di Marcello Gaballo e Armando Polito
L’argomento è trattato tra le carte 387v e 339v del volume ed è legato alle vicende connesse a Carlo De Ferrariis di Galatone, figlio naturale del dottor Francesco Antonio, che aveva scelto di abitare a Taranto. Qui Carlo dimorava con uno Tarantino, con il quale per mezzo di alcuni si pacifica e dopo trè giorni della pace detto Carlo ammazzò quello, per lo quale homicidio se ne fuggì e si ritirò dentro il convento de’ Padri Zoccolanti di Seclì, per evitare i soldati di campagna che lo inseguivano. Il vicario Giovan Battista Benincasa, a seguito dell’assedio di questi soldati, li precettò e non havendo ubidito li scomunicò.
Dopo alcuni giorni il sudetto Carlo fu violentemente stratto da detto Convento dà soldati di Don Giovanni de Vera, Giudice della Gran Corte della Vicaria, delegato per Sua Eccellenza sopra detto homicidio, residente in detta Città di Taranto, dove fu portato.
Il vicario generale di Nardò, consapevole che l’estrazione dei delinquenti dai luoghi sacri spettava al vescovo ordinario del luogo e a seguito dell’irruzione ostile con mano armata in territorio diocesano, presa informattione dell’estraditione, mandò a Taranto il mastro d’atti don Gio: Donato Zaminga e con lui il procuratore fiscale don Raguccio Chefas ad intimare detto Giovanni de Vera per la restituzione e repositione alla Chiesa di detto Carlo.
I due si recarono in un primo momento dal vicario generale di Taranto per implorare il braccio et aiuto, chiedendo la consegna del carcerato per custodirlo nelle carceri dell’episcopio neritino. Ma quello nega detto aiuto, anzi fa consapevole del tutto detto don Giovanne giudice, il quale per questo aiuto non si lasciò intimare di persona, e fè serrare le porte in faccia à detti mastro d’atti e procuratore, et impiccò detto Carlo. Pure fu intimato et servatis servandis dichiarato dal detto vicario di Nardò con cedoloni escomunicato.
I cedoloni erano gli avvisi pubblici riguardanti le sanzioni comminate dalla Curia, che venivano affissi in determinati e noti luoghi della città: la porta dell’episcopio, quella della cattedrale e in apposito spazio nella piazza pubblica.
Questi provvedimenti erano molto temuti, estromettendo di fatto il condannato dalla vita sociale, visto che i cittadini erano tenuti ad evitare ogni possibile contatto.
Mons. Ill.mo Geronimo de Franchis vescovo di Nardò, per questa violazione del diritto d’asilo e dell’immunità ecclesiastica, oltre che per l’omicidio di Carlo che aveva trovato riparo presso il convento francescano di Seclì, espone gli inconvenienti scaturiti dal particolare incidente che configgeva tra norme laiche e norme canoniche, così da avere le opportune direttive.
Con lettera del 21 marzo 1634 arriva da Roma la risposta al vescovo, a firma del cardinale Berlingerio Gessi (Bologna, 14 ottobre 1564-Roma, 6 aprile 1639)[1] che, come fratello, comunica il responso della seduta della Sacra Congregazione dell’Immunità Ecclesiastica, una delle tante congregazioni della Curia Romana, istituita nel 1626 dal pontefice Urbano VIII. In calce alla lettera è apposta la firma del segretario della Congregazione Francesco Paolucci (Forlì, 1581- Roma, 1661).
Il cardinale con la sua risposta esortava il vescovo ad essere fermo sulla difesa dell’immunità ecclesiastica:
Lodandosi il fatto da V.S. per la conservatione dell’immunità ecclesiastica violata per l’estrattione di Carlo Ferrari da Galatone dal convento de Padri Zoccolanti de Seclì, con morte susseguita, dovrà V. S. proseguire avanti servatis servandis contro li altri complici, acciò non si lasci fare quanto si può per la reintegrazione di essa immunità ecclesiastica. Et perché quando si verificasse quello che V.S. suppone essere stato commesso dal Vicario di Taranto; saria eccesso grave, et punibile, à mente di questi Eminentissimi Signori procurarne giustificazioni, et quelle trasmettere quanto prima, acciò si possa dare in ciò gli ordini, che si stimaranno espedienti.
Il cardinale conclude con l’espressione Dio Nostro Signore conceda à V. S. ogni prosperità.
Giovanni de Vera comparse davanti il vicario generale di Nardò pretendendo doversi dichiarare nulla la detta scomunica, perché detto Carlo non godeva l’immunità ecclesiastica, perché stimava l’homicidio commesso da quello esser proditorio, ovvero a tradimento, per esser commesso sotto la pace.
A’ questo si rispose non posse dixi homicidium proditorium…
A chiusura della lettera risulta che il Giudice ottenne l’assoluzione:
Perloche fù necessario che detto don Giovanni de Vera Giudice ricorra in Roma per l’assolutione, dove ricorse e l’ottenne concordata parte, quale fù accomodata…
Note
[1] Nel 1633 fu nominato prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica di giustizia e ha servito come Camerlengo del Sacro Collegio dei Cardinali dal gennaio del 1639 fino alla sua morte. Entrato a far parte della Congregazione del Sant’Uffizio, seguì la causa di Galileo Galilei; nel giugno 1633 firmò la sentenza di condanna dello scienziato e ne raccolse l’abiura.
Pubblicato in Memorie e gratitudine. Studi in onore di don Giuliano Santantonio, a cura di M. Gaballo e A. Cavallo), Grenzi, Foggia 2025.
