di Cosimo Rizzo
La “tradizione neritina” trovò un fedele interprete e una sicura guida nel vescovo Salvatore Lettieri, trasferito il 27 giugno 1825 alla Diocesi di Nardò da quella di Castellaneta (Ta) che aveva retto dal 1818 al 1825.
Lo studio della vita e della personalità di questo vescovo offre la possibilità di riconsiderare in uno sguardo d’insieme la ricchezza e la complessità dei problemi politici e religiosi che caratterizzarono la diocesi di Nardò nella prima metà dell’Ottocento.
Per comprendere appieno la sua figura è necessario conoscere il periodo della sua formazione e della sua prima attività sacerdotale.
Nato a Foggia nel 1780[1] intraprese gli studi necessari alla sua formazione e all’età di 25 anni fu nominato sacerdote. Conseguita la laurea in Sacra Teologia e in Diritto Canonico, ben presto si fece conoscere e stimare per la sua notevole statura morale, per il vivissimo senso di apostolato e per la sua non comune cultura.
I numerosi incarichi ricevuti in ambito diocesano furono la testimonianza della fiducia che i superiori riponevano nel Lettieri. Come primicerio della basilica collegiata di Foggia si distinse per zelo e maestria nella direzione spirituale di sacerdoti, religiosi e della comunità dei credenti. Il 6 aprile 1818, ad appena 38 anni, Lettieri fu nominato vescovo dal papa Pio VII ed assegnato alla sede episcopale di Castellaneta, in provincia di Taranto[2].
Qui regnava un grande disordine e un profondo rilassamento dei costumi per vari motivi: sia perché la diocesi era stata per lungo tempo vacante sia perché la vicina diocesi di Mottola era stata soppressa ed aggregata a quella di Castellaneta.
Per tali motivi l’ostilità a mons. Lettieri assunse aspetti molto gravi. In tali circostanze il vescovo dimostrò energia non disgiunta da un profondo spirito di carità che costituiva la caratteristica fondamentale del suo animo. Adottò perciò mezzi idonei a sanare il rilassamento dei costumi, sia del popolo sia del clero secondo una triplice direttiva: l’organizzazione e lo svolgimento di frequenti missioni religiose affidate a valenti padri predicatori, la creazione di scuole pubbliche per l’istruzione e l’educazione della gioventù sbandata e traviata, l’istituzione di un Seminario vescovile per la formazione del clero per la quale incontrò notevoli difficoltà[3].
Nell’infelice contesto sociale, la diocesi di Castellaneta, che riflette sia economicamente che moralmente la crisi generale che visse l’Italia nel periodo pre e post unitario, mons. Lettieri avvertì viva la necessità di istituire per i giovani precisi riferimenti di cultura ecclesiastica, come il seminario, per sottrarli alla cultura di regime o all’ignoranza. Egli espresse forti preoccupazioni sullo stato presente e sull’avvenire del clero. Dopo un attento esame delle condizioni culturali e morali del popolo, dimostrò assoluta ed inderogabile la necessità di tale istituzione[4].
Il 27 giugno 1825, mentre Lettieri svolgeva la santa visita a Massafra, gli pervenne il decreto di traslazione alla diocesi di Nardò. Il vescovo raggiunse quasi subito la nuova sede, nella quale fece il suo ingresso solenne il 24 luglio 1825, accolto con viva simpatia da parte del popolo della diocesi neritina[5].
Anche qui il suo governo episcopale fu piuttosto travagliato sin dagli inizi, poiché le condizioni religiose e politiche della diocesi si presentavano piuttosto difficili. Erano passati appena nove mesi dal suo insediamento, quando fu presentato contro di lui un ricorso al re in cui veniva accusato di sedute settarie. Il 4 aprile 1826 il segretario di stato della polizia generale inviava all’Intendente di Terra d’Otranto una lettera recante l’ordine di svolgere accurate indagini onde conoscere il vero scopo di alcune riunioni che i settari di Nardò tenevano con una certa frequenza in casa del vescovo. Tali incontri si svolgevano a “due ore di notte” (due ore dopo il tramonto) in compagnia di noti personaggi neritini, imputati già due anni prima di sedute settarie dalla gran corte criminale di Lecce[6]. Il vescovo si difese contro i ricorrenti che volevano creare disordini a causa delle discordie allora esistenti tra carbonari e “realisti”[7].
