di Marcello Gaballo
All’elenco già nutrito di lettere giunte dalla città di Nardò nel 1635 e nel 1636, cariche di dolore, allarme e richieste di aiuto, si aggiunge la voce del canonico Benedetto Trono, che si rivolge più volte al vescovo Fabio Chigi con toni che alternano l’affetto personale alla più accorata supplica per la salvezza della Chiesa neretina.
Trono, figura stimata del Capitolo, scrive non da solo, ma in comunione con il tesoriere abate Antonio Manieri: due rappresentanti del clero cittadino che scelgono di esporsi apertamente contro l’operato del vicario generale Giovanni Granafei, la cui amministrazione sta generando disordine, sfiducia e malessere in ogni angolo della diocesi.
La prima missiva è datata 4 agosto e si apre con una richiesta semplice ma decisiva: la venuta del vescovo a Nardò, ritenuta ormai improcrastinabile. “Supplicandola voglia per farsi gratia particolare accelerarla per lo benefitio che nascerà in questa chiesa Sua Sposa con la presenza di tale Sposo”. Il linguaggio nuziale, tipico dell’ecclesiologia secentesca, è qui utilizzato non come abbellimento retorico, ma come espressione viva del bisogno di un Pastore presente, coinvolto, attivo. Chigi è chiamato a riprendere possesso della sua sposa, la Chiesa locale, per proteggerla dalle angherie, per ridarle dignità, per guarirne le ferite.
Ma è la seconda lettera, datata 1° settembre, che rappresenta il culmine della tensione e della supplica. Il tono è personale e diretto, intriso di fiducia ma anche di pressione morale, con parole che sembrano voler oltrepassare la scrivania per toccare il cuore del destinatario: “conoscendo l’affetto suo così amoroso tanto verso di me, come in comune, prendo animo di raccomandarle di nuovo il sollevamento di questa Sua Chiesa, che tiene necessario bisogno della sua venuta…”. Il canonico non usa mezzi termini: il vescovo, in quanto pastore e sposo, ha il dovere di superare ogni ostacolo per consolare la sua Sposa e custodire il gregge, e lo dice apertamente, quasi sfidando ogni giustificazione.
La parte più drammatica della lettera, però, si trova nella conclusione, dove la richiesta di rimozione del vicario Granafei si fa esplicita e disperata. Non si ricorre più soltanto alla parola scritta, ma si preannuncia l’invio di un messaggero “a posta”, come gesto simbolico e reale di un popolo in ginocchio: “semo deliberati mandar persona à posta a supplicar V.S. Ill.ma con le ginocchie piegate Voglia farci questa gratia di levar questo Sig. Vicario che camina alla peggio…”. L’espressione “camina alla peggio” è tanto semplice quanto definitiva: non si tratta di errori o sviste, ma di un declino volontario e sistematico della qualità del governo ecclesiastico, in direzione opposta al bene comune. L’autore della lettera si trattiene dal raccontare tutti i dettagli per non “offendere le orecchie” del vescovo, ma lascia intendere che la situazione è ben peggiore di quanto già riferito nei “primi capi mandati a V.D. Ill.ma”.
Questo doppio appello del canonico Trono si colloca perfettamente nel quadro di malessere profondo che traspare anche dalle lettere delle badesse Caterina Sambiasi e Livia Carignani, dalla monaca Antonia Dell’Antoglietta e da don Bernardino Sambiasi.
Tutti denunciano la stessa realtà: l’isolamento del monastero, il soffocamento economico, la rimozione arbitraria di figure fidate, la rovina delle proprietà, l’assenza di ogni cura pastorale. Ma la voce di Trono ha qualcosa in più: è quella di un uomo di Curia, che conosce dall’interno la macchina ecclesiastica, che parla il linguaggio dell’istituzione ma ne mostra le crepe, chiedendo con forza che vengano sanate. La sua fiducia in Chigi è piena, tanto da ritenere che “con la Sua eminentissima saviezza si degni far tanto che resti questo popolo numeroso consolato di bon governo, come se Lei stessa fosse presente”. Ma al tempo stesso è anche la voce di un clero che non vuole più essere complice del disastro in atto.
Attraverso queste lettere, si delinea un quadro preciso e coerente: l’azione del vicario Granafei è percepita come distruttiva non solo dalle monache, vittime dirette dei suoi interventi, ma anche dal clero secolare, che ne subisce le conseguenze pastorali e morali. E le lettere non sono solo denunce, ma appelli appassionati, scritti nella speranza che la penna possa ancora cambiare il corso delle cose, che la voce umile di una città ferita possa risvegliare la coscienza di un vescovo destinato al soglio di Pietro.
