205243146/

[3] https://www.salentoflash.it/2020/06/05/palascia-addio-allultimo-guardiano-del-faro/

[4] https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/faro_della_palascia_otranto_guardiano_del_faro-5268695.html di Elio Paiano

[5] https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/faro_della_palascia_otranto_guardiano_del_faro-5268695.html.

Per la prima parte:

I guardiani del mare si raccontano e i più belli sono nel Salento (I parte)

Per la seconda parte:
https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/07/10/i-guardiani-del-mare-si-raccontano-e-i-piu-belli-sono-nel-salento-ii-parte/

Per la terza parte:
https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/07/21/i-guardiani-del-mare-si-raccontano-e-i-piu-belli-sono-nel-salento-iii-parte/

 

Dialetti salentini: “mùsciu”

di Armando Polito

* Sarò contento quando finirai di perdere tempo in sciocchezze e andrai a comprarmi le crocchette, che sono quasi finite.

 

Correva l’anno 2000 ed il sottoscritto, ad un anno dalla pensione, non aveva perso l’atavico vizio di infarcire le sue lezioni, oltre che di riferimenti all’attualità,  con le etimologie, pure di voci salentine, così come i miei allievi quello di dirottare con scaltrezza le incombenti interrogazioni verso due percorsi certamente più attraenti , soprattutto l’attualità …, della grammatica più o  meno fine a se stessa, con quesiti posti da loro.

Siccome, poi, non ero (e tanto meno sono diventato) un Rohlfs, non sono mancati nella circostanza i casi in cui ho dovuto confessare la mia impotenza a dare una risposta scientificamente valida o a formulare ipotesi di una qualche attendibilità, chiedendo tempo per riflettere e/o documentarmi, rinviando la risposta al giorno dopo.

Così, in un giorno del bimillennio della nostra era, Luigi Scarlino1, mi chiese se mùsciu non fosse da interpretarsi come macchina per topi (testuali parole), con derivazione dal latino mus (genitivo muris), che significa, appunto, topo. e che è trascrizione del greco  μῦς (stesso significato).  L’ipotesi appariva suggestiva e semanticamente accettabile, ma restava da spiegare la parte terminale che, nel caso la proposta  di Luigi fosse stata valida, avrebbe dovuto avere un valore strumentale, che di solito nel dialetto salentino è affidato ad un suffisso aggettivale2. Inoltre dal punto di vista fonetico l’esito -sci-, che nel dialetto salentino è figlio di un originario –iz- (latino baptizo/italiano battezzo/salentino attìsciu o -ps- (latino capsa/italiano cassa/salentino càscia) o –str– (latino fenestra/italiano finestra/salentino finèscia) o -ste- (latino mùsteum/italiano moscio/salentino mòsciu), faceva supporre iniziali quanto incongruenti (nel senso che non solo non c’era corrispondente italiano ma nulla pure potevano dire dal punto di vista etimologico) *mùizu/*mussu/*mustru.

Nemmeno i derivati italiani di mus (lasciando volutamente da parte quelli, tutti dell’ambito scientifico e, in particolare medico, inizianti per mio-), aggiunsi,sarebbero potuti venire in soccorso. E, dopo aver ricordato che l’inglese mouse (nel significato originario dell’animale e in quello metaforicamente derivato dell’accessorio del pc) non era altro che il latino mus, citai l’unico che al momento mi venne in mente: muscolo, dal latino musculu(m), diminutivo di mus (alla lettera piccolo topo, per i movimenti guizzanti).

Prima di passare ad altro (ma poi il suono della campanella, tanto per cambiare, non me lo consentì …) più consono al programma ministeriale …, mi balenò micio e, sapendo che è voce infantile onomatopeica, ipotizzai che pure mùsciu lo fosse, quasi una sua variante fonetica.

All’epoca la scuola, pur avendo un’aula informatizzata, che noi puntualmente frequentavamo per la realizzazione di un cd (!) su Nardò, non era connessa ad internet e nemmeno io a casa, pur usando il pc, potevo fruire di quel formidabile strumento. Perciò quel giorno, rientrato da scuola, mi abbandonai ad un gesto rituale, cioè mi precipitai a capofitto sul dizionario del Rohlfs: ebbi  così  il conforto della conferma dell’origine onomatopeica, e, nel riferire l’esito alla classe il giorno dopo, un pizzico di modestia mi spinse a non pavoneggiarmi troppo …

La parentesi di mùsciu terminò con l’assicurazione da parte di Luigi, su mia esplicita domanda, che la sua ipotesi non era stata indotta da lettura alcuna, nemmeno occasionale. L’accertamento era necessario pèrché qualche settimana prima in combutta con un altro allievo, Antonio dell’Anna, aveva tentato di mettere alla prova le mie capacità filologiche esibendo un documento in latino, a suo dire antico, un frammento di foglio contenente quattro righe. Di antico, ma neppure tanto, quel foglietto aveva solo la carta, perché il testo era infarcito di tanti errori grammaticali (faccio presente che già nel  2000 la traduzione dall’italiano in latino non era più prevista, mentre oggi, lasciamo perdere…) che in un attimo compresi chi ne erano stati gli autori. Gradii lo scherzo, procedemmo, tra le risate via via scemanti, alla correzione del testo  e l’unico rammarico che espressi fu per il libro che, per mettermi alla prova, era stato mutilato …

Oggi, a distanza di venti anni, l’esperienza maturata nella ricerca delle fonti e l’aiuto della rete mi consentono di far rivivere provvisoriamente, prima dell’archiviazione definitiva, l’ipotesi di Luigi.

Intanto integro preliminarmente  la citazione  dei derivati italiani di mus con l’aggiunta a muscolo  di migale (o toporagno), dal latino tardo mygale(m), trascrizione del greco μυγαλῆ (leggi miugalè), composto da μῦς (leggi miùs)=topo+γαλέη (leggi galèe)=donnola . L’integrazione non comporta progressi o cambiamenti rispetto a quanto provvisoriamente a suo tempo  definito in classe.

Passo poi dal dizionario italiano al Glossarium mediae et infimae Latinitatis del Du Cange, dove trovo registrato un MUSCULUS, il cui lemma riproduco in formato immagine con la mia traduzione a fronte.

A MUSCLUS 1.

A CATUS 2

Scopro poi che il MUSCULUS del tardo latino sopravvisse nell’italiano moscolo o muscolo, attestato nel Vocabolario della Crusca (seconda edizione, 1863; trascrivo il testo perché l’immagine non è molto chiara).

La parte finale delle definizione lascia sconcertati, tanto più che muscolo oggi è anche  il nome comune dei molluschi della famiglia dei Mitilidi, specialmente delle cozze. Ad ogni buon conto ecco come la macchina è rappresentata in una tavola a corredo del volume di Giusto Lipsio3 Poliorceticon sive De machinis, tormentis, telis libri quinque uscito per i tipi dell’Officina plantiniana, presso la vedova e Giovanni Moreto  ad Anversa nel 1596. Essa sintetizza graficamente quanto trattato subito prima nelle pp. 49-57. La figura A rappresenta il muscolo secondo la descrizione di Cesare (Musculus Caesaris=Il muscolo di Cesare), la B (Musculus vulgi, falsus=Il muscolo del volgo, falso) secondo quella, contestata dal Lipsio, di alcuni autori di meccanica o cose militari, ingannati dalla definizione che Isidoro di Siviglia (VI-VI secolo) aveva dato del muscolo4 , nella quale l’immagine del coniglio li aveva spinti ad immaginare che la macchina bellica avesse anteriormente un rostro acuto per perforare il muro e non scavarne le fondamenta. E il Lipsio conclude:  Credo in verità che è chiamato muscolo poiché a mo’ di quell’animaletto [il topo] scavavano sotto di esso la terra oppure perché i soldati, come topi, si accostavano sotto di esso cavo.

Mentre mi chiedo se la manovella che si vede all’opposto del rostro avesse la funzione di aggiungere alla percussione anche la rotazione,  se non fossi più che sicuro della sincerità di Luigi (e della quasi impossibilità all’epoca, del reperimento delle fonti in tempi che non fossero biblicamente lunghi), sospetterei (dopo 20 anni, bel risultato!) che proprio la figura B e la lettura di CATUS 2 gli abbiano  ispirato a suo tempo la metafora del gatto macchina contro i topi.

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1 Son riuscito a … beccarlo, con la speranza che si faccia vivo in  https://www.facebook.com/SeminarioMilano/photos/a.1158761847502454/3329254307119853/?type=3&theater 

2 Vedi , per esempio,  ‘mbruffarola in  https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/28/la-mbruffalora-linnaffiatoio/ e strattarola in https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/06/sscercule/

3 1547-1706, filosofo, umanista e filologo fiammingo.