La notizia del ricorso generò malumore e disappunto specie negli ambienti ecclesiastici che presero le difese del vescovo; questi veniva descritto come un uomo dabbene e ottimo pastore, che altro non desiderava che la tranquillità, la pace e il benessere del popolo affidato alle sue cure e che pertanto aveva voluto mettersi al di sopra delle lotte esistenti tra “realisti” e carbonari-liberali, all’unico scopo di conquistarsi l’animo di tutti[8].
In realtà dalle indagini e dai giudizi espressi dagli ambienti ecclesiastici e dagli organi di polizia in relazione a tali vicende, la personalità del Lettieri appare caratterizzata da un animo buono e semplice, dal possesso di tutte le virtù morali e pastorali, dal desiderio di pace e di benessere per il popolo, con la piena consapevolezza di mettersi al di sopra delle lotte esistenti tra “realisti” e carbonari-liberali.
Tale episodio, a nostro parere, deve essere inquadrato nel clima politico di quel particolare periodo storico, durante il quale, gran parte del clero della diocesi neritina, come di altre parti d’Italia, simpatizzava per la Carboneria[9].
“Il diffuso fenomeno del clero carbonaro nelle diocesi, nota il Cestaro, come movimento catalizzatore di speranze deluse e di malcontento, di angustie e strettezze di ordine economico, di declassamento in una società in trasformazione, non può non trovare esauriente spiegazione come è accaduto nella tradizione storiografica di ispirazione liberale, col ricorso al patriottismo continuatore degli ideali del 1799 anche se il ricordo di quella esperienza ebbe certamente la sua parte. Il clero delle province si dibatte con problemi diversi da quelli della borghesia terriera suscitatrice e protagonista del moto rivoluzionario del 1820-21, sebbene avesse in comune con quella il senso di instabilità, di insoddisfazione, di precarietà per la mancata sicura collocazione in una società uscita da un decennio di riforme e dalla abolizione della feudalità”[10].
Negli anni della reazione, mentre le alte schiere ecclesiastiche favorivano l’azione governativa sostenendo che l’adesione all’ideologia carbonara era in contrasto con i principi della fede cattolica, e mentre molti vescovi in varie parti del regime fungevano quasi da intendenti (almeno per quanto riguarda lo spirito pubblico) fornendo rapporti generali al governo centrale e informazioni alle autorità periferiche, pochi vescovi cercarono di tenere fede al nuovo acquisito atteggiamento di disimpegno politico[11].
Nel Lettieri fu chiara la consapevolezza delle competenze proprie della sfera canonica, per la quale reclamò la piena autonomia. Lo scopo primario della vita episcopale doveva essere quello di dedicarsi interamente all’esercizio del ministero pastorale. Pur ammettendo la necessità che il clero illuminasse il popolo nella faticosa conquista della libertà, tuttavia il vescovo si teneva lontano dall’affrontare problemi di natura strettamente politica. Piuttosto egli trepidava per le minacce portate da una cultura che, staccatasi dalla Chiesa, si era allontanata dall’ordine voluto da Dio, cioè dall’unico fondamento capace di garantire una vita tranquilla e morigerata ai singoli e alla società.
In quest’ordine naturale rientravano le strutture politiche, sociali ed economiche esistenti, in modo particolare il principio di autorità, applicato con uguale rigore a Dio, alla Chiesa, al potere politico, alla famiglia e ai rapporti sociali ed economici.
L’attività pastorale doveva, quindi, proporsi due finalità: il ritorno degli uomini all’obbedienza docile alla Chiesa, unica garante dell’ordine minacciato, e l’intensificarsi dell’istruzione religiosa, la più chiara e precisa possibile, in modo da offrire al popolo una direttiva sicura e capace di smascherare gli errori.
