Nardò importante centro di ricamo. Le testimonianze di Anna Rita Bianco, ricamatrice

Ricamo di fine 800. Manifattura neritina

 

di Maria Grazia Presicce

Nardò vanta una storia importante legata all’artigianato tessile e anche all’arte del ricamo, attività principalmente affidata alla maestria delle donne e usata per impreziosire i loro capi di abbigliamento e di corredo.

Come in tutti i paesi del Salento, il pensiero predominante per una madre era la preparazione del corredo nuziale per le figlie. Spesso proprio a loro si imponeva di ricamare, sin da giovinette, facendole frequentare corsi di ricamo tenuti dalle Mescie.

Anticamente, comunque, questo “fare” al femminile influiva poco o nulla sull’economia del luogo e, quindi, proprio per questo motivo molto scarsi sono i riscontri documentati nelle fonti bibliografiche e molta difficoltà s’incontra nel reperire anche manufatti originali.

Proprio a Nardò ho avuto la fortuna di intervistare una delle ricamatrici rappresentativa di quest’arte, in quel periodo ancora in attività: la signora Anna Rita Bianco.

Anna Rita Bianco

 

L’arte del ricamo per la signora Anna Rita Bianco, nata a Nardò nel 1942, ha origine dal suo essere donna dalle mille sfaccettature. Lei stessa racconta che nella sua vita ha svolto davvero di tutto e che sono state le circostanze, spesso, a farle intraprendere attività che non si sarebbe lontanamente sognata di svolgere.

Per apprendere l’arte del ricamo ha frequentato un laboratorio dove le maestre, oltre a insegnare il ricamo, si dedicavano alla realizzazione del disegno per le loro clienti e, a pagamento, anche per altre maestre ricamatrici.

I punti più in voga in quel periodo erano il punto ombra, il festone il punto pieno e il punto etrusco. Quest’ultimo, detto anche punto stuoia, era usato per tovaglie, strofinacci e cuscini per sedie da cucina, e gli altri punti per lenzuola e capi più raffinati.

   Altro punto di ricamo in cui la signora Anna Rita si specializzò fu il ricamo a reticello con diverse varianti anche personali. Partendo dal punto reticello, rodi cieco e sfilato si perfezionò inoltre nel reticello sfilato creando una vasta gamma di reti con piacevolissimi intrecci. Spesso anche i disegni che proponeva alle clienti erano di sua esclusiva creazione.

Antico ricamo ripreso da Anna Rita Bianco

 

Nel 1975, grazie alle numerose richieste abbandonò altri impegni per dedicarsi completamente al ricamo. Le commissioni divennero numerose ed inoltre la sua fama di abile ricamatrice si sparse nel paese e altro lavoro le giunse anche dai sacerdoti per il rammendo dei paramenti sacri e per il ricamo di articoli a tema religioso.

Tenendo conto delle usanze locali, quindi, non si limitò a ricamare solo con i classici punti di ricamo della tradizione neritina, ma continuò la sperimentazione riscoprendo tecniche usate anche in altri paesi, integrandoli e perfezionandoli secondo gusti e competenze acquisite negli anni. Questo suo percorso personale, con l’instancabile desiderio di superarsi, la condusse a cimentarsi nella difficile tecnica di ricamo col filo d’oro e d’argento, adoperato, in particolare, per i paramenti liturgici.

Questa tecnica di lavorazione, pur trattandosi sempre di ricamo, è molto impegnativa e solitamente si realizza su tessuti in seta. Il ricamo sulla seta non è di facile esecuzione, essendo la stoffa molto delicata per cui, affinché i ricami si presentino perfetti, bisogna applicare, sotto il tessuto in seta, una tela sottile che lo rinforzi e faciliti l’esecuzione dei punti senza sciuparlo.

Eseguendo il ricamo col filo in oro ed argento Anna Rita riesce ad ottenere degli effetti sfumati pregevoli dovuti al diverso modo di ricoprire i motivi decorativi precedentemente disegnati sul tessuto.

Anna Rita Bianco riprende il ricamo su un antico tessuto

 

Ripresa del ricamo con fili in oro su antica suppellettile liturgica

 

 

 

 

 

 

 

La lavorazione con filo in oro e argento ha origini antichissime[1], da sempre è stato considerato prezioso e destinato alle classi potenti e riservate, come era il mondo   ecclesiastico, che lo destinò alle suppellettili e ai paramenti particolarmente di pregio.