4 Etymologiae, XVIII, 11, 4: Musculus cuniculo similis fit, quo murus perfoditur, ex quo et appellatus, quasi murusculus (Il muscolo è simile ad un coniglio , dal quale il muro viene scavato, dal quale pure è chiamato, quasi piccolo muro). Secondo Isidoro, dunque, musculus trarrebbe il nome da murusculus, diminutivo di murus. Va detto che murusculus è attestato solo in Isidoro, anche se la sua formazione ricalca quella di flosculus (da flos=fiore)=fiorellino e dello stesso musculus (da mus).

5 Poliorceticon, op. cit., p. 50.

Libri| Racale e il suo clero

 

Venerdì 7 agosto 2020, alle ore 20

spazio antistante la chiesa matrice di Racale

sarà presentato il volume di Mons. Giuliano Santantonio

Racale e il suo clero

Grenzi editore.

 

Relatore

Francesco De Luca, Professore Emerito di Archivistica dell’Università del Salento

Interverrà S. E. Mons. Fernando Filograna – Vescovo di Nardò – Gallipoli

 Allieterà la serata il Trio “Santa Cecilia” con: Antonella Alemanno, soprano; Alessandro Manzolelli, clarinetto; Francesco De Solda, pianoforte.

Dialetti salentini: “sine” e “none”

di Armando Polito

Nell’era del poco tempo riservato alla riflessione, qual è la nostra. probabilmente sono gli avverbi più usati. Troppo dispendioso di tempo ed energie mentali, infatti, risulta alla gente comune articolare una risposta non secca, positiva o negativa ad una domanda, come se tutta la verità o, se preferite, il mistero della vita fosse condensabile in un (in salentino sine) o in un no (in salentino none). Solo la politica ha conservato, invece, la vecchia abitudine di tergiversare girando attorno all’ostacolo per non tentare non dico di saltarlo, ma almeno di studiare il gesto tecnico da adottare, mentre chi ha posto la domanda non è in grado di farlo notare per mancanza di preparazione o, peggio ancora, per convenienza, se non preventivo accordo o ordini di scuderia …

E tra le scienze in cui l’opzione sì/no è tutt’altro che scontata, vi è la filologia e la sua branca dell’etimologia. Se immediato e pacifico è l’etimo di [dal latino sic (est)=così (è)] e di no (dal latino non (est)=non (è), quello di sine e none richiede qualche approfondimento.

A prima vista sine e none appaiono come forme rafforzate, rispettivamente, di e di no e –ne la loro particella deputata a questa funzione.  Da dove potrebbe derivare quel –ne? Il Rholfs1 non propone alcun etimo e si limita a definire sine come forma rafforzata che si usa in posizione isolata e none come forma enfatica.

Va detto pure che none appare usato nella lingua italiana a partire dal XIV secolo: fra gli altri,  Francesco di Cambio, L’Esopo di Udine e Simone da Cascina, Colloquio spirituale. Per il secolo successivo basti citare Leonardo da Vinci, Codice del volo degli uccelli, Paolo da Certaldo, Libro di buoni costumi. Va detto, però che none non è mai usato assolutamente, cioè da solo nelle risposte, come, invece, avviene, pure per sine, nel salentino.

Per sine e none dell’italiano antico l’opinione dei linguisti è che si tratti di un fenomeno di epitesi, cioè dell’aggiunta di qualche fonema (e e talora ne) alla fine di una parola tronca; in particolare.  per ne vengono citati come esempi sine, none e quine.

Io credo che, se per –e di faroe, ameroe, piue, etc. etc. è difficile rivendicare un valore etimologico di un solo fonema, non lo è invece, per sine e none, in cui i fonemi coinvolti sono due.

Escludendo che quel  –ne abbia un qualche rapporto col ne?, l’esclamazione interrogativa di carattere enfatico in uso specialmente in Piemonte e Lombardia2, esso potrebbe derivare dal latino nae, che significa certamente e che, a sua volta, è dal greco ναί  (leggi nai), con lo stesso significato.  Insomma, sine e none sarebbero, rispettivamente, da sic nae e non nae.  Col passare del tempo, poi, il nae, all’inizio distinto, si sarebbe fuso con il primo componente e, attraverso il passaggio intermedio si ne/no ne, avrebbe assunto  nella pronunzia le caratteristiche del suffisso. Perciò potrebbe non trattarsi di epitesi se quel –ne il valore etimologico che ho avanzato.

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1 Gherard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.

2 Corrisponde all’italiano nevvero? (abbreviazione di non è vero?) e porebbe essere abbreviazione di non è?.

Taranto ed Ebalo: un mito sempre vivo

di Armando Polito

Su Ebalo e derivati non mi pare il caso di ripetere quanto ho avuto occasione di scrivere in https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/01/08/taranto-piazza-ebalia-le-origini-di-un-toponimo/.

Rischierei, da parte di chi a suo tempo mi lesse, l’accusa di autoriciclaggio o, se preferite, di autocopia-incolla, oppure di avanzata arteriosclerosi …

A chi, invece, sente questo nome per la prima volta e non vuole precludersi la possibilità di comprendere più agevolmente quanto dirò, faccia una visita preliminare al link appena segnalato.

E allora? Qui integrerò aggiungendo i riferimenti testuali ad un autore lì citato con scarne notizie e presentando ex novo un altro più vicino a noi.

Tommaso Niccolò d’Aquino (1665-1721) nel 1706 entrò nell’Arcadiaed assunse lo pseudonimo di Ebalio Siruntino2. Fu sindaco di Taranto, subentrando al padre, nel 1705-1706. In vita non pubblicò nulla. Il suo Deliciae Tarentinae, il cui autografo risulta disperso, fu pubblicato per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1771 da Cataldantonio Artenisio Carducci (1733-1775), che lo corredò di traduzione in endecasillabi del testo latino in esametri e di commento.

Ne riporto fedelmente i versi che ci interessano, con la mia traduzione perché quella del Carducci raramente coincide con l’estensione del verso originale:

LIBRO I

1 Oebaliae canimus silvas, bimarisque Tarenti (Cantiamo le selve di Ebalia e di Taranto dai due mari)

82 magna per Oebalios volant examina campos (grandi sciami volano per i campi ebalii)

137 explicat, Oebaliae qua surgunt moenibus arces (elargisce, per dove le rocche di Ebalia sorgono con le loro mura)

151 Oebalii exultant, et amabilis ora Phalanti (esultano gli Ebalii e l’amabile contrada di Falanto)

166 Oebaliam iuxta, nec longo dissita tractu (Presso Ebalia, né lontana per lungo tratto)

232 Oebalias parit, unda tamen sua munera nutrit ([il clima caldo] genera le ebalie [qualità], l’onda tuttavia nutre i suoi doni)

237 Perpetuus micat Oebaliae thesaurus aquarum (In Ebalia brilla il perpetuo tesoro delle acque)

244 Oebaliam propter felicibus ora fluentis (presso Ebalia una contrada dalle copiose acque)

298 Alluit Oebaliam longi molimine tractus (Bagna Ebalia un corso d’acqua dal lungo tratto con argine)

326 Oebaliam ingreditur, secum arcubus ipsa triumphans [l’acqua entra in Ebalia, trionfando essa stessa con getti arcuati)

335 civibus Oebaliis: agitant sub nocte choreas (per i cittadini ebalii: di notte intrecciano le danze)

372 appulit Oebalios fines spartana iuventus (la gioventù spartana

437 Oebalii plaudunt, tolluntque ad sidera nomen (Gli Ebalii applaudono ed elevano il nome alle stelle)

456 Instant adversi Oebalii, ferroque coruscant (Gli Ebalii oppongono resistenza e brillano nell’armatura)

493 nutriit Oebaliae divino nectare alumnos (nutrì gli allievi col divino nettare di Ebalia)

544 Oebalii: fors astra, novo seu Cinthia ([del mare] di Ebalo: per caso gli astri o la luna col nuovo)

LIBRO II

4 sit pecori: Oebalio quanta experientia nautae (ci sia per il gregge di Nereo; quanta esperienza per il marinaio ebalio)

35 Oebalius certo piscator tempore jactat (il pescatore Ebalio in tempo opportuno getta)

72 Oebalio illuxit quondam medicata veneno (trattata col veleno ebalio un tempo superò)

263 Oebaliae servant, riguo data munera coelo (custodiscono [le conchiglie] di Ebalia, doni concessi dal cielo ricco di piogge)

269 vir fuit Oebaliae quo non praestantior alter (ci fu un uomo di Ebalia del quale un altro non fu più forte)

459 Oebalio vel quae nascantur in aequore conchae (di Ebalia o le conchiglie che nascono in mare)

473 O decor Oebaliae, si quid mea carmina possunt (O decoro di Ebalia, se i miei canti possono qualcosa)

611 Oebaliam pacis regat inviolabile foedus (un inviolabile patto regga la pace ebalia)

LIBRO III

23 te vocat Oebaliae lucus, te nota Galaesi (te chiama il bosco di Ebalia, te le note del Galeso)

51 Oebalii, generose, soli tu numine vindex (tu, o generoso, vendicatore con la tua potenza del suolo ebalio)

82 quae Oebalios fines oris accedat Hyberis (che dalle coste iberiche approdi ai confini ebalii)