La religione poteva fondare l’ordine politico e sociale purchè alla Chiesa, cioè alla gerarchia ecclesiastica, fosse riconosciuta la funzione di guida e maestra universale e le fosse concessa piena libertà di azione. La fedeltà alla chiesa, espressa nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni ecclesiastiche era uno dei temi più ricorrenti nei documenti indirizzati alla diocesi. Il richiamo all’ordine doveva funzionare anche nella vita interna della diocesi con una pastorale rigorosamente centralizzata sia nelle direttive che nei controlli. I sacerdoti e i fedeli dovevano apprendere dalla gerarchia ecclesiastica non solo le verità necessarie per un corretto atto di fede, ma anche la valutazione dei problemi concreti e delle modalità per risolverli.
Tra gli strumenti scelti per l’attuazione di questo programma viene rivalutato e rivitalizzato l’incarico di vicario foraneo, rendendolo effettivamente responsabile del controllo della vita e dell’attività pastorale del clero e della vicaria.
La visita pastorale permise al Lettieri di svolgere sul piano religioso e sociale un’azione molto incisiva. Gli atti di ogni visita nel loro insieme furono molto importanti, in quanto consentirono la conoscenza della realtà religiosa della diocesi non solo per ciò che si riferiva alla struttura e alla organizzazione, ma anche per quello che riguardava la gerarchia ecclesiastica in essa operante, nonché le forme e i metodi seguiti per suscitare e mantenere viva la fede. Il vescovo ebbe modo di constatare durante le sue visite, che le popolazioni dei vari centri della diocesi, in linea generale, professavano il cattolicesimo attraverso pratiche di culto frequenti ma rivelatrici nel contempo di un sentimento religioso che si confondeva spesso con il fanatismo. Ne era causa fondamentale la grande ignoranza nella quale erano lasciate a vivere, specie le classi più modeste ed umili ma non era esclusa la scarsa preparazione di non pochi sacerdoti.
La realtà della vita religiosa lasciava non poco a desiderare per la scarsa preparazione e per il comportamento non sempre esemplare del clero, particolarmente nei centri più piccoli e più lontani dalla sede episcopale. Tali condizioni rispecchiavano la situazione del clero meridionale che nel secolo XIX° si presentava scarsamente istruito, spesso senza autentica vocazione, ma portato, per motivi economici e sociali, ad abbracciare la carriera ecclsiastica per trovare riparo alla povertà e innalzare per la presenza di un prete un famiglia, il livello sociale di essa[12].
Ecco quindi l’interesse e la sollecitazione del Lettieri al problema della formazione del nuovo clero, ritenendo suo compito primario scoprire le vocazioni e coltivarle nei modi più opportuni, perché i nuovi sacerdoti divenissero effettiva guida del popolo. In particolare le cure del Lettieri si rivolgevano al Seminario, da lui considerato, in una visione più ampia, come organismo per la preparazione di buoni laici della cui formazione e del futuro impegno nella vita egli si riteneva responsabile dinanzi a Dio e al mondo. A tale proposito richiamava i superiori e i docenti all’osservanza delle regole per salvaguardare la serietà e la moralità dei seminarisiti[13].
L’esame degli atti esistenti nell’archivio vescovile, ci permette di affermare che i miglioramenti dell’itinerario educativo della formazione sacerdotale procurarono benefici effetti per il clero, la cui condotta e capacità migliorarono sensibilmente.
L’opera del vescovo riuscì a creare nei sacerdoti una più sentita spiritualità, come premessa indispensabile per un degno stile di vita. Rivolgendosi in particolare ai vicari foranei, consigliava di fare degli studi sulla scienza morale, affinchè tutto il clero fosse preparato a predicare con vera competenza al popolo. Ordinava pertanto la “conferenza dei casi morali” in tutte le collegiate e le parrocchie della diocesi.
Nella visita pastorale esaminava scrupolosamente e dettagliatamente tutti gli aspetti della vita e delle strutture della comunità, ampiamente descritti dalle risposte delle relazioni dei parroci.
