di Marcello Gaballo
Un capitolo interessante e poco esplorato della vita religiosa in diocesi è senz’altro rappresentato dalla diffusione delle associazioni penitenziali e dei terzi ordini, ma anche dalle semplici bizzoche, nella fase post conciliare del XVI secolo. L’analisi dei rogiti dei notai di Nardò conservati nell’Archivio di Stato di Lecce e dei documenti istituzionali conservati nell’Archivio Storico Diocesano offre interessanti spunti di ricerca ed utili informazioni per tentare una microstoria delle numerose religiose mulieres della diocesi[1].
Sfuggite all’obbligo della professione solenne e della clausura, entrambe normate nel Concilio di Trento per tutte le monache che vivevano in comunità, le bizzoche o beghine, accettando di non essere qualificate come “religiose”, scelsero inizialmente di emettere voti privati, spesso dotandosi di proprie regole.
Per poter essere legittimate dall’autorità diocesana, che le obbligava all’osservanza dei Decreti della Congregazione del 1608 e 1616, dovettero adeguarsi ad uno degli ordini religiosi presenti in diocesi e preliminarmente rispondere a determinati requisiti per poter continuare a vestire l’abito religioso e conservare il nome di suora.
Per questo, a tutte le “semireligiose” della diocesi fu richiesto di sottoscrivere una dichiarazione inoltrata all’autorità ecclesiastica, da cui dovesse emergere la conduzione di una vita onesta e di sani costumi, di avere l’età di almeno quarant’anni, essere dotata di patrimonio sufficiente al proprio sostentamento, di vivere in famiglia con i genitori, parenti consanguinei o affini in primo grado.
Nel XVII secolo si registra un marcato incremento di richieste per poter vivere in questa maniera, anche perché tale condizione, se riconosciuta dall’ordinario, esonerava dal pagamento di dazii e gabelle. Dovette esserci più di qualche abuso se la corte vescovile di Nardò, per porre limite alle facili monacazioni, fu costretta ad intervenire e porre rimedio.
Il documento che si prende in esame, sempre conservato nel carteggio con le Congregazioni (c. 88r), riguarda la neritina Giovanna Bove, dell’età d’anni cinquanta e più, che rappresenta umilmente come sin dalla sua prima gioventù ha portato l’habito francescano in stato di monaca bizzocha e vissuta in esso con privatezza e decenza. Ritrovandosi avanzzata (sic) nell’età e desiderando partecipare de’ suffragii et agiuti per l’anima sua, supplica umilmente l’EE. VV. degnarsi concederli la facoltà di potersi velare.
La possibilità di poter indossare il velum super caput, così come il velum sub gula vulg. sotto gola dictum et scapulare vulgo dicto pacienzia[2], senza preventiva autorizzazione, era espressamente vietata alle bizzoche, in quanto riservata alle monache claustrali, come da dispositioni del Decreto del S.C. del Consiglio[3].
[1] M. Gaballo, Per far profitto nella strada della perfettione, di sposarsi con Christo suo Creatore… Monache di conservatorio, terziarie e bizzoche postridentine nella diocesi di Nardò, in “Claretianum ITVC, Nova series XI (Tomus LX), Institutum Theologiae Vitae Consecratae”, Roma 2020, pp. 125-159.
[2] ASDN, Fondo Monasteri e ordini religiosi, Terz’Ordini religiosi femminili, Ammissione al terz’ordine carmelitano (1673-1708), busta 14, fasc. 3, c.n.n.
[3] ASDN, Monasteri e ordini religiosi, Terz’Ordini religiosi femminili, Ammissione al terz’ordine francescano (1610-1772), busta 14, fasc.1, c.n.n.
Pubblicato in Memorie e gratitudine. Studi in onore di don Giuliano Santantonio, a cura di M. Gaballo e A. Cavallo), Grenzi, Foggia 2025.