468 panditur Oebaliis, frondentibus undique ramis (si apre agli ebalii, mentre da ogni parte verdeggiano i rami)

LIBRO IV

12 Oebaliae assurgunt tibi prata nitentia gazis (sorgono per te i prati ebalii splendenti di ricchezze)

24 Oebalios per agros, Coelum ditavit amicum (per le campagne ebalie arricchì il clima favorevole)

35 laudibus Oebaliae certent. Rhodos aurea neve (potrebbero gareggiare con le lodi di Ebalia. né Rodi con l’aurea neve)

65 Italicus sic Oebalios ad sidera lucos (così Italicoquesti boschi alle stelle)

72 visitur Oebalium variabile floribus arvum (vien vista la campagna ebalia ricca di fiori)

111 Oebalias inter silvas celebrabitur Hymen (tra le selve ebalie sarà celebrato l’imeneo)

158 Oebaliae nunc silva, et nostri placet aura recessus (piace ora la selva di Ebalia e il clima del nostro erifugio)

168 jugiter Oebaliis spes prodiga nata secundo (subito la prodiga speranza nata agli ebalii col favorevole)

273 Oebalii vernare horti, vernare recessus (rinverdire i giardini ebalii, rinverdire i rifugi)

313 dulce solum Oebaliae, et foecunda fruge superbit (dolce il suolo d’Ebalia e sarà orgoglioso dell’abbondante messe)

359 caesa gravi, queis Oebaliae praecepta ministrans (intagliati nel duro i precetti con i quali insegnando  ad Ebalia)

393 Hannibal Oebalius tollit victricia signa (l’ebalio Annibale solleva le insegne vittoriose)

419 Oebaliam reperet, praeeritque potentibus armis (entrerà in Ebalia e dominerà con le potenti armi)

423 attulit Oebaliae, et victricia cornua miscens (

431 Oebaliae plaudent arces, collesque supini (applaudiranno le rocche di Ebalia e gli inclinati colli)

448 Hoc reget Oebaliam, gaudens sua sceptra, caputque (questo reggerà Ebalia godendo il suo scettro e la testa)

464 Hoc genus Oebaliae praeerit, vix Regis habenas (questa stirpe reggerà Ebalia, a stento le redini del re)

503 haesit et Oebalio nimium dilecta Phalanto (restò unita e troppo amata dall’ebalio Falanto)

507 gloria, et Oebalii cecidit laus pristina fastus (la gloria e cadde la primitiva lode del fato ebalio)

515 Haec super Oebaliis ludens ad barbita plectro (queste cose sugli ebalii dilettandomi col plettro alla cetra)

Nel 1964 il tarantino Carlo D’Alessio rinveniva a Roma tra alcuni manoscritti arcadici Galesus piscator, Benacus pastor, ecloga del D’Aquino che venne pubblicata a cura di Ettore Paratore per i tipi di Laicata a Manduria nel 1969 con traduzione in prosa dell’originale latino in esametri (uno incompleto, in gergo tecnico tibicen=puntello: il v. 18). Procedo come sopra:

106 curabo, Oebaliumque Galesum hic Arcades inter (mi prenderò cura, e qui tra gli Arcadi che l’ebalio Galeso)

116 muricis Oebalii Clamydes, haec munera tandem ([mantelli tinti col colore] della conchiglia ebalia, questi doni finalmente) 

Giuseppe Dell’Antoglietta, discendente di Francesco Maria3, nel 1846 ristampava presso l’editore Pansini a Bari con le sue aggiunte l’opera di Scipione Ammirato Della famiglia Dell’Antoglietta di Taranto,  uscita per i tipi di Marescotti a Firenze nel 1597, col nuovo titolo Storia della famiglia dell’Antoglietta scritta da Scipione Ammirato stampata in Firenze appresso Giorgio Marescotti nell’anno 1597 con licenza dei superiori arricchita ed ornata di varie altre antichissime notizie storiche.

Giuseppe pensò bene di chiudere la pubblicazione con un componimentoin onore dell’avo già pubblicato nel 1717 da Carlo Maria Lizzani detto l’Accademico Ritirato5. Ai vv. 83-84: la Signoria donò di Fragagnano/nell’Ebalia maremma6.

 

Alessandro Criscuolo7, Ebali ed Ebaliche, Vecchi, Trani, 1887.

La voce di cui mi sto occupando non compare all’interno del volume, ma la sua presenza nel titolo al maschile ed al femminile è allusiva ai personaggi protagonisti delle undici storie raccontate ed al loro rapporto con Taranto. E sotto questo punto di vista spicca Lalla tarantata, che occupa le pp. 127-142.

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1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p.  367.

2 Per Siruntino vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/

3 Per quest’ultimo vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/

4 Il titolo è Composizione epiditticha d’un illustre Ingegno, ovvero dell’Accademico Ritirato riguardante l’istoria della famiglia Dell’Antoglietta dirizzata al quindicesimo Signore, e Marchese di Fragagnano D. Francesco Maria Dell’Antoglietta stampata in Napoli presso Domenico Roselli l’anno 1717 col dovuto permesso.

5 Soprannome che aveva nell’Accademia degli Infuriati di Napoli. Pubblicò Manipolo di primizie dell’ingegno, Tommasini, Venezia, 1714, dove è inserito in lode dell’Antoglietta un sonetto.

6 Nel significato etimologico (la voce è dal latino maritima) di zona marittima.

7 (1850-1938), principe del foro, brillante conferenziere e letterato tarantino. Riporto le principali pubblicazionibed alcuni frontespizi:

Intorno a due artisti tarantini, S. Latronico & figlio, Taranto, 1874

Discorso intorno alla vita di Cataldo Sebastio, Tipografia Paisiello di S. Parodi, Taranto, 1880

Efesina: ricordi della Magna Grecia, Latronico, Taranto, 1881

Discorso letto il dì 5 giugno 1881 premiandosi gli alunni del Comune, Latronico, Taranto, 1881

Per Giuseppe Garibaldi celebrandosi la civile commemorazione dalle tre società: Operaia, de’ Muratori e de’ Figli del mare, In Taranto, il dì 11 giugno 1882, Latronico, Taranto, 1882

Difesa di Giuseppe e Vito Modesto Greco, Francesco Buttai e Domenico Scudieri accusati di grassazione, Latronico, Taranto, 1883

Discorso letto nel giorno della festa nazionale 7 giugno 1885 : premiandosi gli alunni del Liceo, delle scuole Tecniche ed Elementari del Comune di Taranto, Vecchi, Giovinazzo, 1885

Ebali ed Ebaliche, Vecchi, Trani, 1887

Ricordi di Nicola Mignona, Latronico, Taranto, 1888

Per Camillo Callari (appellato) contro G. N. De Crisci: valore di contro-dichiarazione fatta per privata scrittura contro il terzo, Latronico, Taranto, 1888

Nei testamenti la condizione di farsi prete deve aversi per non apposta? (Art. 849, C. C.) : causa Ricci contro Ricci, Latronico, Taranto, 1891

Della corruzione di persona minore dei sedici anni mediante atti di libidine che infettino malattia venerea : interpretazione degli articoli 335, 336, 351 Codice Penale, Tipografia del Commercio, Taranto, 1892

Alligazione per il sig. Augusto Pegazzano tenente di vascello querelato per rapimento, Tipografia del Commercio, Taranto, 1895

Cronaca giudiziaria tarantina, Latronico, Taranto, 1895

Bugie e pregiudizi, Mazzolino, Taranto, 1896

Il giorno augurale del nuovo Palazzo degli Uffizi in Taranto 28 giugno 1896, Martucci, Taranto, 1896

Taranto ai suoi illustri cittadini D. Acclavio e G. De Cesare, Vecchi, Trani, 1907

Giureconsulti politici e libertà italiche, Spagnolo & Guernieri, Taranto, 1910

Le Alpi: orazione pronunziata in Taranto al Teatro Orfeo il 2 marzo 1916, Società tipografica Leonardo Da Vinci, Città di Castello, 1916

Discorso del gr. uff. avv. Alessandro Criscuolo nel Foro tarantino per Luigi Perrone, L’ora nuova, Taranto, 1924

Per l’inaugurazione della biblioteca Ugo Granafei, Società tipografica Leonardo da Vinci, Città di Castello, 1926

Medaglioni tarantini della storia e della leggenda, Pappacena, Taranto, 1926 (a p. 20 è trascritta la lapide in onore di Tommaso Niccolò d’Aquino collocata dal Comune di Taranto nell’aprile 1921 nella via a lui dedicata)

Discorso ai giovani, Il popolo ionico, 1927

I funerali di G. B. Vico in L’almanacco dell’avvocato 1934, La Toga, Napoli, 1934

Epigrafi, Lodeserto, Taranto, 1921 e Pappacena,Taranto, 1937

Nella ricorrenza del suo giubileo professionale : discorso pronunziato nel Palazzo di Giustizia di Taranto il 3 maggio 1925, Biblioteca dell’ Eloquenza, Roma, 1938

Maglie, un’epigrafe del 1769 dal contenuto millenario ma con l’aggiunta moderna di un errore

di Armando Polito

La seconda foto foto è di Vincenzo D’Aurelio, che qui pubblicamente ringrazio per avermi consentito di utilizzarla per scrivere questo post. L’ho trovata sul suo profilo facebook al link

https://www.facebook.com/photo?fbid=10216317774609541&set=a.1481069759265 e, come tutte le iscrizioni datate, essa ha subito suscitato il mio interesse. Riproduco il dettaglio che ci interessa, opportunamente ingrandito compatibilmente con una definizione che non ne comprometta la lettura.