Nei quesiti la linea giuridico-istituzionale si coniugava sapientemente con quella più strettamente pastorale, anche se la prima conservava un netto primato.
La preoccupazione per il clero non si limitava alla disciplina esteriore ma si allargava abbondantemente e frequentemente a tutti i temi della spiritualità sacerdotale.
Ricorrente era pure l’invito ai sacerdoti perché si dedicassero allo studio; però l’obiettivo loro proposto era l’assimilazione della verità già esaurientemente e definitivamente fissata dal magistero della chiesa e dai teologi del passato e riproposti dalla gerarchia.
La presentazione di Dio garante dell’ordine ben si armonizzava con la religiosità di una popolazione dipendente da una natura spesso avara e da sempre abituata a leggere gli eventi in chiave esclusivamente religiosa.
Era, comunque, un efficace strumento per difendere la pratica religiosa e la fede dei semplici, unendoli ancora di più alla gerarchia ecclesiastica, depositaria e garante della salvezza presente e di quella futura.
Per raggiungere questi obiettivi furono incrementate abbondantemente le devozioni tradizionali, sostenuti e sviluppati anche altri strumenti pastorali come le numerose confraternite presenti nella diocesi.
Per facilitare l’osservanza del precetto festivo, la partecipazione e la frequenza ai sacramenti, alcuni sacerdoti furono collocati nei luoghi più isolati anche se abitati da poche persone.
Furono favoriti i così detti momenti forti come le missioni popolari, le predicazioni straordinarie, i frequenti giubilei.
La riflessione sui Novissimi, sul peccato, sulla giustizia divina, il richiamo ai doveri del proprio stato, l’opportunità di una buona confessione, l’abbondanza delle indulgenze e la coralità della partecipazione, avrebbero facilitato il ritorno dell’individuo e della società al complesso dei valori nei quali si individuava l’ordine voluto da Dio.
Ciò che il Vescovo sottolineava nella sua pastorale era la necessità di un popolo più genuinamente religioso: da ciò i ripetuti inviti ed esortazioni ai fedeli affinchè ascoltassero la messa con più sincera partecipazione, si accostassero ai Sacramenti con più frequenza ed esercitassero le pratiche di culto e di pietà con convinzione[14].
Constatata la situazione preoccupante circa lo stato di analfabetismo, di ignoranza religiosa e di sbandamento morale tra gli abitanti di tutti i centri maggiori e minori del territorio, il Lettieri comprese che era necessario ed urgente interessarsi del problema dell’istruzione e dell’educazione e, tanto nelle lettere pastorali quanto nei numerosi atti e decreti via via promulgati, non tralasciò mai di esortare tutti in questo senso.
Era convinto che le verità della ragione non fossero in contrasto con le verità di fede, anzi consentivano di avvicinarsi sempre di più al sovrarazionale e di intuirne la grandezza[15].
Intervenne, perciò, anche presso le autorità civili, perché volessero svolgere la più solerte azione al fine di istituire scuole secondo le proprie competenze; si dichiarò disposto a fornire, in Nardò e negli altri comuni della diocesi, anche i locali necessari qualora ce ne fosse stato bisogno.
Certo il problema era difficile, non essendovi ancora delle leggi specifiche sull’istruzione.
Nonostante momenti di intenso e vivace dibattito e progetti e realtà comunque importanti e significativi, nel regime borbonico del secolo XIX° fu assente un sistema organico di pubblica istruzione, ad eccezione forse delle volontà politiche e dell’iniziativa legislativa degli anni della prima restaurazione: da qui il ricorso, ora più ora meno accentuato, alle istituzioni ecclesiastiche[16].
Queste ebbero indubbio merito ed è grave “che una certa tradizione storiografica risorgimentale abbia liquidato troppo schematicamente una realtà che risulta assai ricca e complessa e certamente non riconducibile ad una problematica esclusivamente risorgimentale tendente a ribadire per l’ennesima volta l’esistenza dell’alleanza tra trono e altare”[17].
Uno dei settori più curati da mons. Lettieri fu la catechesi. Pubblicò a questo proposito dei libretti contenenti il compendio della dottrina cristiana, che si presentava come una più ragionata e più diffusa dichiarazione delle verità di fede, capace di premunire il popolo dagli errori[18].