L’accessorio più importante per questa peculiare lavorazione è il telaio su cui si stende il tessuto. Nella lavorazione su telaio, l’ago si usa in modo verticale passandolo da sopra e sotto e viceversa.

Dopo aver riportato il disegno sulla stoffa e aver applicato sul rovescio del tessuto da ricamare, la teletta di supporto, si dispongono uno accanto all’altro i fili in oro o argento, seguendo il disegno, e fermandolo con ago e filo in seta col punto passato, che, come dice il nome, passa con l’ago da un punto all’altro del filo dorato steso, fissandolo sulla stoffa.

La diversa disposizione e il diverso colore dei punti passati in seta possono conferire al ricamo un aspetto sorprendente e con particolari sfumature: a stuoia, a onde, ecc.

ricami di Nardò con filo d’oro di fine 800 su tovaglia d’altare

 

L’effetto visivo dei manufatti così lavorati è a dir poco fantastico, oltre che prezioso. Per questo Anna Rita ha visto tra i suoi estimatori diversi parroci e rettori di chiese cittadine, quasi esclusivi committenti per nuove realizzazioni (camici, piviali, pianete, tovaglie d’altare), ma anche per delicati lavori di restauro di antichi ornamenti sacerdotali o vesti di antiche statue devozionali. Suoi lavori sono infatti conservati nella Cattedrale di Nardò, nelle chiese di San Gerardo, San Domenico, Santa Maria della Purità, annessa a quello che fu il Conservatorio femminile voluto dal vescovo Antonio Sanfelice.

Questa tecnica, una volta particolarmente praticata dalle monache claustrali, ora è stata abbandonata. Non è dunque un caso che Anna Rita, una volta a settimana frequentasse il Convento delle Clarisse per insegnarla alle suore più giovani, sperando di far tornare in auge questa tecnica così particolare e prestigiosa.

Un’altra storia ammirevole degli anni 60-70 a Nardò è quella della signora Elvira Filoni, impiegata del comune neretino.

Questa donna per aiutare alcune maestre che ben conosceva, creò un catalogo con i disegni delle ricamatrici occupandosi anche della loro compravendita tramite contatto con un mercante di Firenze. In quel periodo molte furono le ricamatrici della città di Nardò e dintorni che si rivolsero a lei per ottenere i disegni scegliendoli dal catalogo.

L’iniziativa di Elvira Filoni per supportare le ricamatrici di Nardò e dintorni si rivelò davvero preziosa insieme all’idea del catalogo di disegni che non solo facilitava il lavoro delle maestre ricamatrici, ma contribuiva a mantenere viva una tradizione artistica radicata in questo territorio.

Di questa storia importante e straordinaria di creatività e collaborazione locale al femminile, purtroppo ci sono pochi ricordi e rare notizie! Il ruolo di Elvira Filoni nel supportare le donne ricamatrici mostra però quanto fosse preziosa la sua iniziativa in quel periodo. È davvero un peccato che non esista traccia dei disegni da lei catalogati, chissà quante storie di creatività e collaborazione femminile si sono perdute nel tempo.

Tra le maestre ricamatrici più rinomate che aderirono al catalogo della signora Filoni spicca mescia Ermelinda Fracella che, in Via Lata a Nardò, aveva una casa-laboratorio di ricamo molto attiva, dove molte ragazze hanno appreso l’arte del ricamo.

Di questa donna, purtroppo, non si trovano tracce anche se doveva essere per il periodo una figura di riferimento importante per molte apprendiste e professioniste del settore. Anche di lei, quindi, non si hanno ricordi e non esistono tracce del suo lavoro e della sua arte.

Manifattura neritina di fine 800 su tovaglia d’altare

 

sofisticata manifattura neritina dei primi decenni del secolo scorso

 

Manifattura neritina degli anni 40 del secolo scorso

 

Nota

[1] Furono i regnanti orientali ad indossare abiti in oro e porpora ed Alessandro Magno (356-323 a.C.) dopo che sottomise il re di Persia Dario III e ottenne il suo famoso letto a baldacchino ricamato, rimase così colpito da quest’arte che commissionò ai ricamatori del luogo un importante abito da conquistatore.

 

Le foto sono dell’archivio Fondazione Terra d’Otranto

 

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