NE JUPITER OMNIBUS PLACET A(NNO) D(OMINI) 1769

L’epigrafe, collocata in via Ospedale1, è datata 1769 ma il suo studio comporta un tuffo nel passato e l’incontro con Teognide, un poeta greco vissuto fra il VI e il V secolo a. C., che in Elegie, I, 24-26 così scrive:

Ἀστοῖσιν δ’ οὔπω πᾶσιν ἁδεῖν δύναμαι·/οὐδὲν θαυμαστόν, Πολυπαΐδη· οὐδὲ γὰρ ὁ Ζεύς/οὔθ’ ὕων πάντεσσ’ ἁνδάνει οὔτ’ ἀνέχων.

Traduzione: Non posso piacere a tutti i cittadini: nulla di strano, figlio di Polipao, neppure Zeus piace a tutti né quando fa piovere, né quando tiene lontana la pioggia.

Dal tempo di Teognide ci spostiamo ora a quello di Erasmo da Rotterdam (1467-1536) e precisamente all’anno 1508, quando Aldo Manuzio pubblicò a Venezia Adagiorum chiliades2 (di seguito il frontespizio ed il colophon) di colui che forse è più noto come autore dell’Elogio della follia (titolo originale Moriae3 encomium).

Riproduco da p. 157 il brano che ci riguarda.

Trascrivo e poi traduco per poter agevolare la comprensione del commento.

Ne Iupiter quidem omnibus placet.

Theognis in sententiis, Οὐδὲ γὰρ ὁ Ζεύς/οὔθ’ ὕων πάντεσσ’ ἁνδάνει οὔτ’ ἀνέχων. Neque Iuppiter ipse sive pluat seu non unicuique placet. Hodieque vulgo dicunt. Neminem inveniri, qui satisfaciat omnibus. Nam aliis alia probantur. Et tres mihi convivae prope dissentire videntur poscentes vario multum diversa palato. Cui simile est illud evangelicum, quod in operis initio retulimus, cum de paroemiae dignitate loqueremur:  Ὑλήσαμεν ὑμῖν, καὶ οὐκ ὠρχήσασθε, ἐθρηνήσαμεν, καὶ οὐκ ἐκλαύσατε.

 

Traduzione: Neppure Giove piace a tutti

Teognide nelle sentenze: Infatti neppure Giove piace a tutti, sia che piova, sia che non. E oggi popolarmente si dice che non si trova nessuno che soddisfi tutti. Infatti uno approva una cosa, un altro un’altra. E a me sembrano non andare d’accordo tre commensali che chiedono cibi molto diversi per il differente gusto. E mi sembra simile a questo quel detto evangelico che ho riportato all’inizio dell’opera, parlando della dignità del proverbio: Cantammo per voi e non danzaste,  ci lamentammo e non piangeste.

Appare evidente la derivazione della nostra epigrafe dalla traduzione che Erasmo a suo tempo fece del proverbio estratto da Teognide, con l’unica differenza dell’assenza in quella del QUIDEM presente in questa.

NE JUPITER OMNIBUS PLACET A(NNO) D(OMINI) 1769

NE IUPITER QUIDEM OMNIBUS PLACET

Tale assenza non è irrilevante, perché pone una serie di problemi, grammaticali e non.

L’avverbio nemmeno in latino si esprime con nequidem in tmesi, cioè tagliato  nei suoi componenti [nec=e non e quidem=certamente], per cui, ad esempio, nemmeno un uomo in latino è ne homo quidem, vale a dire tra le due componenti risulta sempre inserito un altro termine; infatti correttamente in Erasmo Jupiter funge, per così dire, da inserto.

Nella nostra iscrizione, mancando quidem, che non può essere sottinteso, il ne dev’essere considerato a sè stante. E allora? Intanto in latino di ne ce ne sono diversi: un ne congiunzione con valore finale (=affinché) o dopo verbi che indicano preghiera, rifiuto, timore, condizione negativa, sempre col congiuntivo (nella nostra iscrizione placet è indicativo). Oltre al ne congiunzione, poi, esiste anche un ne con valore di avverbio col significato di davvero ma anche di forse, in entrambi i casi senza alcun rapporto con il precedente e nel secondo solo come enclitica (aggiunta in coda al verbo nelle proposizioni interrogative in cui la risposta è incerta). Nel primo, in cui il significato negativo non compare neppure parzialmente, è ipotizzabile che sia trascrizione del greco ναί (leggi nai)=certamente; nel secondo di μή (leggi me)=forse.                                                                                                                              Visto, come sì è detto, che placet è indicativo, il ne dell’iscrizione può avere solo valore avverbiale e, quindi, la traduzione sarà CERTAMENTE GIOVE PIACE A TUTTI. NELL’ANNO DEL SIGNORE 1769 (da escludersi, per quanto s’è detto prima a proposito del ne enclitico nelle interrogative, FORSE GIOVE PIACE A TUTTI. NELL’ANNO DEL SIGNORE 1769. In un caso o nell’altro essa sarebbe, comunque, semanticamente diversa (totalmente la prima, parzialmente la seconda) rispetto a quella di Erasmo. Quando le epigrafi anche moderne, seppur datate, come la nostra, sono delle citazioni, non ci sono molte varianti rispetto al testo originale e, se rimaneggiamento c’è, non è tale da cambiarne o solo renderne equivoco il significato.

Quando poi, come nel nostro caso compare quello che è a tutti gli effetti un errore di grammatica, si può ipotizzare che esso sia da imputare al committente (evento presumibilmente raro in una persona che, appartenendo certamente ad un censo elevato, non avrebbe avuto alcuna difficoltà, ammesso che non conoscesse il latino, a ricorrere all’aiuto di qualcuno competente) o allo scalpellino.

Eppure sarebbe bastato aggiungere a NE una C (le dimensioni dello spazio disponibile avrebbero giustificato l’omissione di QUIDEM ma quel fonema in più sarebbe potuto entrato comodamente4)  e con NEC JUPITER OMNIBUS PLACET (Né Giove piace e a tutti) il significato prima teognideo e poi erasmiano sarebbe stato salvo.

Tuttavia, a parziale discolpa della nostra epigrafe, c’è da dire che quell’omissione assassina di QUIDEM non reca la sua paternità, stando a quanto leggo in L’Esposizione di Parigi illustrata, Sonzogno, Milano, 1878, v. I, p.  22: L’Olanda ha voluto che l’architettura della facciata della sua sezione ritraesse il carattere del suo popolo, che predilige la bellezza solida e seria. Ai Paesi Bassi toccò la sorte di aprire la sfilata imponente e grandiosa delle architetture di tutti i popoli della terra, e l’aperse colla facciata d’un piccolo monumento del Secolo XVI, dove il mattone e la pietra, ammirabilmente uniti, danno l’uno all’altro lustro e splendore. in questa costruzione sono stati impiegati più di 120 mila mattoni d’una piccolissima forma e le fasce che formano si alternano colle pietre bianche scolpite, offrendoci un aspetto veramente gradevole. E una vera casa: la casa di uno di quei ricchi ed eruditi borghesi d’Olanda che vivevano due o tre secoli fa, i quali amavano la simmetria, l’ordine, la squisita pulitezza soprattutto nelle abitazioni. Ha il tetto acuminato, nascosto in parte dal corpo mediano dell’edificio che va decorato di statue e di ornati. Presso alla casa sorge una torricella graziosa, dal cui culmine si spicca l’asta, sulla quale s’arrampica il leone, stemma del paese. E lo stemma si scorge pure sulla parte più elevata della facciata, al disopra del motto: Ne Jupiter omnibus placet.

Ho definito quasi incolpevole la magra figura perché il motto senza quidem lo esibisce, come si legge, un manufatto del XVI secolo, a dimostrazione che Erasmo veniva già allora citato piuttosto disinvoltamente. Chi, poi, ha in antipatia gli Olandesì dirà che gli organizzatori avrebbero fatto meglio a scegliere e ad esporre un altro manufatto …

Anche le opera a stampa non scherzarono di lì a poco: Georg Engelhard von Loeneiss, Aulico-politica, darin gehandelt wird 1, Remlingen,, 1622, p. 101:

Georg Engelhard von Loeneiss (1552-1622) fu uno scrittore ed editore tedesco (l’immagine che segue è un’incisione custodita nella Biblioteca Universitaria di Heidelberg).

