di Marcello Gaballo
La chiesa di San Marco Evangelista sorgeva nel pittagio di San Salvatore, in prossimità della cinta muraria di Nardò.
La sua posizione era così caratteristica da dare il nome al tratto delle fortificazioni cittadine ricordato nelle fonti come loco delli Paraporti di S. Marco e prope muros Civitatis. Altre descrizioni di epoche diverse la collocano presso l’abitazione di Girolamo Massafra, erede di Ottavio Teotino, oppure «vicino alle Sante Chiare», espressione che non si riferisce a un monastero, ma alle abitazioni appartenenti alla famiglia Santachiara, situate nell’area dell’attuale piazza San Matteo.
La più antica attestazione documentaria della chiesa si trova nella visita pastorale di mons. Setario (1500-1501), nella quale risulta cappellano Tommaso Manieri (CENTONZE, Visite pastorali, p. 253). Si tratta di una delle numerose chiese che costituivano il fitto tessuto religioso della Nardò del primo Cinquecento.
La storia del beneficio è strettamente legata alla famiglia Teotino, ma il loro patronato fu il risultato di una complessa serie di donazioni e cessioni documentate negli archivi diocesani.
Una tappa fondamentale risale al 17 maggio 1547, quando il vescovo Giovan Battista Acquaviva riconobbe a Sancia (o Xantia) Dell’Antoglietta, madre di Giovan Battista Teotino di Lecce, che aveva generato con Pietro Teotino, il giuspatronato dell’altare e beneficio di Sant’Andrea, collocato nella navata destra della Cattedrale, presso gli altari dell’Assunta e della Maddalena, fondato dal predetto Pietro Teotino.
Al beneficio erano annessi numerosi beni fondiari: sei orte di terra in località Arenis, confinanti con la palude di Santo Stefano, con i terreni degli eredi di Paolo Gaballone, di Nicola Scopetta e altri confinanti.
Nello stesso anno la stessa Sancia esercitava anche il giuspatronato della chiesa di San Marco Evangelista, prope moenia, vicina all’abitazione del predetto Pietro Teotino. Alla chiesa appartenevano due orte di terra, confinanti con le proprietà di Antonio Calò e Antonicchio Tafuri; altre due orte presso la chiesa di Santa Maria dello Zuccalio e le terre dotali del fu capitano Vittorio Chiodo.
Rimasto vacante il beneficio, presentò come cappellano l’abate Cosimo Pecoraro. La relativa bolla episcopale, oltre alla firma del vescovo Acquaviva, reca quelle del segretario, del cancelliere e del notaio apostolico Francesco Roccamora.
Pochi mesi dopo, con istrumento rogato dal notaio Leonardo Musy di Lecce il 23 settembre 1548, Sancia Dell’Antoglietta, stando nella sua abitazione in Lecce, in pittagio San Martino, vicino la chiesa di S. Anna, donò all’abate Cosimo Pecoraro sia il giuspatronato della cappella di Sant’Andrea in Cattedrale, sia quello della chiesa di San Marco Evangelista, descritta come posta “in pittagio S. Salvatore, vicino le mura e l’abitazione del quondam Pietro Teotino“. L’atto fu successivamente trascritto, per volontà del vescovo Bovio, dal notaio Pietro Torricchio nel registro della Santa Visita del 1578.
Con testamento dettato il 29 novembre 1584, nella stanza superiore della propria abitazione di Nardò, situata nel vicinio di San Marco, il giudice Stefano Teotino nominò erede universale il fratello Cesare, anch’egli appartenente alla nobiltà cittadina, stabilendo tuttavia che questi entrasse nel pieno possesso dell’eredità soltanto dopo la morte della moglie Elisabetta Dell’Abate, cui veniva riservato l’usufrutto vitalizio di tutti i beni. Fanno eccezione una carretta con due buoi e un cavallo, che Cesare avrebbe ricevuto immediatamente dopo la morte del testatore. Alla vedova spettavano invece le due cantine, una contenente cinque botti di vino e l’altra sei.
Il testamento disponeva inoltre che, subito dopo la morte di Stefano, Cesare ed Elisabetta versassero sei ducati all’ospedale di Nardò e altri sei ducati alla confraternita del Santissimo Rosario. Alla moglie era poi imposto l’obbligo di corrispondere annualmente ai padri della chiesa di Santa Maria de Raccomandatis le terze di nove ducati; alla sua morte tale obbligo sarebbe passato a Cesare, il quale avrebbe dovuto provvedere anche al pagamento del capitale.
Un particolare segno di riconoscenza fu infine riservato alla sua fantesca Isabella, figlia di Maddalena Stella di Taranto. Il giudice le lasciò, per tutta la durata della sua vita, una casa anch’essa situata nel vicinio di San Marco, con accesso al giardino del testatore e confinante con il cellaro di Colella Gordoni. Inoltre dispose che, dopo la morte della moglie Elisabetta, Cesare le corrispondesse anche la somma di cinquanta ducati.
Successivamente i fratelli Nicola, Marsilio e Domenico Pecoraro, eredi dell’abate Cosimo, cedettero lo jus praesentandi della chiesa di San Marco alla famiglia Teotino, ricevendo in cambio il patronato della cappella di Sant’Andrea in Cattedrale, contigua a quella dell’Assunta e annessa alla cappella dello Spirito Santo appartenente ai Teotino.