Costantemente ribadiva e sosteneva con forza l’importanza della scuola della dottrina cristiana, imponendola dove non esisteva e controllandone il funzionamento attraverso la relazione annuale dei parroci e dei vicari foranei.
Il suo impegno ha rappresentato indubbiamente un momento decisivo nella già ricca tradizione neritina. Si pensi all’opera dei vescovi Ambrogio Salvio (1569-1577), Cesare Bovio (1577-1583), Orazio Fortunato (1678-1707), Antonio Sanfelice (1708-1736), per citarne solo alcuni. Contribuì in tale modo a rendere più costante e più illuminata la prassi religiosa e a radicare nel popolo le già ricordate peculiarità della religiosità locale.
Il cristianesimo veniva considerato come un insieme compatto e completo di verità e di precetti perenni ed immutabili, perché imposti dall’autorità divina; verità e precetti da accettarsi integralmente e per la salvezza eterna e per la tranquillità terrena.
Mediatrice di questa “caduta” dell’insegnamento divino nella storia, e della grazia necessaria per accettarlo e per praticarlo, era la chiesa identificata nella gerarchia.
In questa ecclesiologia gerarcologica appariva anche la riscoperta della chiesa come luogo dell’esperienza di fede, ben distinta dallo stato, come società cui obbedire e da vivere nella sua missione di salvezza. I fedeli dovevano rimanere con fiducia in quest’arca di salvezza, docilmente accettarne le leggi, ma contemporaneamente sentirsi coinvolti nella sua opera apostolica, magari solo a livello di buon esempio e di preghiera. La situazione storica, presentata con il consueto pessimismo, rendeva drammaticamente urgenti il rifugiarsi nella casa della verità e della salvezza e la rottura con il mondo.
I temi politici e quelli sociali erano liquidati con lo schema solito: accettazione dell’autorità costituita, ineluttabilità delle differenze sociali ed economiche, sanzionate dalla volontà divina; simultaneamente si sottolineava con forza il dovere della carità verso il prossimo.
Prima di concludere, e nell’intento di completare questo breve “disegno” della personalità di mons. Lettieri, mi pare opportuno accennare all’impegno sociale ed umanitario così generosamente assolto negli anni del suo episcopato.
Si interessò del piccolo ospedale esistente in Nardò, migliorandone le attrezzature affinchè fosse sempre più efficiente e funzionale: vi provvide utilizzando una parte dei proventi ricavati dalla alienazione di alcuni beni della mensa vescovile ed assegnando una rendità di 500 ducati.
In molti centri della diocesi e dove riuscì ad ottenere l’adesione delle autorità civili, si adoperò per l’istituzione di speciali enti sanitari assistenziali denominati “Congregazioni di carità”[19].
Ottenne dal governo di Napoli che si desse inizio a lavori di bonifica in alcune terre paludose appartenenti ai beni della mensa vescovile: fu un’opera lungimirante, perché non solo si riuscì a liberare dagli acquitrini non pochi terreni, ma anche perché si resero gli stessi produttivi, assicurando lavoro a non pochi contadini su estese plaghe da secoli tristemente famose per la malaria.
Allo scopo di ricavare i mezzi finanziari che gli consentissero di svolgere un’opera altamente umanitaria in favore dei carcerati, dei poveri e dei bisognosi, decise di alienare alcuni beni della mensa vescovile[20].
Non mancarono, di conseguenza, gli attacchi al vescovo per tale suo comportamento e le accuse pervennero sia da parte del clero ostile e sia da parte dei settari: si accusava il Lettieri di voler dilapidare i beni ecclesiastici e di agire anche contro le disposizioni vigenti che consentivano le alienazioni solo in caso di assoluta necessità e dietro la preventiva autorizzazione del re. Invece egli, sempre secondo le accuse, aveva operato senza che concorressero l’una e l’altra condizione.