Le sue pubblicazioni si distinguono per la ricchezza delle incisioni, ma la sua opera più famosa  Bericht vom Bergwerk (Rapporto dalla miniera) del 1617 appare come un clamoroso plagio (un copia-incolla ante litteram da Lazzaro Ercker e da Giorgio Agricola), pur avendo ricoperto l’incarico di amministratore della miniera e della ferriera di Oberharzer. Con queste credenziali è tutt’altro che inverosimile (anche per un tedesco, ma come lui …) che abbia citato Erasmo a memoria mangiandosi il QUIDEM. Succede, purtroppo, che l’autorevolezza reale o presunta, quando non viene sottoposta a controllo, propizia il perpetuarsi dell’errore, come mostrano i dettagli tratti da pubblicazioni successive e di altri autori.

Jacob Dentzler, Clavis linguae Latinae, König, Basilea, 1709, p. 957:

 

Friedrich Wilhelm Breuninger, Johann Christian Neu , Fons Danubii, A spese degli autori, Tübingen, 1719, p. 2:

 

Joachim Ernst von Beust, Consiliarius in compendio, Mevio, Jahr, 1743, p. 196:

Georg Engelhard von Loeneiss, Hof-Staats und Regier-Kunst, s. n., Francoforte sul Meno, 1679:

La citazione risulta, invece, correttamente incisa in questo bicchiere della prima metà del XVIII secolo come motto (ingrandito nel dettaglio) della famiglia Van Hogendorp, il cui blasone è rappresentato nella parte superiore.

 

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1 Aiutandomi con Google Maps credevo di aver individuato come numero civico il 45 e tale data avevo riportato nel testo. Successivamente, grazie al commento di Andrea Cagnazzo, il 41 ha preso il posto del 45 e, ispirato dal commento di Francesco D’Agostino, ho aggiunto in testa una foto d’insieme. Infine, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di aggiungere altri documenti emersi nelle ultime ore.

2 Alla lettera: Migliaia di proverbi. Già nel 1500 Jean Philippe a Parigi aveva pubblicato di Erasmo una silloge di proverbi latini col titolo di Adagiorum collectanea (Raccolta di proverbi) ma nell’opera del 1508 risultano inserite parecchie citazioni greche, con la sua traduzione in latino, fra cui quella che qui ci interessa.

3 Non attestato in latino, è creazione erasmiana, trascrizione del greco μωρία (leggi morìa).

4 A tal proposito JUPITER (variante del più ricorrente jUPPITER) da un lato obbedisce a questa esigenza di gestione dello spazio e dall’altro a quella di mantenersi fedele al modello erasmiano.

I guardiani del mare si raccontano e i più belli sono nel Salento (III parte)

di Cristina Manzo

Faro di punta San Cataldo, Lecce (1)

 

Questo antico faro che domina la frazione marittima di San Cataldo, dista circa dieci chilometri dalla città di Lecce ed è situato nell’insenatura che ospita i resti di un antico molo edificato intorno al II secolo d.C. dall’imperatore Adriano, al tempo in cui la città di Lecce era una colonia romana, denominata “Lupiae”. Originariamente, infatti, questo punto di approdo era chiamato Porto Adriano in nome dell’imperatore che ne aveva ordinato la ricostruzione. Qui sbarcò Ottaviano dopo aver appreso la notizia della morte di Cesare. Il suo nome attuale, secondo la leggenda, deriva da un monaco irlandese che, tornando da Gerusalemme, naufragò in quest’area e si salvò miracolosamente. Da allora il porto prese la sua attuale denominazione, diventando Porto San Cataldo di Lecce.

“ Il faro è costituito da una torre di forma ottagonale alta poco più di 23 metri a da una struttura in muratura, che in origine era destinata ad alloggio dei fanalisti e magazzino. La costruzione di un faro a San Cataldo fu proposta nel 1863 dal Consiglio Provinciale di terra d’Otranto al Ministero dei Lavori Pubblici. Il primo progetto fu presentato nel 1865; intanto, in attesa della costruzione del faro, fu installato un fanale provvisorio sopra un fabbricato comunale. L’approdo conobbe il suo periodo di maggiore attività nel XVI secolo grazie agli scambi commerciali tra Lecce e la Repubblica di Venezia. Dai Ragguagli sui viaggi di Ferdinando IV di Borbone a Lecce nel 1797 si legge che il re, salito sul campanile del Duomo, vide il porto di San Cataldo, promise di ripararlo e di aprire una strada in linea retta da Lecce in detto luogo… . « concludiamo degnamente questa strada » – !”[1]

Caduta in disuso, Salapia (nome latino di San Cataldo) si trasformò in palude, la cui bonifica avvenne solo in epoca fascista da parte dell’Opera Nazionale Combattenti. Del tram che collegava la vicina città di Lecce non rimangono che alcune fotografie in bianco e nero. Oggi l’antico porto romano è stato completamente abbandonato e il mare lentamente lo sta distruggendo. Del suo splendore restano solo i resti insabbiati e recentemente riportati alla luce dagli scavi archeologici. Qualche muro affiorante dall’acqua testimonia anche il maldestro tentativo dei primi del ‘900 di riportare il porto all’antico splendore, prolungando il molo. I lavori produssero un insabbiamento del porto e subito si dovette desistere dal tentativo, abbattendo parte del nuovo manufatto.

San Cataldo è immersa nel verde di una lussureggiante pineta. La località è circondata da importanti risorse naturali. A nord, oltre la darsena vi è una vasta zona paludosa caratterizzata da un bacino artificiale di bonifica e da depressioni che subiscono l’entrata di acque meteoriche e marine che si estendono fino a Torre Veneri. A sud, vi è invece l’area delle Cesine che costituisce il sistema di lagune e paludi più vasto del Salento. In direzione del capoluogo, vi è il Bosco Fiore, uno dei rimasugli della grande “foresta di Lecce” che un tempo caratterizzava il Salento da Brindisi a Otranto[2].

 

Il faro di Santa Maria di Leuca, Castrignano del Capo, Lecce[3]

Alto 47 metri rispetto al livello del suolo e 102 sul livello del mare, il faro di Santa Maria di Leuca, frazione del Comune di Castrignano del Capo (Lecce), offre una visuale emozionante a chi accede alla sua sommità, raggiungibile attraverso una scala a chiocciola di 254 gradini: lo dimostrano gli scatti di Roberto Rocca, che catturano le prospettive offerte da questa visuale unica e suggestiva. Nelle immagini si ammirano la basilica di Santa Maria de finibus terrae e la Marina di Leuca. Un emozionante viaggio fotografico compreso tra punta Mèliso a est, per convenzione nautica il punto di divisione tra mar Adriatico e mar Ionio, e punta Ristola, estremo lembo meridionale del Salento, a ovest (Luca Guerra)[4]

Vista dall’alto del faro di Santa Maria di Leuca[5]

 

Secondo la convenzione nautica, proprio ai piedi del promontorio, si trova il punto di incontro tra i due mari, l’Adriatico e lo Ionio. I raggi del faro superano le trenta miglia. La struttura, massiccia e imponente, situata a pochi passi dalla Basilica Santa Maria De Finibus Terrae, sovrasta la cittadina offrendo la possibilità di ammirare un panorama sempre più apprezzato per la sua unicità. Di giorno, quando il cielo è terso e l’aria è limpida è possibile sfiorare, con lo sguardo, le coste greche e i monti Acrocerauni situati al confine tra Albania e Grecia. Fu progettato dall’ingegnere Achille Rossi, i lavori durarono tre anni e si conclusero l’11 agosto 1866 per poi essere azionato il 6 settembre sotto la guida di tre faristi.

La struttura, bianchissima e di forma ottagonale, sostituì la vecchia Torre anti corsara fatta costruire da Federico II. All’interno del Faro i 254 gradini che compongono la scalinata, attraversandone il “corpo” giungono alla Gabbia dell’apparato di protezione; da qui si apre una vista sconfinata. Nel corso degli anni, il guardiano del mare ha subito numerosi interventi di manutenzione, nel 1937 il vecchio sistema di alimentazione a petrolio ha lasciato il passo al più moderno impianto elettrico; lanterna e apparato rotatorio sono stati sostituiti per garantirne sicurezza ed efficienza. La lanterna emette fasci di luce ogni 15 secondi ed è dotata di 16 lenti di cui 10 oscurate; queste permettono la giusta alternanza di segnali luminosi, bianchi e rossi, al fine di dare ai naviganti le corrette informazioni per viaggiare in sicurezza. Nell’occasione dei 150 anni dalla sua costruzione, (nell’estate del 2016), per ricordare l’importante ricorrenza, ogni martedì del mese di agosto è stato possibile visitare il Faro grazie alla gentile concessione del Comando Zona Fari dello Ionio e del basso Adriatico di Taranto e per la cortese disponibilità del farista Antonio Maggio. Numerose sono state le richieste giunte da tutta Italia per ammirare questo piccolo scorcio di Mediterraneo da una prospettiva differente[6].