La visita pastorale di mons. Bovio documenta ormai il definitivo passaggio del patronato a Cesare Teotino e al figlio Stefano, precisando che essi lo avevano ricevuto proprio da Domenico, Nicola e Marsilio Pecoraro, eredi dell’abate Cosimo Pecoraro. La stessa ricostruzione genealogica è ribadita, quasi letteralmente, anche nella visita del vicario Granafei (c. 304v).
Prima di tali vicende, nel 1543, risulta cappellano della chiesa Nicola Montefuscoli.
Nella visita pastorale di mons. Luigi De Franchis (1613, c. 17) il patronato appartiene ancora ai Teotino e rettore è l’abate Battista De Filippo, originario di Racale. Dopo la rinuncia di quest’ultimo, nel 1643 venne nominato rettore il diacono Giovanni Teotino.
La visita del vicario Granafei offre anche una breve descrizione dell’edificio, ricordando che la chiesa disponeva di due porte d’ingresso, ma era priva di campanile, particolare che lascia intuire le modeste dimensioni dell’edificio.
Nel 1657, durante la visita pastorale di mons. De Choris, San Marco non è più qualificata come chiesa ma come oratorio. Ne era rettore il canonico Lorenzo Della Ratta, ecclesiastico di grande prestigio che successivamente seguì a Roma papa Alessandro VII, morendovi e venendo sepolto nella chiesa di San Lorenzo. Alla sua morte il beneficio fu conferito al sacerdote Domenico Teotino.
In epoca successiva Ottavio Teotino, figlio di Virgilio, donò il patronato della chiesa di San Marco e dell’annesso beneficio dello Spirito Santo a Nicolò Antonio Vari, marito di Olimpia Zimara, dal cui matrimonio nacquero Margherita, poi moglie di Francesco Giannelli, ed Elisabetta, poi moglie di Virgilio Teotino, col quale generò Ottavio Teotino.
Nel 1683 fu nominato rettore il sacerdote Tommaso Giannelli di Nardò, figlio di Francesco Giannelli e Margherita Vari.
La chiesa continuò ad essere officiata anche alla fine del Seicento: il 19 febbraio 1689 vi fu celebrato un matrimonio, registrato nel Libro dei Matrimoni della Cattedrale.
Un’importante vicenda interessò il beneficio nel 1686. Nicola Antonio Vari possedeva infatti anche il beneficio di San Giuseppe extra et absque propria ecclesia, fondato da Giulia Mollone, privo di chiesa e di altare propri ma dotato esclusivamente di beni fondiari, con l’obbligo di celebrare due Messe mensili in suffragio della fondatrice. Essendo compatrono per metà anche del beneficio di San Marco, Vari chiese al vescovo di poter unificare i due benefici, ottenendo il consenso dell’altro compatrono, il chierico Domenico Teotino di Specchia. La richiesta fu accolta e il beneficio unificato passò dapprima al figlio Francesco Vari, quindi, nel 1719, al sacerdote Tommaso Venneri, cui succedette nuovamente Tommaso Giannelli.
Nicolò Antonio Vari ebbe anche il beneficio di S. Giuseppe extra et absque propria ecclesia, fondato e dotato da Giulia Mollone, con l’obbligo di far celebrare due messe al mese per l’anima di essa in qualunque chiesa. Il Vari, essendo anche compatrono per metà del beneficio di S. Marco, quale donatario di Ottavio Teotino, visto che il beneficio di S. Giuseppe non ha propria chiesa né altare ma la sola proprietà, nel 1686 chiede di unificarlo col beneficio di S. Marco, previo consenso del ch. Domenico Teotino di Specchia, figlio di Stefano, compatrono per l’altra metà con le sue sorelle Agata e Caterina. Accolta la richiesta ne fu rettore suo figlio Francesco Vari, cui subentrò nel 1719 il sac. Tommaso Venneri, quindi Tommaso Giannelli.
Nel 1721 il patronato risultava ormai diviso in due quote: una metà apparteneva al sacerdote Nicola Teotino di Specchia e al fratello Giuseppe Antonio, mentre l’altra spettava a Domenico e Marco Venneri di Nardò, donatari del fratello sacerdote Tommaso Venneri.
L’ultima notizia documentaria finora nota risale al 1744, quando rettore del beneficio era Domenico Indrimi di Corigliano, succeduto a Cataldo De Cupertinis. La sua nomina fu effettuata da Nicola, Giuseppe e Margherita Teotino, figli ed eredi di Domenico Teotino di Specchia, insieme ad Alessandro Indrimi, figlio ed erede di Girolama Teotino, altra figlia dello stesso Domenico.
La storia della chiesa di San Marco Evangelista riflette efficacemente le dinamiche del giuspatronato nell’età moderna: il beneficio passò infatti dai Dell’Antoglietta ai Pecoraro, quindi ai Teotino, successivamente ai Vari, ai Venneri e infine agli Indrimi, attraverso una fitta rete di donazioni, successioni ereditarie e nomine ecclesiastiche accuratamente documentate nelle visite pastorali, negli Acta Beneficiorum dell’Archivio Storico Diocesano di Nardò e negli atti notarili conservati negli archivi cittadini.
Le notizie sono ricavate da ASDNa, Acta beneficiorum, fasc. 27 (ex A-149), Beneficio sotto il titolo di S. Marco, S. Spirito, S, Giuseppe (1583-1749)