Il vescovo si difese con tutti i mezzi a sua disposizione, affermando di attenersi alle disposizioni regie del 29 ottobre 1820 e del 17 aprile 1826. Dimostrò che alcuni beni non erano vincolati da alcuna legge ed erano di esclusiva competenza del vescovo, il quale ne poteva disporre dopo aver sentito il parere delle dignità del capitolo cattedrale. Nella realtà Lettieri aveva alienato precisamente alcune dei beni di libera collazione, senza violare alcuna legge e col parere favorevole delle dignità dei capitolari, sollevando dalle sofferenze e dal bisogno moltissime persone indigenti.
In definitiva, mons. Lettieri fu un pastore ligio allo spirito e alla lettera delle “leggi”, di quelle norme codificate dalla esperienza millenaria della Chiesa e da essa stessa riviste, aggiornate, adeguate alle mutevoli situazioni di vita del popolo cristiano.
Note
[1] Controverso è il nome del luogo di nascita. A questo proposito cfr. Di Gioia M., La Diocesi di Foggia, Foggia 1955; Villani F., La nuova Arpi, Salerno 1876.
[2] K. Eubel, Hierarchia catholica, Patavii, vol. VII, pag.281
[3] Cfr. Carte del seminario, fasc. I, presso Seminario vescovile di Castellaneta; Palese S. Seminari di Terra d’Otranto tra rivoluzione e restaurazione in Terra d’Otranto in età moderna. Fonti e ricerche di storia religiosa e sociale a cura di Pellegrino B., Galatina, Congedo, 1984, pag.156
[4] A.E.C., Lettera di mons. Lettieri al Ministro degli Affari Ecclesiastici, Castellaneta, 4 marzo 1823, Carte Seminario, fasc. I
[5] Cfr, Mazzarella E. La sede vescovile di Nardò, Editrice Salentina, Galatina 1972, pagg. 291-292
[6] Cfr, A.S.L., Atti di Polizia, Serie III, fasc.1155.
[7] Ibidem
[8] Cfr, A.V.V. Libro delle conclusioni del rev.mo Capitolo di Nardò dal 1771 al 1826, fasc. AB/2/119, Decisione Capitolo del 1 luglio 1826.
[9] Cfe, A.V.N. Lettere dei parroci al vescovo, Atti e decreti di mons. Lettieri 1825-1839, parte III, fasc. A/83
[10] Cestaro A. La ricerca storico-religiosa del Sud con particolare riferimento alla tipologia dell’organizzazione ecclesiastica dell’Ottocento in La società religiosa nell’età moderna, Napoli, 1973, pag.149
[11] Cfr, Pellegrino B., Terra e clero nel Mezzogiorno, Milella, Lecce, 1976
[12] Cfr, Monterisi N., Trent’anni di episcopato, Isola del Liri, 1950
[13] Nel 1834 il Lettieri creò, a sue spese, la biblioteca del seminario vescovile; la fornì di libri di cultura e di formazione religiosa, nonché di suppellettili e attrezzature varie. A ricordo del fatto, ancora oggi si legge sulla porta d’ingresso la seguente epigrafe: Salvator Licterius/neritinus antistes/libros aere proprio comparatos/collegio clericorum diocesano/cum pluteis donavit/anno MDCCCXXXIV.
[14] Cfr. A.V.N. Atti e decreti, A/83, anno 1829
[15] A.V.N., Lettera pastorale del vescovo mons. Lettieri, dicembre 1827, in Atti e decreti, serie III, a/83.
[16] Cfr., Pellegrino B., La politica scolastica del Regno delle due Sicilie in Chiesa e prospettive educative in Italia tra Restaurazione e Unificazione, a cura di Pazzaglia L., Brescia, 1994.
[17] Cfr., Pellegrino B. op.cit., pagg.821-822.
[18] Cfr., A.V.N., Editto per l’istruzione religiosa dei fanciulli, 11 novembre 1825, in Atti e decreti cit., A/83
[19] A.V.N., Decreto riguardante le alienazioni dei beni ecclesiastici, in Atti e decreti cit, 1825-1833, A/83, 23 gennaio 1934.
[20] A.V.N., Decreto citato