«I pescatori del tratto di mare tra la Torre del Serpe e la Palascìa raccontano che in certe giornate, quando le nuvole in cielo sono gonfie di pioggia e il sole le illumina come fossero vele, sulla superficie dell’acqua si può scorgere un brillio: i riflessi dorati di qualcosa di simile a una tromba»

(Roberto Cotroneo, E nemmeno un rimpianto, Mondadori, 2011)

 

Note

[1] https://www.viaggiareinpuglia.it/at/4/castellotorre/5545/it/Faro-di-San-Cataldo-Lecce-(Lecce)

[2] i https://it.wikipedia.org/wiki/San_Cataldo_(Lecce).

[3]https://bari.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/foto/salento_la_magia_di_santa_maria_di_leuca_vista_dal_faro-164042161/1/#1

[4] https://bari.repubblica.it/cronaca/2017/04/27/foto/salento_la_magia_di_santa_maria_di_leuca_vista_dal_faro-164042161/1/#1Idem

[5] Idem

[6] https://www.ilgallo.it/attualita/il-faro-di-leuca-una-guida-da-150-anni/

 

 

Per la prima parte:

I guardiani del mare si raccontano e i più belli sono nel Salento (I parte)

Per la seconda parte:

I guardiani del mare si raccontano e i più belli sono nel Salento (II parte)

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (terza parte)

Del melanismo del Geco comune (o, in alcuni casi, del suo mimetismo al contrario)

di Sandro D’Alessandro

La possibilità di cambiare colore si accorda bene con le caratteristiche del Geco, che è un animale relativamente lento, corpulento a maturità ed inadatto a mantenere a lungo un incedere di una certa velocità.

La sua andatura a scatti lo rende un animale facilmente predabile da tutta una serie di organismi, per cui esso si avvantaggia non poco di una capacità come  quella  del mimetismo;  il discorso  è ovviamente  analogo  se lo  si  riferisce  all’esigenza  che  il  Geco  ha  di  non  essere  scorto  dalle  sue potenziali prede. Per contro, in modo diametralmente opposto, il Geco “non teme” di apparire ben evidente, scurendo la sua colorazione nel corso dei suoi bagni di sole che lo rendono estremamente visibile.

In ciò si potrebbe forse ravvisare un mimetismo che lo affianca ad animali velenosi, come avviene ad es, per i falsi serpenti corallo, che, imitando la colorazione del temibile “cugino”; possono godere di una relativa tranquillità da parte dei predatori. Così, mentre animali inermi hanno tutti i vantaggi nel passare inosservati, altri animali in possesso di ben altre potenzialità offensive evidenziano anzi la loro presenza con una livrea più appariscente; una terza categoria di animali, pur non essendo dotata di mezzi offensivi, assomiglia a tali animali “pericolosi”. Allo stesso modo, il Geco melanico assume la somiglianza con un Anfibio, la Salamandra, che alcuni predatori evitano di predare in quanto provvista di tossine nella sua cute.

Come ben documentato nelle foto che fanno parte integrante del paragrafo che segue, il Geco ha quindi la possibilità di adattare il proprio colore a quello dell’ambiente in cui esso si trova. E, cosa ancora più notevole, esso lo fa in maniera pressoché immediata, adattandosi all’istante al colore del substrato sul quale è l’animaletto.
A ben considerare, esistono tutti i presupposti perché un animale come il Geco sia, fra tanti animali terrestri, uno di quelli in grado di trarre maggior vantaggio da una caratteristica del genere.

Questo corpulento Geco comune al sole sul muro di una casa colonica diroccata ha assunto le tonalità del muro, riproponendo sul suo corpo, in chiazze, addirittura le sfumature e gli accostamenti di colore dei Licheni presenti (foto: S. D’Alessandro)

 

Il cambiamento di colore e quella strana funzionalità delle zampette dei Gechi (tutti)

Innanzitutto, è, insieme agli altri Gekkonidae, l’unico Vertebrato terrestre in grado di salire su superfici pressoché lisce. E mentre sale, su un muro o su un albero, il Geco è allo scoperto, pertanto è facilmente individuabile.
La possibilità di assumere una colorazione che lo renda poco appariscente o del tutto invisibile nel contesto ambientale in cui esso si trova ha pertanto un’importanza molto rilevante.
Esistono, è vero, altri Rettili che salgono sugli alberi, come ad es. alcuni Serpenti in misura maggiore o minore arboricoli, ma questi, oltre ad avere delle potenzialità offensive che il Geco non ha, hanno movimenti più fluidi, mentre il Geco, con i suoi movimenti a scatto, risulta ben più facilmente scorgibile. Poi, spesso, il Geco si ferma. Evitare di essere individuato è quindi per lui di fondamentale importanza.

Un Geco comune appeso sulla superficie di una ondulina, ahimè di eternit, all’interno di un vecchio cascinale: i suoi toni ed anche gli “stacchi” nella sua colorazione appaiono incredibilmente concordi, quasi delle prosecuzioni, con quelle che sono le caratteristiche cromatiche dell’ambiente (foto: S. D’Alessandro)

 

La duplice funzione di predatore e preda: dai rifugi oscuri ai muri privi di riparo

Ancora, il Geco compartecipa della già ricordata duplice natura di animale “da tana” e di animale che vive allo scoperto, per quanto le sue attività si esplichino ben maggiormente allo scoperto: la tana assolve alle sue esigenze di protezione nei confronti di predatori o di riparo nei confronti degli estremi termici legati ad una eccessiva insolazione. Essendo spesso allo scoperto, e pertanto facilmente visibile, diventa pertanto ben opportuno per il nostro Geco potersi celare alla vista degli altri organismi ad esso correlati ecologicamente in qualche maniera (prede, competitori, predatori…).

Un giovane Geco comune, dalle dimensioni ben inferiori di quello riportato in fig. 12, sorpreso di sera dalla luce del flash su un muro nello stesso atteggiamento del primo (foto: S. D’Alessandro)

 

Rispetto al “Cyrtodactylus”, altro Gekkonide “trasformista” a livello di colorazione, il Geco comune è un animale più tendenzialmente notturno, e nelle ore di piena insolazione tende spesso a rifugiarsi in zone al coperto o all’ombra; a differenza del primo, che è in grado di raggiungere buone velocità e di mantenerle per un certo periodo, esso è inoltre più goffo nei movimenti, con fughe si risolvono in scatti destinati a raggiungere mete poco lontane.
Allo stesso modo, la scarsa illuminazione del suo tipico periodo giornaliero di attività – che si protrae ad una fase crepuscolare o schiettamente notturna – fa sì che esso non abbia la necessità, come invece avviene in modo diametralmente opposto per il “Cyrtodactylus”, di inseguire le prede, né debba avere uno scatto  bruciante:  gli  è  sufficiente  nascondersi,  modificando  l’aspetto  del  suo  corpo  e  la  sua colorazione[1].
Alla luce di queste diverse caratteristiche, va da sè che il metodo di caccia che meglio si adatta al Geco comune è la caccia “all’agguato”, tecnica predatoria in cui l’animaletto risulta sicuramente avvantaggiato dalla possibilità di sfruttare in qualche modo il fattore sorpresa.
E la possibilità di cambiare colore, conformandosi all’ambiente circostante, è di certo un elemento che va a favore dell’animale.
Non vanno trascurate, nelle considerazioni relative alla “coerenza” di una fisiologia come quella qui descritta per il Geco comune, le correlazioni con le sue dimensioni relative: il Geco è molto più grande  degli  Insetti,  il  che  mal  si  adeguerebbe  con  un  effetto  “sorpresa”,  ma  la  sua  superficie bitorzoluta contribuisce forse a determinarne, di concerto con le proprietà mimetiche dell’animale, la scomposizione dell’immagine, che viene percepita probabilmente dagli ocelli[1] dell’entomofauna come una “montagna” inanimata e immobile.

Un massiccio Geco immobile al sole sullo scalino di una vecchia casa colonica; benché l’immagine sia bene a fuoco, appare difficoltoso distinguere il profilo del suo dorso dallo sfondo a causa dell’evidente analogia dei colori (foto S. D’Alessandro)

 

Si potrebbe ipotizzare che la superficie corporea del Geco – superficie che, come le foto documentano, si caratterizza per molteplici protuberanze variamente colorate – possa sortire una specie di “effetto confusione” nell’Insetto che il Rettile si appresta a predare. Il fatto poi che tali protuberanze possano essere variamente colorate potrebbe indurre un maggior disordine nella percezione visiva dell’Insetto stesso.
La possibilità di mimetizzarsi da parte del Geco Comune è pertanto conforme con la loro possibilità di salire su superfici verticali prive di ripari e la cui “frequentazione” richieda quindi una qualche protezione per le più piccole creature che lo percorrono abitualmente. Si tratta di ambienti che, ancorché privi di “nascondigli” che non siano le varie colorazioni dovute a Muschi e Licheni, configurano come estremamente vantaggiose le possibilità da parte alcuni organismi ivi presenti di sfruttare tali formazioni vegetali come “riparo”. E l’unica di tali possibilità è quella di potersi mimetizzare con esso, meglio ancora se la creatura che lo fa abbia la possibilità di adattare, oltre che la colorazione del corpo, anche la forma del corpo stesso tramite la presenza delle già menzionate appendici, che si prestano in modo a volte sorprendente a ricalcare le asperità del territorio.
Nel caso di organismi necessariamente legati a substrati “terrestri”, al suolo o in prossimità di questo, in un ambiente in cui le differenti colorazioni sono determinate dalla presenza di vegetazione, pietre, anfratti, ecc., la possibilità di cambiare colore non è strettamente  necessaria per nascondersi[2].

Le cose sono ovviamente diverse sulle superfici, spesso uniformi, di costoni rocciosi, muri, tronchi, ecc., di norma non offrono né rifugi né ripari per potersi occultare; se pure non appare determinante la possibilità  di  predare  nel  corso  degli  spostamenti  su  tali  superfici  (cosa  che  il  Geco  comune  è comunque in grado di fare),  è opportuno, o per lo meno vantaggioso, non rivelare in modo evidente la propria presenza nel corso dei tragitti allo scoperto. Ed il poter fruire di variazioni cromatiche può essere spesso risolutivo, al fine della mancata individuazione da parte della preda (e/o del predatore).
A conferma di quanto riferito sopra, si mette qui in evidenza che tutti gli organismi in grado di adattare il proprio colore assumendo le stesse tonalità dell’ambiente in cui vivono sono sempre in grado di spostarsi nelle tre direzioni dello spazio, o perché vivono in un ambiente acquatico (Sepia, Octopus, Solea, ecc.), o perché sono in grado di arrampicarsi su alberi o su superfici verticali (Chamaeleon, Gekkonidae spp., ecc.).

 

 Note

[1] Occhio semplice degli insetti e di altri artropodi, che consta di una lente e di uno strato cellulare sensibile (rètina); negli insetti sono tipicamente in numero di tre, situati nella regione dorsale del capo, fra gli occhi composti (http://www.treccani.it/vocabolario/ocello/)

[2] – questa possibilità non è tuttavia tale da ingenerare nell’animale un senso di protezione legata ad una illimitata fiducia nel proprio mimetismo: benché debitamente occultati dalla concordanza del proprio colore con i colori del substrato, a differenza dei ben più flemmatici Camaleonti, che confidano fino alla fine nel proprio mimetismo, i Gechi comuni sono prontissimi a fuggire ed a rifugiarsi in qualche buco del terreno o dei tronchi stessi.

 

Per la prima parte:

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (prima parte)

Per la seconda parte:

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (seconda parte)

Quando i concorsi di poesia erano una cosa seria e non un affare

di Armando Polito

 

Non bastavano i maghi e gli indovini ad approfittare della credulità popolare ed ecco farsi avanti persuasori più sofisticati a sfruttare il narcisismo di persone che, consapevoli di non potersi collocare nella categoria dei santi e dei navigatori, presumono di essere poeti. In fondo cosa costa mettersi in gioco quando la posta potrebbe essere la celebrità e il costo corrisponde solo alla cifra, non certo astronomica, richiesta per partecipare? E cosa costa comporre una commissione di sedicenti esperti che, bene che vada, sono autori di una sola pubblicazione per la quale si sono dissanguati e che nessuno ha letto e mai leggerà? Ecco, così, da qualche decennio a questa parte imperversare concorsi letterari in un paese in cui gran parte della popolazione non sa esprimersi correttamente e non capisce neppure il significato letterale di ciò che legge, ammesso che sia in grado di compiere correttamente pure tale operazione. Per me è un’attività ai limiti del lecito, come tutte quelle (alle quali non sono estranee banche, compagnie telefoniche, etc. etc.) che giocano sui grandi numeri. Nella fattispecie supponendo, al ribasso, una quota minima di partecipazione pari a 20 euro e 200 partecipanti, s’incassano già 4000 euro, più che sufficienti a coprire tutte le spese di organizzazione. Con la cultura autentica non si mangerà, ma con quella fasulla si sbafa …

Non vorrei apparire come un laudator temporis acti, un nostalgico (aggettivo pericoloso …, comunque da me distante anni luce) del tempo che fu, ma come non trarre le dovute  conclusioni dal documento presentato nell’immagine di testa e tratto da Rassegna pugliese di Scienze, Lettere ed Arti,  Anno XXX, novembre-dicembre 1913, vol. XXVIII, nn. 11-12, p. 479?

Il lettore che voglia approfondire troverà al link https://books.google.it/books?id=B08osAbEIb4C&pg=PA479&dq=non+credo+che+alcuno+dei+componimenti&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwi-5-79mNHqAhWR16YKHb3lAncQ6AEwAHoECAQQAg#v=onepage&q=non%20credo%20che%20alcuno%20dei%20componimenti&f=false i dettagli del concorso, compresi tutti i 21 titoli delle poesie partecipanti, con motivazione per due di esse dell’esclusione e per le rimanenti del giudizio, che nei casi migliori è sempre parzialmente negativo. Ne ricordo di seguito il nome degli estensori, tutti personaggi di spicco, come, fra l’altro, dimostrano le loro pubblicazioni: Pasquale De Lorentiis1, appassionato paleontologo, nonché padre di Decio, fondatore nel 1960 del Museo Paleontologico di Maglie; Arturo Tafuri2, Giuseppe Macario3, Umberto Bozzini4,  Nicola Serena Di Lapigio5.

Il loro giudizi negativi sono confermati da quello conclusivo e decisivo  del presidente della commissione esaminatrice, Armando Perotti6, personalità di certo non da meno delle altre appena nominate, la cui fama dovrebbe andare ben al di là di ciò che possono evocare toponimi come Punta Perotti a Bari con il suo ecomostro rimasto in vita per troppo tempo o, in questo caso senza superfetazioni mostruose, Piazza Perotti a Castro.

______________

1 Commemorazione dei caduti supersanesi nella guerra d’Italia del 1915-1918, Diena, Matino, 1920

Discorso funebre per armando Perotti, in Per Armando Perotti: onoranze rese in Castro il 7 settembre 1924, Raeli, Tricase, 1924

Grotta Romanelli: stazione paleolitica in Terra d’Otranto, Tipografia La modernissima, Lecce, 1933 

2

Parva favilla, La tipografia cooperativa, Lecce, 1899

Sebetia Venus: poema lirico, Treves, Milano, 1900

Poema della folla: lirica nova, Nerbini, Firenze, 1904

Luci ed ombre : poesie, Giannotta, Catania, 1911

Ortiche: 1908-1914,  Editoriale italiana contemporanea, Arezzo, 1928

Stelle cadenti: nuove liriche, Contemporanea, Arezzo, 1930

Ave, Salento,  Quaderni di poesia di Emo Cavalleri, Milano- Como, 1932

l pellegrinaggio di un’anima: poema eroico, Cavalieri, Como, 1935

Odi bizantine : Napoli 1888-1893, Tipografia Sorace e Siracusa, Catania, 1937

Scrasce e paparine te la serra, Editrice salentina, 1968

3

L’amante: romanzo, Pierro e Veraldi, Napoli, 1902

Al lavoro: ode, Pierro e Veraldi, Napoli, 1902

Per la guarigione della mia bambina: ode, Stabilimento tipografico vesuviano, Napoli, 1902

Ode al suicida,  Società editrice Meridionale, Napoli, 1904

L’offerta: versi, Società Editrice Meridionale, Napoli, 1905

4

Fedra: tragedia in quattro atti, Mancino, Lucera, 1910

Manfredi: poema drammatico in un prologo e tre episodi, Mancino, Lucera, 1911

ll cuore di Rosaura: capriccio comico in 3 atti in versi, Lapi, Città di Castello, 1914

Ritmo antico, Cappetta, Lucera, 1922

5

Piccole anime e piccole cose: novelle, Cogliati, Milano, 1909

Le isole Tremiti, Frattarolo, Lucera, 1915

Panorami garganici, s.n., s.l., 1933

Vecchi motivi: racconti, Il solco, Città di Castello, 1933

6

Sul Trasimeno: 15 sonetti, Vecchi, Trani, 1887

Il libro dei canti, Vecchi, Trani, 1890

Castro: terze rime, Tipografia Alighieri, 1904

Giorgio Antonio Paladini : uomo d’arme nel secolo XVII, Stabilimento  tipografico  Giurdignano, Lecce, 1905

Ricerche etimologiche sui nomi diversi in Terra d’Otranto, Stabilimento  tipografico  Giurdignano, Lecce, 1905 (Estratto dalla Rivista Storica Salentina, n. 9 e 10).

Tricase : note e documenti, Stabilimento  tipografico  Giurdignano, Lecce, 1906

Bari ignota : curiosità e documenti di storia locale, Vecchi, Trani, 1907

Da Le Nereidi : nuovi canti del mare (estratto dalla Rassegna Pugliese, v. 23, 1907, n. 5-8).

Bari ignota: curiosità e documenti di storia locale, Vecchi e C., tRANI, 1908

Bari 1813-1913, Laterza, Bari, 1913

Onoranze al barone di Castiglione d. Filippo Bacile in Spongano il 14 settembre 1913: discorso commemorativo, Lecce, Martello, 1913

Il coro della Cattedrale di Bisceglie, in Napoli nobilissima, v. I (1920), pp. 97-100

Bibliografia storica della Terra di Bari per gli anni dal 1915 al 1920, Società tipografica editrice barese, 1921

Storie e storielle di Puglia, Laterza, Bari, 1923

 

Nuove scoperte sullo straordinario mondo dei Gechi (seconda parte)

di Sandro D’Alessandro

 

Piccole storie di piccoli Gechi alla ricerca di una vitamina

Ma, alla luce delle possibilità dell’affine Geco comune di cambiare colore non solo nel senso del melanismo, ma di un vero e proprio considerevole mimetismo, appare più che plausibile l’ipotesi (suffragata peraltro dalla foto riportata) che il Geco di Kotschy sia dotato anch’esso, e forse a maggior ragione, di potenzialità mimetiche di alto livello.
Nel caso del Geco verrucoso (Hemidactylus turcicus), con la cautela che accompagna chi fa delle affermazioni inedite, riportai che, più che di un melanismo che procede di pari passo all’aumento della luminosità, si potesse parlare al contrario di una riduzione della pigmentazione in concomitanza di ridotte illuminazioni (in condizioni di ridotta luminosità il corpo di questo Geco, specie se si tratta di un individuo giovane, appare quasi trasparente). Ma si trattava ragionevolmente di un eccesso di prudenza, dato che in questo Geco la depigmentazione non si limita a far assumere all’animale un colore semplicemente più chiaro, ma si spinge ben più oltre, fino a rendere evidenti gli organi interni; è poi la possibilità del piccolo Sauro di assumere una colorazione differente a rendere meno visibili i suoi organi interni. Ciò indica senza dubbio una capacità di cambiare colore di livello superiore rispetto a quella della semplice depigmentazione, per quanto in tale specie non si evidenzi una netta tendenza al mimetismo allo stesso modo che nel Geco comune.

Un Geco verrucoso, rinvenuto da chi scrive al coperto nel periodo invernale, risultò quasi privo di colorazione, al punto da rendere possibile vedere gli organi interni attraverso la pelle. Se la cosa può essere messa in relazione con le basse temperature, essa può però, forse a maggior ragione, essere connessa con le basse intensità luminose della stagione, di solito caratterizzata anche da cielo coperto, e con il fatto che l’animaletto era stato sorpreso in un pozzetto, con illuminazione pressoché assente.
Per quanto riguarda il melanismo vero e proprio, documentato per il Geco di Kotschy e rilevabile da chiunque nel Geco comune, è difficile dire se la variazione di colore sia legata in qualche modo anche alla temperatura ambientale. Di fatto, il rendersi più scuro ha fra i suoi effetti quello di assorbire maggiore radiazione calorifica, esistendo un fenomeno fisico che sancisce effettivamente una relazione diretta fra la colorazione ed il riscaldamento corporeo.
Non va però dimenticato che, almeno in apparenza, il colore scuro del Geco comune sia in relazione diretta non tanto con la temperatura ambientale, quanto con la luminosità dell’ambiente; in tal modo, la possibilità di diventare più caldo sarebbe un effetto secondario della variazione cromatica dell’animaletto.

È questa un’osservazione molto interessante, poiché non limita il discorso al solo immagazzinamento di calore (che, essendo il corpo del Geco di piccole dimensioni, oltre che dotato di numerosi elementi di dissipazione della temperatura -coda, bitorzoli, zampette, ecc.-, avrebbe effetti di breve durata e pertanto poco significativi dal punto di vista dell’efficienza metabolica dell’animale), ma si estende ad una “intelligenza di specie” che fa sì che essa adotti un comportamento avente importantissimi effetti sulla metabolizzazione della vitamina D. Il che, in un animale tendenzialmente notturno e sempre pronto a rifugiarsi all’interno di cavità oscure, è quanto di più opportuno ci possa essere.

 

Giovane Geco fotografato su uno scarpone. Si noti la concordanza fra il colore dell’animaletto ed il colore del substrato cementizio, su cui l’animale era prima di salire sullo scarpone (foto: S. D’Alessandro)

 

Sorprendenti scoperte sul più comune dei Gechi: il… Geco comune

Nel Geco comune (Tarentula mauritanica) – di seguito chiamato semplicemente “Geco” – che compartecipa sia della possibilità di diventare più scuro in funzione della luminosità ambientale   che della possibilità di cambiare colore nel senso di un vero e proprio mimetismo, la caratteristica della possibilità di variazione cromatica si annida in processi che sono forse più complessi rispetto a quanto avviene in altri Gechi ed avvicina in maniera alquanto singolare l’animaletto al ben più proverbiale Camaleonte.

Con questo il Geco condivide la capacità di assumere lo stesso colore del substrato sul quale l’animale si trova, o per lo meno un colore molto  simile,  adattando  inoltre  le  sue  tonalità  a  quelle  dell’ambiente,  del  quale  è  in  grado  di riprodurre le linee, le chiazze, le sfumature.

Un Geco comune dal colore molto scuro particolarmente appariscente sul muro chiaro di una casa diroccata. (foto: S. D’Alessandro)

 

Il colore, di norma concorde con l’ambiente, soggiace però alla regolazione cromatica del Geco in funzione della luminosità, il quale si giova, nelle giornate assolate, di un inscurimento della sua colorazione al fine dell’assorbimento di una maggior quantità di radiazioni solari, anche a scapito di un suo evidentissimo risalto sul substrato, magari molto chiaro, su cui esso si trova.

 

Mimetismo, melanismo o entrambi? Una speculazione su un interessante dilemma

E’ l’animale in grado di modulare la sua variazione di colore, optando per il melanismo anziché per il mimetismo? Difficile dirlo.
E’ un fatto che, quando l’illuminazione è molto bassa, è possibile rinvenire dei Gechi comuni il Geco comune pressoché candidi[1] nelle ore serali o notturne[2]. Ciò, che è stato rilevato da chi scrive su muri bianchi, avviene nelle ore notturne, come dimostra per contro la foto sopra che, scattata anch’essa su un muro molto chiara, evidenzia un Geco comune estremamente scuro alla piena luce del giorno.

E’ possibile presumere due meccanismi diversi, entrambi finalizzati alla conservazione dell’animale:

  1. – uno, il melanismo dovuto alle forti intensità luminose, destinato ad esplicare i suoi vantaggi nel medio e lungo termine, legato all’acquisizione di luce necessaria per il buon funzionamento della vitamina D,  che svolge un ruolo fondamentale nel regolare l’omeostasi fosfo-calcica e in particolare i processi di mineralizzazione ossea, efficace rimedio contro il rachitismo, destinato a garantire la sopravvivenza dell’animale nel corso della sua vita;
  2. un altro, il mimetismo, con effetti nell’immediato, avente la funzione di nascondere l’animale alle potenziali prede ed ai potenziali predatori;
  3. una via intermedia è quella del melanismo per motivi di mimetismo, come ad esempio si verifica su tronchi dalla corteccia scura, quali ad esempio gli alberi di Olivo; in tal caso si ottiene il massimo del vantaggio per l’animale, che si trova contemporaneamente nelle situazioni ottimali, potendo massimizzare sia il metabolismo della vitamina D che il mimetismo per motivi di predazione o di protezione.

 

Un Geco comune quasi completamente privo di pigmentazione, fotografato di notte su un muro alla luce flebile di un lampione (Foto: S. D’Alessandro)

 

 

[1] Il fenomeno è, come detto, ancora più appariscente nel Geco verrucoso, che decolora la sua pelle a tal punto da permettere quasi di vedere i suoi organi interni. Va detto a tal proposito che il corpo dell’Emidattilo è, a maturità, molto meno massiccio  di  quello  del  Geco  comune  e  che  pertanto  si  presta  a  dare  maggiore  risalto  a  ciò  che  lo  costituisce internamente, ma la sua pelle, indubbiamente molto più sottile e meno scabrosa di quello del “cugino maggiore”, gli permette di dare un ben maggiore rilievo alle differenze cromatiche (per quanto non strettamente “mimetiche”) che l’animale manifesta.

[2] La cosa va in direzione opposta a quanto rilevato in altre occasioni, in cui l’assunzione di colore da parte dell’animale risente del colore di ciò che appare nel suo campo visivo: di sera il Geco vede colori molto scuri, ma in questo caso l’animale non sembra concordare con essi.

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Marcello Gaballo
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